The Wolf of Wall Street tra mito e realtà: la vera storia, il libro e il film

22 gennaio 2014 09:300 commentiDi:

THE WOLF OF WALL STREET

Sono passati sette anni da quando Jordan Belfort, da tutti ormai conosciuto come The Wolf of Wall Street, è stato rilasciato e tra pochissimo tempo arriverà al cinema un film che lo vede protagonista, già annunciato come uno dei più grandi successi cinematografici dell’anno.

Difficile prevedere un destino diverso per questa pellicola, dato che in cabina di regia c’è Martin Scorsese e a vestire i panni del broker c’è Leonardo DiCaprio, due nomi che già da soli sono una garanzia. Ma, come accade in tutti i film, anche se ispirati ad una storia vera, esistono delle grandi differenze tra quello che è realmente accaduto e quello che ci viene raccontato sul grande schermo.

Senza contare, poi, che “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese è ispirato al romanzo omonimo scritto da Jordan Belfort, romanzo in cui racconta la sua storia dal suo punto di vista.

Ciò vuol dire che la verità è stata filtrata già almeno due volte per essere trasformata in fiction e, di conseguenza, alcuni fatti sono stati tralasciati, altri enfatizzati e altri ancora rivisti da un punto di vista per forza di cose non oggettivo.

The Wolf of Wall Street, il revisionismo di Jordan Belfort e dei suoi romanzi

A detta di tutti un narratore naturale, Belfort si diletta nel raccontare le sue storie fatte di eccessi e alimentate dal clamore che negli anni si è creato intorno a lui, e si allontana da altri imprenditori caduti in disgrazia insieme a lui.

Descrive Bernie Madoff, il finanziere statunitense condannato nel 2009 per aver frodato gli investitori per 65 miliardi di dollari, come un “truffatore totale che ha rubato i soldi della gente”, e difende le proprie azioni sostenendo che il 95 per cento dei suoi affari “erano totalmente legali”.

Belfort sembra voler dare l’impressione di essere stato sedotto dall’ambiente finanziario del tempo. Il mercato dei primi anni ‘90 ha reso ricchi moltissimi operatori della finanza e, dai calcoli fatti da lui stesso, il suo operato non è né più né meno grave di quello che hanno fatto i suoi tanti colleghi.

“Non mi piace venirne fuori come un criminale, non tutto quello che ho fatto era sbagliato.  Non avevo a che fare con la povera gente. Avevo a che fare con persone molto ricche. Nessuno ha perso i risparmi di una vita”.

The Wolf of Wall Street, la vera storia dell’ascesa e della caduta di  Jordan Belfort

Questo revisionismo, tuttavia, non è assomiglia per nulla alla versione che Jordan Belfort ha fornito alla corte quando si è dichiarato colpevole delle accuse di frode internazionale di riciclaggio di denaro sporco nel 1999. Di fronte alla possibilità di scontare 20 o 30 anni di carcere, il Lupo di Wall Street ha accettato di raccogliere prove contro i suoi amici e colleghi in un’operazione sotto copertura della durata di un anno in cambio di una pena più lieve.

La carriera di Belfort inizia quando ha solo 16 anni. In quel periodo vendeva ghiaccioli, ciambelle e ninnoli sulla spiaggia di Long Island. Con quei soldi Belfort si è iscritto al college per diventare dentista ma, quando uno dei professori disse che quella non era una carriera adatta a chi volva fare moti soldi, cambiò immediatamente idea e iniziò a vendere carne in giro per la città utilizzando un furgoncino.

Arriva così la sua prima impresa, e anche il primo insuccesso: a soli 24 anni si trova ad aver fatto bancarotta per 24.000 dollari. Alla disperata ricerca di un lavoro, Belfort inizia a collaborare con un fondo dio investimento come collegamento, ovvero come colui che contatta i potenziali clienti per indirizzarli poi ai broker.

È bravo nel suo lavoro, molto. Tanto che prova di nuovo a fare carriera da solo, anche se si trova di fronte della grandi difficoltà che però per lui sono ormai solo motivo di stimolo: nel 1989, fonda la Stratton Oakmont, la società che lo ha portato a diventare il Lupo di Wolf Street, con tutto ciò che ne consegue, prima e un carcerato con accuse pesantissime sulle spalle poi.

Cosa faceva Belfort con la sua società?

Stratton Oakmont era apparentemente un call center in cui giovani lavoratori cercavano potenziali investitori chiamando numeri telefonici presi dagli elenchi spingendoli ad acquistare azioni di società finanziate dalla stessa Stratton Oakmont e quotata in borsa.

La tecnica utilizzata dalla società e dal sui esercito di centralinisti è chiamata “pump and dump”: gli investitori venivano agganciati con la promessa di azioni di società stabili e poi convinto ad investire in IPO della Stratton. Più alto era il numero di persone convinte ad investire, più i prezzi delle azioni salivano: Belfort gestiva tutto ed era in grado di manipolare il mercato,  e quindi, quando i prezzi delle azioni hanno raggiunto il picco, Belfort ordinava alle suo coorti di vendere: loro hanno fatto fortuna, mentre i prezzi delle azioni sono crollati lasciando tutti gli altri investitori senza più nulla.

Affari, questi, che danno prova dell’avidità del broker, che non si è fermato di fronte a nulla, iniziando anche a contrabbandare denaro fuori dal paese verso conti bancari svizzeri, dove il denaro sporco poteva essere riciclato senza grossi problemi o necessità di dare spiegazioni.

L’arresto, la prigione, le memorie di Jordan Belfort

Belfort è stato arrestato nel settembre 1998, dopo una task force multi-stato voluta dall’ Alabama Securities Commissioner. Dopo l’arresto Belfort ha iniziato a collaborare all’inchiesta (solo dopo il pagamento di una cauzione di 10 milioni di dollari che ha pagato sotto forma di gioielli consegnati al palazzo di giustizia in un blindato accompagnato da guardie armate).

Belfort alla fine si è dichiarato colpevole. Ci sono voluti anni prima che il caso giungesse ad una conclusione: Belfort è stato condannato nel 2004 a quattro anni, di prigione, scontando però solo 22 mesi di carcere.

Nella prigione federale della California in cui era rinchiuso, Belfort ha condiviso la cella con il famoso comico americano Tommy Chong che stava scontando una condanna a nove mesi. Chong stava lavorando in quel periodo al suo libro di memorie, cosa che lo spinse a fare lo stesso.

Al suo rilascio, nel 2006, Belfort capì immediatamente che la sua storia suscitava curiosità ed interesse e cercò una casa editrice per il suo memoriale. L’offerta migliore arrivò dalla Random House, che gli offrì un milione di dollari di anticipo sul contratto: un anno dopo “The Wolf of Wall Street” era nelle librerie ed ora è arrivato anche al cinema.

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