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Nordest è boom industriale, allarme aziende: “Speriamo immigrati non scappino”

Nel Nordest ma anche in Lombardia e in Emilia la ripresa economica è ormai un fatto consolidato e la disoccupazione è scesa ai livelli della Germania.

Secondo punto (un timore per il momento): fatichiamo a trovare manodopera sufficiente a sorreggere questo boom «dunque speriamo che gli immigrati non decidano di tornare nei loro paesi di origine».

Carlo Valerio, presidente della Confapi di Padova (vale a dire l’associazione che raggruppa le piccole e medie imprese del suo territorio) si spinge a dire ciò che fino a oggi nessuno aveva osato e cioè che l’economia italiana potrebbe avere presto bisogno di chi arriva dall’estero. Il tutto, inutile girarci attorno, in un territorio a forte trazione leghista.

Primo punto (sorretto dai numeri): nel Nordest ma anche in Lombardia e in Emilia la ripresa economica è ormai un fatto consolidato e la disoccupazione è scesa ai livelli della Germania. Secondo punto (un timore per il momento): fatichiamo a trovare manodopera sufficiente a sorreggere questo boom «dunque speriamo che gli immigrati non decidano di tornare nei loro paesi di origine». Carlo Valerio, presidente della Confapi di Padova (vale a dire l’associazione che raggruppa le piccole e medie imprese del suo territorio) si spinge a dire ciò che fino a oggi nessuno aveva osato e cioè che l’economia italiana potrebbe avere presto bisogno di chi arriva dall’estero. Il tutto, inutile girarci attorno, in un territorio a forte trazione leghista e che ha contribuito in modo determinante al successo elettorale di Salvini.

La mappa del 2017 di Eurostat

Il punto di partenza di Valerio è uno studio condotto dalla sua associazione sulla base di dati di Eurostat: nel 2017 – ecco il punto focale della ricerca – la disoccupazione in Veneto si è attestata al 6,3%, simile al 6,4 della Lombardia e al 6,6 dell’Emilia. Un dato che spinge il nuovo triangolo industriale italiano fuori dalla crisi lo mette al passo con la germania anche se l’Est Europa fa ancora meglio (Romania 4,6%, Ungheria 3,9, Repubblica Ceca 2,3). Se si prende poi Padova come punto d’osservazione si scopre che nell’ultimo anno sono nati 6.370 nuovi posti di lavoro, 2.000 dei quali appannaggio di cittadini stranieri. «Da queste statistiche – osserva Valerio – discendono due considerazioni: La prima: la ripresa è in essere. La seconda: ci sono settori interamente occupati da stranieri. Cosa accadrebbe se queste persone rientrassero nei loro paesi di origine dove oggi esiste quell’offerta di lavoro che ieri mancava? Il tema è scomodo e può non piacere ma credo vada affrontato con più programmazione e meno demagogia».

«Il nuovo boom diverso dagli anni ‘90»

Carlo Valerio è titolare di un’azienda che produce materiali per l’edilizia il 90% dei quali vengono venduti all’estero. Primo interrogativo: la ripresa dunque c’è davvero? «Da noi c’è di sicuro e per il 2018 le aspettative sono per un’ulteriore crescita. Alcuni settori, come la meccanica di precisione si stano rivelando trainanti». Ma c’è differenza rispetto al boom che negli anni ‘90 fece conoscere al mondo ilo fenomeno del Nordest? «Eccome. Stavolta è molto più legato alla qualità del prodotto, poggia su basi più solide che derivano dal fatto che le aziende hanno investito molto in tecnologia e hanno ampliato l’orizzonte dei loro mercati».

I timori della grande fuga

Ma da dove nasce il timore che il nuovo boom possa essere frustrato dalla fuga dei lavoratori stranieri? «Da un ragionamento semplice. Le imprese fanno già oggi fatica a trovare gli operai sufficienti a sostenere la ripresa poiché i giovani, sbagliando, rivolgono le loro scelte altrove. Occorre far ricorso agli stranieri ma nei loro Paesi stanno accadendo due cose: anche lì la ripresa è in atto e la richiesta di manodopera è ancora più alta che da noi. Dunque potrebbero decidere di fare ritorno a casa loro, aprendo ulteriori falle nel nostro sistema». Insomma, c’è ancora bisogno di immigrati in veneto e nel Nord in generale? «Se si parla di immigrati tutti si agitano, se le chiamiamo risorse lo stesso. Allora diciamo che sono persone, lavoratori che se arrivano qui con volontà di integrarsi e di rispettare le nostre regole troveranno un futuro». Anche perché i livelli di stipendio che garantisce il Nordest non sono certo quelli della Romania o della Repubblica Ceca…«Per il momento è così, ma la dinamica potrebbe presto cambiare».

La disoccupazione giovanile
Problema enorme all’interno di un problema già di per sé complesso, specialmente per il nostro Paese, è quello relativo alla disoccupazione giovanile. Nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 24 anni, a livello europeo il 2017 ha visto il 16,8% dei ragazzi e delle ragazze non riuscire a entrare attivamente nel mercato del lavoro. L’Italia è tutta sopra la media europea. Nel senso che la percentuale di under 24 che non trova lavoro è ovunque superiore a quella continentale. Circostanza che ci accomuna alla Grecia e alla Spagna, che si confermano ai vertici di questa infausta classifica. Germania, Regno Unito, Austria, Benelux, Danimarca e buona parte dei Paesi dell’Est sono invece le nazioni nelle quali la disoccupazione giovanile ha fatto registrare lo scorso anno i valori più bassi a livello continentale. Guardando alle singole regioni, il record negativo spetta alla spagnola Melilla, dove il 62,7% dei più giovani è rimasto senza lavoro. Il dato italiano più alto riguarda sempre la Calabria, con una disoccupazione giovanile al 55,6%, quarto risultato peggiore a livello continentale. Il dato migliore, invece, quello della provincia autonoma di Bolzano, 10,2%, unica realtà sotto la media europea (per la Valle d’Aosta manca il dato).

La disoccupazione di lungo periodo
Quando si parla di disoccupazione, c’è però un altro tema da tenere in considerazione. Ovvero la durata del periodo in cui le persone restano senza un lavoro. Eurostat ha reso noti i dati relativi al long-term unemployment rate, ovvero a quella quota di disoccupati sul totale che è senza un’occupazione da almeno 12 mesi. Una circostanza che nel 2017 ha accomunato il 45% degli europei senza lavoro. Che, in altre parole, lo stanno cercando da più di un anno.
La Germania offre qualche riflessione: le zone in cui la quota di disoccupati di lungo termine è più alta che a livello europeo sono quelle dell’ex Repubblica democratica. A cominciare dal Sachsen-Analt, dove il 56,6% di quel 6,9% di cittadini senza lavoro è rimasta disoccupata per più di un anno. Più in generale, è in queste zone della Germania che Alternative fuer Deutschland, formazione neonazista, ha ottenuto i migliori risultati alle elezioni federali dello scorso autunno. Ovviamente, i dati non parlano di un rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni, ma è comunque interessante osservare la correlazione.

La Garlic Belt
Delle dieci regioni con la più alta percentuale di disoccupati di lungo corso, nove si trovano in Grecia. La decima è il Molise, dove il 72,8% di chi non ha un lavoro è in questa situazione da almeno 12 mesi. Da notare, poi, che esiste una correlazione tra la percentuale di disoccupazione di lungo corso e il tasso di disoccupazione generale. I dati, in realtà, non fanno che confermare una considerazione piuttosto ovvia. Ovvero quella per cui dove la disoccupazione è più alta è più alto il numero di disoccupati di lungo corso. Dove c’è poco lavoro, in altre parole, è più facile che ci voglia molto tempo per trovarne uno nuovo dopo averlo perso. Con l’eccezione dell’ex Ddr, dove nonostante la disoccupazione sia tra le più basse a livello continentale, una larga parte di chi perde il lavoro fatica a ritrovarlo.

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