Home / economia / Bitcoin, ancora un crollo “bruciati” oltre 100 milioni di dollari: cosa sta succedendo?

Bitcoin, ancora un crollo “bruciati” oltre 100 milioni di dollari: cosa sta succedendo?

La moneta virtuale Bitcoin ha vissuto la peggiore settimana dal 2013 Con l’ennesimo crollo delle quotazioni che arrivano a scendere sotto $8000 per poi recuperare. Questo scivolone pare abbia contagiato tutte le monete virtuali che si possono acquistare dall’Ethereum al Litecoin. Il Bitcoin scivola Dunque sotto gli ottomila dollari ovvero ai minimi degli ultimi due mesi bruciando circa 100 miliardi di dollari nel giro di 24 ore sul mercato delle criptovalute. Non si ferma quindi la caduta della moneta virtuale che ad oggi è quotata 7.982 dollari con un rosso del 12% e crollano anche le altre monete rivali quali Ripple, Ether e Litecoin, che cedono il 18%. Ma quali sono effettivamente le cause che avrebbero portato al crollo delle ultime ore? Si pensa che potrebbero esserci dietro sospetti di manipolazione dei prezzi Sulla borsa delle criptovalute ma anche uno stop di Facebook alle pubblicità di criptovalute e la mossa del governo indiano che dopo Cina e Corea del sud e pare rafforzerà i controlli sulle dinamiche del comparto.

Il governo non considera le attività legate alle offerte di criptovalute e prenderà tutte le misure per eliminare tutte le operazioni che utilizzano i cripto-asset per finanziare attività illecite o come strumento di pagamento”, ha affermato il ministro delle Finanze Arun Jaitley nel discorso sul budget. Già nei giorni scorsi Cina e Corea del Sud avevano indicato di voler agire con decisione per poter bloccare le operazioni legate al settore delle criptovalute. Nel corso della mattinata di ieri il Bitcoin pare abbia toccato uno dei punti più bassi dell’ultimo anno con una flessione di oltre 12 punti percentuali e sulla giornata e il 35% negli ultimi tre mesi. Gli analisti e gli esperti finanziari pare facciano fatica a trovare davvero una spiegazione a questo precipitoso crollo.

“Il sistema delle criptovalute va regolato e le Banche centrali si stanno attrezzando per farlo, per evitare lo scoppio di bolle. La blockchain è una tecnologia e un conto è la tecnologia, un conto è l’uso che se ne fa. La tecnologia da sola non crea bolle. Tutto questo sistema dovrà essere regolato – le banche centrali si stanno attrezzando e stanno valutando se emetterne (di criptovalute ndr) – in modo da evitare bolle, che poi esplodono e fanno danni”,  ha detto il Ministro Padoan, intervenendo a un convegno organizzato da Enel Foundation e Aifi parlando nei giorni scorsi di necessità regolatoria.

Dombrovskis ha annunciato che la Commissione Ue aprirà molto presto un tavolo con tutte le parti interessate per fare il punto sulle criptovalute e prendere nel più breve tempo possibile, delle decisioni. Al momento tra le priorità ci sarebbe la difesa dei consumatori ma anche l’attenzione dell’esecutivo Ue che potrebbe allargarsi alla vigilanza sui comportamenti illegali.

«La bolla speculativa delle criptovalute è scoppiata», dice l’analista finanziario Yeol-Mai Kim all’Eugene Invest- ment&Securities di Seul.

E l’economista Nouriel Roubini, intervistato da Bloomberg Tv: «Si sta finalmente schiantando la madre di tutte le bolle, le criptovalute sono una truffa». È un fiorire di scenari nerofumo adesso che la caduta dei nuovi talismani della speculazione finanziaria comincia a farsi sentire. Domina il sell off, la svendita, in un fine settimana di prese di beneficio per le Borse dopo un gennaio roseo, con i 5 giorni peggiori degli ultimi due anni a Wall Street che chiude in calo del 2,55% sui timori di una accelerazione sul rialzo dei tassi. Il Bitcoin, che rappresenta una quota importante del mercato delle criptovalute (in tutto sono 1.300), è sceso per la prima volta sotto 8 mila dollari dal 24 novembre, prima di una leggera risalita: 8.417 dollari, ma resta pur sempre il -43,4% in un mese e il -25% nell’ultima settimana. Dal picco di dicembre poco sotto 20 mila dollari, Bitcoin ha perso il 60%. Ethereum e Rip- ple, seconda e terza valute virtuali, ieri hanno perso attorno al 20%. Nelle ultime 24 ore in questo mercato sono stati bruciati (figurativamente) 100 miliardi di dollari. Nell’ultima settimana la perdita è stata di 400 miliardi di dollari.

Il motivo è sempre lo stesso: si teme che le autorità monetaria e governative stringano le corde, procedano verso una regolazione spinta. Questa volta sono state le parole del ministro delle Finanze indiane Arun Jaitley a nutrire le vendite. Ha spiegato che il governo «non considera le criptovalute una moneta legale» e che «adotterà le misure per eliminare questa moneta legata a finanziamenti di attività illegali o come sistema di pagamento». Gli avvisi indiani si affiancano a identici avvisi di vari governi: Corea del Sud, Cina, Stati Uniti, Giappone. Facebook ha appena bandito la pubblicità di criptovalute. Negli Usa sono sotto tiro la piattaforma Bitfinex, sospettata di manipolare i prezzi, e in particolare le emissioni della valuta digitale Tether il cui valore è legato al dollaro (ne circolano per 2,2 miliardi con copertura dubbia).

A Tokyo le autorità hanno spazzolato gli uffici della piattaforma online Coincheck responsabile di una perdita di oltre 530 milioni di euro in valuta digitale dovuta a un’azione di pirateria informatica. Lo stop alle contrattazioni ha fatto crollare il valore della criptomoneta Nem del 20% con grande scorno dei 260 mila “clienti”. Di qui l’annuncio del viceministro dell’Economia Masatsugu Akasawa: alla prossima riunione del G20, a marzo in Argentina, sarà sul tavolo una stretta regolamentare. Intanto la Commissione Ue sta organizzando un “tavolo” europeo con governi, banche centrali, autorità di vigilanza finanziaria.

Non avendo ancora le idee chiare su come procedere, si punta l’attenzione sulla difesa dei consumatori. Si pensa di avere tempo, dato che il peso di mercato delle transazioni sulle criptovalute è ancora marginale. Non si temono, pare, rischi di destabilizzazione finanziaria più generale. Però la sensazione è che ci si avvicini alla zona di allarme. Il premio Nobel Paul Krugman dice che finirà come con i bulbi di tulipano nel 1635: due anni dopo i prezzi crollarono. Bitcoin «è una bolla colossale che finirà in tragedia», con la differenza che «è una bolla avvolta in un tecno-misticismo, è una setta, i cui iniziati coltivano fantasie paranoiche su governi cattivi che rubano i loro soldi».

BITCOIN: UNA BOLLA PRONTA ALLO SCOPPIO?

Negli ultimi mesi stiamo assistendo al vertiginoso rialzo delle quotazioni del bitcoin, una valuta virtuale la cui quotazione ha recentemente superato il valore di 15mila dollari quando solo un anno fa valeva circa 750 dollari. Tuttavia, nonostante l’enorme popolarità raggiunta in seguito al suo clamoroso apprezzamento, ad oggi circa il 99% degli investitori o potenziali investitori ignora del tutto i processi che ne regolano il funzionamento.

Il bitcoin è una valuta elettronica nata nel 2009 da un inventore la cui identità è sconosciuta (è stato utilizzato lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto). Con questa moneta virtuale è possibile acquistare beni reali da chi la accetta come denaro o convertirla in valuta corrente ricorrendo alle piattaforme online che svolgono questo servizio. A differenza delle valute tradizionali, il bitcoin non è regolamentato da un’autorità di controllo (banca centrale), per cui sia la creazione di nuova moneta che le transazioni commerciali vengono certificate e archiviate all’interno di una sorta di registro pubblico creato all’interno della rete informatica e suddiviso in comparti tra loro collegati (“blockchain”). Le informazioni contenute all’interno dei comparti del registro pubblico virtuale sono automaticamente protette attraverso l’utilizzo della crittografia. Per tale motivo si parla di criptovaluta.

Come si può intuire da questi primi concetti, il meccanismo di creazione e di utilizzo del bitcoin è molto complicato; di seguito ne riassumiamo alcune informazioni di base. La coniazione di nuovi bitcoin è regolata da un algoritmo all’interno del sistema informatico e terminerà nel 2040 quando sarà raggiunto il totale di 21 milioni di unità. Ad oggi sono stati emessi circa 16 milioni di bitcoin, ovvero il 76% del totale. Per diventare proprietari di bitcoin occorre necessariamente disporre di un computer e scaricare un programma (“client”) attraverso cui viene creato un portafoglio virtuale (“wallet”), grazie al quale sarà possibile ricevere, custodire e spendere la moneta. Il “wallet” è identicato sul computer da un codice alfanumerico di 34 caratteri che non può mai essere smarrito, altrimenti tutti i bitcoin contenuti nel portafoglio andrebbero persi per sempre scomparendo dalla rete.

Quanto al reperimento delle monete (il “mining”), si tratta di un meccanismo altrettanto complicato: la prima cosa da fare è unirsi tramite internet a una specie di consorzio, detto “pool”, all’interno del quale ciascun membro cede e condivide con gli altri una parte delle risorse di calcolo del proprio computer per eseguire dei calcoli estremamente complessi (che da solo un PC non sarebbe in grado di svolgere) per risolvere delle crittografia e che servono a certificare la generazione e il trasferimento di proprietà dei bitcoin. Provando a semplificare (impresa davvero ardua), poiché si tratta di una valuta virtuale non soggetta ad alcuna legge o regolamentazione, per certificare la veridicità delle transazioni, ovvero il definitivo passaggio di proprietà della moneta da un soggetto a un altro, occorre garantire un livello di sicurezza informatica elevatissimo; a tal fine, per chiudere una transazione vengono create due chiavi personali crittografate (una dell’acquirente e una del venditore) e perché ci sia una compravendita è necessario che le chiavi e gli indirizzi delle due controparti si “riconoscano”.

La certificazione definitiva avviene attraverso un sistema di consenso collettivo, dove la capacità cumulata di calcolo di più PC che intervengono contemporaneamente permette di decriptare i codici delle chiavi che identificano ciascuna transazione. Tutte le operazioni di compravendita avvengono quindi esclusivamente tra utenti appartenenti a questo micro universo informatico e in genere la procedura di conferma sopra descritta, chiamata estrazione dei dati, dura circa dieci minuti. Il processo si conclude quando le transazioni eseguite vengono impacchettate e archiviate secondo un rigido ordine cronologico all’interno di un blocco virtuale (“blockchain”) che, di fatto, attesta che l’intera procedura sia andata a buon fine e che il denaro transitato sia stato effettivamente posseduto prima e depositato dopo. Questa breve disamina sul complesso funzionamento del bitcoin è utile per comprendere la logica che ha portato alla creazione delle criptovalute (ne esistono altre meno famose in circolazione).

Dopo la grande crisi americana dei mutui subprime del 2008, culminata con il fallimento di Lehman Brothers, è nata l’idea di creare una valuta digitale che permettesse ai cittadini di tutto il mondo di scambiare beni e servizi senza l’intermediazione delle banche. I vantaggi di un tale meccanismo sono numerosi: non occorre alcun prerequisito per utilizzare i bitcoin, in quanto qualsiasi persona può iscriversi tramite il proprio computer al sistema digitale di pagamento senza alcuna restrizione e senza sostenere alcun costo (a differenza dell’apertura di un conto corrente); le monete possono essere utilizzate in tutto il mondo senza costi di transazione (non c’è bisogno di alcun intermediario creditizio) e il trasferimento avviene praticamente in tempo reale a prescindere dalla distanza geografica tra compratore e venditore; è possibile inviare e ricevere qualsiasi somma di denaro virtuale senza alcun limite.

L’attuale vuoto legislativo in materia lascia aperte alcune questioni molto delicate: ad esempio, il complesso meccanismo che regola le transazioni consente di proteggere in modo quasi totale l’anonimato per cui sotto il profilo fiscale, poiché il bitcoin non è una valuta ufficiale, è lasciata alla responsabilità dell’utente pagare le imposte sui guadagni realizzati tramite l’utilizzo della moneta virtuale e rispettare le norme imposte dal proprio governo. Dietro i vantaggi sopra descritti si nascondono rischi enormi. Innanzitutto, il presupposto fondamentale perché una valuta sia utilizzata è la stabilità delle sue quotazioni; in parole semplici, occorre che ci sia una relazione il più possibile stabile tra mezzo di pagamento ed economia reale. Ad esempio, se un individuo viene remunerato dal proprio datore di lavoro in una determinata valuta (euro, dollaro, ecc.), è fondamentale che sia in grado di programmare con ragionevole certezza un piano di spese necessario a soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia. Tale pianificazione è legata  alla stabilità del potere di acquisto della valuta con la quale si è pagati e con la quale si effettuano le proprie spese. Il bitcoin si è apprezzato del 2000% circa negli ultimi dodici mesi e del 3400% circa negli ultimi due anni, per cui non può assolutamente essere assimilato a una valuta, ma al contrario è agli antipodi del concetto di valuta, perché sta provocando un ingente trasferimento di ricchezza a vantaggio di pochi soggetti alterando le regole basilari su cui è fondato lo scambio di beni e servizi dietro pagamento di un prezzo.

Ciò che giustifica le oscillazioni (anche ampie) di una qualsiasi attività finanziaria è che essa esista nel mondo reale e, cosa ancor più importante, che abbia un valore intrinseco o contabile di riferimento. È dunque possibile attribuire un prezzo e quindi acquistare o vendere azioni, obbligazioni e materie prime perché innanzitutto esistono nel mondo reale anche se, grazie all’avvento della tecnologia, sono in gran parte espresse in formato elettronico. Se da un lato è in parte criticabile il comportamento dei governi, delle banche centrali e delle banche su come hanno gestito il monopolio sui mezzi per regolare le transazioni, è altrettanto vero che non si può prescindere dalla presenza di un ente regolatore che vigili sulla stabilità dei tassi di cambio e sulla trasparenza dei pagamenti. Il progresso tecnologico ha già favorito lo sviluppo di numerosi servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro via internet, ma dietro l’innovazione sono sempre state tutelate la sicurezza e la stabilità del potere di acquisto degli utenti. Poiché il bitcoin non è sottoposto ad alcuna normativa antiriciclaggio e, come rilevato, il complesso meccanismo di compravendita sopra descritto rende di fatto più facile nascondere l’identità di chi effettua le transazioni, esiste un concreto rischio sull’utilizzo di questa moneta virtuale come mezzo di pagamento nelle mani della criminalità per finanziare traffici illeciti e per “ripulire” ingenti quantità di denaro.

Il bitcoin, non essendo un bene produttivo di valore, oltre a non essere assimilabile a una valuta non può neanche rappresentare un investimento tangibile, poiché di fatto non genera guadagni e non paga alcun dividendo. In compenso, le fluttuazioni record del prezzo alle quali stiamo assistendo negli ultimi mesi rappresentano il terreno ideale per gli affari dei titolari di piattaforme di trading (a volte illegali) che stanno beneficiando dell’ondata speculativa che si è riversata su questo strumento, perché gli individui che comprano bitcoin stanno scommettendo che il suo prezzo continuerà a salire senza porsi alcuna altra domanda in merito. Questa corsa all’acquisto sarà ulteriormente favorita dal fatto che due delle principali piattaforme mondiali di strumenti derivati hanno appena ottenuto il via libera dall’autorità di vigilanza americana per mettere in quotazione i future sul prezzo del bitcoin. La data dello storico avvio delle contrattazioni è il 10 dicembre 2017, anche se le grandi banche d’affari (proprietarie delle principali piattaforme di future) hanno inviato una lettera alla commissione di vigilanza sui contratti derivati nella quale chiedono di bloccare il provvedimento autorizzativo con la motivazione che, a loro parere, non sono stati adeguatamente esaminati i rischi potenziali di questi nuovi prodotti. Come dice Warren Buffett, “La gente si esalta con grandi movimenti di prezzo e Wall Street la soddisfa”. L’impressionante ascesa del prezzo del bitcoin e il fatto che la quasi totalità degli investitori/speculatori ignori il significato di “criptovaluta” rappresentano due forti indizi per affermare che siamo in presenza di una bolla speculativa destinata prima o poi a scoppiare.

Una bolla si verifica quando gli speculatori notano il rapido aumento di uno o più strumenti  finanziari e decidono di comprare in previsione di ulteriori rialzi piuttosto che ragionare sul reale rapporto tra valore e prezzo. Il termine può essere utilizzato con certezza solo a posteriori, poiché quando la bolla scoppia i prezzi cadono drammaticamente e molti investitori, come si dice in gergo, “restano con il cerino in mano”. L’ultimo esempio eclatante di bolla speculativa è riferibile al boom dei prezzi che coinvolse tra il 1998 e il 2000 numerose società americane operanti nel settore tecnologico che provocò un apprezzamento dell’indice NASDAQ del 260% circa in poco più di due anni. Lo scoppio della bolla si manifestò tra il 2000 e il 2001 e portò al fallimento di numerose società. Le vittime delle bolle speculative sono tipicamente i piccoli risparmiatori che, spinti dall’idea del facile guadagno e dall’onda mediatica di notizie che pongono in risalto l’ascesa dei prezzi dei titoli, cadono nella trappola generata dal clima di euforia decidendo di scommettere sul rialzo perpetuo delle quotazioni e ignorando il reale valore di ciò che acquistano. Molti ricordano ancora la folla di persone che, negli anni della “bolla internet”, si formava per strada davanti ai terminali delle banche che mostravano le quotazioni giornaliere delle aziende del settore tecnologico con prezzi che venivano ripetutamente sospesi per eccesso di rialzo. Dopo qualche mese le quotazioni di molti di quei titoli si sono azzerate o avvicinate allo zero. La recente vertiginosa ascesa del prezzo del bitcoin e il clima di euforia che ruota in questi giorni intorno al tema delle criptovalute ricordano molto da vicino gli eventi appena descritti; basti pensare che il controvalore complessivo delle principali criptovalute ha toccato lo scorso 7 dicembre il livello di 500 miliardi di dollari, una cifra pari a un terzo del prodotto interno lordo italiano.

Il bitcoin è una tipologia di moneta “virtuale”, o meglio “criptovaluta”, utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria.
La circolazione dei bitcoin, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge.

Si tratta, pertanto, di sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.
Le criptovalute, inoltre, hanno due ulteriori fondamentali caratteristiche.
In primo luogo, non hanno natura fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico bensì su dispositivi elettronici (ad esempio smartphone), nei quali vengono conservate in “portafogli elettronici” (cd. wallet) e sono pertanto liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento, senza bisogno dell’intervento di terzi.
In secondo luogo, i bitcoin vengono emessi e funzionano grazie a dei codici crittografici e a dei complessi calcoli algoritmici.
In sostanza, i bitcoin vengono generati grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining (letteralmente “estrazione”) e i soggetti che creano e sviluppano tali algoritmi sono detti miner.
Lo scambio dei predetti codici criptati tra gli utenti (user), operatori sia economici che privati, avviene per mezzo di una applicazione software. Per utilizzare i bitcoin, gli utenti devono entrarne in possesso:
– acquistandoli da altri soggetti in cambio di valuta legale;
– accettandoli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi.
Gli user utilizzano le monete virtuali, in alterativa alle valute tradizionali principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme on line che consentono lo scambio di bitcoin con altre valute tradizionali sulla base del relativo tasso cambio (ad esempio, è possibile scambiare bitcoin con euro al tasso BTC/EURO).

[irp]Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa.
La Società, pertanto, non è tenuta ad alcun adempimento come sostituto d’imposta.
Resta inteso, che l’Amministrazione Finanziaria ha facoltà, in sede di controllo, di acquisire le liste della clientela al fine di porre in essere le opportune verifiche anche a seguito di richieste da parte della Autorità giudiziaria.
Da ultimo, si ritiene che la Società istante, intenzionata ad esercitare professionalmente l’attività di negoziazione a pronti di valuta, sia assimilabile ai soggetti di cui all’articolo 11, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.
Pertanto, l’istante sarà tenuta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione nonché di segnalazione ai sensi del medesimo decreto legislativo n. 231 del 2007.
Le Direzioni regionali vigileranno affinché i principi enunciati e le istruzioni fornite con la presente risoluzione vengano puntualmente osservati dalle Direzioni provinciali e dagli Uffici dipendenti.

E nata un giorno del 2008 e da allora ha fatto sempre più spesso parlare di sé. La creazione della moneta digitale, o meglio del protocollo informatico che la rende possibile, è merito di un misterioso inventore, o gruppo di inventori, che si cela sotto il nome di Satoshi Nakamoto. Nonostante la stampa internazionale sia impegnata a scoprirne l’identità, nell’illusione che sapere in più su di lui contribuirà a rendere meno oscura anche la sua creatura, chi sia veramente Nakamoto ha ben poca importanza. Quel che conta è che abbia dato vita a qualcosa che potrebbe cambiare in maniera radicale il modo in cui compriamo e vendiamo merci e ci scambiamo valori sia dentro che fuori la rete.

Senza banche
Non esiste un ente che li emette, né un organismo di controllo centrale, e probabilmente proprio a questa sua vocazione anarchica Bitcoin deve la sua popolarità online. I bitcoin si coniano in rete e a farlo sono persone o gruppi dotati di computer abbastanza potenti per essere in grado di risolvere un problema matematico che, per volere del suo inventore, diventa più complicato man mano che passa il tempo. Questi miner che in inglese vuol dire minatori, a sottolineare che il loro lavoro è simile a quello di chi scava per trovare preziosi in una miniera, ogni volta che risolvono il calcolo ottengono in pagamento dei bit- coin (attualmente 25 ogni volta). Tutti questi calcoli non sono fini a se stessi, ma servono per certificare la legittimità delle transazioni.
Offerta fissa
L’algoritmo alla base di Bitcoin regola la velocità alla quale ogni calcolo di validazione deve essere fatto e quindi il ritmo di produzione della moneta digitale. Man mano che sempre più computer si uniscono alla rete di miner, il calcolo diviene più complesso, per mantenere costante il flusso di produzione e anche il tempo necessario a confermare ogni operazione: circa 10 minuti. Si sa
anche già che il numero massimo di bitcoin prodotti sarà 21 milioni. Raggiunta questa cifra (si calcola intorno al 2140), non sarà più possibile produrne di nuovi. Fino a oggi ne sono stati coniati 12 milioni e mezzo.
Come procurarseli
A parte il mining, che è fuori portata per la maggior parte degli utenti, perché richiede computer molto potenti in funzione 24 ore su 24, esistono altri modi per ottenere bitcoin. Fornire un servizio o un prodotto e farsi pagare in bitcoin. Oppure iscriversi a un exchange (un cambiavalute) e cambiare euro in bitcoin, stando attenti però a non investire mai nella moneta più di quanto si sia disposti a perdere, visto che il valore è almeno per ora estremamente volatile. O, ancora, si possono scambiare bitcoin direttamente con chi è disposto a venderli. Basta andare su www.localbitcoins. com, specificando se si vuole comprare o vendere, si fissa il prezzo e se si trova un utente interessato,
10 si incontra di persona. Chi compra dà il contante, chi vende carica i bitcoin nel portafoglio digitale del compratore, posto di solito sul telefonino. Infine, ci sono i bancomat: al momento in cui scriviamo ce ne sono circa cinquanta in tutto
11 mondo, di cui uno in Italia (su www.bitcoinatmmap.com la mappa completa). Si possono inserire euro e farsi caricare sul portafogli digitale i bitcoin corrispondenti.
R che serve?
Sembra tutto troppo cervellotico? In realtà Bitcoin serve a soddisfare diverse esigenze. In primis, è un modo per usare una monetaelettronica, con tutti i benefici in termini di globalità e comodità dei pagamenti fatti, per esempio, con carta di credito, ma senza la necessità di passare tramite intermediari, che su ogni operazione intascano sostanziose commissioni. Per il momento mandare soldi in bitcoin dall’altro capo del mondo ha costi molto inferiori a quelli richiesti da servizi specializzati come Visa e MoneyGram.
L’altro lato della moneta
Proprio come con il contante, però, non c’è bisogno di conoscere l’identità di chi spende e di chi incassa, il che garantisce la privacy di entrambi. Una privacy che però fa gola anche a chi fa affari sporchi. La chiusura del sito Silk Road, lo scorso anno, è arrivata alla fine di un’indagine che ha fatto emergere una compravendita online di
droghe e altre sostanze illecite pagate in bitcoin “sonanti”. Per alcuni è la dimostrazione che la criptomoneta è lo strumento ideale per il crimine; altri notano che gli affari illeciti ci sono sempre stati e si facevano in contanti. Un altro problema di Bitcoin, almeno per ora, è l’estrema volatilità della sua quotazione. Il valore è stabilito di volta in volta sulla base di domanda e offerta, ma basta una brutta notizia, come la chiusura per bancarotta di Mt Gox, l’exchange più popolare, per far crollare la quotazione. E se un paese come la Cina decidesse di mettere un freno alle transazioni nella moneta digitale, il suo valore potrebbe dimezzarsi- nel giro di un giorno. La moneta, però, può anche rapidamente acquisire valore, facendo felici chi ne ha tanti in portafoglio.
Ma chi se la sente di rischiare?

[irp]Come funziona
Il funzionamento del Bitcoin può essere illustrato partendo dalla struttura delle transazioni. I Bitcoin non vengono depositati in banca, ma ogni utente conserva i propri Bitcoin – che può ottenere acquistandoli da altri utenti o sulle piattaforme di scambio, vendendo beni e servizi reali o digitali in cambio di BTC, o ottenendoli in ricompensa per aver convalidato altre transazioni nel network – all’interno di portafogli digitali installati su uno o più computer o affidati a terzi. La tecnologia del Bitcoin non prevede un server centrale, perché basata sul concetto di data-base distribuito consentendo ai nodi della rete di interagire tramite un indirizzo pubblico per trasferire o ricevere BTC e, nello stesso tempo, di condividerne i dati relativi alle transazioni.

Le transazioni avvengono con trasferimento di valuta digitale utilizzando chiavi crittografiche. Ogni utente può creare più indirizzi, ogni indirizzo ha un bilancio indipendente e una coppia di chiavi di sicurezza. Una chiave pubblica per inviare e ricevere i pagamenti e una privata per autorizzare pagamenti in uscita, posseduta solo dal proprietario. Essendo in una rete peer-to-peer, tutti i nodi ricevono tutte le transazioni del sistema. Trasferire Bitcoin da un utente all’altro è quindi estremamente semplice: è necessario digitare la chiave pubblica dell’utente a cui si vuole trasferire il denaro virtuale, indicare la somma da trasferire e in pochi minuti la transazione è completa.

A questo punto, però, la transazione va verificata e convalidata, per evitare che un utente possa spendere due volte la stessa moneta. L’intuizione alla base del Bitcoin sta nell’aver risolto questo doublé spending problem senza affidare il compito a terze parti. Il double spending problem è un problema classico nei pagamenti online: il denaro digitale non ha una sua fisicità, è un file, una stringa di cifre e numeri contenuta in un dispositivo di memoria che può essere duplicata come qualsiasi altro file. Come impedire, quindi, che la stessa moneta venga spesa più volte? Una soluzione comune è quella di affidarsi ad un’autorità centrale, che controlli ogni transazione per contrastare ogni tentativo di double spending (Nakamoto, 2008). È questa la soluzione adottata, ad esempio, dal Linden Dollar e da quasi tutti gli altri sistemi di pagamento virtuale. In questo modo, però, il destino dell’intera economia dipende dalla società che gestisce la zecca (Nakamoto, 2008). Nel sistema ideato da Nakamoto, però, non ci sono né server centrali né altri tipi di intermediari a controllare la validità delle transazioni.

Il Bitcoin è interamente decentralizzato e affida agli user stessi questo controllo, riducendo i costi di transazione, proteggendo la sicurezza e la privacy degli utenti apparentemente meglio di qualunque altro sistema.
La verifica delle transazioni è quindi affidata ad alcuni nodi del network. Cioè ad alcuni utenti che, per il lavoro che svolgono, sono chiamati miner, e offrono la potenza computazionale dei loro computer al network per convalidare i pagamenti. Tutte le transazioni degli ultimi dieci minuti sono trasmesse ai miner, che le riassemblano all’interno di un file detto block.
Allo scopo di garantire l’autenticità dei blocchi, il sistema integra un protocollo crittografico noto come proof-of-work. Questo sistema trae ispirazione dall’Hashcash di Adam Back (Nakamoto, 2008) e rende artificialmente difficile la convalida di un blocco, costringendo i computer dei miner a risolvere un problema matematico che gli consenta di validare quel blocco. Il nodo che trova la soluzione per primo, trasmette il blocco agli altri miner che verificano la conformità delle transazioni contenute in quel blocco.

La difficoltà di questo problema si modifica automaticamente ogni 2016 blocchi risolti, allo scopo di mantenere il tempo di generazione per ogni blocco a 10 minuti, e, anche se essa può diminuire, fino ad adesso non ha cessato di crescere (Bitcoin Difficulty Chart, Coinbase). La difficoltà è aumentata così tanto che, se nel 2009 poteva bastare un computer di fascia media per risolvere il proof-of-work, è ora necessario hardware dedicato: ingombranti e rumorosi computer ad altissimo dispendio energetico, grandi come armadi, sono ora impiegati nel mining (Maurer et al., 2013)
Una volta che un nodo del network ha risolto un blocco esso lo invia a tutti gli altri nodi, che controllano la sua validità, confrontando i dati ricevuti con la loro storia delle transazioni, e la esprimono lavorando al blocco successivo. Ogni blocco convalidato viene poi inserito all’interno del blockchain, una catena di blocchi che contiene tutte le transazioni all’interno del network, dal Genesis Block creato da Nakamoto stesso fino all’ultimo blocco. Il blockchain è pubblico: tutte le transazioni effettuate in Bitcoin possono essere visionate da chiunque, ma gli indirizzi non sono collegati agli utenti, il cui anonimato è tutelato. Inoltre, il miner che ha generato il blocco riceve un payout in Bitcoin. Non solo questo è l’unico modo in cui nuovi Bitcoin sono creati, ma questo payout è destinato a ridursi nel corso del tempo – per il momento è fissato a 25 bitcoin – finché il numero di BTC emessi avrà raggiunto la cifra totale di 21 milioni – all’incirca nel 2040 (ECB, 2012).
In pratica, il proof-of-work rende la verifica dei blocchi simile ad una lotteria: più potenza computazionale un nodo possiede, più è alta la probabilità che esso generi un nuovo blocco. Questo sistema ha una doppia funzione. Innanzitutto, conferisce un valore intrinseco al Bitcoin, dato che risolvere quel problema comporta anche dei costi non irrilevanti di elettricità ed hardware. Inoltre, impedisce che un utente cerchi di spendere due volte la stessa moneta: per avere ragione su tutti gli altri nodi, il nodo che cerca di barare dovrebbe proporre una storico di transazioni diverso e dovrebbe possedere il 51% della potenza computazionale del network per superare tutti gli altri nodi ma, in tale ipotesi, avrebbe più convenienza a collaborare e ottenere Bitcoin tramite il mining piuttosto che defezionare.

Le basi
Anche se il documento di Satoshi Nakamoto del 2008 viene spesso considerato come l’atto fondante del Bitcoin, va osservato che questa moneta digitale non sarebbe potuta nascere senza certe sottostanti innovazioni tecnologiche – in particolare nel campo della crittografia – e senza l’impulso del pensiero economico della scuola austriaca. Anche le contingenze storiche sono state molto importanti, e in particolare la crisi finanziaria del 2008 ha giocato un ruolo non secondario nell’estendere l’impatto mediatico e culturale del Bitcoin.
Innanzitutto, l’esistenza del Bitcoin stesso dipende da determinati presupposti di natura tecnologica, senza i quali questa moneta stessa non potrebbe esistere. È una valuta figlia del terzo millennio: la diffusione sempre più capillare dell’internet e la proliferazione di comunità virtuali hanno portato alla luce nuove idee, nuove necessità. Senza internet, non solo un’idea come quella dietro al Bitcoin non sarebbe mai potuta essere concepita, ma, soprattutto, il Bitcoin non avrebbe alcun utilizzo. L’enorme successo che il Bitcoin ha avuto negli ultimi anni è indicativo di come queste tecnologie facciano inevitabilmente parte della nostre vite: in un mondo in cui il rapporto con internet e la tecnologia è sempre più simbiotico, l’esistenza di una moneta che si produce e si scambia nella rete non può non sembrare che uno sviluppo necessario e naturale di questo processo.

Ma perchè si continua a parlare così con insistenza di Bitcoin e criptovalute nell’ultimo periodo?

La criptovaluta toglie come detto alle banche centrali degli stati la possibilità di regolare l’offerta monetaria per questo motivo gli amministratori delle grandi banche mondiali guardano con molto disprezzo (a volte soprattutto all’inizio anche con molta superficialità) BitCoin e criptovalute. Le demonizzano come uno strumento di illegalità destinato a sgonfiarsi e morire in breve tempo.

In realtà, invece, la diffusione di Bitcoin e criptovalute è in costante aumento, gli investimenti sono ad oggi tutti molto rilevanti, anche se sulla convenienza occorre un approfondimento, con una crescita dei numeri complessivi che non sembra arrestarsi e che comunque mantiene stabilità nel tempo.

Bitcoin e Criptovalute sono come l’oro, un bene solido protetto dall’influenza politica, dalle leggi nazionali e da ogni proibizionismo.

Purtroppo a causa delle proprietà che garantiscono sicurezza e anonimato a livello mondiale, è diventato uno strumento di pagamento il mercato nero e qualsiasi attività illegale come quelle dei siti del Deepweb.

Il mondo delle criptovalute è un Far West. Si possono fare guadagni enormi o perdere tutto in un attimo. Probabilmente è l’ambiente più vicino all’idea astratta di libero mercato perché non è regolamentato, e come tale non propriamente indirizzato a cassettisti o risparmiatori prudenti. Certo che la tentazione di cavalcare l’onda può essere grande: il 26 agosto 2016 il Bitcoin valeva 578,16 dollari, venerdì 25 agosto 2017 era scambiato a 4.475,59 dollari, nuovo record di tutti i tempi. In un anno il suo valore si è moltiplicato quasi per 8. Questo è un anno storico per il Bitcoin perché il 3 marzo il suo valore ha sorpassato per la prima volta quello dell’oro (1.268 dollari contro 1.233 dollari).

Un evento che ha sdoganato la criptovaluta sui media mainstream. Tanto che in molti hanno cominciato a parlarne come di un bene rifugio. Una follia? Per dare una risposta a questa domanda bisogna capire la filosofia che sta dietro alla criptovaluta. Nel novembre 2008 un’e-mail presenta il progetto di un sistema di pagamento online peer-to-peer che non richiede il coinvolgimento di un intermediario, ovvero di un’istituzione finanziaria come una banca che certifichi la transazione. La lettera porta la firma di Satoshi Nakatomo. Chi sia costui ancora oggi non lo sa nessuno. È probabile che il nome si riferisca a un gruppo di persone di varie nazionalità.

Sono nerd, smanettoni, gente che vive inchiodata davanti a un pc ma con una coscienza politica. Si possono definire cyberpunk, gente convinta che si viva meglio senza un governo che interferisca nelle faccende? Libertari, anarchici o Sovversivi? Le definizioni sono oziose, conta quello che vogliono: i cyberpunk credono che con un’efficace privacy online e un’altrettanto efficace crittografia (una scrittura che non può essere compresa dalle persone non autorizzate a leggerla) gli individui siano in grado di proteggere se stessi e i loro interessi meglio di quanto non faccia un governo. Nel gennaio 2009 vengono emessi i primi bitcoin e avviene la prima transazione nella criptovaluta. Il momento per il lancio di una moneta alternativa non poteva essere migliore: il sistema finanziario mondiale è scosso dalla crisi iniziata nell’agosto 2007 e poi esplosa in maniera virulenta il 15 settembre 2008 con la bancarotta di Lehman Brothers. Il re è nudo, si scopre che il sistema si reggeva sui mutui subprime, ovvero prestiti per acquistare una casa concessi a chiunque, anche a nullatenenti. In quei mesi concitati le banche centrali di tutto il mondo cercano di tappare le falle, ma la fiducia nelle istituzioni finanziarie è crollata.

Le banche impacchettavano i mutui subprime con altri prodotti finanziari e li sbolognavano ad altre banche, agli investitori istituzionali e direttamente ai risparmiatori. Il mercato era intasato da titoli tossici. Di fronte a questo scenario, la Federal Reserve, la Bce, la Banca del Giappone non hanno mosso un dito prima che avvenisse il crollo. Si capisce allora che qualcuno possa avere sentito la necessità di creare una moneta svincolata da questa istituzioni. Al momento della sua nascita, però, il bitcoin era conosciuto da pochi smanettoni, molti ragazzi lo consideravano una specie di gioco. Ovviamente non la pensavano così i suoi creatori. E avevano ragione. Visto il suo successo sono nate altre criptovalute, litecoin, iota, nem dash, nero, monero, soprattutto l’ethereum, la seconda criptomoneta per capitalizzazione creata dal russo Vitalik Buterin, questo sì un nome che corrisponde a un essere in carne e ossa. Il giovanotto ha solo 23 anni ed è stato benedetto da Valdimir Putin. Attenzione, in Russia lo Stato è forte.

Viene così tradito lo spirito anarchico dei cyberpunk? Il tema è affascinante, ma attenzione: sta nascendo una tendenza che potrebbe cambiare le carte in tavola. Pochi giorni fa l’Estonia ha annunciato di stare lavorando al lancio di una sua criptovaluta, l’estcoin, con la consulenza di Buterin. Mentre il vice primo ministro russo, Igor Shuvalov, ha detto di essere a favore della creazione di un «cripto-rublo». Il lancio di criptovalute nazionali potrebbe rassicurare i risparmiatori tradizionali. A costoro, leggendo di un giapponese che probabilmente non esiste e di un ragazzotto  russo, si sarà accapponata la pelle. Ma nel mondo delle criptovalute credono (o perlomeno sono convinti che possa fruttare loro enormi guadagni) anche personaggi molto stimati e istituzionale. Basta vedere i consulenti di Xapo, la prima carta di debito che permette di usare i bitcoin per prelevare contanti dal bancomat. Quali bancomat? Tutti quelli che accettano la Visa, praticamente tutti i bancomat che stanno in Italia, quindi i bitcoin vengono automaticamente trasformati in euro. Advisor di Xapo sono Larry Summers, segretario al Tesoro Usa durante la presidenza di Bill Clinton; Dee Hock, il fondatore di Visa; John Reed, ex ceo di Citibank. Nomi che dovrebbero rassicurare anche i pensionati. Tuttavia il mondo delle criptovalute è in continuo movimento, le sorprese sono sempre in agguato.

Il 22 agosto Xapo ha annunciato che dal prossimo 15 ottobre sospenderà il servizio per tutti i detentori della loro carta di debito che vivono fuori dall’Europa. I cittadini italiani possono stare tranquilli, ma la motivazione di questa sospensione non è stata data. Si suppone che ci siano problemi di regolamentazione negli Stati Uniti. E qui si arriva al punto dolente. Un sistema crittografico inespugnabile è alla base del bitcoin. L’anonimato è quasi assicurato. Inevitabilmente la cosa ha attirato l’attenzione della malavita. Droga e armi spesso vengono pagati in bitcoin. Ci sono criminali che entrano nei sistemi informatici degli alberghi e si fanno pagare un riscatto in bitcoin per non violare i dati dei clienti. Qualcuno ha etichettato le criptovalute come i soldi della mala. Un discorso che non sta in piedi: sarebbe come dare la colpa a Mario Draghi per tutti gli euro falsi in circolazione. Resta il fatto che un bel giorno anche il Far West è stato regolamentato. E lo stesso accadrà per le criptovalute.

Nel frattempo l’investitore non sa che cosa fare. Chi compra e vende bitcoin deve pagare la tassa sul capital gain? L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la Risoluzione 72/E del 2016 in cui considera le criptovalute alla stregua di banconote estere. «Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa», dice la risoluzione, che, incredibilmente, da qualche tempo è scomparsa dalle pagine web dell’Agenzia delle Entrate. Ci sono investitori italiani che pagano comunque la tassa sul capital gain per dormire sonni tranquilli. Il vero terrore è che un giorno uno Stato decida di mettere fuori legge i bitcoin e le altre criptovalute. Avvisaglie in questo senso ci sono già state. All’inizio dell’anno la Banca centrale cinese ha deciso una stretta sulle principali borse che scambiano bitcoin in Cina per combattere la fuga di capitali. Al momento le criptovalute sono ancora un fenomeno di nicchia. La loro capitalizzazione totale è di 153,2 miliardi di dollari. Il bitcoin capitalizza 73,1 miliardi, ethereum 31,5 miliardi, bitcoin cash, nato dallo sdoppiamento dei bitcoin, 10,5 miliardi. Niente, di fronte alla capitalizzazione di Amazon, pari a 474,4 miliardi, o di Apple (815,4 miliardi)

. Insomma, le criptovalute non fanno ancora paura, non sono al momento in grado di fare ombra a dollaro, euro e alle altre monete tradizionali. Ma il loro valore sembra destinato ad aumentare esponenzialmente dopo che molti hedge fund hanno annunciato l’intenzione di investire in bitcoin e Goldman Sachs ha pubblicato un report in cui sostiene che per gli investitori istituzionali è sempre più difficile ignorare le criptovalute. Soprattutto sono i rialzi ancora possibili a fare gola. Secondo Kay Van-Petersen, l’analista di Saxo Bank che finora le ha indovinate tutte, nel giro di 10 anni il bitcoin potrà valere 100 mila dollari in quanto ha stimato che nel 2027 gli scambi di criptovalute costituiranno il 10% dei volumi di scambio delle monete tradizionali. Sempre che nel frattempo le autorità tradizionali non decidano di mettere fuori legge queste entità che non sono in grado di controllare. Intanto si stanno moltiplicando i milionari, se non miliardari, in bitcoin. E questo può spostare gli equilibri consolidati di potere, portando alla ribalta una nuova generazione di ricchi. Verranno accettati o verranno spossessati? A seconda della risposta, è consigliabile o meno investire in bitcoin.

Nonostante la mancanza di un ente o istituzione centrale che gestisca la distribuzione dei bitcoin, utilizzare e anche investire nella criptovaluta non comporta nessuna difficoltà di ordine tecnico né particolari rischi, tolti naturalmente quelli di cambio legati alle forti oscillazioni che hanno già dimostrato e ancor più potrebbero avere in futuro. La piattaforma più diffusa per conservare e utilizzare i bitcoin è coinbase (www.coinbase.com), una piattaforma tecnologica creata e gestita da una startup californiana con sede a San Francisco che annovera tra i propri finanziatori alcuni dei venture capital più influenti della Silicon Valley, tra cui Andreessen Horowitz, Union Square Ventures and Ribbit Capital. Coinbase consente di conservare, acquistare e vendere bitcoin tanto attraverso il proprio sito che tramite app per smartphone compatibili tanto con iPhone che con la miriade di dispositivi basati su Android. Per iniziare a operare con la criptovaluta è sufficiente registrarsi al servizio indicando una casella di posta elettronica valida e quindi collegare all’account una carta di credito, o anche una carta di debito o un conto corrente, che serviranno per il pagamento dei bitcoin acquistati o l’appoggio dei proventi di quelli venduti.

Necessario anche, in sede di registrazione, verificare il numero di telefono e fornire un documento di identità valido come passaporto o patente di guida. Prescrizioni che limitano molto l’effettivo anonimato delle transazioni concluse in bitcoin (vedere box a pagina 10) e legate alle normative in vigore contro i reati finanziari alle quali intermediari come Coinbase devono sottostare. La piattaforma Coinbase gestisce allo stesso modo anche le altre due criptovalute più diffuse, ovvero ether (parte della piataforma ethereum) e litecoin, fornendo anche grafici aggiornati e altri strumenti a supporto dell’investitore, oltre a strumenti per trasferire da un soggetto e un altro fondi in criptovalute. Caratteristiche simili per la piattaforma Conio, un borsellino elettronico disponibile sotto forma di app per smartphone Apple e Android che consente di acquistare, vendere, conservare e trasferire bitcoin dopo aver fornito un numero di telefono e un documento di identità valido oltre naturalmente a una carta di credito una prepagata. L’elenco dei negozi virtuali che accettano invece i bitcoin per effettuare acquisti online di bene e servizi è lunghissimo e in continua crescita e comprende brand come Microsoft (giochi su Xbox e app su Windows Store), la catena di Fast Food Subway, la piattaforma di prenotazioni turistiche Expedia e Virgin, oltre a singoli esercenti, almeno negli Stati Uniti, mentre in Italia sono ancora limitati. Anche se non è certo pensata per un uso convenzionale e fisico, non comportando neanche la necessità di un conto bancario, il bitcoin può consentire di prelevare in caso di necessità contanti in valute tradizionali come il dollaro statunitense. Xapo, piattaforma di gestione dei bitcoin simile a Coinbase, consente infatti di ottenere una vera e propria carta di debito per prelevare in tutto il mondo banconote in valuta locale presso i normali bancomat che accettano il circuito Visa, ovvero pressoché la totalità degli apparecchi.

 

Loading...