Pacificazione di Gaza, Pace in Galilea e il massacro di Sabra, le tre colpe di Ariel Sharon

3 gennaio 2014 22:230 commentiDi:

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Ariel Sharon è in fin di vita. Dopo otto anni di coma, il Primo Ministro più discusso della storia potrebbe essere arrivato alla fine della sua esistenza, nonostante gli sforzi che fino adesso i figli hanno fatto pur di riportarlo alla sua vita di prima.

La vita prima del coma, prima di quel 3 gennaio del 2006 che lo ha visto entrare in questo stato dopo un ictus senza più uscirne, quando un agguerritissimo Sharon aveva appena fondato il suo partito, il Kadima, un nuovo partito di ispirazione centrista e liberale che, sulla soglia degli ottanta anni, lo portava a fare una svolta senza precedenti.

I prodromi di un cambiamento di rotta della politica di Sharon si erano manifestati già qualche tempo prima con l’annuncio del ‘Piano di disimpegno’ degli insediamenti di coloni dalla Striscia di Gaza e di quattro colonie dalla Cisgiordania. Un primo passo molto importante che si sarebbe dovuto compiere con la fondazione del Kadima e della dichiarazione della svolta centrista, ma che Sharon non ha potuto portare a termina a causa dell’ictus che lo ha ridotto allo stato vegetativo.

Anche queste sue ultime mosse politiche destarono accese proteste e critiche da tutte le parti, cosa che Sharon è stato spesso in grado di fare durante la sua lunga carriera prima militare e poi politica. In entrambe le occasioni Ariel Sharon si è distinto per la sua caparbietà e la capacità di opporsi con le sue ragioni a tutti i detrattori, ma questo sua strenua determinazione nella difesa della causa israeliana lo ha portato ben oltre: nella carriera di Sharon ci sono delle profonde zone di ombra, atti compiuti o fatti compiere che lo hanno messo sul banco degli imputati come criminale di guerra.

L’accusa in capo al Primo Ministro israeliano era di essere stato il mandante della strage di Shabra e Shatila avvenuta nel 1982, durante la quale migliaia di civili palestinesi furono massacrati dalle truppe libanesi spalleggiate dall’esercito israeliano del quale Sharon era alla guida come Ministro della Difesa, responsabilità mai provata perché il processo non fu mai intrapreso, ma comunque imputatagli da una larga fetta dell’opinione pubblica, che vede Sharon responsabile anche di altre stragi, ‘camuffate’ da operazioni di pace: la Pacificazione di Gaza del 1971 e l’operazione Pace in Galilea.

Sono questi i tre fatti ascritti alla responsabilità di Ariel Sharon a mettere così in discussione l’immagine di questo uomo politico, con una netta divisione tra chi lo ritiene il principale artefice dello Stato di Israele e chi, invece, lo ritiene un guerrafondaio ispirato da una volontà di espansione infinita dei territori israeliani.


Se nella Pacificazione di Gaza Ariel Sharon era ancora un semi sconosciuto nella politica di questi territori dall’equilibrio così precario – anche se già da tempo si era distinto per la sua guida dura e inflessibile delle sue truppe e per le sue strategie poco ‘ortodosse’ – nelle due stragi successive la sua responsabilità era come Ministro della Difesa, quindi in tutto e per tutto responsabile dell’esercito e del suo operato. Macchie nere ed indelebili nella vita di Ariel Sharon che sono prepotentemente tornate alla ribalta in queste ultime ore, da quando il bollettino medico sulle sue condizioni ha iniziato ad essere molto grave.

Sharon non ha avuto l’ooportunità di scrivere le sue memorie e raccontare dal suo punto di vista la storia che lui stesso ha contribuito a creare, il progetto della sua autobiografia è stato bloccato dall’ictus come il suo partito, ma, se quest’ultimo è crollato in soli due anni, per l’autobiografia del premier israeliano c’è voluto di più, il tempo necessario perché il figlio Gilad potesse raccogliere gli appunti del padre e mettere insieme il materiale.

Il libro è uscito nel 2011, dopo cinque anni di coma di Sharon, che non ha potuto commentare l’operato del figlio, che, insieme al fratello, continua a prendersi cura del padre e a non rassegnarsi all’idea della sua morte. La biografia, il cui titolo è “Sharon – La vita di un leader”, sembra voler gettare una nuova luce su di lui e sui tanti fatti che hanno segnato la vita e la politica di Sharon.

Gilad Sharon, infatti, dichiara di essere andato direttamente alla fonte e di aver intervistato molti personaggi che hanno condiviso quegli anni con suo padre, cercando di dare un senso storico più ampio e definito per l’operato del padre. Nel libro, Gila fa riferimento anche alle stragi dei campi profughi di Sabra e Shatila del 1982 compiute dai falangisti libanesi cercando di fare luce su ciò che accadde dopo, ovvero l’opposizione di suo padre alla Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi a suo carico accusando Begin, l’allora primo ministro, di aver consegnato un ebreo agli arabi. Fu poi quello stesso organismo a volere la sua rimozione dall’incarico.

Nel libro Gilad Sharon parla in difesa di suo padre anche per quanto riguarda la decisione di ritirare i coloni dalla Striscia di Gaza (cosa che avrebbe fatto su consiglio del figlio) per metterli al sicuro dal milione e mezzo di arabi ostili. Si parla anche di un incontro segreto tra Simon Peres, allora ministro degli esteri, e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp, la cui morte per sospetto avvelenamento da plutonio più di una volta è stata ascritta alla responsabilità di Sharon.

Per una parte della stampa questa biografia è stata un boomerang: il free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi), ha commentato

Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon. Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi.

 






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