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Levi’s, in fabbrica robot invece che operai

Altro che minatori, pionieri del vecchio West o cercatori d’oro in partenza per il Klondike. Dalla fine dell’Ottocento (1873, perla precisione) i jeans della Levi’s ne hanno fatta di strada e ormai da molti decenni non possono mancare negli armadi dei fashionisti di mezzo mondo. Il modello più amato resta il 501 Original che mantiene intatto il taglio dal 1890, così da poter dire “io la moda non la seguo”.

Sul sito della Levi’s (www.levi. com/it) il prezzo base per questo pantalone nella versione da uomo blu scuro Dark Stonewash o Onewash oppure un po’ più chiaro come lo Stonewash èdi 90euro.

Ma non è meglio dare all’opera d’arte un’aria più vissuta, scolorendo il tessuto lungo la coscia e aggiungendo qualche strappo qua e là? Nessun problema, c’è il modello 1976 Riptides, sempre 501: uno strappo importante all’altezza del ginocchio destro, uno più piccolo sotto quello sinistro, usura da sfrego sulla coscia sinistra, scolorimento generale con righe più scure all’inguine. Ecco il conto: 230 euro, grazie e arrivederci.

UTILI IN CALO

“Rovinare” artificialmente un jeans costa caro. Questo perché viene fatto a mano dagli operai in 6-8 minuti e richiede l’utilizzo di oltre 1.000 sostanze chimiche. E la Levi’s, ormai schiacciata dalla concorrenza di H&M e Zara, non se lo può più permettere.

Anche se nel 2017 il colosso di San Francisco ha fatturato 4,9 miliardi di dollari, l’utile è risultato in calo del 3% a 281 milioni. Così la Levi Strauss & Co ha pensato bene di sostituire entro il 2020 gli operai da robot spara-laser, in grado di strappare come dannati il tessuto in 90 secondi e di scolorirlo con poche decine di sostanze chimiche. L’effetto l’indosso-da-secoli è assicurato, l’abbattimento dei costi e l’aumento dei margini pure. Senza contare che grazie ai robot si riducono notevolmente gli stock di magazzino.

NIENTE TAGLI (PER ORA)

La nuova tecnologia dimezzerà infatti il ciclo di produzione e distribuzione consentendo alla società di accumulare meno capi che poi è obbligata a vendere a prezzi scontati a fine stagione.

L’amministratore delegato di le- vi’s, Chip Bergh, ha detto al Financial Times di non essere in grado di quantificare l’investimento che servirà per passare dal lavoro umano ai robot, ma assicura che «il futuro manifatturiero dei jeans è questo».

Levi Strauss ha precisato di non prevedere, per ora, tagli al personale, che verrà distribuito in altri settori. L’obiettivo è finanziare questa redistribuzione dei lavoratori grazie all’aumento delle vendite che «dovrebbero crescere anche grazie a questa nuova misura». Almeno questa è la promessa del presidente del gruppo, Oscar Gonzalez: «Indirizzeremo i lavoratori su altri processi».

Il colosso del denim, che ogni anno produce circa 150 milioni di jeans, si prepara, dice il Financial Ti- mes, a uno dei più grandi cambiamenti della sua storia. Un cambiamento che però è ormai abbondantemente in atto in tutto il settore manifatturiero. La sostituzione della manodopera con i robot è un processo che sembra irreversibile. Almeno fino a quando le fila di chi resterà senza lavoro s’ingrosserà a tal punto che la domanda dei prodotti crollerà. Forse il reddito di cittadinanza mondiale (c’è un film di fantascienza distribuito da Netflix che lo prevede) salverà le aziende del largo consumo dal crac. Male che vada stipendieranno i robot programmati per comprarsi jeans dal fantastico effetto vintage.

Levis autentici: come riconoscerli

Chi non ha mai avuto tra le mani almeno una volta nella vita un paio di Levi’s? Alzi la mano chi, nel toccarli o indossarli, non si è mai chiesto se fossero autentici o falsi e chi, nonostante le rassicurazioni del negoziante di turno, non si è mai del tutto convinto della loro genuinità! Quella dei Levi’s, infatti, è una delle forme di contraffazione più conosciute e diffuse al mondo, in voga praticamente da decenni, che “vanta” ormai un livello di evoluzione e un numero di varianti tali da rendere davvero difficile -anche agli occhi di un acquirente esperto- riconoscere un paio di jeans originali da un paio contraffatto. Su Internet non vi sono molte guide dedicate all’argomento e, non a caso, sono in tanti a chiedersi se tra i numerosi modelli di jeans Levi’s (501, 503, 505 etc.) in commercio, vi siano degli elementi “comuni” o quanto meno grossolani che possano in qualche modo aiutare i più a riconoscere e distinguere un paio di jeans autentici da un modello falso.

Di seguit riportiamo 4 criteri particolarmente evidenti che possono aiutare non solo chi acquista il capo nel tradizionale negozio d’abbigliamento ma soprattutto chi cerca il pezzo da collezione o il capo low price optando per le vie dell’e-commerce. Ed è proprio a queste ultime che bisogna prestare particolare attenzione, non essendo in molti casi i Levi’s venduti nel web altro che modelli scadenti prodotti in Tailandia e rimarchiati dai venditori finali orientali come autentici.

Fermo restando che per il numero di varianti di jeans prodotti dalla Levi’s e per il numero di Paesi di fabbricazione, non è escluso che delle piccole differenze “strutturali” tra modelli vadano necessariamente viste come segnali di contraffazione, entriamo nel merito dell’articolo e vediamo nel dettaglio quali elementi possono aiutarci generalmente a riconoscere dei falsi jeans, prendendo in esame uno dei modelli più noti e venduti di Levi’s: il 501. 1) La targhetta posteriore (patch) con il marchio Levi’s. In un modello autentico è collocata sul lato destro, è cucita su tutti e quattro i lati ed è in tessuto resistente simile -per spessore, colore e al tatto- a del cartoncino; in un falso invece non solo la forma, lo spessore, il materiale e il colore della patch possono variare ma le scritte stampate all’interno possono presentare errori grammaticali, omissioni o indicazioni apparentemente superflue. 2- I bottoni. La patch posteriore, tuttavia, è anche uno degli elementi più finemente riprodotti dai falsari e non c’è da stupirsi se in circuiti come quelli delle aste on line i venditori esteri la mettano sempre in evidenza. Considerarlo pertanto l’unico criterio di genuinità in dei jeans Levi’s non è sufficiente. E’ utile allora esaminare anche i bottoni presenti sui jeans i quali devono riportare il testo (da notare il testo “LEVI STRAUSS&CO*SF CAL*”.

La chiusura dei jeans deve essere ovviamente a bottoni (più piccoli ma con scritta in rilievo come quello principale) mentre i vari rivets (i chiodi che sporgono esternamente e delimitano le tasche) devono presentare le sigle “L.S. & Co. S.F.” sia sulla parte anteriore che posteriore: Proprio quest’ultima sigla nei jeans autentici è presente su tutti i rivets, mentre in quelli contraffatti può presentarsi “liscia” o con altre scritte (v. esempi nelle due immagini a seguire). 3) Il numero seriale. E’ l’elemento che indubbiamente aiuta più chi acquista in un negozio fisico che in uno virtuale. In un paio di jeans autentici l’etichetta di cartone che solitamente affianca la patch posteriore al momento dell’acquisto presenta un numero seriale (da noi evidenziato in rosso nelle immagini) che deve corrispondere a quello posto sulla linguetta di stoffa interna ai jeans. In caso contrario avete tra le mani indubbiamente un falso. 4) La linguetta rossa. La linguetta rossa con la scritta “Levi’s” deve essere necessariamente presente sul retro di un 501 e deve essere posta sul lato sinistro della tasca destra, cucita tra quest’ultima e il tessuto dei jeans: nelle contraffazioni più grossolane la linguetta manca, è cucita in modo non parallelo al bordo della tasca o è direttamente incollata a quest’ultima.

Se questi rappresentano i principali segni distintivi tra Levi’s autentici e contraffatti non mancano in Rete consigli secondari; vi è ad es. chi suggerisce di prestare attenzione alla cucitura presente al centro delle tasche posteriori (rigorosamente a “v” aperta in un capo originale): alla grandezza stessa delle tasche frontali (simmetriche tra loro), alle indicazioni per il lavaggio presenti sulla linguetta interna ai jeans, e alla taglia indicata sulla patch, che deve corrispondere a quella reale dei jeans (nelle contraffazioni questo criterio solitamente non viene rispettato). Chiudiamo con un aneddoto riguardante proprio i falsi Levi’s provenienti dalla Tailandia rivenduti in maniera massiccia in Rete. Secondo alcune testimonianze raccolte nel Web, le piccole aziende che producono questi jeans (originariamente senza marca) li venderebbero a 5 dollari (circa 4 euro) ai propri operai, lasciandoli indossare loro per un periodo variabile tra i 6 e 12 mesi senza mai lavarli. Successivamente, quando i pantaloni hanno acquisito un buon livello di usura, sporcizia e perdita di colore, gli operai li riconsegnerebbero ai propri datori di lavoro ricevendo sempre per 5 dollari un altro paio. I vecchi jeans verrebbero quindi lavati, riparati, rimarchiati come Levi’s e rivenduti al prezzo di un modello autentico a turisti, esportatori o direttamente nel Web.