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Bitcoin in calo sotto i 12.000 dollari

A meta’ dicembre era salito al livello record di quasi 20.000 dollari. Criptovalute di nuovo in caduta sulle piattaforme online, a causa delle dichiarazioni del numero due della banca centrale cinese, che ha dichiarato guerra alla moneta virtuale ed agli scambi non regolamentati.

Il numero due della PBOC ha poi detto che le autorità dovrebbero mettere al bando la gestione centralizzata degli scambi e le società che offrono servizi correlati.

Nella giornata di oggi, il Bitcoin è sprofondato a 12.000 Dollari, perdendo il 14 per cento del proprio valore rispetto alla quotazione di chiusura registrata nella giornata di ieri. Ilvalore attuale (tarda mattinata) è di 11.972,30 dollari. Sulla frenata pesano le limitazioni agli scambi annunciate in Corea del Sud e Cina, i sue mercati di maggiore attività per le criptovalute.

E’ stata una giornata da incubo per le criptovalute, visto che tutte le principali monete elettroniche hanno registrato dei cali a doppia cifra riducendo le perdite poco oltre 12:00 di ieri. Bitcoin scivola del 13% e scende fino 11.840 dollari, ai minimi da un mese e mezzo. Ethereum ieri mattina crolla del 17%, avvicinandosi quasi alla soglia dei 1000 dollari. Alla base di questo ci sarebbe una notizia arrivata direttamente dall’estremo Oriente. Secondo quanto riferisce il vice governatore della Banca Centrale cinese, sembra che le autorità dovrebbero addirittura vietare il trading centralizzato delle criptovalute ovvero quel processo che si realizza attraverso piattaforma come coinbase o Kraken che sono i canali dove è facilmente possibile acquistare e vendere moneta elettronica.

Intanto la Corea del Sud che è uno dei mercati al mondo più attivi nel campo delle criptovalute, pare stia preparando una legge che possa evitare lo scambio di monete virtuali come il Bitcoin. Il Ministro della Giustizia ha affermato che l’utilizzo di queste monete in borsa è stata oggetto di preoccupazione da parte del governo. Questa ragione intanto questa settimana alcuni scambi di criptovalute pare siano stati interrotti prezzo la borsa di Seoul per alcune indagini con l’oggetto l’evasione fiscale. Per cinesi e coreani tra chiusura di piattaforma di Exchange è messa al bando per alcune forme di valute digitali, sta diventando davvero impossibile operare su Bitcoin e questo inevitabilmente ha avuto dei riflessi non indifferenti sul mercato.

Proprio ieri mattina il Bitcoin è sceso sotto il 10% nel più di un’ora scendendo dei livelli minimi dell’ultimo mese. Il Bitcoin è la principale criptomoneta al mondo, sembra che dopo la notizia Arrivata direttamente dall’oriente il suo valore sia sceso sotto i 14000 dollari attestandosi a 13.958,90 Dollari. Nell’ultimo anno le valute digitali come il Bitcoin hanno registrato un’impennata di valore non indifferente, ma questo ha creato delle preoccupazioni in molti esperti di mercato. “Ci sono grandi preoccupazioni per quanto riguarda le valute virtuali ed il Ministero della Giustizia sta preparando un disegno di legge per vietare il commercio di criptovalute attraverso gli scambi”, ha affermato Il Ministro della Giustizia, Park Sang-ki, nel corso di una conferenza stampa.

“Il crollo è cominciato per mancanza di acquirenti in Asia“, ha osservato Mati Greenspan, analista di eToro. “Giappone e Corea del Sud di solito dominano il mercato delle criptovalute, ma negli ultimi giorni i volumi sono caduti costantemente. Ieri mattina la somma dei volumi di questi due Paesi è scesa sotto il 30%”, ha aggiunto l’analista. Anche l’Europa si sta preparando ad una nuova stretta e pare che abbia già cominciato la Francia il cui Ministro dell’Economia, in occasione del suo discorso alle forze economiche ed ai funzionari e alla stampa ha annunciato di avere preso la decisione di istituire una commissione ad hoc per poter arginare i rischi delle popolazioni legate soprattutto ai Bitcoin.

Ogni volta che affidiamo i nostri soldi ad una banca per inviare un bonifico, pagare online con carta di credito, ritirare contanti con il bancomat o semplicemente conservarli al sicuro, le stiamo dando fiducia. Fiducia che non fallisca, che i nostri soldi siano sempre disponibili su richiesta, che non vengano confiscati in maniera arbitraria. La fiducia che accordiamo riguarda anche i nostri dati personali, che non devono essere divulgati senza il nostro consenso. Se decidessimo di non concedere questa fiducia, potremmo comunque gestire il denaro in autonomia, tramite contante, ma avremmo molti svantaggi.

Ad esempio non potremmo effettuare transazioni a distanza a costi bassi e in tempi brevi. Tutti i protocolli attuali hanno infatti la necessità di un ente terzo che garantisca la disponibilità delle parti coinvolte e verifichi la transazione. Bitcoin nasce con l’obiettivo di permettere trasferimenti di denaro che non si basino sulla fiducia in una terza parte, ed è al tempo stesso un software distribuito, un protocollo ed una valuta.

Si propone come una sorta di “contante digitale” che può essere scambiato tra gli utenti senza ricorrere ad intermediari, divenendo la prima forma di pagamento trustless. L’obiettivo viene conseguito distribuendo una copia del database delle transazioni su ogni nodo della rete. Il database, che prende il nome di blockchain, tiene traccia di tutte le transazioni avvenute nella rete dal 1 gennaio 2009. I nodi sono connessi tra loro in modalità peer-to- peer, senza la presenza di server centrali. Questo tipo di architettura permette una notevole resilienza, flessibilità e rapidità di adattamento. L’autenticità delle transazioni viene garantita da un meccanismo a firma digitale tramite chiave pubblica, garantendo che soltanto i reali possessori di una somma possano spenderla. Le transazioni vengono verificate, prima di essere immesse nella blockchain, da nodi speciali, denominati minatori. I minatori svolgono il duplice ruolo di

Il bitcoin è una tipologia di moneta “virtuale”, o meglio “criptovaluta”, utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria.
La circolazione dei bitcoin, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge.

Si tratta, pertanto, di sistema di pagamento decentralizzato, che utilizza una rete di soggetti paritari (peer to peer) non soggetto ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.
Le criptovalute, inoltre, hanno due ulteriori fondamentali caratteristiche.
In primo luogo, non hanno natura fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate non su supporto fisico bensì su dispositivi elettronici (ad esempio smartphone), nei quali vengono conservate in “portafogli elettronici” (cd. wallet) e sono pertanto liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento, senza bisogno dell’intervento di terzi.
In secondo luogo, i bitcoin vengono emessi e funzionano grazie a dei codici crittografici e a dei complessi calcoli algoritmici.
In sostanza, i bitcoin vengono generati grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining (letteralmente “estrazione”) e i soggetti che creano e sviluppano tali algoritmi sono detti miner.
Lo scambio dei predetti codici criptati tra gli utenti (user), operatori sia economici che privati, avviene per mezzo di una applicazione software. Per utilizzare i bitcoin, gli utenti devono entrarne in possesso:
– acquistandoli da altri soggetti in cambio di valuta legale;
– accettandoli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi.
Gli user utilizzano le monete virtuali, in alterativa alle valute tradizionali principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme on line che consentono lo scambio di bitcoin con altre valute tradizionali sulla base del relativo tasso cambio (ad esempio, è possibile scambiare bitcoin con euro al tasso BTC/EURO).

[irp]Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa.
La Società, pertanto, non è tenuta ad alcun adempimento come sostituto d’imposta.
Resta inteso, che l’Amministrazione Finanziaria ha facoltà, in sede di controllo, di acquisire le liste della clientela al fine di porre in essere le opportune verifiche anche a seguito di richieste da parte della Autorità giudiziaria.
Da ultimo, si ritiene che la Società istante, intenzionata ad esercitare professionalmente l’attività di negoziazione a pronti di valuta, sia assimilabile ai soggetti di cui all’articolo 11, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231.
Pertanto, l’istante sarà tenuta agli obblighi di adeguata verifica della clientela, di registrazione nonché di segnalazione ai sensi del medesimo decreto legislativo n. 231 del 2007.
Le Direzioni regionali vigileranno affinché i principi enunciati e le istruzioni fornite con la presente risoluzione vengano puntualmente osservati dalle Direzioni provinciali e dagli Uffici dipendenti.

E nata un giorno del 2008 e da allora ha fatto sempre più spesso parlare di sé. La creazione della moneta digitale, o meglio del protocollo informatico che la rende possibile, è merito di un misterioso inventore, o gruppo di inventori, che si cela sotto il nome di Satoshi Nakamoto. Nonostante la stampa internazionale sia impegnata a scoprirne l’identità, nell’illusione che sapere in più su di lui contribuirà a rendere meno oscura anche la sua creatura, chi sia veramente Nakamoto ha ben poca importanza. Quel che conta è che abbia dato vita a qualcosa che potrebbe cambiare in maniera radicale il modo in cui compriamo e vendiamo merci e ci scambiamo valori sia dentro che fuori la rete.

Senza banche
Non esiste un ente che li emette, né un organismo di controllo centrale, e probabilmente proprio a questa sua vocazione anarchica Bitcoin deve la sua popolarità online. I bitcoin si coniano in rete e a farlo sono persone o gruppi dotati di computer abbastanza potenti per essere in grado di risolvere un problema matematico che, per volere del suo inventore, diventa più complicato man mano che passa il tempo. Questi miner che in inglese vuol dire minatori, a sottolineare che il loro lavoro è simile a quello di chi scava per trovare preziosi in una miniera, ogni volta che risolvono il calcolo ottengono in pagamento dei bit- coin (attualmente 25 ogni volta). Tutti questi calcoli non sono fini a se stessi, ma servono per certificare la legittimità delle transazioni.
Offerta fissa
L’algoritmo alla base di Bitcoin regola la velocità alla quale ogni calcolo di validazione deve essere fatto e quindi il ritmo di produzione della moneta digitale. Man mano che sempre più computer si uniscono alla rete di miner, il calcolo diviene più complesso, per mantenere costante il flusso di produzione e anche il tempo necessario a confermare ogni operazione: circa 10 minuti. Si sa
anche già che il numero massimo di bitcoin prodotti sarà 21 milioni. Raggiunta questa cifra (si calcola intorno al 2140), non sarà più possibile produrne di nuovi. Fino a oggi ne sono stati coniati 12 milioni e mezzo.
Come procurarseli
A parte il mining, che è fuori portata per la maggior parte degli utenti, perché richiede computer molto potenti in funzione 24 ore su 24, esistono altri modi per ottenere bitcoin. Fornire un servizio o un prodotto e farsi pagare in bitcoin. Oppure iscriversi a un exchange (un cambiavalute) e cambiare euro in bitcoin, stando attenti però a non investire mai nella moneta più di quanto si sia disposti a perdere, visto che il valore è almeno per ora estremamente volatile. O, ancora, si possono scambiare bitcoin direttamente con chi è disposto a venderli. Basta andare su www.localbitcoins. com, specificando se si vuole comprare o vendere, si fissa il prezzo e se si trova un utente interessato,
10 si incontra di persona. Chi compra dà il contante, chi vende carica i bitcoin nel portafoglio digitale del compratore, posto di solito sul telefonino. Infine, ci sono i bancomat: al momento in cui scriviamo ce ne sono circa cinquanta in tutto
11 mondo, di cui uno in Italia (su www.bitcoinatmmap.com la mappa completa). Si possono inserire euro e farsi caricare sul portafogli digitale i bitcoin corrispondenti.
R che serve?
Sembra tutto troppo cervellotico? In realtà Bitcoin serve a soddisfare diverse esigenze. In primis, è un modo per usare una monetaelettronica, con tutti i benefici in termini di globalità e comodità dei pagamenti fatti, per esempio, con carta di credito, ma senza la necessità di passare tramite intermediari, che su ogni operazione intascano sostanziose commissioni. Per il momento mandare soldi in bitcoin dall’altro capo del mondo ha costi molto inferiori a quelli richiesti da servizi specializzati come Visa e MoneyGram.
L’altro lato della moneta
Proprio come con il contante, però, non c’è bisogno di conoscere l’identità di chi spende e di chi incassa, il che garantisce la privacy di entrambi. Una privacy che però fa gola anche a chi fa affari sporchi. La chiusura del sito Silk Road, lo scorso anno, è arrivata alla fine di un’indagine che ha fatto emergere una compravendita online di
droghe e altre sostanze illecite pagate in bitcoin “sonanti”. Per alcuni è la dimostrazione che la criptomoneta è lo strumento ideale per il crimine; altri notano che gli affari illeciti ci sono sempre stati e si facevano in contanti. Un altro problema di Bitcoin, almeno per ora, è l’estrema volatilità della sua quotazione. Il valore è stabilito di volta in volta sulla base di domanda e offerta, ma basta una brutta notizia, come la chiusura per bancarotta di Mt Gox, l’exchange più popolare, per far crollare la quotazione. E se un paese come la Cina decidesse di mettere un freno alle transazioni nella moneta digitale, il suo valore potrebbe dimezzarsi- nel giro di un giorno. La moneta, però, può anche rapidamente acquisire valore, facendo felici chi ne ha tanti in portafoglio.
Ma chi se la sente di rischiare?

Come funziona
Il funzionamento del Bitcoin può essere illustrato partendo dalla struttura delle transazioni. I Bitcoin non vengono depositati in banca, ma ogni utente conserva i propri Bitcoin – che può ottenere acquistandoli da altri utenti o sulle piattaforme di scambio, vendendo beni e servizi reali o digitali in cambio di BTC, o ottenendoli in ricompensa per aver convalidato altre transazioni nel network – all’interno di portafogli digitali installati su uno o più computer o affidati a terzi. La tecnologia del Bitcoin non prevede un server centrale, perché basata sul concetto di data-base distribuito consentendo ai nodi della rete di interagire tramite un indirizzo pubblico per trasferire o ricevere BTC e, nello stesso tempo, di condividerne i dati relativi alle transazioni.

Le transazioni avvengono con trasferimento di valuta digitale utilizzando chiavi crittografiche. Ogni utente può creare più indirizzi, ogni indirizzo ha un bilancio indipendente e una coppia di chiavi di sicurezza. Una chiave pubblica per inviare e ricevere i pagamenti e una privata per autorizzare pagamenti in uscita, posseduta solo dal proprietario. Essendo in una rete peer-to-peer, tutti i nodi ricevono tutte le transazioni del sistema. Trasferire Bitcoin da un utente all’altro è quindi estremamente semplice: è necessario digitare la chiave pubblica dell’utente a cui si vuole trasferire il denaro virtuale, indicare la somma da trasferire e in pochi minuti la transazione è completa.

A questo punto, però, la transazione va verificata e convalidata, per evitare che un utente possa spendere due volte la stessa moneta. L’intuizione alla base del Bitcoin sta nell’aver risolto questo doublé spending problem senza affidare il compito a terze parti. Il double spending problem è un problema classico nei pagamenti online: il denaro digitale non ha una sua fisicità, è un file, una stringa di cifre e numeri contenuta in un dispositivo di memoria che può essere duplicata come qualsiasi altro file. Come impedire, quindi, che la stessa moneta venga spesa più volte? Una soluzione comune è quella di affidarsi ad un’autorità centrale, che controlli ogni transazione per contrastare ogni tentativo di double spending (Nakamoto, 2008). È questa la soluzione adottata, ad esempio, dal Linden Dollar e da quasi tutti gli altri sistemi di pagamento virtuale. In questo modo, però, il destino dell’intera economia dipende dalla società che gestisce la zecca (Nakamoto, 2008). Nel sistema ideato da Nakamoto, però, non ci sono né server centrali né altri tipi di intermediari a controllare la validità delle transazioni.

Il Bitcoin è interamente decentralizzato e affida agli user stessi questo controllo, riducendo i costi di transazione, proteggendo la sicurezza e la privacy degli utenti apparentemente meglio di qualunque altro sistema.
La verifica delle transazioni è quindi affidata ad alcuni nodi del network. Cioè ad alcuni utenti che, per il lavoro che svolgono, sono chiamati miner, e offrono la potenza computazionale dei loro computer al network per convalidare i pagamenti. Tutte le transazioni degli ultimi dieci minuti sono trasmesse ai miner, che le riassemblano all’interno di un file detto block.
Allo scopo di garantire l’autenticità dei blocchi, il sistema integra un protocollo crittografico noto come proof-of-work. Questo sistema trae ispirazione dall’Hashcash di Adam Back (Nakamoto, 2008) e rende artificialmente difficile la convalida di un blocco, costringendo i computer dei miner a risolvere un problema matematico che gli consenta di validare quel blocco. Il nodo che trova la soluzione per primo, trasmette il blocco agli altri miner che verificano la conformità delle transazioni contenute in quel blocco.

La difficoltà di questo problema si modifica automaticamente ogni 2016 blocchi risolti, allo scopo di mantenere il tempo di generazione per ogni blocco a 10 minuti, e, anche se essa può diminuire, fino ad adesso non ha cessato di crescere (Bitcoin Difficulty Chart, Coinbase). La difficoltà è aumentata così tanto che, se nel 2009 poteva bastare un computer di fascia media per risolvere il proof-of-work, è ora necessario hardware dedicato: ingombranti e rumorosi computer ad altissimo dispendio energetico, grandi come armadi, sono ora impiegati nel mining (Maurer et al., 2013)
Una volta che un nodo del network ha risolto un blocco esso lo invia a tutti gli altri nodi, che controllano la sua validità, confrontando i dati ricevuti con la loro storia delle transazioni, e la esprimono lavorando al blocco successivo. Ogni blocco convalidato viene poi inserito all’interno del blockchain, una catena di blocchi che contiene tutte le transazioni all’interno del network, dal Genesis Block creato da Nakamoto stesso fino all’ultimo blocco. Il blockchain è pubblico: tutte le transazioni effettuate in Bitcoin possono essere visionate da chiunque, ma gli indirizzi non sono collegati agli utenti, il cui anonimato è tutelato. Inoltre, il miner che ha generato il blocco riceve un payout in Bitcoin. Non solo questo è l’unico modo in cui nuovi Bitcoin sono creati, ma questo payout è destinato a ridursi nel corso del tempo – per il momento è fissato a 25 bitcoin – finché il numero di BTC emessi avrà raggiunto la cifra totale di 21 milioni – all’incirca nel 2040 (ECB, 2012).
In pratica, il proof-of-work rende la verifica dei blocchi simile ad una lotteria: più potenza computazionale un nodo possiede, più è alta la probabilità che esso generi un nuovo blocco. Questo sistema ha una doppia funzione. Innanzitutto, conferisce un valore intrinseco al Bitcoin, dato che risolvere quel problema comporta anche dei costi non irrilevanti di elettricità ed hardware. Inoltre, impedisce che un utente cerchi di spendere due volte la stessa moneta: per avere ragione su tutti gli altri nodi, il nodo che cerca di barare dovrebbe proporre una storico di transazioni diverso e dovrebbe possedere il 51% della potenza computazionale del network per superare tutti gli altri nodi ma, in tale ipotesi, avrebbe più convenienza a collaborare e ottenere Bitcoin tramite il mining piuttosto che defezionare.

Le basi
Anche se il documento di Satoshi Nakamoto del 2008 viene spesso considerato come l’atto fondante del Bitcoin, va osservato che questa moneta digitale non sarebbe potuta nascere senza certe sottostanti innovazioni tecnologiche – in particolare nel campo della crittografia – e senza l’impulso del pensiero economico della scuola austriaca. Anche le contingenze storiche sono state molto importanti, e in particolare la crisi finanziaria del 2008 ha giocato un ruolo non secondario nell’estendere l’impatto mediatico e culturale del Bitcoin.
Innanzitutto, l’esistenza del Bitcoin stesso dipende da determinati presupposti di natura tecnologica, senza i quali questa moneta stessa non potrebbe esistere. È una valuta figlia del terzo millennio: la diffusione sempre più capillare dell’internet e la proliferazione di comunità virtuali hanno portato alla luce nuove idee, nuove necessità. Senza internet, non solo un’idea come quella dietro al Bitcoin non sarebbe mai potuta essere concepita, ma, soprattutto, il Bitcoin non avrebbe alcun utilizzo. L’enorme successo che il Bitcoin ha avuto negli ultimi anni è indicativo di come queste tecnologie facciano inevitabilmente parte della nostre vite: in un mondo in cui il rapporto con internet e la tecnologia è sempre più simbiotico, l’esistenza di una moneta che si produce e si scambia nella rete non può non sembrare che uno sviluppo necessario e naturale di questo processo.

Ma perchè si continua a parlare così con insistenza di Bitcoin e criptovalute nell’ultimo periodo?

La criptovaluta toglie come detto alle banche centrali degli stati la possibilità di regolare l’offerta monetaria per questo motivo gli amministratori delle grandi banche mondiali guardano con molto disprezzo (a volte soprattutto all’inizio anche con molta superficialità) BitCoin e criptovalute. Le demonizzano come uno strumento di illegalità destinato a sgonfiarsi e morire in breve tempo.

In realtà, invece, la diffusione di Bitcoin e criptovalute è in costante aumento, gli investimenti sono ad oggi tutti molto rilevanti, anche se sulla convenienza occorre un approfondimento, con una crescita dei numeri complessivi che non sembra arrestarsi e che comunque mantiene stabilità nel tempo.

Bitcoin e Criptovalute sono come l’oro, un bene solido protetto dall’influenza politica, dalle leggi nazionali e da ogni proibizionismo.

Purtroppo a causa delle proprietà che garantiscono sicurezza e anonimato a livello mondiale, è diventato uno strumento di pagamento il mercato nero e qualsiasi attività illegale come quelle dei siti del Deepweb.

Il mondo delle criptovalute è un Far West. Si possono fare guadagni enormi o perdere tutto in un attimo. Probabilmente è l’ambiente più vicino all’idea astratta di libero mercato perché non è regolamentato, e come tale non propriamente indirizzato a cassettisti o risparmiatori prudenti. Certo che la tentazione di cavalcare l’onda può essere grande: il 26 agosto 2016 il Bitcoin valeva 578,16 dollari, venerdì 25 agosto 2017 era scambiato a 4.475,59 dollari, nuovo record di tutti i tempi. In un anno il suo valore si è moltiplicato quasi per 8. Questo è un anno storico per il Bitcoin perché il 3 marzo il suo valore ha sorpassato per la prima volta quello dell’oro (1.268 dollari contro 1.233 dollari).

Un evento che ha sdoganato la criptovaluta sui media mainstream. Tanto che in molti hanno cominciato a parlarne come di un bene rifugio. Una follia? Per dare una risposta a questa domanda bisogna capire la filosofia che sta dietro alla criptovaluta. Nel novembre 2008 un’e-mail presenta il progetto di un sistema di pagamento online peer-to-peer che non richiede il coinvolgimento di un intermediario, ovvero di un’istituzione finanziaria come una banca che certifichi la transazione. La lettera porta la firma di Satoshi Nakatomo. Chi sia costui ancora oggi non lo sa nessuno. È probabile che il nome si riferisca a un gruppo di persone di varie nazionalità.

Sono nerd, smanettoni, gente che vive inchiodata davanti a un pc ma con una coscienza politica. Si possono definire cyberpunk, gente convinta che si viva meglio senza un governo che interferisca nelle faccende? Libertari, anarchici o Sovversivi? Le definizioni sono oziose, conta quello che vogliono: i cyberpunk credono che con un’efficace privacy online e un’altrettanto efficace crittografia (una scrittura che non può essere compresa dalle persone non autorizzate a leggerla) gli individui siano in grado di proteggere se stessi e i loro interessi meglio di quanto non faccia un governo. Nel gennaio 2009 vengono emessi i primi bitcoin e avviene la prima transazione nella criptovaluta. Il momento per il lancio di una moneta alternativa non poteva essere migliore: il sistema finanziario mondiale è scosso dalla crisi iniziata nell’agosto 2007 e poi esplosa in maniera virulenta il 15 settembre 2008 con la bancarotta di Lehman Brothers. Il re è nudo, si scopre che il sistema si reggeva sui mutui subprime, ovvero prestiti per acquistare una casa concessi a chiunque, anche a nullatenenti. In quei mesi concitati le banche centrali di tutto il mondo cercano di tappare le falle, ma la fiducia nelle istituzioni finanziarie è crollata.

Le banche impacchettavano i mutui subprime con altri prodotti finanziari e li sbolognavano ad altre banche, agli investitori istituzionali e direttamente ai risparmiatori. Il mercato era intasato da titoli tossici. Di fronte a questo scenario, la Federal Reserve, la Bce, la Banca del Giappone non hanno mosso un dito prima che avvenisse il crollo. Si capisce allora che qualcuno possa avere sentito la necessità di creare una moneta svincolata da questa istituzioni. Al momento della sua nascita, però, il bitcoin era conosciuto da pochi smanettoni, molti ragazzi lo consideravano una specie di gioco. Ovviamente non la pensavano così i suoi creatori. E avevano ragione. Visto il suo successo sono nate altre criptovalute, litecoin, iota, nem dash, nero, monero, soprattutto l’ethereum, la seconda criptomoneta per capitalizzazione creata dal russo Vitalik Buterin, questo sì un nome che corrisponde a un essere in carne e ossa. Il giovanotto ha solo 23 anni ed è stato benedetto da Valdimir Putin. Attenzione, in Russia lo Stato è forte.

Viene così tradito lo spirito anarchico dei cyberpunk? Il tema è affascinante, ma attenzione: sta nascendo una tendenza che potrebbe cambiare le carte in tavola. Pochi giorni fa l’Estonia ha annunciato di stare lavorando al lancio di una sua criptovaluta, l’estcoin, con la consulenza di Buterin. Mentre il vice primo ministro russo, Igor Shuvalov, ha detto di essere a favore della creazione di un «cripto-rublo». Il lancio di criptovalute nazionali potrebbe rassicurare i risparmiatori tradizionali. A costoro, leggendo di un giapponese che probabilmente non esiste e di un ragazzotto  russo, si sarà accapponata la pelle. Ma nel mondo delle criptovalute credono (o perlomeno sono convinti che possa fruttare loro enormi guadagni) anche personaggi molto stimati e istituzionale. Basta vedere i consulenti di Xapo, la prima carta di debito che permette di usare i bitcoin per prelevare contanti dal bancomat. Quali bancomat? Tutti quelli che accettano la Visa, praticamente tutti i bancomat che stanno in Italia, quindi i bitcoin vengono automaticamente trasformati in euro. Advisor di Xapo sono Larry Summers, segretario al Tesoro Usa durante la presidenza di Bill Clinton; Dee Hock, il fondatore di Visa; John Reed, ex ceo di Citibank. Nomi che dovrebbero rassicurare anche i pensionati. Tuttavia il mondo delle criptovalute è in continuo movimento, le sorprese sono sempre in agguato.

Il 22 agosto Xapo ha annunciato che dal prossimo 15 ottobre sospenderà il servizio per tutti i detentori della loro carta di debito che vivono fuori dall’Europa. I cittadini italiani possono stare tranquilli, ma la motivazione di questa sospensione non è stata data. Si suppone che ci siano problemi di regolamentazione negli Stati Uniti. E qui si arriva al punto dolente. Un sistema crittografico inespugnabile è alla base del bitcoin. L’anonimato è quasi assicurato. Inevitabilmente la cosa ha attirato l’attenzione della malavita. Droga e armi spesso vengono pagati in bitcoin. Ci sono criminali che entrano nei sistemi informatici degli alberghi e si fanno pagare un riscatto in bitcoin per non violare i dati dei clienti. Qualcuno ha etichettato le criptovalute come i soldi della mala. Un discorso che non sta in piedi: sarebbe come dare la colpa a Mario Draghi per tutti gli euro falsi in circolazione. Resta il fatto che un bel giorno anche il Far West è stato regolamentato. E lo stesso accadrà per le criptovalute.

Nel frattempo l’investitore non sa che cosa fare. Chi compra e vende bitcoin deve pagare la tassa sul capital gain? L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la Risoluzione 72/E del 2016 in cui considera le criptovalute alla stregua di banconote estere. «Per quanto riguarda, la tassazione ai fini delle imposte sul reddito dei clienti della Società, persone fisiche che detengono i bitcoin al di fuori dell’attività d’impresa, si ricorda che le operazioni a pronti (acquisti e vendite) di valuta non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa», dice la risoluzione, che, incredibilmente, da qualche tempo è scomparsa dalle pagine web dell’Agenzia delle Entrate. Ci sono investitori italiani che pagano comunque la tassa sul capital gain per dormire sonni tranquilli. Il vero terrore è che un giorno uno Stato decida di mettere fuori legge i bitcoin e le altre criptovalute. Avvisaglie in questo senso ci sono già state. All’inizio dell’anno la Banca centrale cinese ha deciso una stretta sulle principali borse che scambiano bitcoin in Cina per combattere la fuga di capitali. Al momento le criptovalute sono ancora un fenomeno di nicchia. La loro capitalizzazione totale è di 153,2 miliardi di dollari. Il bitcoin capitalizza 73,1 miliardi, ethereum 31,5 miliardi, bitcoin cash, nato dallo sdoppiamento dei bitcoin, 10,5 miliardi. Niente, di fronte alla capitalizzazione di Amazon, pari a 474,4 miliardi, o di Apple (815,4 miliardi)

. Insomma, le criptovalute non fanno ancora paura, non sono al momento in grado di fare ombra a dollaro, euro e alle altre monete tradizionali. Ma il loro valore sembra destinato ad aumentare esponenzialmente dopo che molti hedge fund hanno annunciato l’intenzione di investire in bitcoin e Goldman Sachs ha pubblicato un report in cui sostiene che per gli investitori istituzionali è sempre più difficile ignorare le criptovalute. Soprattutto sono i rialzi ancora possibili a fare gola. Secondo Kay Van-Petersen, l’analista di Saxo Bank che finora le ha indovinate tutte, nel giro di 10 anni il bitcoin potrà valere 100 mila dollari in quanto ha stimato che nel 2027 gli scambi di criptovalute costituiranno il 10% dei volumi di scambio delle monete tradizionali. Sempre che nel frattempo le autorità tradizionali non decidano di mettere fuori legge queste entità che non sono in grado di controllare. Intanto si stanno moltiplicando i milionari, se non miliardari, in bitcoin. E questo può spostare gli equilibri consolidati di potere, portando alla ribalta una nuova generazione di ricchi. Verranno accettati o verranno spossessati? A seconda della risposta, è consigliabile o meno investire in bitcoin.

Nonostante la mancanza di un ente o istituzione centrale che gestisca la distribuzione dei bitcoin, utilizzare e anche investire nella criptovaluta non comporta nessuna difficoltà di ordine tecnico né particolari rischi, tolti naturalmente quelli di cambio legati alle forti oscillazioni che hanno già dimostrato e ancor più potrebbero avere in futuro. La piattaforma più diffusa per conservare e utilizzare i bitcoin è coinbase (www.coinbase.com), una piattaforma tecnologica creata e gestita da una startup californiana con sede a San Francisco che annovera tra i propri finanziatori alcuni dei venture capital più influenti della Silicon Valley, tra cui Andreessen Horowitz, Union Square Ventures and Ribbit Capital. Coinbase consente di conservare, acquistare e vendere bitcoin tanto attraverso il proprio sito che tramite app per smartphone compatibili tanto con iPhone che con la miriade di dispositivi basati su Android. Per iniziare a operare con la criptovaluta è sufficiente registrarsi al servizio indicando una casella di posta elettronica valida e quindi collegare all’account una carta di credito, o anche una carta di debito o un conto corrente, che serviranno per il pagamento dei bitcoin acquistati o l’appoggio dei proventi di quelli venduti.

Necessario anche, in sede di registrazione, verificare il numero di telefono e fornire un documento di identità valido come passaporto o patente di guida. Prescrizioni che limitano molto l’effettivo anonimato delle transazioni concluse in bitcoin (vedere box a pagina 10) e legate alle normative in vigore contro i reati finanziari alle quali intermediari come Coinbase devono sottostare. La piattaforma Coinbase gestisce allo stesso modo anche le altre due criptovalute più diffuse, ovvero ether (parte della piataforma ethereum) e litecoin, fornendo anche grafici aggiornati e altri strumenti a supporto dell’investitore, oltre a strumenti per trasferire da un soggetto e un altro fondi in criptovalute. Caratteristiche simili per la piattaforma Conio, un borsellino elettronico disponibile sotto forma di app per smartphone Apple e Android che consente di acquistare, vendere, conservare e trasferire bitcoin dopo aver fornito un numero di telefono e un documento di identità valido oltre naturalmente a una carta di credito una prepagata. L’elenco dei negozi virtuali che accettano invece i bitcoin per effettuare acquisti online di bene e servizi è lunghissimo e in continua crescita e comprende brand come Microsoft (giochi su Xbox e app su Windows Store), la catena di Fast Food Subway, la piattaforma di prenotazioni turistiche Expedia e Virgin, oltre a singoli esercenti, almeno negli Stati Uniti, mentre in Italia sono ancora limitati. Anche se non è certo pensata per un uso convenzionale e fisico, non comportando neanche la necessità di un conto bancario, il bitcoin può consentire di prelevare in caso di necessità contanti in valute tradizionali come il dollaro statunitense. Xapo, piattaforma di gestione dei bitcoin simile a Coinbase, consente infatti di ottenere una vera e propria carta di debito per prelevare in tutto il mondo banconote in valuta locale presso i normali bancomat che accettano il circuito Visa, ovvero pressoché la totalità degli apparecchi.