Come riconoscere i prodotti OGM attraverso l’etichettatura

19 marzo 2014 10:570 commentiDi:

legumi

Gli alimenti geneticamente modificati sono ormai delle vecchie conoscenze dei consumatori italiani ed europei. Almeno dal punto di vista teorico. E’ infatti almeno a partire dagli anni ’90 che i cittadini del nostro paese si sono resi conto che nell’alimentazione comune erano cominciati a penetrare in modo massiccio prodotti trattati e coltivati in maniera totalmente diversa da quella a cui fino a quel momento si era abituati. 

Dopo una serie di lotte durate alcuni anni e dopo molte campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, l’Unione Europea nel 2004 ha deciso di adottare nuove regole in merito all’etichettatura dei prodotti alimentari, che avrebbero dovuto riportare chiaramente l’indicazione delle materie prime utilizzate e in particolare la presenza tra queste di eventuali OGM.

Per questa ragione è molto difficile al giorno d’oggi incontrare sulle nostre tavole cibi OGM, perché sia i prodotti alimentari che gli eventuali mangimi utilizzati per l’allevamento animale, avrebbero dovuto essere indicati come tali.

Una eccezione in merito potrebbe però essere costituita dalla presenza di eventuali OGM non rilevabili nel prodotto finito. Nel caso in cui vengano utilizzati olii vegetali di questo tipo, ad esempio, l’etichettatura non interviene. Ma la registrazione dei contenuti OGM sull’etichetta non viene applicata neanche quando la percentuale di OGM contenuti al loro interno è inferiore allo 0,9 per cento, purché si tratti di una presenza accidentale e non eliminabile dal punto di vista tecnico, produttivo.

In virtù di tutta questa serie di ragioni, e dei limiti imposti dall’etichettatura, i grandi produttori internazionali hanno praticamente abbandonato con il tempo l’uso dei prodotti OGM nelle produzioni di prodotti finiti e non finiti destinate al mercato europeo, uno dei principali mercati al mondo.

Gli OGM, tuttavia, sono oggi ancora indirettamente diffusi attraverso i mangimi che vengono somministrati agli animali, soprattutto quelli di provenienza americana a base di soia e in maniera “invisibile” entrano a far parte della nostra catena alimentare.

Tags:

Lascia una risposta