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Di Maio – Pensioni: Il ministro si prepara a tagliare gli assegni d’oro, ma sugli statali mancano i dati per fare i calcoli

Il decreto dignità è approdato ieri alla Camera avvolto dalle polemiche ancora fumanti del violento scontro multiplo tra tecnici e governo. Luigi Di Maio ha assicurato che lui, sia chiaro, non vuole «licenziare nessuno», ma solo «ridurre il precariato». Concetto ribadito dal premier Giuseppe Conte, secondo cui non è «plausibile» un aumento della disoccupazione. L’ex mister spending review Carlo Cottarelli ha, invece, spiegato che 8mila posti in meno all’anno, in fondo, sono un prezzo «modesto» da pagare. Mentre l’ex ministro Cesare Damiano si è limitato a ricordare che le previsioni dell’Inps «non sempre sono azzeccate». La sensazione è che sia soltanto l’inizio. E la questione non riguarda solo il decreto dignità. Per il provvedimento, la strada è segnata.

L’intenzione sarebbe quella di arrivare al voto in commissione tra sabato e domenica. Ma già oggi potrebbero esserci le audizioni di Di Maio e dello stesso Tito Boeri, che trasformeranno la discussione sul testo in un duello dalle conseguenze imprevedibili. Il terreno del confronto non sarà più, come forse il vicepremier sperava, la lotta al lavoro precario, ma la quantificazione dei danni che provocherà il decreto sull’occupazione. Un tema che del resto, senza aspettare le tabelle del decreto, era già stato sollevato fin dall’inizio dalle imprese di ogni ordine e grado.

Quello che resta al di sotto dell’incredibile polverone non è la difficoltà, che pure esiste, della politica di difendere i propri margini di iniziativa dalla forza distruttrice della macchina burocratica. Qui il problema è la capacità di una classe dirigente come quella grillina, stravotata dagli italiani e quindi legittimata ad entrare nelle stanze dei bottoni, di mettere sul tavolo proposte che diano ai tecnici filo da torcere. E, se possibile, li mettano in condizioni di non nuocere. Che il decreto messo a punto dal leader penta stellato metterà a rischio posti di lavoro era chiaro pure all’usciere della più piccola confederazione di artigiani. Non ci volevano davvero i super esperti di Boeri o della Ragioneria per scoprirlo. E a poco servirà in futuro, come ha minacciato Di Maio, «mettere sotto scorta» le leggi per evitare che siano boicottate. La soluzione sarebbe quella di scriverle meglio. Ma su questo punto il ministro del Lavoro non sembra voler raccogliere suggerimenti. Anzi, ha già pronta in canna la seconda gaffe.

Il prossimo scivolone si chiama «pensioni d’oro», che Di Maio vuole sforbiciare senza pietà per restituire un po’ di soldi a chi già oggi riceve un assegno senza aver pagato contributi. Idea discutibile, ma non fantascientifica. Certo, la Corte costituzionale ne farà probabilmente carta straccia, come ha già fatto per gli altri contributi di solidarietà. Ma Di Maio non sarà il primo, né l’ultimo a ricevere schiaffi dalla Suprema corte. Il problema riguarda non il diritto e neanche l’ideologia, ma la fattibilità tecnica. E su questo fronte i burocrati avranno praterie su cui pascolare.
Il principio intorno a cui ruota la riforma è quello del ricalcolo contributivo delle pensioni al di sopra di una certa soglia. Quello che è in più deve essere preso a colpi di accetta.

Semplice, se non fosse che quel calcolo per i dipendenti pubblici è praticamente impossibile. Con la fusione dell’Inpdap nell’Inps, le carriere discontinue di molti lavoratori (insegnanti in testa) e le furberie delle amministrazioni che non hanno versato il dovuto, per la maggior parte dei 3 milioni di statali è complicatissimo ricostruire con esattezza la storia contributiva. L’istituto di previdenza conosce bene il problema, al punto che nel 2014 ha avviato una operazione di consolidamento che procede a blocchi di circa 200mila dipendenti. Il quinto «lotto», così si chiama, è stato aperto poche settimane fa. Per capire la situazione basta sapere come procede l’Inps per le verifiche: invia ai dipendenti l’estratto conto contributivo e aspetta le segnalazioni. Come dire che se non lo ricordano loro, nessun altro potrà farlo.