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Pensione anticipata 2018, tutti i requisiti e le scadenze in corso

Oggi Torniamo a parlare di pensione anticipata la quale potrà essere erogata al cittadino senza bisogno che quest’ultimo rientri nell’ età minima stabilità per legge. Proprio per questo motivo si parla proprio di pensione anticipata, che viene erogata ai lavoratori che però fanno parte dell’assicurazione generale obbligatoria Nonché ai lavoratori autonomi tipo commercianti e artigiani ed a tutti gli iscritti alla gestione separa dell’INPS. Tutti ricorderanno come nel 2012 la legge Fornero aveva introdotto la pensione anticipata come sostituzione della pensione di anzianità, Ma questo tipo di meccanismo venne annullato grazie alla nuova legge di bilancio dello scorso anno.

Per capire Più nello specifico In che modo poter beneficiare della pensione anticipata, va detto che innanzitutto potranno beneficiarne coloro che hanno raggiunto l’anzianità contributiva entro il 31 dicembre 1995. Coloro che avranno accesso a questa agevolazione con una età inferiore ai 62 anni si vedranno applicati una riduzione della propria pensione per ogni anno di anticipo. Va detto che questa riduzione però è utilizzata soltanto su coloro che hanno maturato i contributi di anzianità al 31 dicembre 2011.

A partire dal primo gennaio 2015, l’anzianità contributiva raggiunta entro il 31 dicembre 2017 non sembra essere soggetto ad alcuna riduzione, anche se il richiedente ha un’età che risulta essere inferiore ai 62 anni. Dal 2016 al 31 dicembre 2018. il requisito per poter accedere alla pensione anticipata è di 42 anni 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Potranno Inoltre accedere alla pensione agevolata tutti coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributo da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del diciannovesimo anno di età se iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 e se risultano appartenenti a particolari categorie tutelate tipo disoccupati di lungo corso, soggetti con invalidità al 74% in su e addetti ai lavori gravosi.

La legge di bilancio del 2018 sembra riportare delle novità molto importanti per quanto riguarda l’ape Social la quale pare sia stata confermata anche per quest’anno e conferma due date di scadenza per la presentazione della domanda. La prima data di scadenza sarebbe quella del 31 marzo e più nello specifico sembra che entro questa data, bisognerà presentare le nuove domande dell’Ape Social 2018. La seconda scadenza è valida per la presentazione delle domande di quest’anno per la pensione anticipata e fissata al 30 novembre.

Sembra però ci sia una terza finestra intermedia per la presentazione della domanda fissata al primo Aprile 2018 e sarà valida fino al 15 luglio 2018.  Inoltre, sembra che nel corso del 2018 la richiesta di certificazione del diritto all’anticipo pensionistico dovrà essere prodotta all’INPS entro il 31 marzo 2018 e l’ente dovrà comunicare l’accettazione oppure il rigetto dell’istanza entro e non oltre il 30 giugno 2018. L’indennità è pari all’importo della rata mensile di pensione calcolata al momento dell’accesso alla prestazione o pari a €1500 qualora la pensione sia pari o maggiore di detto importo.

Le aziende e i lavoratori (a fine carriera) che vogliono chiudere il rapporto di lavoro possono contare dal 2013, tra l’altro, su uno strumento finalizzato a condurre alla quiescenza alcune categorie di dipendenti vicini al pensionamento. Si tratta del cosiddetto esodo dei lavoratori anziani (o Isopensione), introdotto dalla riforma Fornero, che può essere utilizzato solo da aziende che occupano mediamente più di 15 dipendenti in esito ad un accordo raggiunto tra azienda, Inps e sindacati dei lavoratori. Il meccanismo consente un anticipo dell’età pensionabile sino ad un massimo di 4 anni rispetto alla normativa Fornero a patto che l’azienda esodante corrisponda, con oneri interamente a suo carico, un assegno ai lavoratori di importo equivalente alla pensione (l’assegno prende il nome di isopensione) per l’intero periodo di esodo, sino al perfezionamento dei requisiti per il pensionamento. L’azienda dovrà versare, oltre all’assegno, anche la relativa copertura contributiva (cioè la contribuzione correlata), utile a garantire ai lavoratori la copertura pensionistica fino al raggiungimento del diritto all’assegno di quiescenza definitivo. Resta inteso, comunque, che potranno rientrarvi soltanto i lavoratori cui manchino, al massimo, 4 anni per l’accesso, sia alla pensione di vecchiaia che alla pensione anticipata. Tanto per fare un esempio, quindi, possono aderire nel 2016 i lavoratori che hanno non meno di 63 anni di età e che, pertanto, otterrebbero la pensione di vecchiaia nel 2020 a 67 anni di età; o ancora coloro che hanno 39 anni e 3 mesi di contributi e che, pertanto, andrebbero in pensione anticipata nel 2020 con 43 anni e 3 mesi di contributi (le donne un anno in meno).

L’ACCORDO DI ESODO In primo luogo è necessario un accordo sottoscritto dall’azienda con le organizzazioni sindacali più rappresentative a livello aziendale finalizzata alla gestione degli esuberi. Una volta sottoscritto l’accordo quadro i lavoratori sono liberi o meno di aderire allo scivolo pensionistico (spesso, però, l’adesione viene incentivata dall’azienda). Si ricorda che l’accordo può essere raggiunto anche a composizione di una procedura di licenziamento collettivo ai sensi della legge 223/1991. In entrambi i casi le procedure devono concludersi con un accordo sottoscritto con le organizzazioni sindacali individuate dalla legge, dal quale risulti una situazione di eccedenza del personale, l’indicazione del numero dei lavoratori risultanti in esubero ed il termine entro il quale il programma di esodo deve concludersi. L’accordo sindacale raggiunto deve poi essere presentato dal datore di lavoro all’Inps che dovrà validarlo rispetto ai requisiti pensionistici dei lavoratori che hanno aderito al pensionamento anticipato. L’Inps dovrà anche valutare la consistenza organica dell’azienda che, come detto, deve risultare superiore in media a 15 dipendenti. Se tutte le condizioni sono soddisfatte l’Istituto rilascia un prospetto contenente l’informazione relativa all’onere complessivamente stimato del programma di esodo annuale, ai fini della fideiussione bancaria, che viene inviato al datore di lavoro tramite PEC. E l’accordo quindi acquista efficacia.

L’ASSEGNO DI ISOPENSIONE Come evidenziato, al lavoratore spetta un assegno economico della durata massima di 4 anni che lo accompagnerà alla pensione. Il valore della prestazione è pari all’importo del trattamento pensionistico che spetterebbe al lavoratore al momento di accesso alla prestazione medesima, in base alle regole vigenti, esclusa la contribuzione figurativa correlata che il datore di lavoro si impegna a versare per il periodo di esodo. L’assegno di isopensione sarà, quindi, sempre di importo leggermente inferiore all’importo di pensione che il lavoratore percepirà alla cessazione dell’assegno in quanto carente della contribuzione correlata. Eventuali benefici pensionistici utili per il diritto e la misura, previsti da specifiche disposizioni legislative (ad esempio: maggiorazione del periodo di servizio effettivamente svolto da soggetti portatori di invalidità superiore al 74%, benefici amianto, ecc.) devono essere comunque valutati ai fini del diritto e della determinazione dell’importo pensionistico. Da notare, tuttavia, che sull’importo della prestazione non è attribuita la perequazione automatica, non spettano i trattamenti di famiglia (ANF), non possono essere effettuate trattenute per il pagamento di oneri (ad esempio: per riscatti e ricongiunzioni che devono quindi essere interamente versati prima dell’accesso alla prestazione; per cessione del quinto dello stipendio; per mutui ecc.). La prestazione, inoltre, non è reversibile. In caso di decesso del beneficiario, ai superstiti viene liquidata la pensione indiretta, con le norme ordinarie, tenendo conto anche della contribuzione figurativa correlata versata in favore del lavoratore durante il periodo di erogazione della prestazione. La prestazione è soggetta, inoltre, a tassazione ordinaria.

MODIFICHE PEGGIORATIVE Nel caso in cui intervengano modifiche normative che innalzino i requisiti di accesso al trattamento pensionistico, nonché nel caso di incremento dell’aspettativa di vita superiore a quello – tempo per tempo – previsto dalla tabella tecnica di accompagnamento al decreto legge n. 201/2011, a favore dei soggetti già titolari di prestazione, l’erogazione di quest’ultima proseguirà per l’ulteriore necessario periodo, fermo restando il limite dei 48 mesi, a carico del datore di lavoro esodante, anche con l’eventuale rimodulazione dell’importo della garanzia fideiussoria.

L’ACCORDO ANTICIPA LA PENSIONE
Il part time «pre-ritiro» potrebbe consentire di superare il nodo dei costi per le aziende
Per anticipare la pensione, oltre alle “scorciatoie” utilizzabili dai lavoratori qualora abbiano i relativi requisiti anagrafici e contributivi (anticipata, opzione donna, attività usuranti) e a quelle a cui sta lavorando il governo, ci sono altre soluzioni che prevedono lo compartecipazione del datore di lavoro, in quanto serve sottoscrivere un accordo con l’azienda e quest’ultima si deve fare carico di alcuni oneri. Già dal 2012 è stata introdotta con la legge 92/2012 l’isopensione. Le aziende possono gestire gli esuberi di personale pagando una “pensione anticipata” e versando la contribuzione figurativa ai dipendenti a cui mancano non più di quattro anni alla pensione di vecchiaia o anticipata. A parte pochi esempi che hanno riguardato realtà medio-grandi, questa opzione è stata poco utilizzata proprio a causa dei costi a carico dell’impresa.
Un’opzione analoga, sempre individuata dalla legge 92/2012, è possibile tramite l’intervento dei fondi di solidarietà, il cui raggio d’azione è stato esteso dal decreto legislativo 148/2015 di attuazione del Jobs act. L’erogazione di un assegno straordinario di sostegno al reddito per i lavoratori a cui mancano non più di cinque anni alla pensione di vecchiaia o anticipata è una prestazione che i singoli fondi possono prevedere o meno (definendo nel caso anche il corrispondente onere a carico delle aziende che vi ricorrono).
Così come per l’isopensione, finora l’utilizzo è stato limitato: in realtà è stato limitato ai soli fondi del settore del credito, del credito cooperativo e dell’assicurativo. In risposta a un’interrogazione formulata dall’onorevole Marialuisa Gnecchi, il ministero del Lavoro ha comunicato che dal 2012 a oggi l’assegno straordinario è stato erogato a 5.556 persone, di cui 4.595 iscritti al fondo di solidarietà per il credito, 258 al fondo del credito cooperativo e 703 al fondo del comparto assicurativo.
Sempre con il Dlgs 148/2015 è stato introdotto il part time abbinato alla pensione nell’ambito di contratti di solidarietà espansiva, una soluzione già vista in passato (1984). Difficile prevedere successo per questa soluzione, tenuto conto della complessità di attuazione dei presupposti su cui inserire il part time (accordo per la solidarietà, nuove assunzioni, ulteriore incremento degli assunti) tanto più che il quadro regolamentare non è stato ancora completato, dato che a oltre sette mesi dall’entrata in vigore del decreto legislativo non sono state diffuse le indicazioni operative sulla base della nuova normativa. Nel frattempo, peraltro, il governo ha messo a punto un’altra forma di part time prepensionamento di più facile attuazione e relativamente poco oneroso per le aziende, ma che ha come limite principale i requisiti anagrafici previsti per i lavoratori beneficiari (le caratteristiche delle quattro soluzioni sono nella tabella e nell’articolo a fianco). Tecnicamente, non è un anticipazione della pensione e il rapporto di lavoro prosegue seppur a orario ridotto. È stato stimato che possa essere utilizzata da 30mila persone: se così fosse, sarà di gran lunga la più popolare tra le quattro disponibili.

Non c’è mai fine al peggio. Per settimane ci siamo dovuti sorbire un interessante dibattito sulla legge elettorale finito in vacca. Ora è il turno dello ius soli, come se dare la cittadinanza agli stranieri nati in Italia sia questione di vita o di morte. Mail governo non vuole mai far mancare la sua dose quotidiana di impopolarità, mista a insensatezza, condita con malafede politica: al Tesoro stanno studiando un decreto, quindi un provvedimento d’urgenza, per aumentare di cinque mesi l’età pensionabile per gli uomini a partire dal 2019. Non più 66 anni e sette mesi, ma direttamente 67 anni.

I motivi di questa decisione improvvisa, raccontati ieri dal Corriere della Sera, sono i soliti: l’aspettativa di vita si alza per cui non si può lasciare un signore in pensione per troppi anni. D’altronde, sostiene il ritornello progressista, c’è una generazione che ha rubato il futuro ai giovani, pensione compresa… Balle. Per una serie di motivi.

1) La riforma Fornero, che tanto tenera non è stata nei confronti dei lavoratori, aveva già fissato una tabella relativa alle età pensionabile. Scaglionata nel tempo, fino al 2031 quando un maschio dovrà aspettare 68 anni e tre mesi per poter riposarsi e ricevere l’agognato assegno previdenziale. Quindi se il Tesoro cambiasse le carte in tavola saremmo in presenza dell’ennesimo tradimento nei confronti degli italiani, anche se ormai questa sembra una regola in casa Pd.
2) Se aumenta l’età pensionabile, inevitabilmente cresce il periodo lavorativo di una persona. Significa che si sta più tempo in un’azienda, da imprenditore o da dipendente, chiudendo di fatto le finestre d’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani. Ora, non è colpa degli over 65 se gli under 30 non trovano un’occupazione, ma le imprese devono programmare per tempo. «Si creerebbe ancora una volta un quadro di incertezza, con costi maggiori e con l’impossibilità di procedere al necessario ricambio occupazionale dal quale trarrebbe benefici l’intera economia», osserva Maria Concetta Cammarata, vicepresidente di Unimpresa. «La certezza del diritto, soprattutto in campo fiscale e previdenziale, è un valore imprescindibile per chi fa impresa. Le continue riforme – aggiunge – così come i provvedimenti scritti male e in fretta, non gettano le basi per poter fare investimenti. E invece, negli ultimi anni, si sono susseguiti continui interventi normativi, in alcuni casi una vera e propria tela di Penelope, che hanno confuso le aziende del Paese».
3) È incredibile poi lo strabismo delle politiche sociali. Con una mano il governo vuole aumentare l’età pensionabile e con l’altra fa partire l’anticipo pensionistico, un meccanismo che permette ad alcune categorie di uscire prima dal mondo del lavoro in cambio di una decurtazione della pensione. Alcunine approfitteranno anche se dovranno restituire fino a 500 euro al mese per vent’anni in cambio di tre anni e mezzo di anticipo pensionistico. Non proprio un affare…
4) Se il ministero dell’Economia è costretto a ipotizzare di togliere 5 mesi di pensione a un lavoratore, significa che è alla canna del gas. Vuol dire che prevede di dover spendere sempre di più per tenere in piedi l’Inps. Pochi giorni fa l’ente previdenziale ha rivisto il bilancio. In peggio. Il contributo della fiscalità generale è salito a 113 miliardi: una cifra che è pari a due terzi del gettito Irpef. In pratica le tasse versate da due italiani su tre finiscono all’istituto guidato da Boeri. Questo perchè il sistema del welfare italiano è inefficiente.
5) Le inefficienze, ahinoi, sono croniche e le abbiamo elencate due giorni fa proprio su Libero, attingendo da uno studio del professor Alberto Brambilla, ex sottosegretario alWelfarenelgo- verno Berlusconi. Un numero su tutti: una pensione su due nel Sud Italia è regalata. Il dato percentuale da osservare è quello relativo al rapporto fra contribuiti versati e prestazioni erogate. Ebbene, il tasso di copertura a livello nazionale si attesta al 76,19%, ma al Nord si registra una copertura media dell’86,68%, al Centro del 77,25% medio, mentre al Sud si ferma al 51,33%. L’unica regione con un valore positivo è il Trentino con 106,61% (cioè a fronte di 100 euro di prestazioni ne versa 106,61 di contributi). Seguono Lombardia con il 97,11% e Veneto con il 95,33%. Lazio ed Emilia Romagna si posizionano attorno all’87%, mentre tutte le altre regioni stanno sotto il 75%, con il record negativo della Calabria, dove due pensioni su tre sono, di fatto, regalate.
Insomma, c’è un deficit enorme, che grava sul- l’Inps, le cui entrate sono coperte per metà da sole tre regioni, ovvero Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. E così loStato, per il solo sistema pensionistico e in rapporto alla popolazione, trasferisce ad ogni abitante del Sud oltre 1.000 euro l’anno, contro i 658 del Centro e i 474 del Nord. Un buco nelle casse dell’ente previdenziale che, a partire dagli anni ’80, ha generato un rosso per lo Stato centrale di quasi 1.500 miliardi. Visto che il debito pubblico è di oltre 2.200 miliardi, possiamo tranquillamente dire che tre quarti dell’indebitamento italiano – quello che ci impedisce di tagliare le tasse – è colpa dello squilibrio previdenziale. Che avvantaggia chi non ha versato contributi. Probabilmente il governo non procederà col decreto estivo, per motivi elettorali. Ma solo il fatto di pensarlo è grave indice di come sono considerati i lavoratori e i pensionati italiani: bancomat. Se questo è il trend andremo in pensione dopo la morte.