Alberghi e grandi industrie più penalizzati dall’IMU secondo la Cgia

Sarà di 10 miliardi di euro il costo prodotto dall’applicazione dell’Imu sugli immobili a uso produttivo, secondo l’ultimo report diffuso dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre ed effettuato sui principali capoluoghi di provincia. Le attività più penalizzate, al netto delle deduzioni fiscali, dall’applicazione dell’Imu e della Tasi saranno gli alberghi, che andranno a pagare circa 12 mila euro, scavalcando così le grandi attività commerciali (circa 8 mila euro) e i capannoni delle grandi industrie (circa 6.500 euro). 

La riduzione dell’aliquota sulle abitazioni principali è andata così a discapito delle grandi industrie, principalmente, e delle strutture ricettive come gli alberghi: un segnale emblematico di come i sindaci dei principali Comuni, quest’anno, abbiano deciso di favorire i privati cittadini piuttosto che le industrie.

Oltre agli alberghi, alle grandi attività commerciali e ai capannoni delle grandi industrie, seguono anche i capannoni delle piccole e medie industrie, per le quali Imu e Tasi peseranno circa 4 mila euro, mentre sugli studi e sugli uffici privati l’Imu peserà circa 2 mila euro. In fondo a questa particolare classifica troviamo negozi e laboratori di artigianato, che pagheranno tra i 750 e i 1.000 euro.

Secondo il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, una mossa del governo preferibile sarebbe quella di “diminuire l’Imu a tutte le imprese, anziché abbassare l’Ires”, visto che quest’ultima manovra “interesserebbe pochissime aziende, poco più di 600 mila”. Inoltre, Zabeo afferma come il capannone sia in realtà “un bene strumentale utile a produrre valore aggiunto e creare posti di lavoro”. Per Zabeo “accanirsi fiscalmente su questo tipo di immobili non ha alcuna ragione, se non quella di fare cassa, danneggiando però l’economia reale del Paese”.

 

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