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Stuprato e ucciso a 8 anni: l’omicidio di Simeone nella baracca degli orrori

La ‘capanna dei bambini’ nella pineta di Procoio, a Ostia, era una catapecchia sporca e fatiscente a cento metri dal mare, sulla litoranea romana. Nonostante il nome, quel tugurio costruito in mezzo ai boschi non era un parco giochi per i piccoli, ma il rifugio preferito dai loro padri per dare sfogo ai loro istinti brutali. Voglie che venivano soddisfatte nella baracca lercia, ma anche tra le mura domestiche, a pochi metri da mogli che di quelle perversioni non sapevano o non volevano sapere nulla.

Periferia dimenticata

Quando a luglio del ’98 un bambino scompare le ricerche si concentrano immediatamente sulla pineta a pochi passi da via Capo delle Armi, quartiere di case occupate dove il piccolo vive. Negli anni Novanta il rione delle case Gescal conta circa duecento famiglie di occupanti abusivi, tutte stipate in appartamentini di pochi metri quadrati. Per la famiglia Fronteddu quei metri sono 35: ci vivono in 11, Vincenzo, pescatore sessantenne trapiantato a Ostia dalle campagne di Nuoro, sua moglie Bruna, casalinga e i 9 figli.

Il compagno di ‘giochi’

Danilo Fronteddu, 11 anni è uno dei figli più piccoli e anche il compagno di giochi del piccolo Simeone, il bimbo scomparso, che invece di anni ne aveva compiuti 8 quando il suo corpo viene trovato martoriato nella capanna dei bambini, sotto le assi di legno con cui gli avevano sfondato lo sterno. La sua morte fa impressione nelle case occupate, fa male anche agli animi induriti dal degrado e dalla miseria, ma ancora più male fanno le parole dell’undicenne Danilo: “L’ho ammazzato io, abbiamo litigato”, ma non gli crede nessuno, né gli inquirenti né gli occupanti.

La confessione

È chiaro che Danilo vuole coprire qualcun altro, non è difficile immaginare chi. Nel quartiere dormitorio la famiglia Fronteddu ispira un senso di inquietudine e disagio. Tutti sanno bene che accadono cose tremende tra quelle 11 persone che si fa fatica a chiamare famiglia. I sospetti cadono sui fratelli maggiori e sul padre del piccolo Danilo, ma voci terribili circolano anche sul papà di Simeone, Franco, tanto che la sua porta viene data alle fiamme.

La terribile verità

Mentre nelle palazzine si discute su chi ha fatto cosa, nelle mani del medico legale il corpicino di Simeone rivela cosa è accaduto quel 19 luglio. Il piccolo è rimasto soffocato da un rigurgito mentre veniva picchiato a bastonate nel disperato sforzo di resistere a un tentativo di violenza sessuale. Simeone subiva abusi cronici, iniziati chissà quando, probabilmente in quella stessa baracca della pedofilia, dove altri bambini venivano portati a fare ‘le porcherie’. Appena si diffondono i particolari di quella morte, si allargano le voci di quartiere secondo le quali che per poche migliaia di lire Simeone si vendeva agli adulti per comprarsi un gelato, o per contribuire al menage di miserie e disperazione, con quel padre che si guadagnava da vivere saltuariamente facendo il giardiniere a Ostia antica. Storie di ordinario degrado, sociale e umano, che ricordano i tempi di quei ‘Ragazzi di vita’ di cui Pasolini scriveva. Proprio lui, ucciso a bastonate la notte dell’Idroscalo, a 15 minuti da dove Simeone è stato massacrato.

Chi è l’orco

Il volto del colpevole non resta sconosciuto per molto. Il 20 luglio Franco Fronteddu, 60 anni, pescatore, viene arrestato con l’accusa di omicidio. Quindici giorni dopo tocca a suo figlio Claudio, 39 anni, accusato di aver agito in concorso con il padre, alla presenza di Danilo. Il bambino avrebbe assistito al martirio dell’amichetto, tenuto per le braccia dal fratello maggiore, Claudio, mentre il padre lo massacrava.

Abusi incestuosi nelle palazzine occupate

La morte di Simeone scoperchia un’altra tragedia. Ora che il padre è dietro le sbarre per l’omicidio di Simeone, i figli denunciano: “Ci ha violentati tutti”.  La figlia Elena si fa avanti e racconta anni e anni di incestuosa violenza: “Eravamo dei giocattoli per lui, ci minacciava di ucciderci se non gli avessimo lasciato fare quello che voleva”. Tutti, e nove i figli di Fronteddu, maschi e femmine, erano stati stuprati fin dalla tenera età nella stessa casa in cui viveva la loro madre.

Una tragedia annunciata

In archivio emergono diverse denunce a carico di Fronteddu, la prima, datata 1987 e presentata dal fidanzato di una delle figlie del pescatore e da quattro dei suoi figli, tutti minorenni. All’epoca non scattarono provvedimenti perché, chiamati a testimoniare, tre dei quattro ragazzi ritrattano. Nel ’96 i servizi sociali vennero allertati per presunti abusi su un altro figlio, ma la denuncia non ebbe seguito perché sul corpo del bimbo non vengono riscontrati segni di abusi. Nel frattempo la signora Bruna Fronteddu si scagliava contro i figli, li accusava di inventare menzogne e di infangare il padre perché insofferenti alla sua autorità. Le cose però non stavano così e la prova sarebbe arrivata due anni dopo. “La fine di Simeone potevamo farla noi” dirà Elena alla giornalista Franca Leosini.

Nardacci in carcere con gli assassini del figlio

L’omicidio di Simeone, nel quartiere alveare di Ostia, sembra aver sollevato il coperchio da un calderone di orrori senza fine. Il 28 settembre, due mesi dopo l’arresto dei Fronteddu, Franco Nardacci, 50 anni, padre di Simeone, finisce anche lui al Regina Coeli con la medesima accusa degli assassini di suo figlio: abusi sessuali su minori. È Rebecca, la sorella maggiore di Simeone, a farsi avanti. Accusa Nardacci di aver abusato di lei da quando frequentava la terza elementare e di aver fatto lo stesso con il povero Simeone. A Ostia la comunità delle case occupate insorge, la porta di casa Nardacci viene data alle fiamme, mentre Bruna Fronteddu è costretta a lasciare la casa per evitare il linciaggio. Nel quartiere dove i giornalisti vengo allontanati a sassate c’è chi non ci sta a farsi dare del bruto. Gli occupanti diffondono un comunicato rivolto alla stampa per chiedere rispetto per i compagni di giochi di Simeone e per la propria ‘voglia di riscatto’.

L’epilogo

Nel 2000, dopo due anni di processo, Franco Fronteddu viene condannato all’ergastolo e alla perdita della patria potestà. Non si è mai pentito per l’omicidio di Simeone, di cui continua a negare la responsabilità e neanche delle violenze inferte ai propri figli. Il pescatore dalla pelle indurita dal sole, non ha mai sentito come una colpa l’aver disposto dei corpi e delle vite dei figli come una proprietà.