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Licenziamenti per la Fedex e Tnt e ulteriori aziende

Le società Fedex express Italy e Tnt Global express Italy hanno in corso un progetto d’ integrazione aziendale che,a seguito dell’acquisizione nel maggio 2016 di Tnt da parte del gruppo Fedex,prevede il licenziamento collettivo di 315 lavoratori in Fedex e 46 in Tnt,oltre al trasferimento di 23 dipendenti Fedex e 92 dipendenti di Tnt che, a causa delle distanze dalle sedi attuali, sfoceranno in ulteriori licenziamenti. A comunicarlo la segreteria regionale Filt Cgil Marche.

Il progetto prevede, nelle Marche, la chiusura della Filiale Fedex express Italy di Osimo stazione, perciò tutto l’organico operativo é dichiarato in esubero: saranno, dunque, licenziati 14 lavoratori mentre 5 saranno trasferiti alla sede Fedex creata all’interno della Tnt , sita ad Ancona. Nello specifico, l’organico operativo che sarà licenziato é costituito da un operation Manager, un operation Management Specialist Team Leaders, un service Agent e 11 couriers. La segreteria regionale respinge tale piano e non condivide un progetto di ridimensionamento e terziarizzazione di attività perché i bilanci aziendali sono ampiamente positivi ed anche per la dichiarata volontà di crescita di imprese multinazionali. Inoltre,i segnali positivi di crescita economica dei settori dove operano le aziende e, più in generale dell’e-commerce, non possono tradursi negativamente per lavoratrici e lavoratori.

La Cgil è convita che siamo alla svendita dei lavoratori, della loro professionalità e della qualità del servizio di cui, per tanto tempo, Fedex si é fregiata facendone un vanto del proprio modello. Per questi motivi, l’assemblea dei delegati,su proposta delle segreterie nazionali, ha deciso di avviare la mobilitazione ed una serie di iniziative di lotta chiamando tutte le lavoratrici ed i lavoratori delle due aziende a partecipare allo sciopero nazionale che si svolgerà il 17 maggio 2018 per l’intera giornata. Nella provincia di Ancona é previsto un presidio davanti alla sede della Prefettura (Piazza del Plebiscito) dalle ore 10 alle ore 11:30. Altre iniziative sono state previste per il 31 maggio 2018 e il 1° giugno 2018.

Mediaworld, Trony o Euronics in difficoltà con tagli e licenziamenti nell’era di Amazon e dell’eCommerce

Cinquecento lavoratori senza più un  posto di lavoro. E’ accaduto lo scorso venerdì, alle ore 18, quando è arrivata la comunicazione di fallimento di Dps group, a cui fanno capo una quarantina di punti vendita della catena Trony che commercializza elettrodomestici e apparecchiature elettroniche in tutta Italia. I dipendenti – raccontano i sindacati – hanno ricevuto solo un messaggio WhatsApp che avvisava della chiusura delle sedi.

La domenica è la giornata giusta per andare con la famiglia ad un centro commerciale e magari acquistare uno smartphone, oppure un’impianto hi-fi, della macchina dell’espresso in uno dei numerosi, enormi negozi di elettronica come Mediaworld, Trony o Euronics. O almeno così sembrerebbe vedendo la folla. Peccato, però, che per molti visitatori si tratti solo di una missione esplorativa e che la maggior parte di loro, una volta usciti da lì e tornati a casa, comprino l’oggetto dei desideri su un sito di e-commerce, Amazon e eBay fra tutti. Non stupisce, quindi, la notizia della crisi della grande distribuzione elettronica. Ultimo a subire il colpo, in ordine di tempo, è uno dei gruppi che possiedono una serie di centri a marchio Trony, Dps, dichiarato fallito giovedì scorso dal tribunale di Milano. La sera successiva, una volta pubblicata la sentenza, i direttori dei negozi hanno provveduto a inviare un messaggio ai circa 500 lavoratori, cento dei quali in Veneto. Un sms stringato con il quale i commessi sono stati informati di non tornare al lavoro l’indomani mattina, visto che il negozio sarebbe rimasto chiuso. E così, dall’oggi al domani, gli addetti dei centri di Albignasego, Conselve e Rubano (Padova), Verona, Zero Branco (Treviso) e Santa Maria di Sala (Venezia) sono rimasti senza lavoro, senza stipendio e senza una misura economica alternativa.

Ma è davvero la fine dell’elettronica di consumo? «Il problema è che queste grandi catene non sono riuscite a stare al passo dell’e-commerce – commenta Romano Cappellari, professore di Marketing all’Università di Padova e direttore del master Cuoa Business School in Retail Management -. Avevano un’arma, il personale. E per far fronte alle perdite dovute all’on line, hanno tagliato proprio qui. Perché diciamo la verità, nonostante gli sconti, i consumatori non preferiscono il web. Loro vorrebbero il contatto umano con un commesso preparato che spieghi il prodotto e che sia in grado di consigliare. Però ormai nei negozi bisogna dare la caccia agli addetti. E così a quel punto tanto vale stare seduti comodi a casa, evitare problemi di parcheggio, leggere anche i commenti degli altri acquirenti e comprare on line». Ma quindi come fare per arginare una crisi che va avanti ormai da cinque o sei anni? «Per esempio, si può seguire la strada di Apple, l’unica che continua ad aprire negozi – continua Cappellari -: propone un’esperienza in cui il cliente è seguito dal commesso. Oppure ridurre gli spazi, come fa Ikea. I vari Trony o Mediaworld a inizio degli anni Novanta hanno soppiantato i piccoli negozi di vicinato con i loro enormi centri. Ma forse bisognerebbe pensare ad ambienti più ridotti, con personale pronto a fornire consulenza, mostrare prodotti, far nascere spunti o idee. Solo così – conclude Cappellari – si può invertire questa parabola discendente».

Amazon raddoppia il canone e si compra anche i negozi

«Importante cambiamento al tuo abbonamento Amazon Prime». È il titolo della mail che gli iscritti al servizio di consegna rapida, com’è chi scrive, hanno ricevuto ieri dal colosso della logistica Usa. Nel corpo della missiva, dopo i ringraziamenti per essere un «fedele» cliente, la cattiva notizia: «Il prezzo dell’abbonamento annuale aumenterà a 36 euro l’anno». Tanto? Poco? Ma soprattutto, quanto costava prima? Nella mail, ovviamente, non c’è scritto per evitare che il “fedele” cliente si renda subito conto che i “soli” 3 euro al mese del nuovo abbonamento siano in realtà quasi un raddoppio di quanto chiesto in precedenza, vale a dire 19,99 euro l’anno.

Due altre notizie hanno riguardato ieri il gioiello di Jeff Bezos: la prima è lo sciopero dei dipendenti del più grande centro logistico di Amazon in Spagna, a San Fernando de Henares, vicino a Madrid, per chiedere migliori salari e condizioni di lavoro. La seconda è che dopo aver contribuito al fallimento della catena statunitense di giocattoli Toys “R” Us e averne beneficiato nei giorni successivi in Borsa, ora Amazon, dice l’agenzia Bloomberg, sta valutando l’acquisto di alcuni suoi punti vendita. Una beffa, dopo il danno.

Tornando all’abbonamento Prime, una volta considerati i fatti, il primo pensiero è se vale la pena continuare ad essere un “fedele” cliente pagante. I principali servizi offerti dall’abbonamento sono: «Spedizioni illimitate in 1 giorno su oltre 2 milioni di prodotti e in 2-3 giorni su molti altri milioni». Chi scrive vive a Milano e i cinque/sei acquisti effettuati nell’ultimo anno via Amazon hanno impiegato non meno di quattro/cinque giorni prima di arrivare a destinazione, quelli targati Prime compresi. Poi c’è Prime Video, selezione di film e serie tv, servizio mai utilizzato per colpa della concorrenza. «I clienti Amazon Prime beneficiano inoltre di Prime Photos, che offre spazio di archiviazione illimitato per conservare tutti i tuoi ricordi, e dell’accesso anticipato alle Offerte lampo, che ti permette di acquistare le tue offerte preferite con 30 minuti di anticipo». Servizi irrinunciabili? Meglio pensarci su: l’aumento scatta «a partire dal 4 aprile 2018 per le nuove iscrizioni e a partire dal 4 maggio 2018 per i clienti già iscritti».

Come cancellarsi: una volta entrati nel proprio account, si clicca sul link “Il mio Amazon Prime” nella finestra che si apre passando con il mouse sulla scritta “Account e liste”, in alto a destra. Sulla colonna di sinistra, l’ultima voce è “Annulla iscrizione – Rinuncia ai benefici di Prime”. E una volta cliccato Amazon dice: «Sei sicuro di voler rinunciare ai vantaggi di Amazon Prime?». Tre le opzioni proposte: «Ricordamelo più tardi», «Termina i miei benefici», «Mantieni i miei benefici». «Ricordamelo più tardi»… potenza del marketing.

I PRO E I CONTRO DELL’ACQUISTO ONLINE Le motivazioni economiche (prezzi più bassi), il maggior assortimento (scelta prodotti più ampia) e l’acquisto consapevole (possibilità di comparare i prodotti, e di informarsi sulle loro caratteristiche) sono le ragioni principali degli acquisti in internet. Ragioni che riguardano la sfera emotiva del consumatore, che ritiene di poter scegliere meglio e fare l’acquisto migliore (certo, anche in termini di prezzo, ma non solo). Le ragioni principali di chi non acquista su internet consistono nella mancanza di relazione con il venditore (chi c’è dall’altra parte dello schermo? A chi chiedo se ho bisogno di un consiglio?), nell’impossibilità di verificare il prodotto e, conseguentemente, il timore di non poterlo restituire (è veramente come lo descrivono o come appare dalle foto? Come faccio a sapere che la misura è quella giusta? Come faccio ad acquistare senza provare il prodotto? Se non è quello che credevo posso restituirlo? Come? Con quali costi?); la scarsa fiducia nei metodi di pagamento online (il sistema è sicuro? Mi fido a inserire i dati della mia carta di credito online? I soldi li scalano subito o alla consegna della merce? E se poi la merce non arriva o arriva danneggiata? Cosa devo fare se cambio idea e voglio restituire la merce?). Il tema della sicurezza dei dati della propria carta di credito nelle transazioni online è, un elemento centrale per lo sviluppo dell’e-commerce. Secondo i dati Contactlab, il 63% dei clienti è disposto a rinunciare all’acquisto se non trova un sistema di pagamento in grado di infondergli sicurezza. Sulla sicurezza nell’acquisto online inciderà l’ulteriore evoluzione dei sistemi di pagamento. Negli ultimi anni si sono diffuse carte di credito prepagate e altre soluzioni ideali per l’ecommerce come PayPal. Lo sviluppo di soluzioni in grado di garantire un livello sempre maggiore di sicurezza grazie a strumenti a protezione dell’acquirente e alla facilità di rimborsi nel caso di truffe può rappresentante fattore innescante per una progressiva accelerazione del fenomeno dell’e-commerce, riducendo il livello di “ansia” che alcuni possono provare nell’acquistare online un prodotto senza poterlo toccare, provare, vedere dal vivo e interagire direttamente con il venditore ma solo tramite uno schermo. Aumenta nel 2013 il valore delle vendite online transato attraverso carta di credito (71%) o PayPal (21%) mentre diminuisce l’incidenza degli altri strumenti di pagamento, dal bonifico bancario (4%) al pagamento alla consegna (3%).

LA SVOLTA NEL COMMERCIO AL DETTAGLIO E’ IL CORRETTO USO DEL WEB – LA STRATEGIA ONLINE I piccoli negozi indipendenti, spesso in posizioni defilate rispetto alle principali vie dello shopping, hanno oggi a disposizione strumenti che vanno oltre il volantinaggio o il sandwich man. Per quanto alcune forme tradizionali di promozione rimangano efficaci, oggi, nell’”era digitale”, il negozio ha la possibilità di un posto in prima fila in una enorme piazza, quella del web, da cui passano quasi tutti i consumatori. Il negozio, attraverso una corretta presenza digitale, può, anzi deve, disporre di una “ulteriore vetrina” per intercettare i clienti, raccontare le proprie specificità, costruire una relazione, stimolare la visita al negozio fisico, promuovere iniziative e, laddove opportuno, concludere la vendita online. Le possibilità di intervento online per attrarre nuovi clienti e rafforzare la relazione e la qualità del servizio verso quelli esistenti sono ampie, e quale scegliere è legata alle specificità del negozio e alle opzioni strategiche messe in campo dal suo gestore. L’attività su Internet non è differente dalle attività off-line: così come non si può improvvisare l’apertura di un negozio fisico, è altrettanto sconsigliabile iniziare l’attività online senza adeguata pianificazione. L’attività online, così come la gestione di un negozio fisico, richiede costante presidio e miglioramento progressivo. In linea generale, operando una forte ma necessaria semplificazione, è possibile identificare tre fasi che caratterizzano la “presenza digitale” di un negozio e che ne possono scandire l’evoluzione richiedendo un crescente impegno e impatto su attività anche off line. La prima opzione consiste nello sviluppare un sito web che consenta al negozio di farsi conoscere, raccontare le proprie specificità e il perché sceglierlo, dando “un assaggio” dei propri prodotti e servizi, fornendo informazioni utili e stimolando i clienti a visitare il negozio: una “vetrina digitale”. La seconda opzione integra la presenza del negozio sul web con un forte coinvolgimento dell’utenza, la sua profilazione e conseguente personalizzazione della relazione e servizio offerto, al fine di rafforzare il legame con clienti che hanno comprato e potrebbero decidere di farlo nuovamente, ma anche con chi non ha ancora deciso di comprare e potrebbe farlo nel futuro: una vetrina con strumenti di coinvolgimento dei visitatori.

L’USO DI INTERNET IN ITALIA Anche in Italia, nonostante tutte le difficoltà molto dibattute e ormai note (velocità di banda, difficoltà di connessione nelle zone poco densamente popolate, digital divide e scarsa conoscenza del digitale da parte di ampie fasce di popolazione, ecc.) Internet è un fenomeno inarrestabile e in espansione. Il 60% dei nuclei familiari accede alla rete, percentuale che sale al 85,7% nelle famiglie dove è presente un minore. Il 44%1 delle famiglie possiede un cellulare abilitato alla connessione a internet. Questo fenomeno ha importanti impatti sulle modalità di interazione e comunicazione tra negozio e clienti. Infatti, il cellulare, assieme alle chiavi di casa e al portafoglio, è uno dei pochi oggetti che abbiamo sempre con noi e questo aumenta enormemente le occasioni per il possibile utilizzo. L’evoluzione di internet ha, dunque, portato a una crescita delle possibilità di comunicazione e interazione con l’esterno (e-mail, videochiamate, telefonate sulla rete, chat, blog, partecipazione a social network), di gran lunga l’attività più frequente, con punte di oltre l’80% dei navigatori nel caso dell’uso delle e-mail.

IL COMMERCIO ELETTRONICO IN ITALIA Nel 2013 il mercato dell’e-commerce, inteso come il valore degli acquisti degli italiani da siti sia nazionali che stranieri, è stato pari a 12,6 miliardi di euro (+ 15% rispetto al 2012). Se consideriamo unicamente il valore delle vendite da siti con operatività in Italia, questo è pari a 11,3 miliardi di euro3 . In Italia l’e-commerce è cresciuto dal 2006 ad oggi a un ritmo di circa il 20% all’anno (con esclusione del solo passaggio dal 2008 al 2009 in cui è rimasto sostanzialmente costante, dato che ovviamente va interpretato tenendo conto del picco della crisi e confrontato con l’andamento del fatturato delle imprese che non hanno fatto e-commerce). Le piccole e medie imprese che hanno fatto e-commerce sono cresciute del +1,3% l’anno proprio nel triennio 2008-2010 contro il -4,5% di chi non aveva nessuna presenza online e il -2,4% di chi aveva un solo sito vetrina.

Ma chi sono gli acquirenti online? Non si tratta solo di giovanissimi (che restano i maggiori utilizzatori di internet in generale), perché è necessario guadagnare un certo reddito da spendere per essere un heavy spender (altospendente), anche online, né dei più ricchi, solitamente più avanti con l’età (soprattutto in Italia) che, per caratteristiche demografiche e per importo medio delle transazioni utilizzano ancora canali di acquisto tradizionali. I maggiori acquirenti online sono comunque le fasce medio-alte, che hanno un grosso peso sia in termini di volumi complessivi che, soprattutto, di influenza nei confronti degli altri (cd. Opinion Makers).

Per quanto riguarda le merceologie, il turismo fa la parte del leone, favorito dall’abitudine consolidata di pagare caparre per le prenotazioni (prima si faceva via fax, ora si fa online), o di pagare in anticipo l’importo del viaggio (è normale pagare prima di usufruire del servizio), così come la vendita online di biglietti per i trasporti (aereo, treno, ecc.) che pesa per il 72% sul totale delle vendite del settore. Importante il ruolo rivestito anche da informatica ed elettronica, favorite dal mezzo utilizzato per navigare (il computer, la connessione), le assicurazioni e i servizi finanziari in genere (vale lo stesso discorso del turismo per il pagamento anticipato, sommato agli importanti investimenti del settore bancario per promuovere i servizi online, con l’obiettivo di abbattere i costi). L’editoria è favorita dalla digitalizzazione di libri, canzoni, video, ecc. Abbastanza sorprendentemente, ma solo per chi non conosce il settore, l’abbigliamento (di cui l’e-commerce vale il 2,5% del totale delle vendite retail del comparto), registra per il sesto anno consecutivo il tasso di crescita maggiore (+30%).

Trony rischia di chiudere in tutta Italia a causa di una crisi senza precedenti

Trony, la catena molto nota che si occupa della vendita di elettrodomestici, rischia di chiudere. In particolare è dal dicembre scorso che i lavoratori del gruppo Trony si recano al lavoro pur percependo soltanto il 20% dello stipendio che spetterebbe loro. Oltre a ciò si aggiunge anche una notevole diminuzione della clientela determinata dalla carenza dei prodotti nei punti vendita. La crisi deriva in parte anche dagli e-commerce che da qualche anno fa sempre più una concorrenza spietata al gruppo Trony, soprattutto per quanto riguarda i prodotti nell’ambito tecnologico. Le regioni in cui la crisi della Trony si fa maggiormente sentire sono la Lombardia, la Campania e la Liguria. Basti solo pensare che degli oltre  40 punti vendita di questa catena presenti in tutta Italia ben nove si trovano tra Milano e province. D’altronde anche le prospettive sono tutt’altro che ottimistiche. In particolare gli incontri che ci sono stati finora col Ministero del Lavoro si sino rivelati piuttosto deludenti e in tempi brevi sarà molto difficile trovare un compratore per risolvere questa difficile situazione finanziaria.

Ad aggravare ancora più la situazione si aggiunge anche il concordato chiesto al fine di tutelare il Ds Group che guida l’azienda, da alcune istanze di falimento presentate dai fornitori che non sono stati pagati.

Lanciato un apposito evento sul social network Facebook alla pagina https://www.facebook.com/events/1118093458333686

            Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, che, per primo, nei mesi scorsi ha lanciato l’allarme sulla paventata chiusura del punto vendita della Trony in via Luca Giordano al Vomero, con la perdita del posto di lavoro dei 41 dipendenti attualmente impegnati  annuncia  il sit-in che si terrà lunedì prossimi 19 febbraio, a partire dalle ore 10:00 e fino alle ore 13:00, in via Luca Giordano, dinanzi ai locali dell’esercizio commerciale, al fine di sensibilizzare le istituzioni, i mass media e i cittadini sul grave problema, in concomitanza con l’incontro che si svolgerà nella stessa mattinata presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Lanciato al riguardo anche un apposito evento sul social network Facebook alla pagina https://www.facebook.com/events/1118093458333686 . Nel contempo continuano le sottoscrizioni alla petizione online, promossa dallo stesso Capodanno, petizione che è vicina al traguardo delle 3.000 firme, alla pagina internet https://www.change.org/p/giuliano-poletti-napoli-salviamo-il-punto-vendita-trony-e-il-posto-di-lavoro-dei-41-dipendenti   

            ” Una notizia – afferma Capodanno -, quella della chiusura dello store di elettronica, che occupava gli stessi spazi, in via Luca Giordano, che per dieci anni avevano ospitato la FNAC, la ditta francese che al Vomero era a sua vota subentrata nell’anno 2003 allo storico negozio Standa, chiudendo poi definitivamente il 26 maggio 2013, che potrebbe avere notevoli ricadute, e non solo per gli addetti. Va ricordato che, quando chiuse FNAC, a seguito delle battaglie sostenute dai lavoratori, in base a un accordo sindacale, una parte del personale fu assorbita dalla subentrante ditta. Non solo, ma dopo petizioni e manifestazioni di protesta si riuscì a salvare anche il reparto editoriale, posto al piano interrato, consentendo così la permanenza di una delle poche librerie rimaste sul territorio del Vomero. Oggi la storia sembra ripetersi, senza che però, al momento, si prospetti alcuna ipotesi che garantisca il posto di lavoro degli attuali dipendenti. Al riguardo non si conosce neppure l’eventuale nuova destinazione che potrebbero avere i locali in via Luca Giordano, una parte dei quali, rispetto a quelli un tempo occupati dalla FNAC, comunque è stata già da tempo locata ad altre ditte “.

            ” La scomparsa di questo tipo di attività commerciale  – puntualizza Capodanno -, in base alle analisi di mercato, sarebbe determinata, nel settore dell’elettronica e, più in generale, dell’high-tech, da un lato, dagli elevati costi di gestione, dall’altro, dalla concorrenza, con prezzi decisamente competitivi, del commercio online, al quale preferirebbero rivolgersi gli acquirenti, specialmente giovani. Peraltro va sottolineato che la chiusura, per quanto riguarda il marchio Trony, non  riguarda solo l’esercizio di Napoli ma anche altri punti vendita presenti in altre città italiane, con la perdita di numerosi posti di lavoro, tra i quali i 41 dello store partenopeo “.

            ” La petizione da me lanciata – conclude Capodanno – è indirizzata al ministro del lavoro Poletti, al presidente della giunta regionale della Campania, De Luca e al sindaco di Napoli, De Magistris. Ci auguriamo che, oltre ai cittadini, accanto ai lavoratori, lunedì prossimo si schierino i rappresentanti di tutte le istituzioni, dai parlamentari nazionali uscenti ai consiglieri della municipalità, passando per gli assessori e i consiglieri regionali e comunali, così come auspichiamo che sia presente lo stesso sindaco di Napoli. Inoltre, dal momento che, con la chiusura di Trony, sparirà anche il reparto editoriale, confidiamo che scendano in campo anche gli intellettuali e gli uomini di cultura “.

Concordato in bianco

Il Legislatore, con il decreto legge 83/2012 (decreto “Sviluppo Italia”) ha esteso le prerogative del sesto comma dell’art. 182 bis L.F. previste sull’accordo di ristrutturazione dei debiti (la prenotazione dell’accordo) anche al concordato preventivo Esso Consiste nel “prenotare” uno strumento negoziale di risoluzione della crisi (concordato preventivo o accordo di ristrutturazione) anticipando gli effetti del concordato (moratoria e protezione del patrimonio) e avere dunque più tempo per definire una strategia di risanamento al riparo delle azioni dei creditori Infatti, prima della sua introduzione, non rari erano i casi ove la predisposizione del ricorso di concordato preventivo era vanificata da una o più azioni cautelari (vedi ipoteche giudiziali) messe in atto nel frattempo dai creditori

  • Con tale norma il legislatore ha inteso fornire un rimedio alla nota insufficiente protezione del debitore durante la preparazione del piano concordatario o di ristrutturazione, prevedendo la possibilità di presentare un ricorso anticipatorio della proposta concordataria, con l’effetto di sospendere tutte le azioni poste in essere dai creditori in attesa che il debitore confezioni il piano. • Si tratta di una misura certamente utile (ma anche abusata) se si considera che l’impresa insolvente necessita sempre di adeguato tempo per predisporre le misure di superamento della crisi (trattative con potenziali acquirenti, con le Organizzazioni sindacali, con il sistema bancario, ecc.); prima dell’introduzione della novella in esame, la stessa impresa doveva nel contempo arginare le aggressioni dei creditori più intraprendenti.

La Domanda di Concordato in bianco: come comportarsi?

Sempre più spesso, da ormai due anni a questa parte, le imprese si trovano ad aver a che fare con loro clienti e fornitori che ricorrono allo strumento del concordato cosiddetto “in bianco” o “con riserva” o “prenotativo”… e sempre più sovente richiedono ai propri consulenti informazioni riguardanti: la natura di questo istituto, la tipologia degli strumenti a disposizione per il recupero dei loro crediti, il modo in cui possono continuare a lavorare con queste imprese e se, in questo caso, il loro credito sorto nella fase del concordato “in bianco” è salvaguardato in qualche modo…..

L’intervento riformatore realizzatosi con il Decreto legge n. 83/12 (“Decreto Sviluppo”), convertito dalla Legge n. 134/12, ha avuto un particolare rilievo nella parte riservata al concordato preventivo, procedura concorsuale sulla quale da anni, ormai, (e segnatamente dal 2005, anno in cui è stata pubblicata la prima delle riforme dell’istituto) il legislatore investe, auspicandone l’utilizzo in funzione del risanamento dell’impresa in crisi. Le ragioni ed i contenuti della riforma risiedono nella volontà e nella necessità di rendere il concordato preventivo uno strumento agile ed efficacie nella prospettiva del risanamento.

In questa direzione, le modifiche introdotte all’art. 161 L.F. sono state finalizzate da un lato al perfezionamento della disciplina del concordato preventivo già esistente e dall’altro all’introduzione di un nuovo istituto: la domanda di concordato “in bianco” o “con riserva”.

L’art. 161, sesto comma, L.F., nell’ultima versione, integrata anche con le modifiche apportate dal D.L. 69/2013, c.d. “Decreto del fare”, prevede che “l’imprenditore può depositare il ricorso contenente la domanda di concordato unitamente ai bilanci relativi agli ultimi tre esercizi e all’elenco nominativo dei creditori con l’indicazione dei rispettivi crediti, riservandosi di presentare la proposta, il piano e la documentazione di cui ai commi secondo e terzo entro un termine fissato dal Giudice, compreso fra sessanta e centoventi giorni e prorogabile, in presenza di giustificati motivi, di non oltre sessanta giorni. Nello stesso termine, in alternativa e con conservazione sino all’omologazione degli effetti prodotti dal ricorso, il debitore può depositare domanda ai sensi dell’art. 182 bis, primo comma.

La nuova norma ha lo scopo di consentire l’emersione tempestiva della crisi di impresa, dal momento che si autorizza il debitore a presentare il ricorso contenente la domanda per l’ammissione al concordato preventivo al manifestarsi dei primi segnali di crisi e successivamente di predisporre e depositare il piano e la proposta per i creditori entro il termine assegnato dal Tribunale a seguito di specifica richiesta dell’istante.

Ma quali sono gli effetti immediati della domanda di concordato in bianco per i creditori della società che l’ha depositata?

1. Il D. L. n. 83/12 ha introdotto l’obbligo per cui la domanda di concordato, sia essa “in bianco” o “piena”, debba essere pubblicata, a cura del cancelliere, nel competente Registro delle Imprese entro il giorno successivo al deposito in cancelleria. Questa disposizione porta con sé due importanti conseguenze. La prima riguarda la migliore conoscibilità, da parte dei terzi, dell’intenzione del debitore di accedere ad una procedura concorsuale (o di perfezionare e portare all’omologa del Tribunale un accordo privatistico di ristrutturazione dei debiti ex art. 182 bis L.F.), pubblicità che prima era affidata alla pubblicazione del decreto di ammissione ex art. 163 L.F. ed alle successive comunicazioni del Commissario giudiziale. La seconda conseguenza riguarda il dies a quo degli effetti della presentazione della domanda di concordato che non coinciderà più con il deposito del ricorso in cancelleria ma, piuttosto, con la sua pubblicazione nel Registro delle imprese. Dalla medesima data decorrerà, inoltre, la cristallizzazione dei crediti per tutti i creditori anteriori a quel momento.

2. Con il deposito della domanda “in bianco” (o più precisamente dalla data di pubblicazione del ricorso nel Registro delle Imprese) e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo, i creditori per titolo o causa anteriore alla pubblicazione stessa non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore. L’intenzione del Legislatore è di consentire un’immediata protezione del patrimonio del debitore per il periodo necessario all’elaborazione del piano ed allo svolgimento delle trattative con i creditori, senza l’incombente rischio che il tentativo di salvataggio sia pregiudicato da iniziative aggressive da parte degli stessi che, informati della crisi dell’imprenditore, tentino di trarre vantaggio da azioni esecutive e cautelari individuali.

3. Gli interventi legislativi in tema di accresciuta tutela del debitore trovano un ulteriore riscontro nella previsione del terzo comma dell’art. 168 L.F. secondo il quale sono inefficaci rispetto ai creditori concorsuali le ipoteche giudiziali iscritte nei novanta giorni che precedono la pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese. Si tratta di una norma di grande rilevanza pratica in quanto è destinata a disinnescare i frequenti comportamenti opportunistici di taluni creditori che, avuto notizia dell’intenzione del debitore di ricorrere ad una procedura concorsuale, tentino in questo modo di procurarsi un titolo di prelazione eliminabile sono con l’azione revocatoria fallimentare.

Questo determina l’effetto di depurare il patrimonio del debitore dalle ipoteche giudiziali iscritte e quindi di rendere la proposta concordataria più appetibile.

4. La società che chiede di accedere al concordato preventivo non perde la propria autonomia né tantomeno viene spossessata del proprio patrimonio. La gestione dell’impresa nel periodo successivo al deposito della domanda di concordato “in bianco” rappresenta un momento di grande delicatezza con riferimento alla contemporanea tutela degli interessi del debitore e dei diritti dei suoi creditori. Il nuovo art. 161, comma 7, L.F. disciplina, quindi, gli atti che il debitore può compiere dal momento della presentazione di una domanda di concordato con riserva e fino all’ammissione e prevede che i crediti sorti in esecuzione di tali atti abbiano un trattamento diverso rispetto ai crediti concorsuali, che vengono pagati con moneta concordataria.

Nella fase del concordato “in bianco”, l’imprenditore, dunque, può compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione, mentre per quelli straordinari è necessaria l’autorizzazione del Tribunale in presenza del requisito dell’urgenza e dell’acquisizione del parere del commissario giudiziale se nominato[1].

È importante sottolineare che sia gli atti di ordinaria amministrazione che quelli di straordinaria amministrazione urgenti ed autorizzati vengono identificati come atti “legalmente” compiuti dal debitore e di conseguenza i crediti che sorgono per effetto di tali atti, così come previsto dalla norma stessa, sono considerati prededucibili ai sensi dell’art. 111 L.F. ed esenti dall’azione revocatoria ex art. 67, comma 3, L.F..

La prededuzione e la stabilità degli atti previste dall’art. 161, comma 7, L.F., che si traducono in tutela dell’affidabilità dei terzi e certezza dei rapporti giuridici, rispondono all’esigenza di incentivare i terzi a non interrompere i rapporti con l’impresa in crisi proprio in quel lasso di tempo che precede la compiuta formulazione della proposta concordataria – durante la quale il debitore paga lo scotto di essere “scoperto”, attraverso, come detto precedentemente, la pubblicazione della domanda nel registro delle imprese – al fine di preservare il valore dell’avviamento, anche nell’interesse dei creditori.

In assenza di un’univoca definizione di atti di “ordinaria” e “straordinaria” amministrazione va posta particolare cautela e attenzione, valutando nei casi dubbi l’opportunità di chiedere un pronunciamento del Tribunale.

Una particolare disciplina è prevista, invece, per i crediti derivanti dallo scioglimento dei contratti in corso di esecuzione, a cui è dedicato il nuovo art. 169 bis L.F.. Il debitore nel ricorso di cui all’art. 161 L.F. può richiedere al Tribunale lo scioglimento (o in alternativa la sospensione per non più di sessanta giorni) dai contratti in corso di esecuzione alla data di presentazione del ricorso stesso. Nel caso in cui il Tribunale autorizzi tale scioglimento, la controparte in bonis avrà diritto ad un indennizzo equivalente al risarcimento del danno conseguente all’inadempimento del debitore. Questo credito, considerato chirografario, ha, per previsione normativa, natura concorsuale e sarà soddisfatto nella misura, nei termini e nei tempi previsti dalla proposta concordataria.

Riassumendo, quindi, in estrema sintesi, le società devono essere edotte del fatto che, innanzitutto, la pubblicazione del deposito della domanda di concordato nel Registro delle Imprese rende conoscibile ai terzi lo stato di crisi del debitore nonché la sua intenzione di accedere ad una procedura concorsuale (o di perfezionare un accordo di ristrutturazione dei debiti); in secondo luogo che tutti i crediti sorti anteriormente a detta pubblicazione, qualora il concordato “in bianco” sfoci in un concordato “pieno”, verranno pagati in moneta concordataria, e cioè secondo le percentuali previste nel piano di concordato che verrà depositato; sono inutili, pertanto, le azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore per tentare il recupero dei crediti stessi. Il credito nascente, invece, in costanza di concordato in bianco, verrà corrisposto in prededuzione, solo ed esclusivamente nel caso in cui sia derivante da atti di ordinaria amministrazione o di straordinaria amministrazione urgenti e autorizzati dal Tribunale.

Alla luce delle precedenti considerazioni risulta evidente che tale norma – da un lato protegge il debitore che ha la possibilità di fruire dell’“ombrello” protettivo, previsto dalla normativa, verso le pretese dei creditori sin dalla pubblicazione della domanda di concordato “in bianco” nel Registro delle Imprese e dunque, a partire da una data in cui potrebbe non essere ancora stata formalizzata una proposta di accordo con i creditori e – dall’altro tutela i creditori stessi che vogliano continuare ad operare con la società che ha chiesto l’accesso alla procedura concorsuale (con possibilità anche di optare per la definizione di un accordo ex art. 182 bis L.F.) con gli opportuni accorgimenti ut supra.

[1] Secondo la giurisprudenza maggioritaria possiamo annoverare tra gli atti di ordinaria amministrazione gli atti di comune gestione dell’azienda, strettamente aderenti alle finalità ed alle dimensioni del suo patrimonio e quelli finalizzati alla conservazione e al miglioramento del patrimonio stesso, mentre ricadono nell’area della straordinaria amministrazione gli atti che incidono negativamente sul patrimonio del debitore, pregiudicandone la consistenza o compromettendone la capacità di soddisfare le ragioni dei creditori, in quanto ne determinano la riduzione, ovvero lo gravano di vincoli e di pesi cui non corrisponde l’acquisizione di utilità reali prevalenti su questi ultimi.

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