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Bmw, Volkswagen e Daimler shock: Scimmie torturate con gas di scarico

Sottoporre scimmie a respirare i gas di scarico delle auto per vedere gli effetti. Sotto l’occhio del ciclone in Germania dopo che il New York Times ha svelato questa atroce pratica, mettendo in luce delle proprie torture fatte su 10 da tre aziende produttrici di auto tedesche che hanno sede in USA.

Nella bufera sono finiti BMW, Volkswagen e Daimler. Stando a quanto emerso, i primati sono stati messi in una vetrina, successivamente messi a loro agio e tranquillizzare mostrandogli immagini di cartoni animati, mentre nella vetrina entrava gas di scarico per la durata di quattro.

“Le scimmie sono animali che hanno bisogno di muoversi molto e già costringerle a sedere davanti a uno schermo è tortura in sé”, spiega al giornale Klaus Kronaus, numero uno dell’associazione anti-cavie -. Il gas di scarico poi le espone a un problema di salute”.

Ovviamente dopo che questa atroce pratica è diventata di dominio pubblico, la Volkswagen ha immediatamente chiesto scusa per aver effettuato questo tipo di esperimenti sulle scimmie. “Siamo convinti che il metodo scientifico uscito in quella circostanza fosse sbagliato”. Queste sono state le parole del colosso delle altre, già finito nella bufera del diselgate.

«Ci scusiamo per l’errore e per le sbagliate valutazioni commesse da alcuni», continua il comunicato. Anche il presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil, maggiore azionista del gruppo, ha preso le distanze, definendo «assurda e nauseabonda» la procedura utilizzata.

Alternative alla sperimentazione animale: la ricerca va avanti

Verificare la sicurezza tossicologica dei prodotti a uso umano, e non solo, è sempre più un must dell’industria chimica e cosmetica, come dimostrano l’introduzione del Regolamento REACH e i tanti convegni che sono stati tenuti sull’argomento. Parlare di sicurezza, in questo frangente, implica discutere anche dei test che si possono usare per fare le valutazioni tossicologiche, il che ci riporta a un tema che abbiamo già trattato più volte, e che al contempo non smette di essere interessante e coinvolgete: le alternative alla sperimentazione animale.

Il tentativo è quello di effettuare un Total Replacement dei vecchi test su animale con metodologie alternative di vario genere. Al di là delle motivazioni etiche, che in quanto tali possono muovere alcuni e non altri, «i test animali presentano degli svantaggi oggettivi: costano parecchio alle aziende che li devono utilizzare – in alcuni casi anche più di un milione di euro per testare una sola sostanza – richiedono molto tempo – alcuni anche anni – e, in più, sono solo parzialmente predittivi di quanto accade negli uomini, dal momento che non siamo topi da 70 chili» spiega Thomas Hartung, tossicologo alla Johns Hopkins University di Baltimora, dove dirige il centro di ricerca per le alternative ai test animali (CAAT-Center for Alternatives to Animal Testing). Esistono parecchi esempi di sostanze che in animali e possono essere pericolose nell’uomo, e viceversa.

Ricordiamo il caso del Talidomide, sostanza che era risultata innocua sui topi pur essendo nociva per i feti umani, sui quali determina gravi malformazioni. E ce ne sono altri. L’aspirina è un altro importante esempio: questa molecola provoca malformazioni negli embrioni di ratti, topi, conigli, criceti e cavie, eppure è sicura nell’uomo. Al momento il Replacement è stato compiuto solo per alcuni casi, come «i test di gravidanza, che una volta si facevano su rane; i test per verificare la corrosività e irritazione della pelle, che vengono effettuati con pelle artificiale; i test per verificare la contaminazione da batteri pirogeni in sostanze farmacologiche, che prima si facevano sui conigli e ora avviene su sangue di limulo o su sangue umano» elenca Hartung. Eppure, nonostante i tanti fondi stanziati negli ultimi anni e i progetti che esistono sia a livello europeo sia mondiale «nella pratica i passi in avanti sono stati davvero pochi – precisa Costanza Rovida, chimica che collabora con il CAAT-Europe, con sede presso l’Università di Konstanz in Germania. – Chi lavora in questa direzione si impegna tantissimo, ma siamo ancora troppo pochi».

Un cambio di paradigma difficile da far attecchire Secondo Rovida «fare il Replacement è complicato per tanti motivi. Prima di tutto significa rivoluzionare completamente l’approccio alla tossicologia e alla farmacologia e ciò non è semplice. Bisogna cambiare le competenze e le attrezzature necessarie, ma non solo. Passare da un sistema a scatola chiusa, in cui somministro qualcosa a un animale e vedo cosa succede, a un approccio integrato in cui devo combinare diverse tecniche e interpretarle cercando di capire il vero meccanismo di azione non è sicuramente né facile né economico. Inoltre si pretende ancora di validare i metodi basandosi sul modello animale, che chiaramente non può funzionare.

Personalmente non credo alle ipotesi complottistiche di chi dice che i metodi alternativi sono boicottati perché non manipolabili come i metodi sugli animali. Credo ci sia una pigrizia mentale. Usare i metodi alternativi è obiettivamente più difficile e in molti casi più costoso. Inoltre, significa abbandonare una strada nota e percorsa tranquillamente per decenni per abbracciare una strategia che di fatto non ha più di 10 anni ed è ancora per molti versi sconosciuta. Non è da trascurare anche il fatto che per lavorare con metodi alternativi ci vogliono conoscenze nuove e non è detto che chi lavora oggi con gli animali si possa riciclare e iniziare a lavorare con le cellule e i computer. Di idee innovative ce ne sono tante e anche molto valide. Eppure, da un punto di vista applicativo i progressi sono proprio pochi.

ECHA e gli altri enti regolatori, continuano ad accettare e chiedere test sugli animali anche quando esistono alternative, senza minimamente sanzionare o anche solo riprendere chi disattende la richiesta esplicita di molti regolamenti che chiedono di ricorrere agli animali solo se strettamente necessario. Anche le industrie cosmetiche stanno facendo poco, usando prodotti che sono stati testati sugli animali per scopi diversi da quello cosmetico o, come nel caso del Botox, sostenendo che è un prodotto farmaceutico e non cosmetico. Ricordo che il controllo qualità per il rilascio dei lotti di produzione del Botox è responsabile della morte atroce di migliaia di topi ogni anno, quando l’FDA (Food and Drug Administration) americana ha già autorizzato un’azienda all’uso di metodi alternativi». Ciò detto, l’obiettivo rimane.

Legislazione «Nel nostro Paese – riprende Rovida – stiamo ancora aspettando il recepimento della Direttiva 63/2010/EU sulla protezione degli animali usati a fini scientifici: la discussione si è spostata da un piano scientifico a un piano politico, con le due fazioni pro e contro la sperimentazione animale che si combattono solo a parole e con poca o nulla conoscenza vera del problema. Speriamo di non aver perso un’opportunità di cambiamento». E per quanto riguarda l’Europa? «Qui va segnalata la conferma del Regolamento sui cosmetici (Regolamento EC 1223/2008) che vieta di testare qualunque prodotto o ingrediente a uso cosmetico sugli animali.

L’impatto è stato molto forte perché finalmente si è cominciato a discutere dell’argomento in modo più serrato. Inoltre, sembra che questo abbia portato anche altre realtà, come Cina e Corea, ad aprirsi un po’ di più verso i metodi alternativi, considerati fino a ora off-limits. Speriamo che il recepimento della nuova Direttiva 63/2010 e del Regolamento sui cosmetici servano almeno a rendere consapevoli i committenti dei test che esistono alternative». Ricordiamo, però, che il Regolamento non è retroattivo e quindi vale per le nuove sostanze. Un altro aspetto importante da sottolineare è insito nella REACH Review, commenta Francois Busquet, Coordinatore alle Politiche Europee di CAAT Europe, dove «al punto 3.2, pagina 34, si legge che “test su animali vertebrati possono essere utilizzati nella documentazione per il REACH solo se davvero necessario e come ultima spiaggia”. Per evitare che i test vengano replicati dove non necessario, è esplicitato che chi volesse effettuare test su vertebrati deve chiederlo preventivamente, specificando quale sia l’informazione ricercata. E se qual cuno ha già effettuato il test e ha, quindi, depositato l’informazione, questa ti viene data direttamente.

Il REACH spinge verso l’uso di metodologie alternative». E questa è una cosa buona. E nel frattempo, vecchi progetti stanno finendo e nuovi stanno prendendo il via. Nuovi impulsi alla ricerca di alternative Attualmente ci sono alcuni progetti davvero interessanti in campo: tra questi, «SEURAT-1, da Safety Evaluation Ultimately Replacing Animal Testing, nato dalla collaborazione della Commissione Europea con l’industria cosmetica europea, ognuna delle quali ha stanziato 25 milioni di euro, per colmare le lacune scientifiche ancora esistenti e riuscire a trovare nuove alternative ai test in vitro. Partito nel 2011 SEURAT-1 conta al momento 6 progetti paralleli. La prima fase di questo progetto chiuderà nel 2016. Ma non finisce qui – prosegue Busquet – dal momento che è stato approvato il nuovo programma quadro Horizon 2020 che prevede per i prossimi 7 anni diversi filoni di ricerca nel campo dei metodi alternativi. Al momento esiste solo una bozza del Progetto definitivo, ma possiamo dire che più o meno saranno investiti 80 miliardi di euro. Tra i tanti progetti di ricerca, ne ho identificati circa 10 che promuovono l’uso di test alternativi a quelli animali. I soldi previsti per questi progetti sono compresi tra i 60 e i 100 milioni di euro. Il primo bando è stato presentato in data 11 dicembre scorso alla Commissione Europea, per 7,8 miliardi investiti». Horizon 2020 non riguarderà solo lo sviluppo di metodi alternativi alla sperimentazione animale, ma anche cambiamenti climatici e tanto altro ancora.

Accanto a questo progetto ambizioso, esistono poi «altri finanziamenti, come quelli proposto dall’associazione indipendente britannica NC3RS, National Centre for the Replacement, Refinement and Reduction of Animals in Research. E se allarghiamo lo sguardo e usciamo dal vecchio continente, dobbiamo nominare il progetto statunitense ToxCast – ricorda Rovida. – Negli Stati Uniti sono più pragmatici: hanno visto che approcci alternativi possono essere molto più predittivi e infatti stanno stanziando parecchio sia in termini economici che di risorse umane. A differenza di noi, vogliono sfruttare questi risultati: il sistema ToxCast è stato già usato con successo per identificare la sostanza migliore per disperdere il petrolio versato in mare dalla piattaforma del Golfo del Messico. Purtroppo non va così bene in tutti i settori e sempre negli Stati Uniti sta per essere approvata una nuova legge sui cosmetici (Safe Cosmetics Act) che va in direzione opposta all’Europa obbligando a una serie imponente di test in vivo su tutti gli ingredienti cosmetici e in alcuni casi anche sui prodotti finiti, per avere l’autorizzazione alla commercializzazione. Parallelamente è partito anche il progetto Toxoma Umano, in cui si vogliono mappare tutti i possibili meccanismi per cui una sostanza chimica può agire in modo avverso sull’organismo umano. È un’idea ambiziosa, ma che potrebbe essere davvero rivoluzionaria in un periodo medio-lungo. Il punto è che ci sono diverse idee per sviluppare metodi alternativi, ma da noi poco o niente si fa per stimolare la sostituzione di sperimentazioni animali: non esistono incentivi per chi abbandona un test in vivo a favore dell’in-vitro e per chi usa test su animali anche quando ci sono alternative validate non ho mai visto una sanzione». Modelli 3D e cellule staminali Uno degli aspetti più studiati al momento è quello dei modelli 3D.

«In questo ambito, sono tante le tecnologie che stanno nascendo: uso di perfusione oppure no; metodo della generazione; uso di cellule singole piuttosto che di più tipi. Uno dei metodi che sembra essere più promettente è la combinazione di chips con microfluidi. In tutti i casi – spiega Hartung – i modelli 3D permettono di replicare meglio le funzioni di un tessuto. A livello storico, i modelli 3D esistono già da qualche decina di anni, ma solo recentemente sono stati davvero presi in considerazione in tutto il mondo. Qui, negli Stati Uniti, l’interesse è davvero altissimo e solo nell’ultimo anno sono stati investiti 200.000.000 di dollari». Interessante osservare che tutto questo interesse viene dal Dipartimento della Difesa Americano che intende trovare metodi alternativi alla sperimentazione animale da usare contro sostanze chimiche e biologiche a uso bellico e terroristico. «L’interesse della Difesa ha dato un’accelerata a tutto il sistema, compreso quello farmaceutico. Infatti, gli Americani usano, da soli, il 60% dei farmaci sotto brevetto prodotti e quindi tutte le aziende farmaceutiche seguono quanto desiderato dal Dipartimento della Difesa – sottolinea ancora Hartung. Certo, l’interesse è anche europeo. E nel Belpaese esiste anche un Corso Universitario che insegna proprio a lavorare con queste metodiche, oltre che con le staminali. Si trova all’Università di Milano ed è tenuto dalla dottoressa Francesca Caloni, dal titolo “Metodi alternativi alla sperimentazione animale”». Un altro ambito di ricerca davvero interessante per lo sviluppo di tecniche in vitro è quello delle staminali.

Tema estremamente dibattuto in alcuni Paesi, tra cui anche la cattolica Italia, ma che a livello scientifico è davvero molto forte. «Tutto ha avuto inizio nel 1998 quando Thompson disse che si potevano usare le cellule umane staminali embrionali per fare ricerca. Oggi, grazie al premio Nobel per la Medicina del 2012, Shinya Yamanaka, si possono creare cellule staminali partendo da tessuti umani adulti. Quindi, partendo da cellule del sangue o dalla pelle, si può creare una linea cellulare della persona. Questa tecnica che può essere utilizzata per creare, in linea teorica, tutti i tipi di cellule. Al momento ci sono successi per cellule del cuore e neuroni del cervello ed esistono già dei protocolli utili. L’interesse che gira intorno a queste cellule, chiamate cellule pluripotenti, è che sono sane e quindi permettono di avere accesso a ricerche su tessuti sani. Questo è un vantaggio enorme e difficile da ottenere in altro modo: fino a oggi si sono usate linee tumorali. Ma un tumore non segue la stessa fisiologia di un tessuto sano». Quindi, come si può fare ricerca tossicologica su cellule che non si comportano come quelle presenti nel corpo sano? «Questa nuova tecnologia è una soluzione ideale a questo problema» conferma Hartung. Accanto ai test cellulari in vitro, negli ultimi anni molto si è fatto anche in un ambito completamente diverso: quello basato sul silicio.

Sistemi in silico per test tossicologici Questa volta, il team di ricerca al centro del discorso è tutto italiano e lavora all’Istituto di Ricerche Farmacologiche del Mario Negri di Milano. A guidarlo, Emilio Benfenati che racconta «i primi studi risalgono a più di un secolo fa. Negli anni ‘70 del secolo scorso ci sono stati degli sviluppi importanti, a opera di gruppi quali quello di C. Hansch, che ha studiato una grande serie di modelli in cui per famiglie definite di molecole si osservavano comportamenti di tossicità e altre proprietà proporzionali ad alcuni parametri molecolari. Negli Stati Uniti i modelli in silico sono stati utilizzati e promossi anche da agenzie governative, quali l’EPA, che ha messo disponibili alcuni software, quali EPISuite, proprio per predire una serie di proprietà soprattutto ambientali. Per la parte tossicologica un altro software promosso dall’EPA è Oncologic. Un ulteriore gruppo dell’EPA ha sviluppato T.E.S.T., che pure predice un buon numero di proprietà tossicologiche. Anche il Canada utilizza tali metodi. In Europa il loro uso è più relegato ad applicazioni accademiche, perché vi è una certa diffidenza da parte delle autorità. Diverso è il caso delle industrie, che spesso usano metodi in silico, per le attività di screening e lavori interni. Al momento sono a disposizione alcune centinaia di metodi in silico, alcuni dei quali possono essere visionati su http://www.antares-life.eu/. Tuttavia, la effettiva capacità di utilizzo deve essere valutata caso per caso, in relazione alla sostanza specifica. Il progetto della CE ANTARES prima e ora più approfonditamente il progetto CALEIDOS (www. caleidos-life.eu) stanno valutando per qualche decina di programmi la loro effettiva capacità predittiva. In generale tale possibilità dipende da quanti esempi esistono per molecole simili. Infatti, i metodi in silico sono analoghi ai metodi statistici: se vi è una buona casistica il metodo è più affidabile, altrimenti l’incertezza aumenta. Le proprietà chimico-fisiche sono predette abbastanza bene. Vi sono modelli utili per la mutagenesi, secondo il test di Ames. Anche per il fattore di bioaccumulo nel pesce alcuni modelli sono utili. Quando ci si sposta verso proprietà di tossicità cronica la complessità dei fenomeni e la limitazione dei dati disponibili non consente di ottenere metodi sostitutivi di quelli correnti. Occorre sempre valutare il risultato specifico a seconda della sostanza in esame. Un modello può andare bene per una sostanza ma non per un’altra. È preferibile utilizzare più metodi in silico insieme e poi valutare nel loro insieme i risultati. Diverso è il caso in cui l’interesse sia di fare uno screening su grandi numeri di molecole: in questo caso i metodi in silico sono fra i più promettenti ed efficienti». Ma come funzionano questi metodi? «I metodi in silico utilizzano come unica fonte d’informazione la struttura chimica: in alcuni casi le proprietà usate sono dei descrittori molecolari generali, come cariche elettriche e peso molecolare, in altri si guarda la presenza di gruppi specifici, associati alla tossicità. Per alcune proprietà più semplici, quali quelle chimicofisiche, il fattore di bioaccumulo, la mutagenesi, in parte la tossicità acquatica, esistono metodi validi. Il risultato, se interessa la sostanza singola, e non lo screening di molte sostanze, dovrebbe essere valutato da un esperto, guardando le sostanze simili, come illustrato nella piattaforma VEGA (http://www.vega-qsar.eu), per esempio. In ogni modo, questi modelli sono sempre utilizzabili in una prospettiva di weight of evidence (peso dell’evidenza), ovvero, integrando i risultati da più fonti. Ci sono comunque degli sviluppi continui e la situazione sta evolvendo rapidamente, con un numero sempre maggiore di iniziative anche in Europa. Per esempio la CE ha finanziato due nuovi progetti, PROSIL e EDESIA, che stanno valutando come usare metodi in silico per valutare i coloranti (PROSIL) e come individuare sostanze che possano rimpiazzare altre sostanze che sono interferenti endocrini (EDESIA). Anche in tale caso i metodi in silico serviranno per lo screening iniziale». Insomma, i movimenti ci sono…resta da capire quando anche in Europa si passerà dalla semplice ricerca, alla pratica.

Si tratta di cani, topi, gatti, bovini, maiali, cavalli, ratti, pesci, scimmie e altri animali – nati esclusivamente per essere utilizzati come oggetti di ricerca nei laboratori di industrie, università e ospedali. La Svizzera ama vantarsi della sua evoluta legge in materia di protezione degli animali e sostiene che in questo campo la situazione sarebbe completamente migliorata rispetto a prima. Le immagini cruente apparterebbero al passato.

Ma è veramente così? La legge sulla protezione degli animali promette di tutelare questi ultimi. Ma, come si sa, le leggi hanno poca influenza sulla loro implementazione. A tal fine ci sono le ordinanze. Ma su queste la popolazione non può esercitare alcuna influenza. Ecco perché anche in Svizzera la tutela degli animali presenta molte situazioni inaccettabili che però sono (per lo più) ammesse dall’ordinanza sulla protezione degli animali. Ad es. per quanto riguarda gli esperimenti sugli animali, l’ordinanza svizzera sulla tutela degli animali stabilisce quanto segue: «Per gli esperimenti sugli animali sono ammesse deroghe alle disposizioni della presente ordinanza in materia di detenzione di animali, trattamento, allevamento, requisiti di spazio, trasporto, provenienza e marchiatura qualora esse siano necessarie per il raggiungimento dell’obiettivo sperimentale.» Questa necessità c’è qualora il richiedente ritenga che ci sia. Questa disposizione invalida qualsiasi protezione degli animali.

Già da più di 200 anni la ricerca ricorre alla sperimentazione animale per guarire le malattie. A intervalli di tempo sempre più brevi nuovi metodi promettono progressi in campo medico. Terapia genetica, xenotrapianti, decodificazione del patrimonio genetico umano, clonazione terapeutica, ricerca sulle cellule staminali, medicina genomica e personalizzata. Le sempre nuove promesse della lobby della sperimentazione animale cercano di farci dimenticare il più rapidamente possibile i mancati successi delle precedenti innumerevoli promesse mediche. Ma questo non deve più avvenire! Ora abbiamo bisogno di progressi in campo medico. Ci impegniamo da oltre 30 anni per un polo di ricerca Svizzera innovativo, orientato al futuro e di primo piano e pertanto per una scienza esente da sperimentazione animale.

1. In che cosa consiste un esperimento sugli animali, che cos’è la vivisezione? Esperimento sugli animali: La definizione di «esperimento sugli animali» è riportata nell’articolo 3 comma c) della Legge federale sulla protezione degli animali (LPAn) del 16 dicembre 2005 «Per esperimento sugli animali si intende qualsiasi procedimento che utilizza animali vivi al fine di: 1. verificare un’ipotesi scientifica,

2. accertare l’effetto di una determinata misura sull’animale,

3. sperimentare una sostanza,

4. prelevare o analizzare cellule, organi o liquidi organici, salvo nell’ambito della produzione agricola, dell’attività diagnostica o curativa sull’animale o per verificare lo stato di salute di popolazioni di animali,

5. ottenere o riprodurre organismi estranei alla specie, 6. fornire un supporto all’insegnamento, alla formazione e al perfezionamento professionali.» Vivisezione: Il termine «vivisezione» deriva dal latino «vivus sectio» e significa «tagliare vivo». Viene generalmente usato come sinonimo di «esperimento sugli animali», in modo del tutto legittimo. Gli scienziati che effettuano esperimenti sugli animali evitano quest’espressione a causa dell’immagine negativa che viene evocata.

Perché si effettuano esperimenti sugli animali? Gli esperimenti sugli animali servono alle aziende prima di tutto come assicurazione del rischio contro le richieste di risarcimento danni da parte dei consumatori. Se durante lo sviluppo di un nuovo farmaco vengono effettuati molti esperimenti sugli animali, l’azienda produttrice del farmaco in questione è praticamente protetta per legge da eventuali richieste di rivalsa. «Questo farmaco è stato ampiamente testato tramite esperimenti sugli animali ed è stato classificato come sicuro.» In questo modo gli esperimenti sugli animali privano di fatto i pazienti dei loro diritti anche in caso di danni prevedibili. Perché anche in presenza di pesanti effetti collaterali, il farmaco viene ulteriormente testato durante la fase clinica e non è raro che venga comunque immesso nel mercato.

L’unica condizione è che i potenziali effetti collaterali vengano indicati sul foglietto illustrativo. La bravura di un ricercatore non viene misurata in base al numero di persone che ha aiutato grazie alla sua ricerca, bensì al numero di articoli scientifici che ha pubblicato nelle riviste di settore. A ogni articolo vengono assegnati dei cosiddetti fattori di impatto. La somma dei fattori di impatto contribuisce a determinare l’entità dei fondi da destinare alla ricerca. Questi falsi impulsi portano spesso a esperimenti sugli animali ritenuti insensati persino da parte di numerosi vivisettori (si vedano in merito gli studi esemplificativi alla voce: Che cosa significa «ricerca di base»?). Presso le università viene effettuata principalmente la ricerca di base. Inoltre, come dappertutto, ci sono sempre i grandi approfittatori per i quali quel tal farmaco è «indispensabile».

Per non poche persone gli esperimenti sugli animali rappresentano una buona fonte di guadagno. A partire già dagli allevatori di animali da laboratorio e dai produttori di attrezzature da laboratorio, di gabbie e di mangimi. Un altro motivo fondamentale dell’attuazione degli esperimenti sugli animali è che la sperimentazione animale rap­presenta anche oggi un modo molto semplice per far carriera come medico oppure per ottenere il titolo di dottore o professore.

Quali sono i settori in cui si effettuano gli esperimenti sugli animali? Praticamente tutto ciò con cui l’uomo viene a contatto nella sua vita, è stato e viene in qualche modo testato sugli animali. Gli esperimenti sugli animali vengono effettuati nella ricerca medica e farmacologica, nella psicologia e psichiatria, nell’industria chimica e cosmetica, nello sviluppo di sistemi di armi, nella ricerca alimentare, nella ricerca ambientale, ecc. Inoltre molti esperimenti sugli animali vengono effettuati per motivi formativi presso le università. Più di un terzo degli esperimenti sugli animali viene effettuato nel settore dell’industria, quasi la metà presso atenei e ospedali.

Vengono ancora effettuati esperimenti sugli animali per i cosmetici? I prodotti cosmetici finiti (che comprendono anche prodotti per la doccia, dentifrici, profumi e molto altro) non vengono più testati già da anni con la sperimentazione animale. Secondo quanto affermano i produttori, sarebbe tra l’altro insensato poiché ogni singolo componente viene già ampiamente testato. Stando alla statistica ufficiale dell’UFV (Ufficio federale di veterinaria), nel corso degli ultimi dieci anni non sono più stati effettuati esperimenti sugli animali per cosmetici, a parte quattro esperimenti avvenuti nel 2010. Per lasciare aperta la possibilità di ricorrere alla sperimentazione animale nel settore della cosmesi – tendenza che è in forte aumento – in Svizzera da decenni si impedisce l’introduzione di un divieto generale degli esperimenti sugli animali per la cosmesi.

Non è così nell’Unione Europea. Nell’UE dall’entrata in vigore della 7° modifica della Direttiva sui prodotti cosmetici (2003/ 15/CE) sono vietati gli esperimenti sugli animali per prodotti cosmetici finiti. Gli esperimenti sugli animali nell’ambito della cosmetica non vengono effettuati per il prodotto finito, ma per i suoi componenti! Non testando – o meglio non potendo testare – il prodotto finito, molte aziende qualificano i loro prodotti come «esenti da sperimentazione animale».* Ciò che i produttori volutamente tacciono è che spesso i test sui componenti dei loro prodotti hanno provocato la morte straziante di migliaia di animali, perché ogni nuova sostanza chimica deve essere sottoposta a diversi test sugli animali. Per evitare che una nuova sostanza rientri nel divieto della sperimentazione animale, la sostanza in questione viene utilizzata anche per un altro campo di impiego, ad es. come componente di una vernice spray o di una crema per scarpe. Solo il 10% dei componenti chimici dei cosmetici viene sviluppato esclusivamente per i cosmetici. Il restante 90% dei componenti chimici continua pertanto a essere sottoposto alla sperimentazione animale ai sensi di leggi e regolamenti sui prodotti chimici. Fortunatamente ci sono però anche aziende eticamente responsabili che si impegnano a utilizzare esclusivamente sostanze esenti da sperimentazione animale*. Per informazioni dettagliate sull’argomento «Sperimentazione animale per prodotti cosmetici» e un elenco aggiornato di aziende che non effettuano esperimenti sugli animali, vi preghiamo di visitare il seguente sito: www.cosmetici-senza-vivisezione.ch

Quali sono i punti chiave della ricerca dell’industria farmaceutica? Il 90% dei fondi di ricerca viene investito per malattie che corrispondono solo al 10% della perdita di anni di vita sana su scala mondiale. Questa cifra dimostra che la ricerca non è incentrata su ciò che è necessario, bensì su ciò che risulta più lucrativo. Solamente negli ultimi 25 anni sono stati sviluppati 179 nuovi farmaci per il trattamento delle malattie cardiocircolatorie e 111 farmaci contro il cancro. Contro la tubercolosi, una tipica malattia della povertà, che causa ogni anno la morte di 1,7 milioni di persone, sono stati sviluppati nello stesso periodo solo 3 farmaci.

Particolarmente lucrativo risulta lo sviluppo di farmaci contro i sintomi considerabili normali o che colpiscono chiunque di tanto in tanto. Tra cui svogliatezza, stanchezza, mancanza di stimoli sessuali, nervosismo, inappetenza, caduta dei capelli e molti altri. Un ulteriore fulcro è rappresentato dai farmaci me-too (preparati analoghi risp. di imitazione). Si tratta di farmaci identici oppure di variazioni minime di farmaci già esistenti (normalmente di farmaci più venduti della concorrenza o di farmaci propri la cui protezione di brevetto sta per scadere). Queste copie vengono prodotte per aprirsi un nuovo mercato oppure per estendere la leadership di mercato a un determinato settore. I farmaci me-too non hanno alcun beneficio per il paziente (o ce l’hanno solo marginalmente). Comportano però altrettanti esperimenti sugli animali e costi supplementari per i pazienti quanto dei farmaci sviluppati ex-novo.

Che cosa significa ricerca di base? Gli esperimenti sugli animali sono sempre di più al centro delle critiche per i loro risultati non utilizzabili. Ma anziché trarre delle conseguenze e far sì che la ricerca torni a concentrarsi sui benefici per gli uomini, gli scienziati legati alla sperimentazione animale si sono messi a cercare una nuova giustificazione per gli esperimenti sugli animali. E l’hanno trovata nella ricerca di base (la ricerca di base in quanto tale non è nuova, ma negli ultimi due decenni è stata ampliata notevolmente). Così la maggior parte dei problemi di giustificazione scientifica degli esperimenti sugli animali si è praticamente volatilizzata. Infatti la ricerca di base non deve dichiarare gli obiettivi della ricerca, non deve mirare a un beneficio rilevante per noi esseri umani, non deve porsi la domanda se ci sarebbe anche un’«alternativa» esente da sperimentazione animale, no, la scienza di base viene accettata dalle autorità preposte all’approvazione per molto più del 99% senza porre alcuna controdomanda. In breve: i pochi ostacoli (argomentatori) che ad es. deve superare la ricerca medica applicata (la scoperta e lo sviluppo di farmaci e terapie), non valgono per la ricerca di base. Questi «stimoli» portavano e portano ad un aumento di anno in anno degli esperimenti sugli animali nell’ambito della ricerca di base – al contrario di quanto avviene nell’ambito della ricerca medica. Pertanto la ricerca di base rappresenta oggi il settore di ricerca che sacrifica il maggior numero di animali.

L’aumento è da ricondurre in parte al fatto che risulta assurdamente più facile ottenere dei fondi di ricerca dal governo per la ricerca di base fondata sulla sperimentazione animale che per una ricerca medica concreta. Presso le università svizzere il 90% degli esperimenti sugli animali viene effettuato per la ricerca di base. D’altronde ad es. gli esperimenti sugli animali per la scoperta e lo sviluppo di farmaci rappresentano un po’ più dell’1%! Nella ricerca di base l’interesse primario è la curiosità scientifica del ricercatore. In primo piano c’è la domanda: «Che cosa succede se…?». Ognuno possiede questo istinto primitivo di curiosità, ma non tutti seguono questo istinto a danno di esseri sensibili e di concittadini che pagano le tasse. Chiedete a voi stessi: vi sembrano davvero utili i seguenti tre attuali studi della ricerca di base – selezionati a caso – basati sulla sperimentazione animale? Tutti e tre appaiono in pubblicazioni scientifiche: Dobbiamo veramente sapere che i pesci costretti a girare per giorni in assenza di gravità artificiale intorno al proprio asse, soffrono di mal di mare e vomitano continuamente? È veramente necessario sapere che effetto ha il trauma di un rumore da 155 decibel (corrispondente ai colpi di fucile) su un porcellino d’india? Oppure ci interessa veramente sapere che i gabbiani reali muoiono pietosa­­mente dopo essere stati privati del cibo per 6 giorni?

 Che tipi di animali vengono sacrificati nella sperimentazione animale? Gli esperimenti sugli animali vengono effettuati prevalentemente su topi (402 565) e ratti (115 968) (dati forniti dalla Statistica svizzera della sperimentazione animale del 2011). Si effettuano tuttavia degli esperimenti su quasi tutti i tipi di animali compresi gatti, cani, maiali, capre, pecore, cavalli, bovini, scimmie, porcellini d’india, criceti, conigli, galline, uccelli, pesci, delfini e molti altri. Negli ultimi 10 anni sono aumentati notevolmente gli esperimenti su cavalli, asini, cani, gatti, uccelli e pesci.

Da dove arrivano gli animali? Si distinguono tre categorie: • da allevamenti di animali da laboratorio o da negozi di animali riconosciuti • da esperimenti precedenti • da altre provenienze Esempi di altre provenienze: aziende agricole, animali provenienti da una ricerca sul campo, animali catturati, commercianti di animali, allevamenti di animali da laboratorio non riconosciuti ecc. La terza categoria ammette praticamente qualsiasi provenienza. Sempre meno animali vengono allevati in Svizzera. D’altra parte sono sempre di più gli animali importati da enti non riconosciuti all’estero, dove vigono meno regolamenti e controlli. Negli allevamenti di animali da laboratorio gli animali vengono spesso appositamente allevati con le mutazioni o il quadro clinico richiesto dallo scienziato (ad es. presso l’università Irchel, Zurigo). I laboratori di sperimentazione possono ordinare a catalogo questo tipo di animali così come pure animali pre-operati o geneticamente manipolati.

Quanti animali devono soffrire e morire in Svizzera in nome della ricerca? In Svizzera vengono effettuati ogni anno oltre 660 000 esperimenti sugli animali (dati forniti dalla Statistica svizzera della sperimentazione animale del 2011). Ma il loro numero reale è assai più elevato. Dal 2000 il numero di esperimenti sugli animali è aumentato molto in Svizzera (+17%). La maggior parte rientra nella ricerca di base (vedi: Che cosa significa ricerca di base?) Gli esperimenti sugli animali nella ricerca medica applicata (la scoperta e lo sviluppo di farmaci) stanno invece diminuendo continuamente. Più di un quinto di tutti gli animali utilizzati è stato geneticamente manipolato. L’Ufficio federale di veterinaria pubblica ogni anno la statistica degli esperimenti sugli animali. La potete consultare qui: www.tv-statistik.bvet.admin.ch In questa statistica non sono considerati né gli animali utilizzati per più (diversi) esperimenti, né i «gruppi di sostituzione» nel caso in cui gli animali muoiano prematuramente oppure non possano più essere utilizzati e neppure gli esperimenti sugli animali che a causa del divieto in Svizzera vengono affidati a laboratori esteri. Tantomeno vengono conteggiati i numerosi animali necessari per produrre una linea di animali geneticamente manipolata.

Per produrre da 1 a 2 animali transgenici che rappresentano esattamente il difetto genetico desiderato, devono essere «prodotti» cento animali che vengono successiva­mente uccisi dall’allevatore ed eliminati come scarto. Meno del 20% di tutti gli esperimenti sugli animali effettuati in Svizzera è prescritto dal legislatore. Quattro quinti di tutti gli esperimenti sugli animali vengono pertanto eseguiti per motivi illegittimi. La maggior parte degli esperimenti sugli animali viene effettuata per abitudine, avidità di guadagno, brama di farsi un’immagine e spesso anche a causa di mancate conoscenze scientifiche attuali e/o senza un obiettivo concreto, per pura curiosità scientifica. Nessuno degli esperimenti sulle scimmie è prescritto dalla legge. La maggior parte degli esperimenti sui mammiferi non è prescritta dalla legge.

Per eseguire esperimenti sugli animali sono necessari dei permessi? Ogni esperimento sugli animali deve essere notificato all’ufficio veterinario cantonale. Se poi l’esperimento viene ritenuto straziante per gli animali (qui si considerano soltanto le sofferenze fisiche), esso viene sottoposto alla valutazione da parte della Commissione responsabile della sperimentazione animale. Questa Commissione emette una raccomandazione. Il potere decisionale per l’autorizzazione spetta però esclusivamente all’autorità cantonale (nella maggior parte dei casi al veterinario cantonale). In Svizzera delle oltre 1000 nuove richieste l’anno ne vengono respinte in media solo 5.

Questo vuol dire che non vige alcuna restrizione per la sperimentazione animale oppure le restrizioni sono pochissime. La Legge sulla protezione degli animali prescrive che gli esperimenti sugli animali debbano essere limitati al minimo indispensabile. Nonostante questo circa il 20% di tutti gli esperimenti sugli animali già autorizzati non vengono poi effettuati. Anche questo dimostra che nella prassi di autorizzazione la maggior parte delle richieste viene ammessa nonostante non risulti necessaria. Un ulteriore studio esauriente dimostra come il controllo delle richieste di sperimentazione animale da parte delle autorità sia assolutamente insufficiente. Nonostante la verifica delle richieste di autorizzazione, un’analisi di oltre 170 000 pubblicazioni di esperimenti sugli animali ha dimostrato che solamente l’1% di tutti gli studi sulla sperimentazione animale è stato condotto in modo metodicamente corretto.

Esiste la possibilità di sapere quali esperimenti vengono effettuati … … ed è possibile procedere legalmente contro tali esperimenti? No! Tutte le informazioni relative alla sperimentazione animale sono considerate segretissime e vengono pubblicate – qualora vengano pubblicate – dal responsabile dell’esperimento solamente a conclusione dell’esperimento stesso. Gli unici ad essere informati sugli esperimenti animali pianificati, sono l’autorità compente ed eventualmente la Commissione responsabile della sperimentazione animale. Questi però sono sottomessi ad un assoluto obbligo di segretezza. Per la valutazione della richiesta non possono nemmeno coinvolgere degli specialisti. Relativamente agli esperimenti sugli animali non esiste nessun obbligo di informazione e nessun mezzo legale impugnabile. Quindi la maggior parte degli esperimenti sugli animali, tra cui tutti quelli falliti, non viene mai pubblicata. Questo fa sì che gli stessi esperimenti sugli animali vengano effettuati più volte da diversi laboratori poiché non possono sapere se gli stessi esperimenti sono già stati effettuati da un altro laboratorio. La prassi della non-pubblicazione comporta inoltre gravi pericoli per i soggetti di test e per i pazienti. Questi rischi inutili che causano addirittura casi di decesso potrebbero essere ridotti in modo rilevante con un obbligo di pubblicazione dei risultati della sperimentazione animale.

La Legge sulla protezione degli animali protegge gli animali da eventuali abusi durante la sperimentazione? A prima vista la Legge sulla protezione degli animali promette agli animali una certa protezione.

Come è ben noto, le leggi vengono rese «praticabili» tramite delle ordinanze. L’Ordinanza sulla protezione degli animali non fornisce quasi nessuna indicazione sul modo in cui la protezione degli animali debba essere garantita nella prassi. Per quanto riguarda la dicitura «…in cui lo scopo della loro utilizzazione lo consenta…» l’Ordinanza sulla protezione degli animali (OPAn) nell’articolo 113 specifica quanto segue: «Per gli esperimenti sugli animali sono ammesse deroghe alle disposizioni della presente ordinanza in materia di detenzione di animali, trattamento, allevamento, requisiti di spazio, trasporto, provenienza e marchiatura qualora esse siano necessarie per il raggiungimento dell’obiettivo sperimentale e siano state autorizzate.» La «necessità» di deroghe non viene ulteriormente illustrata. Nella prassi essa viene praticamente valutata soltanto dal richiedente/responsabile dell’esperimento animale. Il significato di «adeguatamente» o «ingiustificatamente» (della Legge di protezione degli animali) è dimostrato dalla quotidiana realtà nei laboratori di sperimentazione. Anche in questo l’interpretazione della Legge sulla protezione degli animali viene lasciata completamente al vivisettore/responsabile dell’esperimento. Nell’Ordinanza sulla protezione degli animali non compaiono le parole «adeguatamente» e «ingiustificatamente». Come giustificazione per eludere la Legge sulla protezione degli animali nella prassi è sufficiente qualsiasi cosa che prometta un qualche beneficio all’uomo (un ricercatore, un allevatore,…) – addirittura quando questo beneficio è di natura meramente economica.

Come si svolge il processo di sviluppo di un nuovo farmaco? Lo sviluppo di un nuovo farmaco dura in media dagli 8 ai 12 anni e costa, fino al momento della sua ammissione, dai 50 ai 500 milioni di franchi svizzeri. All’inizio viene solitamente testata l’eventuale efficacia di fino a 10 000 sostanze ricorrendo a simulazioni a computer e/o modelli in vitro. Alla fine, di queste sostanze ne restano circa 20 che vengono testate ulteriormente come principio attivo potenzialmente efficace. Queste vengono poi testate nella fase successiva (tramite esperimenti sugli animali). In tale fase (per lo sviluppo di un farmaco devono morire fino a 100 000 animali) le sostanze vengono selezionate ulteriormente esaminando le loro caratteristiche relative alla potenziale efficacia, alla tossicità, all’assorbimento, alla metabolizzazione e all’eliminazione in diverse specie di animali. Le dieci sostanze più promettenti passano quindi nella fase clinica I nella quale i principi attivi potenziali vengono man mano testati su persone sane. In questa fase di test si tratta principalmente di vedere se questi principi attivi comportano degli effetti collaterali gravi o di pericolo di morte nell’uomo. Superata questa fase, si passa alle fasi II e III (esperimenti sui pazienti).

Nella fase II viene determinata tra l’altro la dose relativamente innocua, nella fase III si cerca poi di provare l’efficacia potenziale (ovvero un beneficio per il paziente) tramite dei test su grandi gruppi di pazienti. Questi esperimenti sugli umani vengono effettuati sotto severa sorveglianza e in condizioni standardizzate. Nonostante i precedenti esperimenti sugli animali durante gli studi sull’uomo viene scartato il 90% dei potenziali principi attivi (ovvero dei principi risultati «efficaci» nella sperimentazione animale) a causa di imprevisti effetti collaterali e/o inefficacia. Fonti: www.interpharma.ch/de/forschung/ Medikamentenentwicklung.asp, consultazione 20.11.2013 nonché v.

Come vengono finanziati gli esperimenti sugli animali? Una gran parte degli esperimenti sugli animali, delle strutture e degli strumenti per eseguire gli esperimenti sugli animali come pure gli stipendi dei vivisettori vengono finanziati con i ricavi delle tasse che il governo mette direttamente o indirettamente a disposizione degli istituti di ricerca. Questo vale principalmente per gli esperimenti animali effettuati da università, altri istituti superiori e ospedali. Allo stesso modo stiamo finanziando indirettamente gli esperimenti sugli animali tramite i contributi che versiamo alle casse malattia, visto che queste ultime devono pagare gli elevati prezzi dei farmaci all’industria farmaceutica anche nel caso di farmaci sospetti o dal dubbio beneficio. Il risultato è un continuo sviluppo di nuovi farmaci che spesso non sono necessari, ma che sono ancora più cari. L’Organizzazione mondiale della sanità ha redatto una lista di circa 300 sostanze farmaceutiche che consentono di curare il 95% di tutte le malattie. Le casse malattia però devono accollarsi i costi di decine di migliaia di farmaci. Una fonte di guadagno di crescente importanza per le università e gli altri istituti superiori sono le «donazioni» da parte delle aziende farmaceutiche. Queste «donazioni» sono molto controverse perché con esse si acquisisce il diritto di partecipare alla decisione sulla direzione nella quale indirizzare la ricerca e quali sono gli obiettivi da raggiungere. Un’altra parte importante del finanziamento degli esperimenti sugli animali viene messa a disposizione da organizzazioni, associa­zioni e gruppi di auto-aiuto. Queste organizzazioni che si presentano come associazioni di interesse collettivo raccolgono fondi per la lotta contro il cancro, l’AIDS e altre malattie della civilizzazione moderna agendo spesso mano nella mano o alle dipendenze dall’azienda farmaceutica. Tra l’altro: la maggior parte di questi fondi non finisce poi nella ricerca, bensì nel marketing. Le aziende farmaceutiche spendono quattro volte di più in pubblicità di quanto investono in ricerca e sviluppo.

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