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Europarlamento intende proteggere qualità miele e api: “Basta pesticidi”

Con circa 600mila apicoltori, di cui 50mila solo in Italia, l’Ue è il secondo produttore mondiale di miele dopo la Cina, con una produzione che arriva a circa 200mila tonnellate l’anno. Ma le api sono messe in pericolo da pesticidi e dal diffondersi di specie animali invasive. Il Parlamento europeo chiede per questo che l’Unione europea intervenga da una parte per proteggere questi insetti e dall’altra per sostenere il settore contro le contraffazioni. “Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere il nostro miele e le nostre api; il 76 % della produzione alimentare europea dipende dall’impollinazione e quindi le api sono indispensabili per la nostra sicurezza alimentare”, ha affermato il relatore del testo, Norbert Erdős del Ppe.

L’ape è un insetto, appartenente alla famiglia degli imenotteri, al genere Apis, specie mellifera; in Ticino per sua natura originale veniva allevata la razza originale ligustica, molto apprezzata in quanto particolarmente prolifica, mansueta e produttiva. Un grosso difetto dovuto non tanto alla razza quanto alla selezione operatasi nel tempo è la tendenza alla sciamatura, spesso infatti da un’arnia razionale a dieci telai da nido si dipartono uno sciame primario ed almeno due sciami secondari. In una dai successivi capitoli saranno spiegati i metodi per ridurre la tendenza delle api a sciamare. Oltre alla ligustica in Canton Ticino sono presenti anche l’ape Carnica e l’ape di razza Bukfast, ognuna con la propria caratterisca.

Caratteristiche fisiologiche e morfologiche

 L’ape è un’insetto, ha una complessa organizzazione sociale, basata su due caste, la casta sterile (operaie) e quella riproduttiva, organizzate nel seguente modo: le operaie che svolgono tutte le funzioni necessarie alla “vita” della famiglia con esclusione di quella riproduttiva, la regina che svolge la funzione riproduttiva e di coesione della famiglia mediante l’emissione dei ferormoni, il fuco che svolge l’azione riproduttiva e di riscaldamento dell’alveare. Il ciclo di sviluppo delle api parte dall’uovo deposto dalla regina dal quale dopo tre giorni di sviluppo embrionale fuoriesce la larva, di colore bianco perlaceo che si dispone sul fondo della cella e viene nutrita dalle api, quando le larve sono pronte alla metamorfosi le operaie chiudono le celle con un opercolo di cera. Da un uovo fecondato nascono individui di sesso femminile che, a seconda della alimentazione fornita nei primi giorni di vita larvale, si sviluppano nella direzione di femmine sterili (Operaie) oppure di femmine feconde (regine). Come tutti gli insetti l’ape è fornita di sei zampe, possiede quattro ali, e un pungiglione localizzato nella parte posteriore del corpo con il quale difende se stessa e la famiglia; l’apparato boccale è di tipo lambente – succhiante e con esso succhia il nettare dai fiori.

L’OPERAIA

La maggior parte della popolazione dell’alveare è costituita da femmine sterili, le operaie, che compiono tutti quei lavori di cui necessita “l’organismo alveare” per potere sopravvivere. Esse infatti procurano il cibo (nettare e polline) per tutta la colonia e per l’apicoltore; puliscono l’arnia eliminando i rifiuti e la sporcizia, causa di infezioni e malattie; accudiscono la regina, la covata ed i fuchi; allontanano oppure uccidono i nemici; producono la cera che forma i favi; generano il calore che d’inverno permette all’alveare di sopravvivere. Lo sviluppo preimmaginale delle operaie dalla schiusa dell’uovo allo sfarfallamento dura circa 21 giorni, le larve da cui origineranno le operaie vengono nutrite per i primi tre giorni con la pappa reale e per i successivi quattro giorni con il cosiddetto pan d’ape, un miscuglio di miele e polline lavorato dalle operaie; la celletta viene perciò opercolata all’inizio dell’ottavo giorno dalla schiusa dell’uovo, perciò 10 giorni dopo la deposizione. La metamorfosi perciò dura dal decimo al ventunesimo giorno dopo la deposizione dell’uovo. Appena nata l’ape è leggermente più piccola delle sue dimensioni finali, inizia immediatamente a svolgere i propri compiti, per circa 3 giorni l’operaia svolge funzione di pulitrice, dal quarto giorno si è completato lo sviluppo delle ghiandole che secernono la pappa reale e inizia le sue funzioni di nutrice. Dal decimo al 16° giorno entrano in funzione le ghiandole produttrici di cera e l’operaia si trasforma in muratore ed architetto, intorno al ventesimo giorno poi inizia il servizio come guardiano, difendendo l’alveare dai nemici. Dal ventunesimo – ventiduesimo giorno di vita fino alla morte l’ape operaia svolge funzione di bottinatrice, cioè diventa produttiva per l’apicoltore, questo ci rivela perciò l’importanza della lunghezza della vita delle api, un ceppo di api longevo le cui operaie vivono per 60 giorni hanno 15 giorni di lavoro (perciò produttivi) in più per esempio delle operaie di una famiglia di un ceppo di api le cui operaie muoio intorno al 45° giorno di vita Le api operaie hanno una vita che nel periodo primaverile – estivo difficilmente dura più di quaranta – quarantacinque giorni, nel periodo autunnale invernale possono vivere anche per di più quattro – cinque mesi. La loro vita si può schematicamente dividere in due periodi : il primo di 17-25 giorni in cui compiono tutte le funzioni interne all’alveare, il secondo dal 20 al 45 giorno ed oltre in cui si dedicano ad attività esterne (esplorazione, bottinamento ecc.). La loro popolazione varia dalle 10 / 12.000 del periodo invernale alle oltre 70.000 – 80.000 del periodo primaverile, coincidente con la massima disponibilità di nettare e con il periodo della sciamatura. Sono dotate di pungiglione e di una ghiandola che secerne veleno.

IL FUCO

Il fuco è il maschio dell’ape, generalmente è di colore molto scuro e di dimensioni molto più grandi di quelle dell’operaia. Nasce da un uovo non fecondato deposto dalla regina in celle più grandi di quelle da operaia, da queste uova si svilupperanno esclusivamente maschi (partenogenesi arrenotoca) con numero di cromosomi dimezzato, il suo sviluppo dura circa 24 giorni. Fino a qualche tempo fa si riteneva che fosse destinato soltanto ad accoppiarsi con la regina ed a “sbafare” il miele a tradimento, oggi alcuni studi hanno evidenziato che il fuco, oltre alla funzione riproduttiva, esplica anche una certa funzione nel mantenimento della temperatura dell’alveare nelle giornate fredde e nella ventilazione in quelle più calde. Recentissimi studi effettuati da ricercatori giapponesi smentiscono ulteriormente la convinzione che sia inetto alla propria nutrizione in quanto i fuchi sono stati sorpresi in attività su alcune fioriture. Il fuco nel periodo degli accoppiamenti, può muoversi indisturbato da un alveare all’altro ben tollerato dalle api guardiane e questo è molto pericoloso per la diffusione di malattie infettive da un’arnia all’altra. La vita media di un fuco si aggira sui due mesi, questa può essere pero bruscamente interrotta dalle operaie quando il raccolto di nettare cala o quando non ci sono più regine vergini da fecondare, l’eliminazione dei fuchi può avvenire in modo cruento, cioè possono essere uccisi direttamente dalle operaie, o incruento, cioè lasciati semplicemente morire di fame o scacciati dall’alveare dalle operaie. Il volo nuziale vede la partecipazione di centinaia di maschi e si conclude con l’accoppiamento della regina con il maschio più forte e resistente, alla fine il distacco tra i due insetti provoca al “fortunato” fuco delle lesioni tali che muore quasi istantaneamente. Durante il volo di fecondazione la regina può accoppiarsi in successione anche con sei – otto maschi, raccogliendo il loro sperma nella sacca presente in prossimità degli ovidotti che prende il nome di spermoteca. I fuchi non sono dotati di pungiglione, il loro numero all’interno dell’alveare varia tra il migliaio circa della tarda primavera (periodo degli accoppiamenti) e la assenza pressoché totale degli altri periodi dell’anno.

LA REGINA

La regina, non del tutto a torto, viene ritenuta la parte più importante dell’ “organismo alveare”, è l’unica femmina feconda dell’alveare, è molto più lunga e snella del fuco, completa il suo sviluppo in 16 giorni di cui tre da uovo, 5,5 come larva con la cella reale aperta e 7,5 come larva opercolata. E’ sempre circondata da un piccolo gruppo di operaie che le fa da “corte” e che provvede a nutrirla, pulirla ed aiutarla negli spostamenti. Nasce da un uovo fecondato e si sviluppa all’interno delle celle reali, delle costruzioni particolari che in genere si trovano al bordo dei telai da nido, viene nutrita per tutto il suo stadio di sviluppo con pappa reale, dopo lo sfarfallamento (circa 16 giorni dalla deposizione dell’uovo) e dopo essersi liberata delle sorelle che stanno completando lo sviluppo, compie il volo nuziale. In qualche caso alla giovane regina è impedito di uccidere le sorelle, allora essa abbandona l’alveare con un buon numero di operaie dando origine ad uno sciame secondario. Accoppiandosi con circa trenta fuchi nelle prime due settimane di vita accumula nella spermoteca circa quattro – cinque milioni di spermatozoi che le serviranno per la fecondazione delle uova che deporrà nei suoi tre, quattro anni di vita e dalle quali prenderanno origine le operaie e le nuove regine che serviranno per prolungare la vita dell’alveare ed a creare delle nuove famiglie. Dopo cinque – sette giorni dalla avvenuta fecondazione la regina inizia le deposizione delle uova, che vengono posate sul fondo delle celle, da quelle fecondate nasceranno larve che daranno origine a operaie o regine a seconda dell’alimentazione, da quelle non fecondate che daranno origine a maschi. Può deporre fino a 2.000 uova al giorno, si nutre esclusivamente di pappa reale, all’interno dell’alveare può esistere solo una regina tranne che in alcuni limitatissimi periodi in cui la regina “vecchia” non è ancora sciamata e la regina giovane è già uscita dalla cella reale. Dopo alcuni anni di deposizione, al massimo tre o quattro, in una stessa arnia o in diverse in caso di sciamatura, la regina comincia il decadimento fisico e viene sostituita da una regina più giovane allevata dalle operaie. Lasciata a se una famiglia sostituisce la propria regina circa ogni tre anni, l’apicoltore deve pero anticipare questo processo fisiologico, mantenendo la regina al massimo per due anni, sostituendola artificialmente.

La marcatura della regina può essere fatta catturando la regina tra le dita prelevandola direttamente dal favo in cui si trova, afferrandola per le ali oppure direttamente dal torace; è assolutamente fondamentale non afferrare mai la regina dall’addome per non causare lesioni all’apparato riproduttore cha è localizzato proprio in questa parte del corpo. Tenendola poi ben salda tra le dita, sempre dal torace, si agisce poggiando una gocciolina di colore sul retro dello stesso torace, in mezzo cioè all’attaccatira delle ali, quindi si attende per qualche istante che il colore si asciughi e si libera la regina poggiandola sul telaio dove si trovava inizialmente.

Esistono in commercio dei set che sono comunemente usati per la cattura e la marcatura con il colore delle regine, possono tranquillamente essere usati avendo però l’accortezza di attendere alcuni secondi in più per la liberazione della regina per evitare che il diluente dello smalto, molto penetrante, non copra l’odore della regina rendendola così irriconoscibile per le operaie che la attaccherebbero uccidendola. Alcuni apicoltori sono soliti tagliare una o due delle ali (operazione che prende il nome di clippaggio) della regina per impedirne il volo e limitare perciò le possibilità di allontanamento durante la sciamatura, il metodo però non si rivela troppo efficace sia perché la regina menomata viene più rapidamente sostituita, sia perché la sciamatura della famiglia sarebbe solamente posticipata di qualche giorno, in quanto lo sciame abbandonerebbe ugualmente la cassa a seguito dello sfarfallamento della prima regina vergine. Potrebbe poi capitare che la regina sostituita o marcata di recente venga assalita dalle api durante una nostra visita, le api si agglomerano per soffocarla, in questo caso mandare delle sbuffate di fumo e richiudere immediatamente la cassa.

E’ opportuno evitare di aprire le famiglie almeno per la prima settimana – dieci giorni dopo l’inserimento della nuova regina o la sua marchiatura, specialmente se i ceppi di provenienza della regina e delle api operaie sono notevolmente diversi. sostituzione della regina Operazione abbastanza comune in apicoltura razionale è quella della sostituzione delle regine, infatti è buona norma non tenere una regina in produzione per periodi superiori ai due anni, sia perché in questo modo si avrebbe un calo della deposizione di uova ed una diminuzione conseguente della produzione di miele, sia perché una regina “vecchia” mantiene la coesione della famiglia con maggiore difficoltà a causa della diminuita produzione di ferormone mandibolare, accrescendo perciò la tendenza alla sciamatura della famiglia stessa. La regina, di norma, si sostituisce in periodo di piena produzione, eliminando la vecchia oppure portandola via sul telaio in cui si trova ed inserendo immediatamente nella cassa un cupolino con regina selezionata prossima allo sfarfallamento; questa si accoppierà in volo e inizierà la deposizione delle uova divenendo di fatto la nuova “padrona” dell’alveare. Per risparmiare sui tempi si usa inserire all’interno della cassa una regina già fecondata e marcata in una gabbietta, il risultato è molto meno sicuro data la possibile non accettazione da parte della famiglia. Più avanti vedremo in che modo migliorare la percentuale di accettazione della regina da parte della famiglia che la ospiterà.

L’arnia In questa seconda parte, si parlerà delle attrezzature e dei supporti tecnici e meccanici che ci permettono di allevare e fare produrre le api; la principale di queste “attrezzature” è senz’altro l’arnia. In passato nella nostra regione, così come nelle altre regioni italiane l’apicoltura si praticava esclusivamente o quasi con arnie villiche o a “favo fisso” costruite con materiali disparati, dalla paglia alle tavole di legno ai tronchi cavi ai contenitori metallici. Con questo tipo di alveari l’apicoltore non è in grado di assecondare lo sviluppo degli alveari, di correggere eventuali anormalità, di prevenire e curare le malattie, di ricavare il miele e la cera senza distruggere i favi e spesso uccidendo le api. Tutto ciò può essere facilmente fatto utilizzando le arnie razionali con il telaio mobile. Per una apicoltura moderna e razionale le api devono essere alloggiate in un’arnia di tipo razionale, cioè a favi mobili che , inventata in America nella metà dell’ottocento si è da allora diffusa diventando uno strumento imprescindibile per l’apicoltura moderna.

Nelle arnie razionali si costringono le api a costruire i favi all’interno di speciali telai di legno che sono semplici cornicette che con un semplice accorgimento costruttivo possono essere estratti dall’alveare senza che la cera venga danneggiata. Nelle arnie razionali attualmente in uso da noi l’estrazione dei telaini avviene attraverso il tetto, dopo avere rimosso il soffitto dell’arnia ed il coprifavo, questo tipo di alveari sono detti “a favo freddo”, in quanto i telaini sono disposti perpendicolarmente all’ingresso dell’arnia. Questo tipo di arnie si differenziano da quelle in uso in Svizzera Tedesca e nei paesi del nord Europa che hanno i telai che si estraggono dal retro della cassa, cioè sono posizionati parallelamente all’ingresso e che vengono definiti “a favo caldo” Attualmente, a causa dell’avvento della Varroa , si preferiscono arnie razionali a dieci telaini da nido (non più dodici come una volta) dotate di fondo mobile o comunque di griglia in rete e con vassoio metallico a scorrimento, che permettono una più agevole lotta a questo parassita. Attualmente sono fortunatamente in disuso le arnie “costruite” dagli stessi apicoltori o da artigiani che pur essendo più economiche presentano lo svantaggio di non avere le misure standard e perciò di non potere scambiare materiale con le arnie attualmente in commercio. Tanto nel nido quanto nel melario dell’arnia possono trovare alloggiamento da 10 a 12 telai (in Ticino meglio 10), generalmente si preferisce disporre nel melario un telaino di meno per rendere più agevoli le operazioni di smielatura; le misure dei telai da nido sono esattamente il doppio di quelle dei telai da melario. Per quanto riguarda l’utilizzo delle casse per l’apicoltura transumante o nomadismo, si attuano in fase costruttiva degli accorgimenti che rendono più agevoli gli spostamenti che sono: – Ganci per fissare il fondo dell’arnia al nido; – Tettoia piana e coperta di lamiera zincata; – Fascia di protezione o angolari per evitare lo scorrimento delle varie parti dell’arnia; – Distanziatori tra un telaio e l’altro; – Presenza del portichetto intorno all’ingresso; – Maniglie laterali per una salda presa.

Molto importante in definitiva è che l’arnia sia razionale con le misure standard in modo che i pezzi siano intercambiabili , costruita con materiali adatti e che venga effettuata una periodica manutenzione che ne aumenti la durata nel tempo. Attrezzi per lo svolgimento dell’apicoltura L’arnia a telaini mobili è l’elemento principale su cui si fonda l’apicoltura moderna; affinché si possa lavorare correttamente sono altresì necessari altri attrezzi e materiali: – Maschera e guanti: La maschera può essere di tulle nero o meglio di rete metallica, deve proteggere il viso dell’apicoltore mantenendosi rigida senza aderire al viso, nel qual caso le api potrebbero ugualmente pungere. I guanti da apicoltore sono generalmente di pelle con un copribraccio dotato di elastico terminale, utile per impedire alle api di penetrare all’interno.

E’ opportuno portare la maschera ogni volta che si visita l’alveare mentre i guanti sono sconsigliati sia per questione di sensibilità e precisione nelle operazioni sia per avere una certa “paura” delle punture che ci permetterà di acquisire la delicatezza e la decisione necessarie. – Affumicatore: per potere correttamente lavorare su un alveare è opportuno utilizzare sempre l’affumicatore, questo è costituito da un cilindro metallico dotato di due fori in cui avviene la combustione di tela di iuta, cartone, legno essiccato o sostanze appositamente preparate dalle ditte che commercializzano prodotti per l’apicoltura, e da un mantice che attraverso i due fori, di cui quello superiore dotato di beccuccio, invia il fumo all’interno dell’alveare rendendo più mansuete le api. Queste infatti, temendo di essere scacciate dall’alveare, ingurgitano grandi quantità di miele, cosa che gli rende difficile utilizzare il pungiglione. – Leva staccafavi: viene utilizzata per aprire le arnie mediante il distacco ed il sollevamento del coprifavo, per staccare i telaini propolizzati, per eliminare gli eccessi di cera e gli accumuli di propoli. Costruita generalmente in acciaio la leva presenta da una parte un raschietto e dall’altra una linguetta piegata ad angolo che permette di staccare i telaini facendo forza sulle linguette laterali. – Spazzola: viene utilizzata per portare via le api dai telaini, può essere tranquillamente sostituita con delle penne d’uccello o con dei rametti di rosmarino.

– Arnietta di servizio: molto comoda anche come cassetta degli attrezzi è utilizzata quando si visitano famiglie molto numerose per sistemare il primo telaio estratto dall’arnia che verrà riposizionato alla fine; in caso di necessità può essere utilizzata come arnia piglia sciame. – Diaframma: il diaframma è un pannello, generalmente di legno o di masonite (ma puo essere anche di plastica), utilizzato per restringere lo spazio a disposizione della famiglia quando questa si riduce di numero e non riesce a presidiare e riscaldare l’intero volume della cassa. Il diaframma deve essere perfettamente combaciante con le pareti laterali e con il soffitto della cassa per isolare il più ermeticamente possibile gli spazi. – Foglio cereo: il foglio cereo è un supporto costruito in cera d’api e stampato con le impronte delle celle da operaia. La funzione dei fogli cerei è molteplice, anzitutto il risparmio del miele utilizzato dalle api per la formazione della cera (fino a otto Kg. di miele per produrre un Kg. di cera); il maggior ordine nell’alveare dovuto al fatto che i fogli cerei sono disposti parallelamente l’uno all’altro e così vengono costruiti; limitazione del numero dei fuchi dovuto al fatto che le cellette sovraimpresse sono solo da operaia.

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