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Iracheni scelgono le urne nonostante rischio bombe

IRAQ VOTO

Tutte l comunità irachene si sono mobilitate domenica per attivare il loro diritto al voto, nonostante gli attacchi terroristici che hanno provocato almeno 38 morti e oltre 100 feriti.

In base ai primi sondaggi nelle regioni sciite domina Nouri al Maliki, tra i sunniti invece il suo rivale, Iyad Allawi.

Ieri si è iniziato il giorno elettorale a Baghdad, che ha dato il via anche ad una serie di esplosioni, durate quasi tutta la mattinata. Due edifici sono stati fatti completamente saltare.

Diversi proiettili hanno colpito anche la Green Zone, l’enclave fortificata nel centro di Baghdad che oggi ospita il governo iracheno e l’ambasciata degli Stati Uniti.

Questi attacchi nella capitale e nei dintorni, hanno causato diversi morti e feriti,  ma non hanno impedito agli elettori di recarsi in massa alle urne.

La città era circondata da un impressionante numero di militari e di polizia, con posti di blocco ogni 500 metri, che fermavano le poche autovetture, autorizzate a circolare, si è formata una lunga coda all’ingresso dei seggi elettorali, predisposti presso le scuole, protetti da blindati e con accesso solo dopo un attento controllo. 

Alcuni elicotteri sorvolano la città, mentre gli americani  si sono resi invisibili, rimanendo presso le loro basi fortificate. 

“Ho già votato nelle elezioni parlamentari del 2005, nonostante le bombe” ha dichiarato  Mahmoud al Roubayeh uscendo dalla scuola del quartiere Karada, “Ma questa volta è stato tutto migliorato, noi siamo una vera democrazia” 

“L’Iraq è stato dominato da una delle dittature più brutali del Medio Oriente. L’ultimo referendum organizzato da Saddam Hussein nel 2002 gli diede il 99,9% dei voti, un voto, che a mio avviso è stato pilotato nella quasi totalità”. 

L’invasione degli Stati Uniti e la creazione di un nuovo regime, hanno spinto il paese ad un sistema democratico senza precedenti nel mondo arabo, escluso il caso particolare del Libano. 

Nonostante l’insurrezione sunnita e l’occupazione americana, la guerra settaria tra sanniti e sciiti, le campagne terroristiche di Al Qaeda e decine di migliaia di morti, negli ultimi sette anni, gli elettori iracheni hanno dimostrato di poter far valere il loro diritto di voto. 

“Questa volta puoi votare senza pressioni, anche contro il governo attuale”, ha espresso Bachar el Bayati, un commerciante del quartiere Adamiyah. 

La loro scelta è tuttavia ancora segnata dalla loro appartenenza religiosa. A Sadr City, un vasto miserabile sobborgo sciita a est di Baghdad, la stragrande maggioranza ha votato per un elenco di partiti religiosi sciiti, nella coalizione contro il primo ministro, Nouri al Maliki. 

In Karrada, un quartiere di ceto medio è di maggioranza sciita, ed ha favorito al Maliki, un uomo che ha fatto molto per ripristinare la sicurezza. 

Mentre ad Adamiyah, roccaforte sunnita della riva sinistra del Tigri, i voti sono andati a Iyad Allawi, ex capo di governo ad interim nel 2004. Allawi è diventato una figura rassicurante per i sanniti, che vedono un’alleanza secolare con la rispettata figura sunnita di Tariq al Hashemi (al Parlamento).

I sunniti avevano boicottato le elezioni del 2005, ma questa volta hanno stabilito che era meglio partecipare al voto. 

Tutti i candidati hanno usato lo stesso slogan “ristabilire la sicurezza e i servizi pubblici di base, come l’acqua e l’elettricità”. 

I risultati definitivi e ufficiali, non saranno resi noti per diverse settimane. 

L’economia irachena è in rovina e nello stato si è finora riusciti a ripristinare un ordine precario, con un esercito e  polizia appoggiate dalle truppe statunitensi. 

Mentre l’esercito americano ha iniziato il suo ritiro e si prevede che tutte le unità siano prossime alla partenza, entro l’estate prossima.

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