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Troppi suicidi per la crisi economica

tristezza

Molto spesso si viene raggiunti dalla triste notizia di un imprenditore o di un lavoratore che si è tolto la vita. 

Travolti dalle difficoltà economiche, non si sentono più in grado di assicurare un normale tenore di vita alla propria famiglia, o nel peggiore dei casi non riescono a far fronte alle spese quotidiane, né al pagamento dei  fornitori e dei dipendenti. 

In tutta Italia la situazione non cambia, da Nord a Sud i modi di chi sceglie di farla finita con la vita sono diversi, ma tutti hanno lo stesso drammatico epilogo, la “crisi economica”.

L’ultimo caso suicida è stato quello dell’imprenditore edile, a Camposampiero in provincia di Padova, a causa delle difficoltà in cui riversava la sua azienda, il penultimo, quello dell’operaio licenziato nel bergamasco, che si è suicidato con una morte atroce, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco, è bruciato vivo.

Due imprenditori si sono tolti la vita a Prato, la scorsa estate, ieri a Ragusa un commerciante in difficoltà ha tentato di darsi fuoco in prefettura, bloccato però da alcune persone.

“Il disagio sociale è altissimo, la situazione è allarmante” ha dichiarato Angelo Chessari,  presidente provinciale della Confcommercio di Ragusa,  “proprio in questa zona che, prima della crisi, stava meglio delle altre in Sicilia e nel Meridione”.

Il direttore scientifico della Fondazione Nord Est,  Daniele Marini, ha spiegato ad Adnkronos: “La crisi ha colpito soprattutto le micro imprese: sono casi ed esperienze personali diverse,  tuttavia le difficoltà riguardano soprattutto le piccole e piccolissime imprese. Ma a rendere più grave la situazione sono anche fattori sociali e culturali: spesso i piccoli imprenditori si tolgono la vita perché non riescono a pagare i propri dipendenti”, sottolinea Marini, “Loro stessi sono stati ex dipendenti e nella piccola impresa si instaura un rapporto stretto con chi lavora, aumenta così il senso di responsabilità che grava sull’imprenditore. Inoltre”  conclude  “Da noi non c’e’ l’idea di fallimento dell’impresa che esiste nei paesi anglosassoni, dove il fatto che l’impresa puo’ fallire è nella natura delle cose. In Italia è diverso anche dal punto di vista giuridico e c’e’ una sorta di ‘stigma’ sociale: ‘l’imprenditore che fallisce automaticamente è un fallito‘”. 

Il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha dichiarato che la situazione non è rosea e il 2010 sarà ancora un anno complicato: “Bisogna cambiare passo, fare più investimenti in ricerca, innovazione, infrastrutture, con una riforma fiscale che riguardi imprenditori e lavoratori e cercare poi che ognuno faccia la propria parte”.  

Anche la Uil ha lanciato un allarme, che riguarda  una potenziale perdita di 200 mila nuovi posti di lavoro nell’anno in corso. 

Il coordinatore del Centro anti-suicidi dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, Maurizio Pompili spiega, sempre all’Adnkronos che: “anche un’eccessiva e immotivata serenità, dopo una grave angoscia, rappresenta un chiaro campanello d’allarme, così come dare via un oggetto a cui si tiene molto. Perdere il lavoro,  rappresenta un rischio di togliersi la vita, per le persone fragili, che già vivono una forte angoscia esistenziale. E’ una condizione che implica perdita, insicurezza, vergogna e anche colpa verso la famiglia”.  

Per Pompili, inoltre, “E’ importante, soprattutto in questa fase di crisi economica, che le istituzioni e le aziende puntino sulla prevenzione.Vanno individuate anche sul luogo di lavoro, con l’aiuto di esperti, le persone a rischio che devono essere indirizzate a professionisti che possono sostenerle, soprattutto in caso di licenziamento”.