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Scioglimento ghiacci rilascia alto tasso di mercurio

Il mercurio si ossida sotto una forma che si deposita molto facilmente nella neve e il ghiaccio. 

Nonostante la stabilizzazione delle emissioni negli ultimi trent’anni, le concentrazioni aumentano nell’Oceano Artico. 

Perché il tasso di mercurio continua ad aumentare nell’Oceano Artico? Quali sono le interazioni con l’ambiente?  

Il mercurio appartiene alla categoria dei metalli pesanti ed è particolarmente tossico per gli animali e, di conseguenza, per l’uomo che si ritrova ad essere la coda della catena alimentare. 

“L’esposizione al mercurio delle popolazioni che abitano le regioni del Grande Nord è fra la più elevata al mondo, in termini di concentrazione nel sangue e nella pelle”, precisa  Peter M. Outridge,  in una pubblicazione dello CSIRO (l’istituto di ricerca pubblica australiana).  “In alcune comunità il livello di concentrazione è superiore a quelle accettabili dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)”. 

Esistono differenze geografiche, non solo nel livello di concentrazione di mercurio,  ma anche del suo impatto sulla specie. Tra il periodo preindustriale ed oggi, la quantità di mercurio trovata nelle regioni artiche è moltiplicata con un fattore dieci. E negli ultimi trent’anni non c’è stata nessuna tregua, nonostante siano rimaste stabili le emissioni nell’atmosfera. Tra l’altro, nella regione artica non vi è alcuna fonte diretta di mercurio, ma quando tale metallo viene rilasciato nell’atmosfera vi rimane per circa un anno.

Le emissioni di mercurio, di origine naturale o provenienti dalle lavorazioni industriali, hanno dunque, tutto il tempo per essere trasportate dalle correnti e di ricadere nel Grande Nord. Questo si ossida e si deposita molto facilmente nella criosfera (porzione di superficie terrestre coperta dall’acqua allo stato solido: neve e ghiaccio).  

Con il riscaldamento globale e il disgelo accelerato della banchisa (ghiaccio marino),  questo mercurio si disperde nell’oceano sotto la sua forma più tossica, il metilmercurio. 

Tuttavia, uno studio franco-americano pubblicato ieri su Nature Geoscience,  pone nuove interrogazioni; lo stesso dimostra, infatti, che i raggi del sole possono distruggere in parte il metilmercurio contenuto nell’oceano Artico. 

Un’analisi effettuata in due regioni, una al nord e l’altra al sud dell’Alaska, conferma “che circa l’8% del metilmercurio scompare quando non vi è più ghiaccio e i raggi del sole raggiungono il mare”, spiega  Jeoren Sonke (CNRS). “Pertanto, se un giorno dovesse sciogliersi tutta la banchisa, si  dissolverebbe solo l’8% del metilmercurio”. 

Paradossalmente, ciò non è in linea con la quantità di mercurio rilevata nelle uova di uccelli osservati, le urie, una specie di volatili che vive più al sud, dove vi è meno ghiaccio e dunque meno metilmercurio, in realtà, queste sono molto più contaminate di quelle depositate dagli uccelli, che vivono al nord. “Questo dimostra che sono ancora molte le incognite da risolvere”. Precisa il ricercatore. 

“Approfondiremo questi studi lavorando in  una scala più ampia, operando in altre regioni del mondo” precisa David Point (IRD). Quest’anno, i due scienziati proseguiranno il loro lavoro in Canada, in Scandinavia e in Bolivia.

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