Chi sono i frontalieri? Perché la Svizzera non li vuole?

5 febbraio 2014 11:300 commentiDi:

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Domenica prossima, il 9 febbraio 2014, in Svizzera si terrà un referendum, voluto dalla UDC, il partito di destra ultraconservatrice, che mira a mettere un freno alla libera circolazione delle persone entrata in vigore nel 2002 con gli “Accordi Bilateri Svizzera-Unione Europea”.

Questo accordo  ha portato ad un grande aumento dei frontalieri in Svizzera, un aumento che alla destra conservatrice elvetica non piace affatto, per una serie di motivazioni che riguardano sia la questione xenofoba ma anche quella prettamente economica.

Il referendum, che al momento sembra essere già vinto dall’UDC dato che i sondaggi danno oltre la metà della popolazione svizzera favorevole a questa chiusura, potrebbe significare un ritorno al passato, ovvero ad una chiusura nei confronti della libera circolazione di merci e persone tra gli stati dell’Unione Europea e tra questi e i Paesi che hanno stretto accordi in tal senso, e, soprattutto, si pone come un evidente e chiaro segno di chiusura della Confederazione Elvetica nei confronti dell’Unione Stessa.

I frontalieri sono una realtà che non interessa solo la Svizzera e l’Italia, ma tutti gli stati confinanti. Per capire, quindi, le ragioni alla base di questo referendum è necessario prima capire chi sono i frontalieri, cosa fanno e quali sono le ragioni alla base di una scelta di vita come questa.

Chi sono i frontalieri

I frontalieri sono dei lavoratori residenti in uno Stato che lavorano in uno confinante. Secondo la descrizione del Dizionario Storico della Svizzera:

“Il termine frontaliere designa quel lavoratore Pendolare che quotidianamente attraversa una Frontiera tra Stati per recarsi dal proprio domicilio al posto di lavoro, è un termine più recente del fenomeno cui si riferisce […] Per frontalieri oggi la Svizzera intende soprattutto i lavoratori stranieri residenti all’estero nella fascia di confine; sono però in aumento anche i cittadini svizzeri che, spesso per motivi economici (come i prezzi dei terreni), trasferiscono la loro residenza oltre frontiera.”

Quindi, un frontaliere è un lavoratore pendolare ma, a differenza dei comuni pendolari, non si sposta da una città all’altra o da una regione all’altra: il frontaliere varca un confine nazionale e, secondo la normativa di riferimento, fa ritorno al suo domicilio tutti i giorni o almeno una volta a settimana.

Oltre la Svizzera, dove vanno i frontalieri italiani?

La presenza di frontalieri italiani in Svizzera è piuttosto corposa: si stima che, soprattutto dopo gli accordi bilaterali del 2002, il loro numero sia arrivato ad oltre 61.000. ma la destinazione di questa particolare tipologia di lavoratori non è solo la Confederazione Elvetica: a San Marino lavorano circa 6.500 frontalieri italiani, 1.500 sono in Francia, 3.700 nel Principato di Monaco e, infine, quasi altri 2.000 frontalieri italiani ogni giorno varcano il confine tra l’Italia e la Città del Vaticano.

Come si diventa lavoratore frontaliere?

Indipendente dal tipo dio lavoro che si intende svolgere nel Paese di destinazione, autonomo o dipendente, per accedere alla posizione di lavoratore frontaliere è necessario che sia il lavoratore che l’azienda, nel caso di lavoro dipendente, facciano richiesta del relativo permesse che deve essere presentato all’Ufficio regionale per gli stranieri competente.

Il permesso che verrà rilasciato, se tutti i requisiti saranno soddisfatti, è il permesso G.

Non esiste un contratto di lavoro specifico necessario a diventare lavoratore frontaliere, questo sarà definito tra il lavoratore e l’azienda in modo individuale o in base ai contratti nazionali di lavoro esistenti sul territorio di destinazione.

Lavoratori frontalieri e fisco, questo il vero problema

Come tutti i lavoratori, anche i frontalieri sono tenuti a versare una parte della loro retribuzione, che verrà trattenuta direttamente dalla busta paga, da versare al Fisco.

Il problema, quindi, è proprio questo, soprattutto nel caso dei frontalieri svizzeri. Secondo gli accordi bilaterali stabiliti tra l’Italia e la Confederazione Elvetica, infatti, il lavoratore è soggetto al pagamento delle imposte sul reddito solo nel luogo dove a sede il rapporto di lavoro, ovvero in Svizzera. Il prelievo effettuato dalla retribuzione è pari al 38.8% dell’importo totale, una quota che permette al lavoratore di regolarizzare il suo rapporto con il fisco svizzero e italiano. l’accordo, infatti, prevede che sia la Confederazione a pagare al Fisco italiano la quota di tasse relative al lavoratore frontaliero.

Il lavoratore italiano in Svizzera non deve fare alcuna dichiarazione dei redditi in Italia, situazione valida per tutti quelli che sono in queste condizioni dopo l’abolizione nel 2002 della differenziazione tra i comuni di frontiera e le restanti zone del territorio nazionale italiano.

Ecco spiegato il motivo dell’accanimento della destra ultraconservatrice svizzera nei confronti dei lavoratori  frontalieri che arrivano dall’Italia. Non si tratta di un semplicistico discorso razzista per cui, come spesso si sente dire in Italia, che gli stranieri ‘rubano’ il lavoro, anche se in Svizzera il motto viene utilizzato come prima fonte di consenso per questo storico referendum, ma di una questione economica.

Infatti, soprattutto in vista degli accordi bilaterali che si stanno studiando per far emergere i capitali nascosti nelle banche svizzere, il pagamento delle imposte relative ai frontalieri italiani, triplicati nel numero a partire dal 2002, si sta facendo insostenibile.

Non è  la prima volta che alcuni componenti del governo svizzero si scagliano contro i frontalieri. Ma il livore contro gli italiani è sempre stato un po’ più pesante rispetto a quello dimostrato, ad esempio, contro i francesi.

Tutto questo nonostante delle recenti ricerche in merito abbiano abbondantemente dimostrato che la presenza dei frontalieri non abbia avuto ripercussioni sull’occupazione dei cittadini elvetici.

Il  rapporto della Segreteria di Stato dell’economia svizzera (SECO) pubblicato l’11 giugno 2013 che ha analizzato il mercato di lavoro nelle regioni di frontiera dal 2002 ad oggi, mostra che non sussistono

differenze significative tra le regioni di frontiera e il resto della Svizzera per quanto concerne l’evoluzione dei salari e il tasso di disoccupazione.

Teoria, questa, confermata anche dall’Osservatorio universitario dell’impiego (OUE) di Ginevra che ha pubblicato in aprile uno studio che sfata l’idea secondo cui i frontalieri ruberebbero posti di lavoro agli svizzeri. Per l’OUE, i disoccupati residenti non corrispondono spesso ai profili ricercati nell’Arco lemanico.

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