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Automobilisti italiani tartassati, ecco a quanto ammonta il prelievo fiscale

I contribuenti massacrati in Italia sono indubbiamente automobilisti, i quali già devono digerire da molti anni le accise sui carburanti, parcheggi, e pedaggi autostradali. La Cgia ha riferito l’importo che grava sui automobilisti italiani, una cifra spaventosa di circa 73 miliardi di euro che va suddivisa a 42,8 milioni di veicoli presente in Italia.

Solo per dare un’idea della dimensione del prelievo, si ricorda che il gettito derivante dalle imposte che gravano su tutti gli immobili presenti nel Paese ammonta a poco più di 40 miliardi di euro.

La E nonostante la pesantissima crisi che ha colpito fino a 3 anni fa tutto il settore dell’auto, tra il 2009 e il 2016 (ultimo dato disponibile pubblicato dall’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) il gettito fiscale sugli autoveicoli è aumentato del 10,1%o (in termini assoluti pari a 6,7 mld), mentre la crescita dell’inflazione è stata del 9%.

CONDIZIONI DI VITA, REDDITO E CARICO FISCALE DELLE FAMIGLIE

I risultati dell’indagine Eu-Silc del 2016 mostrano una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie (riferito al 2015), associata a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale. Il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014).  La crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa ciclica dopo diversi anni di flessione pronunciata. Quindi, esclusi gli affitti figurativi, si stima che il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3.  Metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese: +1,4% rispetto al 2014). Il reddito mediano cresce nel Mezzogiorno in misura quasi doppia rispetto a quella registrata a livello nazionale (+2,8% rispetto al 2014), rimanendo però su un volume molto inferiore (20.557 euro, circa 1.713 mensili).  L’aliquota media del prelievo fiscale a livello familiare è 19,4%, in lieve calo rispetto al 2014 (-0,25 punti percentuali). Si riduce il carico fiscale sulle prime due classi di reddito (0-15.000, 15.000-25.000 euro) delle famiglie con principale percettore un lavoratore dipendente, per gli effetti della detrazione Irpef di 80 euro.

 Nel 2015, il costo del lavoro risulta in media pari a 32.000 euro annui. Il cuneo fiscale e contributivo è pari al 46,0% del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,2% nel 2014, 46,7% nel 2012). Nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%). Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.  Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).

L’indagine campionaria “Reddito e condizioni di vita” (EU SILC), condotta nel 2016 su 21.325 famiglie (48.316 individui), rileva numerosi indicatori delle condizioni economiche delle famiglie, insieme ai redditi netti familiari e alla condizione lavorativa per mese di calendario riferiti al 2015. Sulla base di tali informazioni, l’Unione europea calcola gli indicatori ufficiali per la definizione e il monitoraggio degli obiettivi di politica economico-sociale perseguiti dalla Strategia Europa 2020, che si propone di ridurre di 20 milioni gli individui esposti al rischio di povertà o esclusione sociale a livello Ue entro il 2020. Per il nostro Paese l’obiettivo è quello di far uscire 2,2 milioni di persone da tale condizione rispetto al valore registrato nel 2008 (ultimo dato disponibile quando l’impianto strategico Europa 2020 fu impostato). In Italia, nel 2008, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale 15.082.000 individui (25,5% della popolazione residente) da ridurre quindi a 12.882.000 unità entro il 2020. Nel 2016 gli obiettivi prefissati sono ancora lontani: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale è infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto.

CONDIZIONI DI VITA Oltre un decimo della popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale Nel 2016, il 20,6% (in aumento rispetto al 19,9% del 2015) delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè in famiglie con un reddito disponibile equivalente nel 2015 (anno di riferimento dei redditi) inferiore alla soglia di rischio di povertà, fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito equivalente disponibile; il 12,1% (in crescita rispetto all’11,5% dell’anno precedente) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, mostra cioè almeno quattro dei nove segnali di deprivazione previsti; il 12,8% (più di un punto percentuale di aumento rispetto al 2015, quando era l’11,7%) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia in famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2015 hanno lavorato meno di un quinto del tempo. La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30,0% (18.136.663 individui) e include tutti coloro che si trovano in almeno una delle suddette tre condizioni. Tenuto conto dell’errore campionario associato alla stima, tale quota risulta in aumento rispetto al 2015 (28,7%).

A livello europeo, nel 2016 l’indicatore sintetico di rischio di povertà o esclusione sociale diminuisce da 23,8% a 23,5% ma sale rispetto al 2015 per Romania, Lussemburgo e Italia. Il valore italiano si mantiene inferiore a quelli di Bulgaria (40,4%), Romania (38,8%), Grecia (35,6%), Lettonia (30,9%) ma è molto superiore a quelli registrati in Francia (18,2%), Germania (19,7%) e Gran Bretagna (22,2%) e di poco più alto rispetto a quello della Spagna (27,9%). I Paesi con il livello più basso dell’indicatore sono Repubblica Ceca (13,3%), Finlandia (16,6%), Paesi Bassi e Danimarca (entrambi 16,7%). In Italia, la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è passata da 28,7% a 30,0% tra il 2015 e il 2016. Si rilevano segnali di peggioramento per le persone che vivono da sole (la stima passa dal 31,6% al 34,9%) e, in particolare, per le persone sole con meno di 65 anni (dal 33,1% al 37,0%). Tale peggioramento è associato ad un incremento di tutti gli indicatori: rischio di povertà (+0,7 punti percentuali), grave deprivazione materiale (+0,6 punti percentuali) e bassa intensità lavorativa (+1,1).

Il peggioramento del rischio di povertà o esclusione sociale interessa soprattutto i residenti del Nord-ovest (da 18,5% a 21,0%) per i quali cresce l’indicatore di bassa intensità lavorativa e, in misura minore, le persone che risiedono al Sud e nelle Isole (dal 46,4% al 46,9%), dove tale rischio rimane comunque molto più elevato e prossimo a coinvolgere il 50% delle persone residenti. Si aggrava il rischio di povertà o esclusione sociale anche per coloro che vivono prevalentemente di reddito da lavoro autonomo o di reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (+2,9 punti percentuali per entrambe le tipologie di reddito), in concomitanza all’incremento della bassa intensità lavorativa per la seconda tipologia. Al contrario, diminuiscono l’esposizione al rischio di povertà o esclusione sociale (da 23,5% a 22,1%) e l’indicatore di bassa intensità lavorativa (da 4,9% a 4,4%) tra coloro il cui reddito principale familiare è costituito da lavoro dipendente. Forte rischio di povertà o esclusione sociale per famiglie numerose o con stranieri Nel 2016 si stima che le persone a maggior rischio di povertà o esclusione sociale vivano in famiglie di coppie con tre o più figli (46,1%), monogenitore (38,8%) e in famiglie con cinque o più componenti (43,7%). Ciò è dovuto in particolare all’elevata incidenza del rischio di povertà e della grave deprivazione, che per le famiglie numerose è pari rispettivamente a 34,4% e 17,7%.

Elevati livelli di rischio di povertà o esclusione sociale si osservano anche tra coloro che vivono in famiglie monoreddito (46,7%) o in famiglie con fonte principale di reddito non proveniente da attività lavorative (35,8% se la fonte principale è una pensione e/o un altro trasferimento pubblico, 67,4% se si tratta di altra fonte). Si stima che quasi la metà dei residenti nel Sud e nelle Isole (46,9%) sia a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 25,1% del Centro, 21,0% del Nord-ovest e il 17,1% del Nord-est. Tra coloro che vivono in famiglie con almeno un cittadino non italiano il rischio di povertà o esclusione sociale è quasi il doppio (51,0%) rispetto a chi vive in famiglie di soli italiani (27,5%). Il divario è analogo sia per il rischio di povertà (37,7% dove c’è almeno un componente non italiano, contro 18,6% per le famiglie di soli italiani) sia per la grave deprivazione materiale (24,0% contro 10,7%). Viceversa, la bassa intensità lavorativa risulta meno diffusa tra gli individui in famiglie con almeno uno straniero (9,4% a fronte del 13,4% per le famiglie di soli italiani). Più disuguaglianza dei redditi in Italia che nella media dei paesi europei Una delle misure principali utilizzate nel contesto europeo per valutare la disuguaglianza tra i redditi degli individui è l’indice di Gini che in Italia è pari a 0,331, sopra la media europea2 di 0,307. Nella graduatoria dei Paesi dell’Ue, l’Italia occupa la ventesima posizione. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all’Italia si rilevano in altri Paesi dell’area mediterranea quali Portogallo (0,339), Grecia (0,343) e Spagna (0,345). Il campo di variazione dell’indice è molto ampio: dai valori più alti di Bulgaria (0,383) e Lituania (0,370), dove la distribuzione dei redditi è fortemente diseguale, a quelli più bassi di Slovacchia (0,243) e Slovenia (0,244) che invece hanno distribuzioni del reddito più eque.

REDDITO FAMILIARE Nelle analisi che seguono la definizione di reddito è diversa rispetto a quella usata precedentemente per il calcolo degli indicatori di popolazione a rischio di povertà e di concentrazione di Gini armonizzati a livello europeo. A differenza del concetto di reddito disponibile utilizzato in ambito europeo, che esclude alcune componenti derivanti da taluni beni e servizi in natura, nella definizione di “reddito netto familiare” sono compresi il valore dei buoni pasto, dei fringe benefits non-monetari (ad eccezione dell’auto aziendale inclusa nella definizione europea) e degli autoconsumi (beni prodotti e consumati dalla famiglia). Per accertare l’entità della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi si fa inoltre ricorso a una misura del reddito che tiene conto della dimensione e composizione delle famiglie e delle conseguenti economie di scala che si realizzano a seguito della coabitazione di più persone nella stessa famiglia.

La misura utilizzata è il “reddito equivalente”, ossia il reddito di cui un componente di una famiglia dovrebbe disporre per avere lo stesso livello di benessere economico nel caso in cui vivesse da solo. Il reddito equivalente si ottiene rapportando il reddito familiare alla dimensione della famiglia in termini di adulti equivalenti (scala di equivalenza) e consente di confrontare i livelli di reddito di famiglie di dimensione diversa. Nel 2015 il reddito delle famiglie torna a crescere in termini reali Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese. Tuttavia, poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio. Se si calcola il valore mediano, ovvero il livello di reddito che separa il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito non superiore a 24.522 euro (2.043 euro al mese), con un incremento dell’1,4% rispetto al 2014, quando metà delle famiglie ha percepito un reddito non superiore a 24.190 euro. Nel corso del 2015 il reddito netto familiare medio è invece cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente in termini nominali e dell’1,7% in termini reali, considerando la dinamica inflazionistica che nel 2015 è stata pari allo 0,1% .

E’ la prima volta dal 2009 che il reddito delle famiglie torna a crescere in termini reali, dopo aver subito una riduzione complessiva di circa il 12%, sia in media che in mediana nel periodo 2009- 2013. La crescita del reddito equivalente è stata ancora più pronunciata, con un incremento medio del 2,1% in termini reali rispetto al 2014.

Poiché in Italia la proprietà dell’abitazione principale è ampiamente diffusa (meno di un quinto delle famiglie vive in affitto) è opportuno considerare nel calcolo del reddito disponibile anche l’affitto figurativo delle case di proprietà, in usufrutto o uso gratuito in modo da confrontare correttamente le condizioni economiche delle famiglie di inquilini e proprietari. Nel 2015 il reddito familiare inclusivo degli affitti figurativi è stimato in media pari a 34.743 euro, un valore più basso rispetto a quello osservato l’anno precedente per una diminuzione proprio degli affitti figurativi. Il reddito equivalente inclusivo di tale componente è invece invariato in termini reali. L’andamento delle principali tipologie di reddito familiare nel corso del 2015 (Figura 4) ha evidenziato una marcata crescita dei redditi da lavoro autonomo, con un incremento del 4,6% in media rispetto all’anno precedente (a fronte di una diminuzione di circa il 25% in termini reali a partire dal 2009), un incremento dello 0,8% dei redditi da lavoro dipendente e l’invarianza dei redditi da pensioni e/o trasferimenti pubblici, mentre i redditi da capitale sono diminuiti di circa il 10% a causa della riduzione degli affitti figurativi e del reddito derivante da attività finanziarie.

Nel 2015 i redditi familiari medi sono cresciuti di più al Centro (+2,5%) e nel Mezzogiorno (+2,7%) rispetto al Nord (+0,9%), a fronte di una riduzione complessiva a partire dal 2009 del reddito familiare in termini reali di circa 12 punti nel Mezzogiorno e di 9 punti al Nord. Rispetto all’anno precedente, i maggiori incrementi dei redditi familiari si osservano per le famiglie numerose, cioè con almeno cinque componenti (+4,8%) e, in particolare, per quelle con tre o più figli (+7,8%), proprio le tipologie familiari che hanno subito le riduzioni più intense di reddito in termini reali a partire dal 2009 (rispettivamente -12% e -13%). Nel 2015 sono le famiglie del Nord-est a possedere i redditi mediani più elevati (28.273 euro), seguono le residenti del Nord-ovest, del Centro e del Mezzogiorno, con livelli rispettivamente pari al 95%, 90% e 73% di quello delle famiglie residenti nell’area più benestante . Il livello di reddito mediano è chiaramente diversificato in base alla tipologia familiare. Le coppie con figli raggiungono i più alti valori mediani con 36.297 euro (3.025 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori (2,14 percettori in media). Le coppie con tre o più figli percepiscono un reddito mediano (32.648 euro) più basso di quello osservato sia per le coppie con un solo figlio (36.375 euro) sia per quelle con due (36.949 euro). Le famiglie monogenitore, composte in media da 2,43 componenti, presentano valori di reddito inferiori di circa 11.400 euro rispetto a quelli delle coppie con figli. Gli anziani che vivono soli, nel 50% dei casi non superano la soglia di 14.868 euro (1.239 euro mensili), 2.600 euro in meno circa rispetto ai single in età attiva (un differenziale di circa 210 euro al mese). Anche le coppie senza figli percepiscono un reddito mediano più basso, se la persona di riferimento è anziana, rispetto alle omologhe più giovani (25.098 contro 30.400 euro). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di oltre 6 mila euro rispetto a quello delle famiglie di soli italiani. Le differenze relative si accentuano passando dalla ripartizione Nord a quella Sud e Isole, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è circa il 60% di quello delle famiglie di soli italiani.

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