Gas di scarico, testati sulle scimmie e cavie umane: Adesso scoppia la bufera

Prosegue la polemica e lo scandalo su alcune aziende automobilistiche riguardo il gas di scarico provati sulle scimmie. Purtroppo nelle ultime ore è stato chiarito che i gas di scarico delle auto, diesel e dei colossi tedeschi non pare non siano stati trovati soltanto sulle scimmie come recentemente denunciato dal New York Times ma anche su cavie umane. La notizia è stata scritta da Sueddeutsche Zeitung e Stuttgarter Zeitung, che hanno rivelato dei particolari suite di cui sono stati coinvolti Volkswagen, BMW, Daimler. Ovviamente le società comunque è un venuta fuori questa notizia, hanno immediatamente preso le distanze da questo caso e da ogni accusa. Secondo quanto emerso dai media, sembra che la società di ricerca Europea per l’ambiente la salute nei trasporti fondata da 3 colossi dell’auto, abbia promosso un breve studio di inalazione con ossido di azoto su delle persone sane.

Venticinque persone sono state sottoposte a dei controlli presso la clinica universitaria di Aquisgrana dopo che avevano respirato, per diverse ore, e in diverse concentrazioni, dell’ossido d’azoto”, scrive la Sz. Sembra però che questi esperimenti effettuati sulle cavie umane siano stati positivi perché non sarebbero stati rilevati degli effetti sui pazienti che sono stati sottoposti all’emissione del gas. Nonostante ciò però la notizia ha destato parecchia preoccupazione e soprattutto molte polemiche e critiche nei confronti delle tre aziende. Stephan Weil, presidente della Bassa Sassonia, ovvero il Land che rappresenta ad oggi uno dei più grandi azionisti della Volkswagen, ha chiesto immediatamente al gruppo di poter fare chiarezza su quanto sta accadendo e già lo aveva chiesto in effetti lo scorso sabato quando era uscita fuori la notizia di alcuni esperimenti Condotti sulle scimmie.

Così come avvenuto nelle scorse ore per quanto riguarda il loro coinvolgimento nei test effettuati sulle scimmie, il gruppo automobilistico Daimler ha preso le distanze anche da quest’altra notizia riguardante esperimenti di scarico testati su cavie umane. “Prendiamo espressamente le distanze dalle ricerche dell’Eugt. Siamo sconvolti dal tipo di esami condotti. E condanniamo aspramente questi test”, è questo quanto riferito nella giornata di ieri dal gruppo automobilistico Daimler, verso la diffusione di una nota.

Trattandosi di aziende tedesche è intervenuta nella giornata di ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel la quale ha sollecitato le aziende incriminate a fare chiarezza su quanto è venuto alla luce. Nelle prossime ore infatti, i consigli di amministrazione e tutti coloro che hanno commissionato i test, dovranno rispondere ad alcune domande e soprattutto e domande relative a quale fosse lo scopo dei test. Anche Giovanni D’Agata presidente dello sportello dei diritti nelle scorse ore ha parlato dicendo di voler chiarezza su questa vicenda e soprattutto che venga fatta immediatamente, anche per evitare che in futuro si  possa soltanto parlare di fatti del genere e di persone che non hanno rispettato la dignità degli esseri umani, trattandole come “Carne da macello”.

Venticinque cavie umane sottoposte a controlli presso la clinica universitaria di Aquisgrana dopo aver inalato, per diverse ore e in diverse concentrazioni, i fumi dell’ossido di azoto, con l’obiettivo di dimostrare che i gas di scarico dei motori diesel non fanno male alla salute.

È quanto è emerso dalle clamorose rivelazioni della stampa tedesca sull’ultimo, terribile scandalo che coinvolge tutti i Grandi dell’auto d’oltre Reno. I «volontari per prove di respirazione» (tutte «persone sane tedesche») sono stati sottoposti a quattro ore di esposizione in una stanza ad aria inquinata dall’ossido di azoto con l’obiettivo di verificare l’effetto di diverse concentrazioni di NO2 nell’aria respirata da 25 soggetti sani.

All’apparenza tutti hanno superato l’esperienza della camera a gas senza danni ma solo il tempo potrà confermare che i test, effettuati nel 2016/17, non hanno prodotto danni. E lo stesso vale per i dieci esemplari di scimmie giapponesi che nel maggio 2015 furono condotti in un laboratorio di Albuquerque, nel NewMexico, rinchiusi in una vetrina e tenuti tranquilli per quattro ore davanti a uno schermo con la proiezione di un cartone animato, mentre venivano sottoposti, legati in una piccola stanza, all’emissione di gas di scarico (commisto ad aria) di un diesel «pulito» per poi fare il confronto con quello di un vecchio Ford F-250.

A gestire questi esperimenti è stata la Società di Ricerca europea per l’Ambiente e la Salute nei Trasporti (Eugt), centro fondato nel 2007 dai tre grandi dell’industria dell’auto tedesca Volkswagen, Bmw e Daimler più la Bosch, uscita dall’avventura prima dei test incriminati, e chiuso l’anno scorso sull’onda del dieselgate. Una struttura da cui oggi tutti i protagonisti cercano di prendere le distanze mentre Angela Merkel ostenta furore e indignazione di fronte a «questi test sugli animali e perfino sulle persone che non trovano giustificazione alcuna sul piano etico».

SQUADRA ILLUSTRE

Ma non sarà facile dissociarsi, visti i nomi coinvolti. Nel consiglio della società, scrive la Suddeutsche Zeitung, figurano i dirigenti delle tre case nonché un rappresentante della società aeroportuale di Francoforte, la Fraport, mentre il comitato consultivo di ricerca era formato da sette professori e medici, guidati dal professor Helmut  Greim dell’università di Monaco. Una squadra illustre, a conferma dell’importanza della posta in gioco: la difesa del motore diesel, simbolo della supremazia tedesca nel mondo a quattro ruote perché il vero obiettivo, commenta il quotidiano bavarese, «non era quello dichiarato, cioè esaminare e documentare l’impatto dei trasporti sulle persone e sull’ambiente, bensì promuovere con forza l’idea del diesel pulito». Un’opinione confortata ieri in conferenza stampa dalle parole del portavoce della Cancelliere, Steffen Seibert che parlando a nome della Merkel, ha detto «che i produttori avrebbero dovuto impegnarsi a limitare le emissioni e non dimostrarne la presunta innocuità».

È questo il peccato d’origine attribuito oggi all’industria a quattro ruote d’oltre Reno, senz’altro vittima anche dello strapotere esercitato sul mondo politico che ha garantito per decenni una sorta di immunità oltre a un ruolo di pressione nei confronti della stessa Unione

Europea. È questa la cornice in cui, dal 2012, l’industria ha reagito all’allarme scatenato da uno studio pubblicato dall’organizzazione mondiale della sanità, secondo il quale i gas di scarico sono cancerogeni. I colossi dell’auto volevano dimostrare il contrario attraverso verifiche scientifiche, più o meno convincenti. Attraverso l’Eugt fu promosso uno studio sulle scimmie attraverso il Lovelace Respiratory Research Institute del New Mexico. Nell’ottobre 2013, secondo la Bild ipromotori della ricerca avevano già discusso se fosse il caso di sottoporre al test anche cavie umane, volontarie ma Michael Spalleck, all’epoca direttore generale della Fondazione si era opposto così: «Puoi immaginarti il dibattito pubblico che provocherebbe uno studio del genere». Ma alla fine, ahimè, non gli hanno dato retta anche se, in serata, il Policlinico universitario RWTH di Aquisgrana, difende gli esami che non avevano «nulla a che fare con il dieselgate o alcun collegamento con gli  esperimenti sulle scimmie».

In ogni caso, proprio quando ormai sembrava ormai cancellata l’ombra dello scandalo (e dei relativi costi già ampiamente recuperati) si riaffaccia il tormento del dieselgate, ferita d’immagine più che danno economico per la potente industria tedesca. Insorgono i politici, non solo la premier. Il ministro dei Traspolli Christian Sch- midt della Csu ha detto di non provare «alcuna comprensione per esperimenti che non servono la scienza, ma perseguono solo scopi di pubbliche relazioni». Stephan Weil, il presidente socialdemocratico della Bassa Sassonia che siede nel cda della capogruppo ha richiesto immediati chiarimenti al comitato esecutivo del colosso.

Secche le precisazioni dei vertici societari delle varie case, decise a sostenere la linea del «non sapevamo». Per la casa di Wolfsburg ha parlato Hans Dieter Poetsch, il presidente del Consiglio di sorveglianza del gruppo tedesco: «I test – ha detto – non sono in alcun modo accettabili. Prendo le distanze con tutte le forze da pratiche del genere e farò tutto il possibile perché vi sia un’indagine completa sulle procedure. E chi ha la responsabilità ne risponderà». Gli ha fatto eco il presidente del consiglio di fabbrica, Bernd Osterloh: presidente del consiglio di fabbrica di Volkswagen. Il sindacalista, che siede anche nel consiglio di sorveglianza, si è detto scosso a nome dei lavoratori: «I limiti etici sono stati superati».

Energica, infine, la reazione di Daimler: «Condanniamo gli esperimenti nel modo più fermo». Il gruppo di Stoccarda ha annunciato il lancio di «un’indagine approfondita per capire come si è arrivati a questo».

La disoccupazione è al minimo perché 2,7 milioni di persone guadagnano una miseria

Più che indignarsi la Merkel avrebbe almeno un altro motivo per vergognarsi. E non solo in quanto tedesca come nel caso Volkswagen, ma soprattutto in quanto capo di quel governo che poco più di due anni fa ha dato il via alla più grande invasione migratoria dell’epoca moderna in Europa, cercando nel contempo di approfittare della presunta nuova forza lavoro in arrivo per dar nuovo slancio all’economia tedesca.

Sembrerebbe un aspirazione del tutto legittima, visto che anche da noi si vaneggia delle stesse «risorse» senza le quali siamo destinati all’estinzione economica e non solo. Ma a parte che, come abbiamo scritto qualche giorno fa, è vero semmai il contrario, e cioè che crescono di più i Paesi con meno immigrazione (vedi quelli del blocco Visegrad), almeno un risultato grazie agli immigrati la Germania lo ha ottenuto, e cioè il tasso di disoccupazione più basso di sempre, appena il 5,5%. Il problema è che appunto lo ha ottenuto principalmente grazie agli immigrati che sono pagati meno, molto meno che il resto dei cittadini tedeschi. Non lo diciamo noi, sia chiaro, lo dice uno studio dell’Istituto della Fondazione Hans Bockler, confermato nientemeno che dall’Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW). I due istituti hanno effettuato due ricerche differenti ed entrambi hanno stabilito che in Germania ci sono almeno 2 milioni e 700mila dipendenti pagati meno del salario minimo legale, stabilito da Berlino in 8,84 euro all’ora.

Lo studio dell’Istituto Wsi va ancora più in profondità e ci dice quella verità che probabilmente la Merkel non vorrebbe mai sentirsi dire, come appunto nel caso della Volkswagen.

Pare infatti che le violazioni del Minimum Wage Act siano particolarmente diffuse nelle piccole aziende e in particolare quelli che vengono considerati «mini-lavori». Quelle che generalmente richiedono minori specializzazioni, bassi livelli di esperienza, magari nemmeno troppa conoscenza della lingua tedesca; nelle quali a rigor di logica è maggiormente diffusa la presenza di lavoratori immigrati. Dei dipendenti di famiglie private, cioè colf, addetti alle pulizie, badanti ecc, sarebbero quasi il 50 per cento a percepire salari al di sotto della legalità. Nel settore della ristorazione, cioè perlopiù lavapiatti e camerieri, sono il 20 per cento. Un po’ come i nostri raccoglitori di pomodori nel sud Italia, cioè i nuovi schiavi di governi ipocriti che si fanno belli con la cultura dell’accoglienza senza preoccuparsi delle realtà sociali ed economiche in cui gli «accolti» vanno a inserirsi.

Basti dire che sempre in Germania a fronte dei due milioni e 700mila lavoratori sottopagati lo scorso hanno le imprese hanno pagato la miseria di 4,2 milioni di euro in sanzioni per violazioni della legge sul salario minimo (dati del ministero federale delle Finanze). È evidente che il governo tedesco con l’ondata di immigrati (specie dalla Siria) sperava di coprire parte di quel famoso buco di un milione di posti di lavoro specializzati vacanti, ma è andata più che altro a ingrossare le file degli sfruttati sottopagati.

Ciao. Sono una scimmia. Anzi, peggio. Le scimmie mica possono decidere («Ehi Bongo, ti va di fare la cavia?». «Ma sì, dai…»), io invece sì. E ho scelto di ingozzarmi di farmaci a pagamento. È capitato molti anni fa, a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, in Canton Ticino. Sono ancora vivo (per ora)evelo racconto.

Il passaparola tra ragazzi è clamoroso: «In Svizzera esistono delle cliniche che pagano in contanti per provare l’aspirina, il Tantum Verde, l’antiasmatico, altro». Io e i miei amichetti – studenti comaschi perennemente squattrinati – pensiamo si tratti della classica «leggenda metropolitana» («sarà una puttanata»), ma cerchiamo informazioni.
«Dovete chiamare Mario
Rossi (nome fittizio), è l’incaricato al reclutamento delle “cavie”». Recuperiamo il numero, lo contattiamo. Esiste. Ci dice «presentatevi il tal giorno alla tal ora alla tal clinica. Lì effettueranno un test completo per capire se siete “adatti”». Ci presentiamo alle 8 del mattino. Dal confine di Ponte Chiasso ci vogliono 15 minuti di macchina. All’interno della clinica dottori, infermieri, incaricati vari in camice bianco. Ci chiedono: «Vi drogate? No perché nel caso è inutile che procediate al test sangue-urine». Procediamo. Il test è stra-completo, banalmente serve a stabilire se uno sia sano al 100%. In più, la clinica è tenuta a far sì che dopo la sperimentazione la «cavia» sia restituita ai parenti con i medesimi valori con cui è entrata.

Passiamo le analisi, siamo «arruolabili». L’incaricato al reclutamento Mario Rossi ci spiega come funziona l’ambaradan: «Si tratta di ingerire farmaci già in commercio per il rinnovo del cosiddetto “bu- giardino”. Dovrete trascorrere un periodo variabile all’interno della struttura e verrà monitorata la concentrazione del principio attivo nel sangue. Al termine della sperimentazione verrete pagati in contanti e potrete essere richiamati per un nuovo test dopo minimo tre mesi. La paga varia a seconda del farmaco e della durata del trattamento». Cipro pongono di tutto: anti diabetici, sciroppi per la tosse, antibiotici, collutori, aspirine, altro. «Partiamo piano: collutorio», dico io. «Paga poco, buttiamoci sull’aspirina», rilanciano i miei compagni di disavventura attratti dal Franco Svizzero.

Ci presentiamo alle ore 20 di un martedì sera, usciremo alle ore 8 del successivo giovedì mattina. Le regole ci obbligano a: A) Non fumare o bere alcolici. B) Non uscire dalla clinica.
C) Mangiare completamente i pasti somministrati. D) Non introdurre alcun tipo di cibo all’interno della struttura. E) Effettuare tutti i prelievi previsti dal protocollo tramite agocannula.

Ci guardiamo attorno. Siamo 12 uomini e 12 donne, curiosamente tutti italiani («agli svizzeri non interessa molto», ci dicono); scegliamo il nostro letto (sei letti per stanza). La struttura è asettica, ceniamo e facciamo amicizia con «gli altri» quasi si trattasse di uno strambo Grande Fratello, c’è chi guarda la tv, chi legge un libro, chi prepara un esame, chi fuma di nascosto al cesso («Ne avevo due in tasca…»). La mattina alle 7 è il momento del primo prelievo, a ognuno dei 24 è assegnato un numero, dal «rubinetto» applicato al braccio esce sangue in quantità e i tempi devono essere rispettati al secondo: un prelievo ogni 15 minuti nelle prime 2 ore, uno ogni 30 minuti nelle successive 2, uno all’ora fino alle 18. Man mano che passa il tempo noi 24 ci trasformiamo in tanti piccoli zombie: la fame aumenta, ma il cibo è contingentato, fa schifo e, soprattutto, viene servito solo ed esclusivamente negli orari stabiliti. Qualcuno è riuscito a nascondere dei Duplo o dei pacchetti di cracker nelle mutande e li divide al cesso con alcuni fortunati; i conoscenti diventano amici, si ride abbastanza, infermieri «complici» fingono di non sentire l’odore del fumo. Vi dirò: ci si diverte.

La mattina del giovedì ci si dà appuntamento per la seconda fase del test (al completamento del cosiddetto wash out), ci ritroviamo più «organizzati» (sigarette importate clandestinamente, cibo a strafottere, persino alcune bottiglie di alcolici da bere in clamorose feste notturne). Passiamo altre 36 ore da topi-consapevoli e alla fine veniamo pagati in contanti (1000 Franchi). Torniamo a casa pallidi, le analisi dicono che siamo «sani come quando siamo entrati», i nostri genitori – ignari – ci dicono «minchia che facce, ma non andavate al concerto?», torniamo alle nostre misere vite da studenti universitari e i benpensanti ci dicono «siete dei rincoglioniti».
Sono passati circa 20 anni: ho perso i capelli e la dignità, ma a distanza di così tanto tempo «noi della clinica» organizziamo ancora «la pizzata di Natale tra cavie». Per il momento siamo ancora in 24.

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