Pensione anticipata e Ape Volontaria 2018: requisiti principili

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha firmato il decreto che esenta quindici professioni gravose dall’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, ovvero l’innalzamento a 67 anni dal 2019. Il decreto «consente di allargare la platea dell’Ape sociale e dei precoci per il 2018 e permette nel 2019 e 2020 il pensionamento senza il previsto adeguamento alla speranza di vita a circa 49.800 lavoratori». A spiegarlo è stato Stefano Patriarca, uno dei tecnici di Palazzo Chigi che ha lavorato al dossier. Questi numeri, ha proseguito, «vanno ad aggiungersi ai 69.400 lavoratori che potranno usufruire o dell’Ape sociale (che consente l’uscita dal mercato del lavoro anche con quattro anni di anticipo) o pensionarsi con 41 anni di contributi a qualsiasi età» (i precoci). Nel complesso, quindi, «tra il 2017 e la fine del 2020 circa 119.200 persone potranno, se lo vorranno, anticipare l’uscita dal mercato del lavoro senza nessuna penalizzazione della pensione. Tutto ciò con un intervento finanziario a carico dello Stato coerente con le necessità di stabilizzazione finanziaria del bilancio pubblico», ha sottolineato Patriarca.

Intanto gli architetti e gli ingegneri liberi professionisti iscritti ad Inarcassa (Ente previdenziale delle categorie) possono ottenere il cumulo gratuito dei periodi lavorativi. Ieri, infatti, è arrivata l’approvazione definitiva dai ministeri vigilanti (Lavoro ed Economia, ndr) alla modifica del Regolamento generale di previdenza, che recepisce la pensione in cumulo come nuova tipologia di prestazione previdenziale.

«Siamo particolarmente grati» ai dicasteri, per il semaforo verde ad «un pacchetto di norme rispettose dei lavoratori – afferma il presidente dell’Ente Giuseppe Santoro. Per l’accesso alla prestazione, occorre ora la stipula della convenzione in negoziazione tra Adepp (Associazione delle Casse) e Inps. Il provvedimento dovrebbe essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale nei prossimi giorni.

Si torna a parlare della pensione anticipata, ovvero una prestazione dell’Inps riconosciuta a tutti i lavoratori autonomi e dipendenti sulla base del numero di contributi che sono stati maturati durante vita.Proprio quest’anno pare siano stati riconfermati tutti i requisiti principali per poterla richiedere, una volta raggiunti i contributi minimi e incondizionatamente dall’età del soggetto. Da chi può essere richiesta la pensione anticipata? Secondo quanto disposto, questa può essere richiesta con ancora più anticipo da tutti i lavoratori precoci, ossia chi prima dei 19 anni pare abbia versato 1 anno di contributi, secondo determinate condizionati. E’ inoltre possibile trovare altre forme di pensioni anticipate tra le quali Ape volontaria e Ape social. I requisiti sembrano essere gli stessi rispetto agli altri anni, ovvero è rivolta a tutti i lavoratori autonomi e dipendenti iscritti alla Gestione Separata Inps e all’Ago.

Inoltre, potrà essere richiesta da chi ha contributi che siano pari a 42 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. Questi requisiti saranno validi fino al prossimo 31 dicembre 2018. La pensione anticipata spetterà anche a chi avrà compiuto i 63 anni con almeno 20 anni di contributi accreditati. Come richiedere la pensione anticipata? Innanzitutto va detto che questa potrà essere richiesta recandosi presso un ente di patronato o servizio telematico Inps, contattando il contact center Inps.Per quanto riguarda l’Ape sociale, i requisiti sembrano essere praticamente gli stessi per i lavoratori precoci, tra cui aver compiuto 63 anni.

Sono richiesti anche altre elementi, ovvero non essere titolari di pensione diretta, assenza di trattamento sostegno al reddito, assenza di una attività autonoma e dipendente, avere contributi pari a 30 anni per tutti i caregiver, invalidi e disoccupati ed infine per 36 anni di contributi per categoria di lavoratori gravosi. Si parla anche di pensione anticipate ha parlato anchApe rosa, ovvero la pensione anticipata pensata per le donne che potranno accedere alla pensione anticipata soltanto se saranno in possesso di contributi pari a 41 anni e 10 mesi. E’ possibile ricorrere alla pensione anticipata Ape rosa. Va precisato che ogni figlio apporta uno scontro contributivo di 1 anno per un massimo di due anni. Sono richiesti contributi pari a 30 anni, oltre ad appartenere a categorie come invalidi civili, disoccupati o caregiver, contributi di 36 anni e appartenenza alla categoria dei lavori gravosi.

Negli ultimi giorni, e Silvio Berlusconi, il leader di Forza italia. Secondo Berlusconi, sembra che anticipare l’accesso alla pensione rispetto ai criteri stabiliti dalla normativa vigente sarebbe possibile, ma soltanto in alcuni casi che sono indicati con equità e per un periodo di tempo limitato. ”Si tratta di tutelare i lavoratori che sono stati discriminati dai criteri rozzi e frettolosi adottati dalla Legge Fornero, che hanno sconvolto improvvisamente le attese e i programmi di vita di tante persone e messo in grave difficoltà i lavoratori più anziani, che non sono più in condizioni di lavorare, e che invece sono lasciati a carico delle aziende oppure senza reddito”, ha precisato Berlusconi.

Ape rosa 2018

Gli sconti sugli anni di contributi richiesti non si limitano alla pensione contributiva. Dal 2018, difatti, le donne che accedono all’Ape sociale, l’anticipo pensionistico a carico dello Stato che si può ottenere dai 63 anni di età, hanno diritto a uno sconto contributivo secondo il numero dei figli.

Nel dettaglio, la riduzione del requisito contributivo per l’Ape sociale è pari a 1 anno per ogni figlio, sino a un massimo di due. In questo modo, le lavoratrici con figli facenti parte delle prime tre categorie beneficiarie dell’Ape social, cioè disoccupati, caregiver e invalidi dal 74%, possono ottenere l’anticipo pensionistico con un minimo di 28 anni di contributi anziché 30, mentre le appartenenti agli addetti ai lavori gravosi con un minimo di 34 anni di contributi anziché 36.

Pensione di vecchiaia anticipata 2018 Le donne in possesso di invalidità pensionabile superiore all’80% possono raggiungere la pensione di vecchiaia a 55 anni e 7 mesi, mentre gli uomini con invalidità pe oltre l’80% possono raggiungerla a 60 anni e 7 mesi (previa attesa di una finestra di 12 mesi, per entrambi). Il requisito per il trattamento si abbassa a 55 anni e 7 mesi per gli uomini e 50 anni e 7 mesi per le donne, se non vedenti. Per questa prestazione, nonostante si tratti di pensione di vecchiaia, non è prevista la parificazione dell’età pensionabile come per la pensione di vecchiaia ordinaria.

Anticipo pensione contributiva per maternità 2018

Le donne il cui assegno di pensione è calcolato interamente col sistema contributivo possono anticipare la pensione di 4 mesi per ogni figlio, fino ad un massimo di 12 mesi di anticipo (dunque l’agevolazione si limita a 3 figli, dal 4°in poi non sono previsti anticipi ulteriori). In alternativa, chi ha sino a 2 figli può aumentare il coefficiente di trasformazione della pensione di 1 anno, mentre chi ha 3 o più figli può aumentarlo di 2 anni: il coefficiente di trasformazione è la cifra, espressa in percentuale, che trasforma i contributi accantonati (montante contributivo) in assegno di pensione.

Più è alto il coefficiente, dunque, più è alta la pensione: ad esempio, a chi possiede 300mila euro di montante contributivo e ha diritto all’applicazione di un coefficiente pari al 5%, spetta una pensione annua di 15mila euro, mentre se si ha diritto all’applicazione di un coefficiente del 5,5% spetta una pensione annua di 16.500 euro. Per quanto riguarda la pensione contributiva, sono poi riconosciuti dei contributi figurativi per le assenze dal lavoro dovute a:

  • educazione e assistenza dei figli, sino al compimento di 6 anni di età: sono accreditati non più di 170 giorni per ciascun figlio; · assistenza a figli dai 6 anni di età, al coniuge e al genitore conviventi, secondo quanto previsto dalla Legge 104: possono essere accreditati al massimo 25 giorni complessivi l’anno, con una soglia limite nella vita lavorativa di 24 mesi. Questi benefici sono validi per tutte le pensioni calcolate col sistema contributivo, esclusa l’opzione donna; sono dunque utilizzabili: · dalle lavoratrici cosiddette contributive pure, cioè che non possiedono contributi versati prima del 1996 (le quali non hanno diritto al calcolo retributivo, più vantaggioso perché si basa sugli ultimi stipendi e non sui versamenti, nemmeno per una quota della pensione); · dalle lavoratrici che utilizzano il computo nella Gestione Separata (cioè versano tutti i contributi posseduti in questa gestione: quanto accreditato passa così al calcolo interamente contributivo); · dalle lavoratrici che utilizzano l’Opzione Contributiva Dini (si tratta di un’agevolazione diversa dall’Opzione Donna, con la quale si può raggiungere la pensione di vecchiaia con 15 anni di contributi in cambio del calcolo contributivo).

Pensioni 2018, le agevolazioni per le donne

Ape rosa, pensione anticipata e opzione contributiva donne, salvacondotto, anticipo requisiti per maternità e invalidità: i benefici per le donne. Anche se l’età pensionabile (cioè l’età necessaria per ottenere la pensione di vecchiaia) dal 1° gennaio 2018 è uguale per tutti, uomini e donne, restano diverse agevolazioni per la pensione grazie alle quali le lavoratrici possono uscire prima dal lavoro, rispetto ai lavoratori. In alcuni casi si tratta di possibilità che tra poco tempo non si avrà più l’interesse di attivare, come il salvacondotto e l’opzione donna (anche se quest’ultima potrebbe essere prorogata), in altri casi di possibilità destinate a durare negli anni, come la pensione anticipata. Vediamo allora, nel dettaglio, quali agevolazioni per le donne sono previste per le pensioni 2018.

 Pensione anticipata donne 2018

La pensione anticipata, per la quale non è richiesto un requisito minimo di età, consente alle donne di uscire dal lavoro un anno prima degli uomini. Il trattamento, attualmente, è raggiungibile con 41 anni e 10 mesi di contributi, mentre per i lavoratori il requisito è pari a 42 anni e 10 mesi. I requisiti aumenteranno, in base agli incrementi legati alla speranza di vita, di 5 mesi a partire dal 2019. I requisiti, dal 1° gennaio 2019, saranno dunque pari a 42 anni e 3 mesi per le donne ed a 43 anni e 3 mesi per gli uomini. In seguito i requisiti dovrebbero aumentare, per entrambi, di 3 mesi ogni biennio.

Opzione donna 2018

L’opzione contributiva donne, nota anche come regime sperimentale, dà alle lavoratrici la possibilità di pensionarsi a 57 anni e 7 mesi di età (se dipendenti) o 58 anni e 7 mesi (se autonome), con 35 anni di contributi; le dipendenti devono attendere un periodo di 12 mesi dalla maturazione dei requisiti alla liquidazione della pensione (la cosiddetta finestra), mentre le autonome devono attendere 18 mesi. Il calcolo della pensione, in cambio dell’anticipo, è però effettuato col sistema contributivo, che risulta generalmente penalizzante perché si basa sui contributi accreditati e non sulla media degli ultimi stipendi. Il requisito di 35 anni di contributi per l’opzione donna deve essere stato raggiunto entro il 31 dicembre 2015, mentre i requisiti di età devono essere stati perfezionati entro il 31 luglio 2016: chi risulta aver maturato entrambi i requisiti entro queste date può pensionarsi quando vuole, anche una volta trascorso il periodo di finestra. Diversi comitati hanno chiesto la proroga della misura, ma ad oggi non ci sono stati risultati concreti.

Pensione anticipata 2018, requisiti e come presentare domanda

Oggi Torniamo a parlare di pensione anticipata la quale potrà essere erogata al cittadino senza bisogno che quest’ultimo rientri nell’ età minima stabilità per legge. Proprio per questo motivo si parla proprio di pensione anticipata, che viene erogata ai lavoratori che però fanno parte dell’assicurazione generale obbligatoria Nonché ai lavoratori autonomi tipo commercianti e artigiani ed a tutti gli iscritti alla gestione separa dell’INPS. Tutti ricorderanno come nel 2012 la legge Fornero aveva introdotto la pensione anticipata come sostituzione della pensione di anzianità, Ma questo tipo di meccanismo venne annullato grazie alla nuova legge di bilancio dello scorso anno.

Per capire Più nello specifico In che modo poter beneficiare della pensione anticipata, va detto che innanzitutto potranno beneficiarne coloro che hanno raggiunto l’anzianità contributiva entro il 31 dicembre 1995. Coloro che avranno accesso a questa agevolazione con una età inferiore ai 62 anni si vedranno applicati una riduzione della propria pensione per ogni anno di anticipo. Va detto che questa riduzione però è utilizzata soltanto su coloro che hanno maturato i contributi di anzianità al 31 dicembre 2011.

A partire dal primo gennaio 2015, l’anzianità contributiva raggiunta entro il 31 dicembre 2017 non sembra essere soggetto ad alcuna riduzione, anche se il richiedente ha un’età che risulta essere inferiore ai 62 anni. Dal 2016 al 31 dicembre 2018. il requisito per poter accedere alla pensione anticipata è di 42 anni 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Potranno Inoltre accedere alla pensione agevolata tutti coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributo da effettivo lavoro accreditati prima del compimento del diciannovesimo anno di età se iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 e se risultano appartenenti a particolari categorie tutelate tipo disoccupati di lungo corso, soggetti con invalidità al 74% in su e addetti ai lavori gravosi.

A qualche mese di distanza si spiega meglio il generoso dono all’Inps di circa 60 miliardi inserito dal governo nella manovra finanziaria. Senza quei soldi, che tamponeranno il colabrodo contabile, l’istituto guidato da Tito Boeri avrebbe dovuto portare i libri in tribunale. Come spiega la Corte dei Conti nella Relazione sul controllo della gestione finanziaria 2016, «con la nota di assestamento al bilancio di previsione per il 2017 il patrimonio netto passa in territorio negativo per 9,666 miliardi condizionato da un risultato economico di esercizio negativo per 9,803 miliardi».

La sintesi è che i continui rossi di bilancio hanno esaurito il pozzo a cui attingere. Il risultato economico di esercizio per il 2016 dell’Inps, scrive la Corte dei Conti, «mostra un valore negativo per 6,22 miliardi di euro, dopo il rosso di 16,297 miliardi nel 2015, con un miglioramento sul precedente esercizio essenzialmente per un accantonamento al fondo rischi crediti contributivi di 6,22 miliardi, quando nel 2015 l’analoga postaera iscritta in bilancio per 13,09 miliardi».

Il risultato finale, trucchi contabili a parte, è che «il susseguirsi di risultati economici negativi si riflette sulla progressiva erosione del patrimonio netto» che si attesta a fine 2016 su un importo di poco meno di 78 milioni e che passa in territorio negativo in sede di assestamento del bilancio di previsione 2017.

Per evitare il tracollo nell’anno in corso il governo ha provvidenzialmente tirato fuori altri miliardi dal cilindro. La stessa Corte dei Conti preannuncia che la situazione patrimoniale dell’Inpstor- nerà ad attestarsi su un saldo in «deciso miglioramento per effetto della disposizione contenuta nella legge di Bilancio per il 2018 che, attraverso una sistemazione dei rapporti finanziari dell’Istituto con lo Stato, riconosce la natura di trasferimento a titolo definitivo dei debiti per anticipazioni alla gestione previdenziale per un importo di circa 59,455 miliardi di euro e la compensazione di crediti e debiti per circa 29,423 miliardi».

Al di là della disastrosa situazione finanziaria e contabile dell’Inps, che impressiona sempre ma non è davvero una novità, la notizia arrivata ieri è che i magistrati, per la prima volta, inseriscono anche Boeri nella lista dei cattivi. Invitando addirittura il prossimo governo a fare piazza pulita delle sue innovative idee per rilanciare l’efflcienza dell’istituto.

L’auspicio della Corte dei Conti è che si proceda in fretta («con rinnovato impulso») ad «una riforma della governance che parta dalla revisione di funzioni e compiti dei tre principali organi – di indirizzo e vigilanza, di rappresentanza legale dell’ente, di indirizzo politico-amministrativo – che, insieme al direttore generale, compongono quel particolare assetto duale disegnato dal legislatore per gli enti previdenziali pubblici». Il che, tradotto in termini più comprensibili, significa una sonora bocciatura della formula dell’uomo solo al comando fortemente voluta dall’economista della Bocconi chiamato da Matteo Renzi a guidare la previdenza italia.

Il documento spiega, infatti, che «l’accentramento nella figura del presidente dei compiti prima spettanti al Consiglio di amministrazione, non si è mostrata sufficiente a conferire all’Istituto migliore equilibrio, in particolare, nei rapporti con il Consiglio di indirizzo e vigilanza».

La legge di bilancio del 2018 sembra riportare delle novità molto importanti per quanto riguarda l’ape Social la quale pare sia stata confermata anche per quest’anno e conferma due date di scadenza per la presentazione della domanda. La prima data di scadenza sarebbe quella del 31 marzo e più nello specifico sembra che entro questa data, bisognerà presentare le nuove domande dell’Ape Social 2018. La seconda scadenza è valida per la presentazione delle domande di quest’anno per la pensione anticipata e fissata al 30 novembre.

Sembra però ci sia una terza finestra intermedia per la presentazione della domanda fissata al primo Aprile 2018 e sarà valida fino al 15 luglio 2018.  Inoltre, sembra che nel corso del 2018 la richiesta di certificazione del diritto all’anticipo pensionistico dovrà essere prodotta all’INPS entro il 31 marzo 2018 e l’ente dovrà comunicare l’accettazione oppure il rigetto dell’istanza entro e non oltre il 30 giugno 2018. L’indennità è pari all’importo della rata mensile di pensione calcolata al momento dell’accesso alla prestazione o pari a €1500 qualora la pensione sia pari o maggiore di detto importo.

Ci sono alcune forme di pensione anticipata che possono funzionare solamente con la partecipazione del datore di lavoro: stiamo parlando dell’isopensione. Con questo metodo di prepensionamento si può astenersi dal lavoro addirittura sette anni prima.

Grazie al nuovo sito Inps da ieri è possibile effettuare on-line calcolo della pensione anticipata. Per chi non lo sapesse, si tratta di un servizio digitale messo a disposizione in modo assolutamente gratuito per coloro i quali vorranno optare per l’Ape ovvero la pensione anticipata, istituita recentemente dal governo di Paolo Gentiloni ma in realtà creata dal precedente governo di Matteo Renzi. Proprio nella giornata di ieri, è stato presentato il nuovo sito Inps il quale presenta un linguaggio più accessibile ed una navigazione più semplice oltre che la presenza di nuovi strumenti di ricerca. Secondo quanto riferito dal presidente dell’Inps Tito Boeri, il nuovo sito mette al centro l’utente rendendo più semplici sia la navigazione che la richiesta di servizi anche da parte dell’utente inesperto.

La legge consente di usufruire della pensione anticipata offrendo diverse opzioni. Una deroga alla riforma Fornero concede ai lavoratori del privato il prepensionamento con la quota 96 e 35 anni di contributi a fine 2012, possono accedere alla pensione anticipata con il calcolo contributivo i lavoratori che nel 2016 maturano 42 anni e 10 mesi di contributi,un anno di meno delle donne.

Sono sotto i mille euro gli assegni mensili per quasi 6,3 milioni di pensionati, cioè il 39% del totale, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps. Il dato riferito al 2016, conferma come questa percentuale sia in discesa (nel 2015 era al 39,6%). Nella fascia intermedia (1.000-2.000 euro) il 38,4% dei pensionati, mentre percepiscono più di 2 mila eurocirca 3,6 milioni di pensionati (il 22,5%) con importi pari al 35,7% dell’intera spesa pensionistica.

Nei dati dell’osservatorio si legge anche che le prestazioni del sistema pensionistico italiano vigenti a fine 2016 sono state meno di 23 milioni, in calo rispetto al 2015 dello 0,6%. Sebbene le donne rappresentino la quota maggioritaria sul totale dei pensionati (il 52,7%), gli uomini percepiscono il 55,7% dei redditi pensionistici: l’importo medio dei trattamenti percepiti dalle donne è inferiore rispetto a quello degli uomini del 29% (14.780 contro 20.697 euro).

Nel 2018, i giorni di pagamento delle prestazioni previdenziali dell’INPS (l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale) coincideranno con i primi giorni “bancabili”, vale a dire i primi giorni non festivi, di ogni mese. Sono compresi i pagamenti dei trattamenti pensionistici, degli assegni, delle pensioni e indennità di accompagnamento per gli invalidi civili e delle rendite vitalizie dell’INAIL.

Ultime novità sul fronte riforma pensioni. Non c’è ancora niente di ufficiale, ma dalla Legge di Bilancio 2018 potrebbe uscire un nuovo coniglio dal cilindro. Il suo nome? Isopensione. Sì, è noto dalla Legge Fornero, ma la novità della manovra consiste nell’ampliamento degli anni di “prepensionamento” previsti. Qualora la misura dovesse passare, si potrà andare in pensione 7 anni prima di aver maturato i requisiti necessari.

L’isopensione è assimilata alla pensione anticipata, formalmente è un trattamento a sostegno del reddito, come la disoccupazione e la mobilità: è quanto confermato sia dall’Inps che da una circolare del Ministero del Lavoro .In particolare, come riporta laleggepertutti.it la prestazione alla quale il lavoratore ha diritto è di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alla normativa vigente. Il datore di lavoro è obbligato al versamento della contribuzione fino alla data di raggiungimento dei requisiti per il pensionamento.

Non tutti i lavoratori possono fruire di tale sistema di pensionamento anticipato, ma soltanto il personale di aziende che occupino mediamente più di 15 dipendenti, ai quali mancano non più di 4 anni al raggiungimento dei requisiti per la pensione.

Per essere sicuri del possesso dei requisiti, è opportuno richiedere all’Inps (direttamente online o tramite patronato) l’Ecocert, cioè l’Estratto conto certificativo: si tratta del documento in cui appaiono tutti i contributi accreditati a favore del lavoratore e gli anni nei quali sono stati effettuati i versamenti contributivi.

Il lavoratore non può domandare autonomamente l’isopensione: la procedura di richiesta è piuttosto complessa, deve essere effettuata dall’azienda e necessita della stipula di accordi sindacali in merito. Ecco i passi da seguire:

– l’impresa individua l’insieme dei lavoratori in esubero e dichiara il dato al Sindacato;

– viene sottoscritto un accordo sindacale, che individua, quale eccedenza, l’insieme dei lavoratori che entro 4 anni possono accedere alla pensione di vecchiaia o anticipata;

– l’azienda propone la pre-adesione ai lavoratori interessati e presenta all’Inps le pre-adesioni e l’accordo sindacale;

– l’Istituto valuta la posizione dei lavoratori interessati all’adesione ed invia all’azienda un documento di stima della spesa nel periodo di prepensionamento;

– i dipendenti interessati vengono informati riguardo ai calcoli dell’Inps e decidono se accettare, o meno, l’isopensione;

– prima che l’Inps liquidi l’isopensione al lavoratore, l’azienda è tenuta a corrispondere all’Istituto gli importi conteggiati; il pagamento può essere unico o rateale, ma l’impresa è tenuta a predisporre a garanzia del debito una fideiussione bancaria;

– una volta effettuati tali adempimenti, l’isopensione è posta inpagamento.

Le aziende e i lavoratori (a fine carriera) che vogliono chiudere il rapporto di lavoro possono contare dal 2013, tra l’altro, su uno strumento finalizzato a condurre alla quiescenza alcune categorie di dipendenti vicini al pensionamento. Si tratta del cosiddetto esodo dei lavoratori anziani (o Isopensione), introdotto dalla riforma Fornero, che può essere utilizzato solo da aziende che occupano mediamente più di 15 dipendenti in esito ad un accordo raggiunto tra azienda, Inps e sindacati dei lavoratori. Il meccanismo consente un anticipo dell’età pensionabile sino ad un massimo di 4 anni rispetto alla normativa Fornero a patto che l’azienda esodante corrisponda, con oneri interamente a suo carico, un assegno ai lavoratori di importo equivalente alla pensione (l’assegno prende il nome di isopensione) per l’intero periodo di esodo, sino al perfezionamento dei requisiti per il pensionamento. L’azienda dovrà versare, oltre all’assegno, anche la relativa copertura contributiva (cioè la contribuzione correlata), utile a garantire ai lavoratori la copertura pensionistica fino al raggiungimento del diritto all’assegno di quiescenza definitivo. Resta inteso, comunque, che potranno rientrarvi soltanto i lavoratori cui manchino, al massimo, 4 anni per l’accesso, sia alla pensione di vecchiaia che alla pensione anticipata. Tanto per fare un esempio, quindi, possono aderire nel 2016 i lavoratori che hanno non meno di 63 anni di età e che, pertanto, otterrebbero la pensione di vecchiaia nel 2020 a 67 anni di età; o ancora coloro che hanno 39 anni e 3 mesi di contributi e che, pertanto, andrebbero in pensione anticipata nel 2020 con 43 anni e 3 mesi di contributi (le donne un anno in meno).

L’ACCORDO DI ESODO In primo luogo è necessario un accordo sottoscritto dall’azienda con le organizzazioni sindacali più rappresentative a livello aziendale finalizzata alla gestione degli esuberi. Una volta sottoscritto l’accordo quadro i lavoratori sono liberi o meno di aderire allo scivolo pensionistico (spesso, però, l’adesione viene incentivata dall’azienda). Si ricorda che l’accordo può essere raggiunto anche a composizione di una procedura di licenziamento collettivo ai sensi della legge 223/1991. In entrambi i casi le procedure devono concludersi con un accordo sottoscritto con le organizzazioni sindacali individuate dalla legge, dal quale risulti una situazione di eccedenza del personale, l’indicazione del numero dei lavoratori risultanti in esubero ed il termine entro il quale il programma di esodo deve concludersi. L’accordo sindacale raggiunto deve poi essere presentato dal datore di lavoro all’Inps che dovrà validarlo rispetto ai requisiti pensionistici dei lavoratori che hanno aderito al pensionamento anticipato. L’Inps dovrà anche valutare la consistenza organica dell’azienda che, come detto, deve risultare superiore in media a 15 dipendenti. Se tutte le condizioni sono soddisfatte l’Istituto rilascia un prospetto contenente l’informazione relativa all’onere complessivamente stimato del programma di esodo annuale, ai fini della fideiussione bancaria, che viene inviato al datore di lavoro tramite PEC. E l’accordo quindi acquista efficacia.

L’ASSEGNO DI ISOPENSIONE Come evidenziato, al lavoratore spetta un assegno economico della durata massima di 4 anni che lo accompagnerà alla pensione. Il valore della prestazione è pari all’importo del trattamento pensionistico che spetterebbe al lavoratore al momento di accesso alla prestazione medesima, in base alle regole vigenti, esclusa la contribuzione figurativa correlata che il datore di lavoro si impegna a versare per il periodo di esodo. L’assegno di isopensione sarà, quindi, sempre di importo leggermente inferiore all’importo di pensione che il lavoratore percepirà alla cessazione dell’assegno in quanto carente della contribuzione correlata. Eventuali benefici pensionistici utili per il diritto e la misura, previsti da specifiche disposizioni legislative (ad esempio: maggiorazione del periodo di servizio effettivamente svolto da soggetti portatori di invalidità superiore al 74%, benefici amianto, ecc.) devono essere comunque valutati ai fini del diritto e della determinazione dell’importo pensionistico. Da notare, tuttavia, che sull’importo della prestazione non è attribuita la perequazione automatica, non spettano i trattamenti di famiglia (ANF), non possono essere effettuate trattenute per il pagamento di oneri (ad esempio: per riscatti e ricongiunzioni che devono quindi essere interamente versati prima dell’accesso alla prestazione; per cessione del quinto dello stipendio; per mutui ecc.). La prestazione, inoltre, non è reversibile. In caso di decesso del beneficiario, ai superstiti viene liquidata la pensione indiretta, con le norme ordinarie, tenendo conto anche della contribuzione figurativa correlata versata in favore del lavoratore durante il periodo di erogazione della prestazione. La prestazione è soggetta, inoltre, a tassazione ordinaria.

MODIFICHE PEGGIORATIVE Nel caso in cui intervengano modifiche normative che innalzino i requisiti di accesso al trattamento pensionistico, nonché nel caso di incremento dell’aspettativa di vita superiore a quello – tempo per tempo – previsto dalla tabella tecnica di accompagnamento al decreto legge n. 201/2011, a favore dei soggetti già titolari di prestazione, l’erogazione di quest’ultima proseguirà per l’ulteriore necessario periodo, fermo restando il limite dei 48 mesi, a carico del datore di lavoro esodante, anche con l’eventuale rimodulazione dell’importo della garanzia fideiussoria.

L’ACCORDO ANTICIPA LA PENSIONE
Il part time «pre-ritiro» potrebbe consentire di superare il nodo dei costi per le aziende
Per anticipare la pensione, oltre alle “scorciatoie” utilizzabili dai lavoratori qualora abbiano i relativi requisiti anagrafici e contributivi (anticipata, opzione donna, attività usuranti) e a quelle a cui sta lavorando il governo, ci sono altre soluzioni che prevedono lo compartecipazione del datore di lavoro, in quanto serve sottoscrivere un accordo con l’azienda e quest’ultima si deve fare carico di alcuni oneri. Già dal 2012 è stata introdotta con la legge 92/2012 l’isopensione. Le aziende possono gestire gli esuberi di personale pagando una “pensione anticipata” e versando la contribuzione figurativa ai dipendenti a cui mancano non più di quattro anni alla pensione di vecchiaia o anticipata. A parte pochi esempi che hanno riguardato realtà medio-grandi, questa opzione è stata poco utilizzata proprio a causa dei costi a carico dell’impresa.
Un’opzione analoga, sempre individuata dalla legge 92/2012, è possibile tramite l’intervento dei fondi di solidarietà, il cui raggio d’azione è stato esteso dal decreto legislativo 148/2015 di attuazione del Jobs act. L’erogazione di un assegno straordinario di sostegno al reddito per i lavoratori a cui mancano non più di cinque anni alla pensione di vecchiaia o anticipata è una prestazione che i singoli fondi possono prevedere o meno (definendo nel caso anche il corrispondente onere a carico delle aziende che vi ricorrono).
Così come per l’isopensione, finora l’utilizzo è stato limitato: in realtà è stato limitato ai soli fondi del settore del credito, del credito cooperativo e dell’assicurativo. In risposta a un’interrogazione formulata dall’onorevole Marialuisa Gnecchi, il ministero del Lavoro ha comunicato che dal 2012 a oggi l’assegno straordinario è stato erogato a 5.556 persone, di cui 4.595 iscritti al fondo di solidarietà per il credito, 258 al fondo del credito cooperativo e 703 al fondo del comparto assicurativo.
Sempre con il Dlgs 148/2015 è stato introdotto il part time abbinato alla pensione nell’ambito di contratti di solidarietà espansiva, una soluzione già vista in passato (1984). Difficile prevedere successo per questa soluzione, tenuto conto della complessità di attuazione dei presupposti su cui inserire il part time (accordo per la solidarietà, nuove assunzioni, ulteriore incremento degli assunti) tanto più che il quadro regolamentare non è stato ancora completato, dato che a oltre sette mesi dall’entrata in vigore del decreto legislativo non sono state diffuse le indicazioni operative sulla base della nuova normativa. Nel frattempo, peraltro, il governo ha messo a punto un’altra forma di part time prepensionamento di più facile attuazione e relativamente poco oneroso per le aziende, ma che ha come limite principale i requisiti anagrafici previsti per i lavoratori beneficiari (le caratteristiche delle quattro soluzioni sono nella tabella e nell’articolo a fianco). Tecnicamente, non è un anticipazione della pensione e il rapporto di lavoro prosegue seppur a orario ridotto. È stato stimato che possa essere utilizzata da 30mila persone: se così fosse, sarà di gran lunga la più popolare tra le quattro disponibili.

Non c’è mai fine al peggio. Per settimane ci siamo dovuti sorbire un interessante dibattito sulla legge elettorale finito in vacca. Ora è il turno dello ius soli, come se dare la cittadinanza agli stranieri nati in Italia sia questione di vita o di morte. Mail governo non vuole mai far mancare la sua dose quotidiana di impopolarità, mista a insensatezza, condita con malafede politica: al Tesoro stanno studiando un decreto, quindi un provvedimento d’urgenza, per aumentare di cinque mesi l’età pensionabile per gli uomini a partire dal 2019. Non più 66 anni e sette mesi, ma direttamente 67 anni.

I motivi di questa decisione improvvisa, raccontati ieri dal Corriere della Sera, sono i soliti: l’aspettativa di vita si alza per cui non si può lasciare un signore in pensione per troppi anni. D’altronde, sostiene il ritornello progressista, c’è una generazione che ha rubato il futuro ai giovani, pensione compresa… Balle. Per una serie di motivi.

1) La riforma Fornero, che tanto tenera non è stata nei confronti dei lavoratori, aveva già fissato una tabella relativa alle età pensionabile. Scaglionata nel tempo, fino al 2031 quando un maschio dovrà aspettare 68 anni e tre mesi per poter riposarsi e ricevere l’agognato assegno previdenziale. Quindi se il Tesoro cambiasse le carte in tavola saremmo in presenza dell’ennesimo tradimento nei confronti degli italiani, anche se ormai questa sembra una regola in casa Pd.
2) Se aumenta l’età pensionabile, inevitabilmente cresce il periodo lavorativo di una persona. Significa che si sta più tempo in un’azienda, da imprenditore o da dipendente, chiudendo di fatto le finestre d’ingresso nel mercato del lavoro per i giovani. Ora, non è colpa degli over 65 se gli under 30 non trovano un’occupazione, ma le imprese devono programmare per tempo. «Si creerebbe ancora una volta un quadro di incertezza, con costi maggiori e con l’impossibilità di procedere al necessario ricambio occupazionale dal quale trarrebbe benefici l’intera economia», osserva Maria Concetta Cammarata, vicepresidente di Unimpresa. «La certezza del diritto, soprattutto in campo fiscale e previdenziale, è un valore imprescindibile per chi fa impresa. Le continue riforme – aggiunge – così come i provvedimenti scritti male e in fretta, non gettano le basi per poter fare investimenti. E invece, negli ultimi anni, si sono susseguiti continui interventi normativi, in alcuni casi una vera e propria tela di Penelope, che hanno confuso le aziende del Paese».
3) È incredibile poi lo strabismo delle politiche sociali. Con una mano il governo vuole aumentare l’età pensionabile e con l’altra fa partire l’anticipo pensionistico, un meccanismo che permette ad alcune categorie di uscire prima dal mondo del lavoro in cambio di una decurtazione della pensione. Alcunine approfitteranno anche se dovranno restituire fino a 500 euro al mese per vent’anni in cambio di tre anni e mezzo di anticipo pensionistico. Non proprio un affare…
4) Se il ministero dell’Economia è costretto a ipotizzare di togliere 5 mesi di pensione a un lavoratore, significa che è alla canna del gas. Vuol dire che prevede di dover spendere sempre di più per tenere in piedi l’Inps. Pochi giorni fa l’ente previdenziale ha rivisto il bilancio. In peggio. Il contributo della fiscalità generale è salito a 113 miliardi: una cifra che è pari a due terzi del gettito Irpef. In pratica le tasse versate da due italiani su tre finiscono all’istituto guidato da Boeri. Questo perchè il sistema del welfare italiano è inefficiente.
5) Le inefficienze, ahinoi, sono croniche e le abbiamo elencate due giorni fa proprio su Libero, attingendo da uno studio del professor Alberto Brambilla, ex sottosegretario alWelfarenelgo- verno Berlusconi. Un numero su tutti: una pensione su due nel Sud Italia è regalata. Il dato percentuale da osservare è quello relativo al rapporto fra contribuiti versati e prestazioni erogate. Ebbene, il tasso di copertura a livello nazionale si attesta al 76,19%, ma al Nord si registra una copertura media dell’86,68%, al Centro del 77,25% medio, mentre al Sud si ferma al 51,33%. L’unica regione con un valore positivo è il Trentino con 106,61% (cioè a fronte di 100 euro di prestazioni ne versa 106,61 di contributi). Seguono Lombardia con il 97,11% e Veneto con il 95,33%. Lazio ed Emilia Romagna si posizionano attorno all’87%, mentre tutte le altre regioni stanno sotto il 75%, con il record negativo della Calabria, dove due pensioni su tre sono, di fatto, regalate.
Insomma, c’è un deficit enorme, che grava sul- l’Inps, le cui entrate sono coperte per metà da sole tre regioni, ovvero Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. E così loStato, per il solo sistema pensionistico e in rapporto alla popolazione, trasferisce ad ogni abitante del Sud oltre 1.000 euro l’anno, contro i 658 del Centro e i 474 del Nord. Un buco nelle casse dell’ente previdenziale che, a partire dagli anni ’80, ha generato un rosso per lo Stato centrale di quasi 1.500 miliardi. Visto che il debito pubblico è di oltre 2.200 miliardi, possiamo tranquillamente dire che tre quarti dell’indebitamento italiano – quello che ci impedisce di tagliare le tasse – è colpa dello squilibrio previdenziale. Che avvantaggia chi non ha versato contributi. Probabilmente il governo non procederà col decreto estivo, per motivi elettorali. Ma solo il fatto di pensarlo è grave indice di come sono considerati i lavoratori e i pensionati italiani: bancomat. Se questo è il trend andremo in pensione dopo la morte.

Ritardi e rinvii, l’Ape fa flop

“Un fallimento facilmente prevedibile”. Sintetizza così Morena Piccinini, presidente dell’Inca, la vicende dell’Ape sociale, a oltre 7 mesi dall’1 maggio, che doveva segnare l’inizio della sperimentazione dell’Ape sociale. La rivista del patronato ‘Esperienze’ fa il punto sulla situazione dell’anticipo pensionistico. “Se tutto andrà come dovrebbe andare, i primi assegni di indennità Ape sociale e anticipo pensionistico per lavoratori precoci non arriveranno prima di gennaio 2018”, ricorda il patronato citando un comunicato stampa dell’Inps diffuso il primo dicembre.

 “Ad onore del vero – spiega Piccinini – di ritardi se ne sono accumulati tanti e non sempre per responsabilità dell’lnps. Il decreto applicativo ha avuto una gestazione complicata, tant’è che il decreto applicativo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.138 soltanto il 16 giugno, con un ritardo di più di un mese. Poi, però, l’Istituto ci ha messo del suo per confondere ulteriormente le acque. E le cose ancor oggi non sono affatto chiare”.

Superato lo scoglio dell’ultima scadenza (30 novembre) per la presentazione delle domande di Ape sociale e di anticipo pensionistico per i lavoratori precoci, spiega l’Inca, “l’Inps ha diffuso i dati sulle richieste pervenute complessivamente sia per quanto riguarda la prima fase (conclusa il 15 ottobre) che la seconda (30 novembre)”.

“E i risultati -si legge nella rivista ‘Esperienze’- non sono affatto incoraggianti. Con la prima, sono state accolte 15.493 domande di certificazione di Ape sociale e 9.031 richieste di lavoratori precoci (pari al 39% e al 34% del totale), per un numero complessivo di 24.524 domande su 65.972 richieste complessivamente pervenute, pari al circa il 37%; ben al di sotto della metà”.

“Poi, però, l’Inps precisa di aver provveduto a riesaminare d’ufficio, alla luce dei nuovi indirizzi estensivi forniti dal ministero – e fortemente sollecitati dopo la pubblicazione del dossier di inca – 6.384 domande di Ape sociale e 5.592 di lavoratori precoci (per un totale di 11.976)”. Un riesame definito dall’Inps “operazione straordinaria”, che “si completerà nei primi giorni di dicembre”. “Al momento, è sempre l’Inps a dirlo, queste operazioni di riesame hanno comportato l’accoglimento di circa 2.000 domande di Ape sociale e di circa 1.780 di lavoratori precoci (per un totale di 3.780). Dunque, se la matematica non è un’opinione, su 11.976 domande riesaminate, 8.196 ancora attendono di sapere quale sarà l’esito alla loro richiesta (oltre il 68%)”, dice l’Inca.

“Se questo è l’andazzo, cosa ne sarà delle 16.917 domande pervenute all’Inps, tra il 15 luglio e il 30 novembre?”, sottolinea l’Inca. “Il sospetto -dice Piccinini- è che si avveri ciò che lo stesso Inps ha pronosticato, nell’ottobre scorso, in occasione dell’audizione alla Camera, quando, giocando di anticipo rispetto ai tempi, affermò che il 50% delle risorse stanziate per l’indennità Ape sociale e l’anticipo pensionistico in favore dei lavoratori precoci, anche dopo il riesame delle domande, sarebbe rimasto inutilizzato. Un fallimento facilmente prevedibile, dunque, che si sarebbe dovuto e potuto evitare dando certezza del diritto, a chi subisce sulla propria pelle le conseguenze di un altro grossolano errore commesso dalla legge di riforma delle pensioni Monti-Fornero”.

Stando infatti a un’analisi della Cgil, nel 2017 le risorse non utilizzate per l’Ape social e i lavoratori ‘precoci’ ammontano a 540 milioni di euro, molto superiori a quei 300 milioni in tre anni stanziati dal governo per il pacchetto pensioni inserito nella legge di bilancio. Risorse che non saranno reimpiegate nel capitolo previdenza e che quindi andranno perse. In una nota diramata qualche giorno fa, la Cigl denuncia “l’inconsistenza delle misure proposte dall’Esecutivo al sindacato per la fase due del confronto sulle pensioni”.

“Il risparmio di risorse realizzato sulle prestazioni di Ape sociale e ‘precoci’ nel 2017 è addirittura superiore a quanto il Governo ha deciso di destinare complessivamente al capitolo Previdenza nel prossimo triennio”, commenta il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli mentre Ezio Cigna, responsabile Ufficio Previdenza pubblica del sindacato, annota come i 300 milioni stanziati dal governo per l’intervento triennale “siano abbondantemente sovrastimati”.

A far risparmiare il governo nel 2018 soprattutto il numero di domande accolte per Ape sociale e ‘precoci’, molto inferiore a quello che era stato preventivato: 31.290 domande anziché le 60.000 ipotizzate, pari al 52,15% del totale previsto, stima ancora la Cgil. E sarà proprio questo a determinare, con un effetto trascinamento, il risparmio anche per il 2018 che il sindacato stima pari a 554,5 mln.

“Se non si vogliono accumulare ulteriori residui, pregiudicando il diritto di molti lavoratori di fruire delle prestazioni di Ape sociale e anticipo per i precoci, è necessario intervenire in legge di Bilancio per modificare profondamente le procedure e i vincoli”, dice ancora Ghiselli.

“I correttivi sino ad ora ipotizzati dal Governo, relativi all’ampliamento di quattro categorie di lavori gravosi, all’intervento sulle donne madri e sui contratti a termine, senza ulteriori misure sarebbero del tutto irrilevanti e determinerebbero anche per il 2018 l’esclusione di tantissimi lavoratori dalle prestazioni”, dice ancora. Riepilogando le proposte avanzate dalla Cgil: la necessità di abbassare il requisito contributivo per i lavoratori impegnati in attività gravose da 36 a 30 anni e la modifica della continuità professionale richiesta di 6 anni su 7 allargandola all’ipotesi di 7 su 10”. Inoltre, sempre relativamente ai lavori gravosi, “chiediamo di semplificare le procedure e di rimuovere il vincolo del tasso di tariffa Inail del 17 per mille”. conclude.

Dopo più di 20 anni di iniziative per far decollare anche nel nostro Paese la previdenza complementare — arrivando a fatica a quasi 8 milioni di iscritti—a decretarne il de profundis ci ha pensato il governo Gentiioni con la legge di Bilancio in discussione in questi giorni alla Camera. Come noto, l’obiettivo dei fondi è quello di creare una pensione aggiuntiva che si somma a quella pubblica per poter mantenere anche da anziani un discreto tenore di vita. Perché servono
i fondi pensione? Perché nonostante la legge consenta tassi di sostituzione (il rapporto tra l’ultimo reddito da lavoratore attivo e la prima rata di pensione) molto alti rispetto alla media dei paesi industrializzati, i redditi dei lavoratori italiani sono bassi. Un lavoratore dipendente che va in pensione con un tasso di sostituzione netto del 73% (a 67 anni di età e 36 di contributi) con un reddito da attivo di 1.200 euro avrà un assegno di quiescenza di 870 euro. Come si può intuire una rendita complementare per andare almeno sopra i mille euro è più che necessaria. Per questo si sta parlando di un ulteriore semestre di informazione e di rendere obbligatoria l’adesione. Addirittura questo stesso governo ha rafforzato il welfare aziendale consentendo che i premi di risultato possano essere versati nei fondi pensione (anche in altre forme di protezione sociale) fino ad un massimo di 4 mila euro, in aggiunta ai 5.160 consentiti finora, il tutto in totale esenzione fiscale.

Ultimi regali…
E cosa fa la legge di Stabilità? Intanto prevede che: per i lavoratori cui mancano 5 anni alla pensione e che abbiano almeno 20 anni di contributi nei regimi obbligatori, è consentito di ritirare tutto il montante accumulato richiedendo la «Rita», la rendita integrativa temporanea anticipata. Con questo meccanismo si può ritirare a rate tutto il capitale accumulato con buona pace per la rendita. La legge attuale invece prevede (proprio per garantire una pensione complementare) che non si possa prelevare più del 50% del montante accumulato in capitale. Ma c’è di più: si prevede che se i lavoratori risultano disoccupati per oltre 24 mesi e se maturano il requisito pensionistico entro i 10 anni successivi, possono con «Rita», ritirare tutto il montante. E mentre per i lavoratori iscritti prima del 2007 (anno di entrata in vigore della legge di riforma 252/05) che accedono alla pensione complementare è prevista sulle prestazioni complementari una tassazione sostitutiva tra il 15% e il 9% (sulle quote accumulate prima di tale data è prevista la più onerosa tassazione separata) per i richiedenti «Rita» la tassazione fino ai 15 anni prima del 2007 è equiparata a quella della 252/05: un bel regalo. Considerando l’italica abitudine a sfruttare al meglio i buchi legislativi, si scateneranno le migliori fantasie per potersi prendere tutto quanto accumulato in capitale, salvo poi, se la pensione pubblica sarà insufficiente, andare in tv o sui media a dire che questo Stato ti da pensioni da fame, guardandosi bene dal dire quanti contributi e quante tasse ha versato.
…e recenti salassi
Pare, oggettivamente, che sia questo governo, che il precedente, la bussola l’abbiano un po’ persa. Mentre all’estero tutti i governi tendono ad incentivare i fondi pensione, i nostri hanno aumentato la tassazione dall’11% originario al 20%, eliminando però la tassazione sui Pir (Piani individuali di risparmio) per importi fino a 150 mila euro (30 mila l’anno per 5 anni) montanti che difficilmente si possono accumulare con i fondi pensione se non per periodi superiori ai 15 anni.
Risultato: l’industria del risparmio gestito ringrazia mentre l’Italia resta il fanalino di coda tra i paesi Ocse nel rapporto tra il patrimonio dei fondi e il Pii. La media Ocse è pari al 123% del Pii mentre noi siamo a meno del 9% (e pensate al debito pubblico e all’invecchiamento della popolazione per capire il mix esplosivo che colpirà l’Italia tra meno di 20 anni). In classifica siamo regolarmente battuti dalla Namibia, dal Botswana da Malta, dal Perù, solo per fare qualche nome. Forse occorre meditare bene prima di scrivere queste norme

Pensioni, Ape: prima solo disabili e disoccupati

Il governo sta mettendo sul campo i primi decreti attuativi. Secondo il Corriere, l’esecutivo dovrebbe scegliere alcune categorie a cui dare la priorità. Tra di esse i disoccupati, poi i lavoratori disabili e infine quelli con un disabile a carico. Il terreno battuto è quello dell’Ape social (permette di andare in pensione fino a tre anni e sette mesi prima della scadenza senza la riduzione dell’assegno per le fasce sociali tutelate). Solo che c’è il problema di coperture. Il Tesoro ha stanziato circa 300 milioni di euro per il 2017.

A partire dal 2018 la pensione di vecchiaia si conseguirà al raggiungimento di 66 anni e sette mesi di età. Uno dei passaggi più importanti messi in atto dalla Riforma Monti-Fornero (legge 201/2011)è stato quello di uniformare i requisiti di accesso sia per le lavoratrici, sia per i lavoratori, a prescindere dal settore di impiego (pubblico, privato o di lavoro autonomo). In questo contesto il 2017 si presenta come l’ultimo anno di transizione dove sono presenti leggere differenze. I lavoratori dipendenti del pubblico e del privato e gli autonomi, nonché le donne del settore pubblico, accedono alla pensione con 66 anni e sette mesi. Alle lavoratrici dipendenti del settore privato sono richiesti, invece, 65 anni e sette mesi, mentre alle autonome occorrono 66 anni e un mese.

Tutti questi requisiti sono stati, e saranno, aggiornati agli adeguamenti legati alla speranza di vita. L’ultimo adeguamento è stato applicato il 1° gennaio 2016 e avrà validità fino a tutto il 2018, mentre dal 2019 gli adeguamenti saranno effettuati con cadenza biennale. Oltre al requisito anagrafico deve risultare soddisfatto quello contributivo. Sono richiesti – di norma – almeno venti anni di contribuzione (o assicurazione) a qualsiasi titolo versata o accreditata in favore dell’assicurato.

Vecchiaia contributiva

Queste sono le regole generali, ma esistono delle eccezioni. Per i lavoratori a cui è applicabile il sistema contributivo puro – cioè che sono privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 – la pensione di vecchiaia è liquidata alle condizioni su esposte purché il primo importo di pensione non risulti essere inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale. Per il 2017 il valore corrispondente è pari a 672,11 euro. In caso contrario, il rapporto di lavoro dovrà proseguire fino a quando non sarà raggiunto il valore minimo indicato. Qualora tale importo non dovesse risultare soddisfatto, la pensione di vecchiaia sarà pagata – sempre con riferimento ai soggetti contributivi puri – con 70 anni di età e cinque anni di contribuzione effettiva.
Il requisito anagrafico dei 70 anni deve essere adeguato agli incrementi legati alla speranza di vita, pertanto, per il triennio 2016/2018, sono richiesti 70 anni e 7 mesi. Ai fini dell’anzianità contributiva dei cinque anni è utile solo la contribuzione effettivamente versata (obbligatoria, volontaria da riscatto) con esclusione di quella accreditata figurativamente a qualsiasi titolo.

Altre prestazioni legate all’età

Al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia, alcune prestazioni vengono trasformate. È il caso dell’assegno ordinario di invalidità, che viene trasformato d’ufficio in pensione di vecchiaia al compimento dell’età anagrafica prevista nelle singole gestioni assicurative in presenza dei prescritti requisiti di assicurazione e contribuzione a condizione che gli interessati abbiano cessato il rapporto di lavoro dipendente.
I nuovi e più elevati requisiti anagrafici impattano anche sulla liquidazione della pensione supplementare e dei supplementi di pensione, istituti che potrebbero sembrare sinonimi, ma non lo sono.

La pensione supplementare viene liquidata, a domanda dell’interessato, quando la contribuzione accreditata nell’assicurazione generale obbligatoria (Ago) non è sufficiente a perfezionare il diritto a un’altra pensione con i requisiti contributivi normalmente richiesti. Per l’erogazione, il lavoratore deve essere già titolare di una pensione a carico di un fondo sostitutivo, esclusivo o esonerativo dell’Ago stessa. Deve aver compiuto l’età pensionabile prevista per la pensione di vecchiaia nel fondo dove si chiede la pensione supplementare e deve risultare cessato il rapporto di lavoro dipendente.
II supplemento di pensione rappresenta, invece, un incremento della pensione che viene liquidato sulla base di ulteriore contribuzione relativa a periodi successivi all’erogazione della pensione principale. In altri termini, il lavoratore che – acquisito lo status di pensionato – riprende l’attività lavorativa versando ulteriore contribuzione presso lo stesso fondo. I supplementi possono essere richiesti dopo cinque anni dalla data di decorrenza della pensione (o del precedente supplemento), purché sia stata compiuta l’età prevista per la pensione di vecchiaia prevista nelle relative gestioni. Una sola volta il supplemento può essere richiesto dopo due anni dalla decorrenza della pensione o del precedente supplemento. Anche in questo caso occorre aver raggiunto l’età prevista per la pensione di vecchiaia. Per i supplementi nella gestione separata dell’Inps non è richiesto il compimento dell’età pensionabile.

Decorrenza

La pensione di vecchiaia decorre dal primo giorno successivo a quello di compimento del requisito anagrafico, sempreché siano soddisfatti anche i requisiti contributivi minimi. Nel caso delle gestioni esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria (ex Inpdap, ex Ipost, ex Fs) la decorrenza può essere infra mensile, dal giorno seguente a quello di compimento dell’età. Dal 2012 non è più applicato il differimento tra la maturazione del diritto e la riscossione del primo assegno (finestra mobile). Nel caso in cui non dovessero risultare soddisfatti i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, la pensione risulterà differita al primo giorno del mese successivo a quello in cui i requisiti vengono raggiunti.

Requisiti contributivi

In deroga al vincolo dei venti anni di contribuzione, l’Inps ha avuto modo di precisare che continuano ad operare alcune deroghe previste della riforma Amato del 1992. Quindi coloro i quali hanno perfezionato 15 anni di assicurazione e di contribuzione entro il 31 dicembre 1992 continuano ad accedere alla pensione di vecchiaia con tale requisito contributivo, fermo restando il perfezionamento dei nuovi e più elevati requisiti anagrafici. I contributi figurativi, da riscatto e da ricongiunzione riferiti a periodi che si collocano entro il 31 dicembre 1992 devono essere valutati anche se riconosciuti a seguito di una domanda successiva a tale data. Tale deroga è applicata anche per il personale iscritto alla gestione dipendenti pubblici.
Accedono con quindici anni di contribuzione anche quei lavoratori che sono stati ammessi alla prosecuzione volontaria dei contributi entro il 26 dicembre 1992. Non è richiesto che l’assicurato ammesso alla prosecuzione volontaria abbia effettuato versamenti anteriormente a tale data. Anche in questo caso si applicano i nuovi requisiti anagrafici.

Invalidi e non vedenti

Ulteriori deroghe sono previste anche per il personale non vedente, nonché per gli invalidi in misura non inferiore all’80%, che continuano ad accedere alla pensione di vecchiaia con i requisiti vigenti alla data di entrata in vigore della riforma Amato del 1992. Però tali lavoratori scontano ancora la finestra mobile (12 mesi se dipendenti, 18 mesi se autonomi) e i requisiti anagrafici risentono comunque degli adeguamenti legati alla speranza di vita. I lavoratori non vedenti che siano tali dalla nascita o da data anteriore all’inizio dell’assicurazione e di contribuzione dopo l’insorgenza dello stato di cecità conseguono la pensione con 55 anni mentre le donne con 50. Agli autonomi sono richiesti 60 anni, alle autonome 55 anni. In questi casi servono dieci anni di assicurazione e di contribuzione. Per i lavoratori dipendenti non vedenti che non si trovano nelle condizioni sopra esposte, sono richiesti – in via generale – 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne. Stessi requisiti anche per gli invalidi non inferiore all’80 percento. Per i lavoratori autonomi non vedenti che non si trovano nelle condizioni sopra esposte, sono richiesti – in via generale – 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne. In questi casi il requisito contributivo minimo è pari a quindici anni di assicurazione e contribuzione. Le deroghe previste in favore degli invalidi in misura non inferiore all’80% non si applica agli iscritti ai fondi esclusivi dell’Ago.

Assegno sociale

Il 2017 rappresenta, inoltre, l’ultimo anno nel quale sarà possibile accedere all’assegno sociale con 65 anni e 7 mesi. Infatti, dal 1° gennaio 2018 il requisito sarà innalzato ed equiparato ai requisiti richiesti per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi).
Si ricorda che l’assegno sociale è una prestazione economica, erogata a domanda, in favore di cittadini italiani (o stranieri comunitari) che si trovano in condizione di bisogno. La residenza deve essere effettiva, stabile e continuativa per almeno dieci anni nel territorio nazionale. È erogato provvisoriamente e con verifica del possesso dei requisiti reddituali. Non è reversibile ai familiari superstiti ed è inesportabile all’estero. Se il titolare soggiorna all’estero per più di trenta giorni, viene sospeso. Dopo un anno dalla sospensione, la prestazione viene revocata.
L’assegno sociale non è soggetto a Irpef ed è pagato per tredici mensilità. L’importo per il 2017 è pari a 448,07 euro. Per i pensionati non coniugati spetta se il reddito annuo personale non è superiore a 5.824,91 euro, mentre nel caso di pensionato coniugato il reddito familiare non deve risultare superiore a 11.649,82. In presenza di redditi inferiori a tali soglie, l’assegno viene erogato in forma ridotta. In assenza di redditi l’assegno è erogato in misura intera.

Opzione donna
Ultime novità anno 2017
La legge 11 dicembre 2016 n° 232 – Legge di bilancio 2017 commi 222 e 223 – ha portato importanti novità sulla cosiddetta “opzione donna”.
L’INPS, con propria circolare n° 35 del 2012, aveva inteso la data del 31 dicembre 2015, prevista dalla legge N° 243/2004 art. 1 comma 9 come data ultima per l’esercizio di questa opzione, data entro la quale maturare tutti i requisiti richiesti ivi compresa la decorrenza della pensione stessa. In altre parole, entro il 31 dicembre 2015, oltre ai requisiti di età e contribuzione bisognava anche aver soddisfatto il requisito delle “finestre” per l’accesso alla pensione.
La legge di bilancio 2017, rivedendo questa posizione, stabilisce che è sufficiente maturare entro il 31 dicembre 2015 i requisiti di età
• 57 anni per le lavoratrici con sola contribuzione nel FPLD – Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti;
• 58 anni per le lavoratrici che utilizzano in tutto o in parte contribuzione da lavoro autonomo (Artigiane, Commercianti, Coltivatrici Dirette)
richiesti senza tener conto né della decorrenza della pensione che potrà avvenire, ovviamente, anche in data successiva né dell’aumento dell’età prevista per la cosiddetta “aspettativa di vita.
In altre parole è sufficiente essere nate entro il:
• 31/12/1958 per le “lavoratrici dipendenti”
• 31/12/1957 per le “lavoratrici autonome”
ed aver maturato sempre entro il 31/12/2015 i 35 anni di contribuzione (1820 contributi settimanali) per poter esercitare l’opzione donna.

Aspettativa di vita
L’aspettativa di vita ( i mesi in più da calcolare oltre ai 57 anni: rispettivamente di tre mesi per le nate entro il terzo trimestre 1957 o 1958 e di sette mesi per quelle nate nel quarto trimestre degli stessi anni) si utilizza solo per determinare la decorrenza della finestra di accesso al pensionamento.
Finestre di accesso
Le finestre di accesso rispettivamente di:
• 12 mesi per le lavoratrici del FPLD
• 18 mesi per le lavoratrici con contribuzione da lavoro autonomo si contano dalla maturazione di tutti i requisiti di età e contribuzione.
Il requisito contributivo (35 anni di CTB) , come già detto, deve essere tassativamente maturato entro il 31/12/2015.
Per il requisito dell’età è sufficiente maturare i 57 anni o 58 entro il 31/12/2015 e poi aggiungere l’aspettativa di vita.
Qui di seguito una tabella riassuntiva dei requisiti richiesti e delle “finestre” per l’accesso al pensionamento.

E’ possibile conoscere in anticipo l’importo della pensione rispettivamente calcolata con il sistema retributivo/misto o contributivo?
Sì!
Come tutti sanno l’esercizio dell’opzione donna comporta la scelta irrevocabile del sistema di calcolo contributivo della pensione.
Importante è quindi conoscere in anticipo l’importo della pensione calcolata con il sistema contributivo per paragonarlo a quello calcolato con il sistema retributivo, generalmente più favorevole.
Le possibilità sono due:
• Rivolgendosi al Patronato INAS che è perfettamente in grado di eseguire i due calcoli. Ovviamente il calcolo del Patronato è presuntivo ed indicativo;
• Rivolgendosi direttamente all’INPS.
Questa facoltà è poco conosciuta e quindi poco praticata ma esiste una disposizione di legge che obbliga l’INPS a effettuare , a richiesta, i due calcoli . La norma è contenuta nella legge nA 388/2000 art. 69 comma 6 che recita testualmente:
Ai fini dell’esercizio del diritto di opzione di cui all’articolo 1, comma 23, della legge 8 agosto 1995, n. 335, l’ente previdenziale erogatore rilascia a richiesta due schemi di calcolo della liquidazione del trattamento pensionistico rispettivamente con il sistema contributivo e con il sistema retributivo.
A onor del vero, la legge cita l’art. 1 comma 23 della legge n° 335/1995 (opzione per il sistema contributivo); ma, per analogia, la norma è applicabile anche all’opzione donna in quanto in ogni caso si tratta di conoscere i due importi di pensione per poter decidere a ragion veduta.
Per il raggiungimento dei 35 anni di contribuzione (1820 settimane) valgono tutti i contributi?
No, sono considerati validi solo i contributi utili per la maturazione dei requisiti della “vecchia” pensione di anzianità.
Sono esclusi quindi i contributi figurativi per
• Disoccupazione indennizzata
• Malattia senza l’integrazione da parte del datore di lavoro
La pensione derivante da opzione donna è integrabile al minimo pur essendo calcolata con il sistema contributivo che escluderebbe tale possibilità?
Anche in questo caso la riposta è positiva.
Lo chiarisce bene l’INPS nel messaggio N° 219 del 4 gennaio 2013 che al punto 10.1 recita: 10.1 Regime sperimentale di cui all’art. 1, comma 9, legge n. 243/2004: precisazioni
Tenuto conto che nei confronti delle donne che accedono al regime sperimentale di cui all’articolo 1, comma 9, della legge n. 243/2004 si applicano le sole regole di calcolo del sistema contributivo, nei confronti delle medesime continuano a trovare applicazione gli istituti della pensione retributiva o mista.

Con l’Inps non è mai festa, ma giornate brutte come queste non si vedevano dal dicembre 2011, quando il governo Monti varò il decreto che bloccò l’adeguamento al costo della vita delle pensioni di 6 milioni di italiani, colpevoli di percepire un assegno mensile superiore ai 1.443 euro lordi.

Come spesso capita, la nuova fregatura è arrivata a cavallo di una buona notizia: la speranza di vita degli italiani è aumentata, giungendo a 85 anni per le donne e 80,6 anni per gli uomini. Pollo di Trilussa permettendo, i sessantacinquenni di oggi sono destinati a vivere cinque mesi in più rispetto a chi aveva la stessa età nel 2013. Purtroppo, l’intero tempo guadagnato sarà trascorso al lavoro e non in attività più piacevoli. Dal 2019 la pensione di vecchiaia scatterà a 67 anni e per smettere di lavorare in anticipo serviranno 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne: cinque mesi in più di lavoro per tutti.

È l’effetto di un meccanismo introdotto nel 2009 da Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti e irrigidito da Elsa Fornero con quello stesso provvedimento del 2011: più aumenta la speranza di vita, più tardi si va in pensione. Il governo, però, può intervenire in qualunque momento per cambiare le regole e impedire l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, come gli stanno chiedendo in tanti.

Chi si oppone è l’Inps. Secondo il cui presidente, Tito Boeri, l’adeguamento dell’età della pensione alla speranza di vita (che funziona solo all’insù) dovrà proseguire anche oltre il raggiungimento della soglia dei 67 anni. Fermarsi, sostiene, comporterebbe una spesa ulteriore di 141 miliardi di euro sino al 2035, che l’istituto non potrebbe permettersi.

In questo modo l’Inps, con la complicità dei governi che si sono guardati bene dal riformarlo, scarica tutte le proprie rigidità sull’ unico elemento flessibile che c’è: l’assegno dei pensionati. La separazione contabile resta una chimera e i costi dell’assistenza (cassa integrazione, mobilità, integrazione al trattamento minimo…), che nessuno vuole tagliare, continuano a confondersi con le spese previdenziali, in un calderone dove i contributi dei lavoratori, che dovrebbero servire a pagare la loro pensione, finiscono spesso per finanziare tutt’altro. E poi hanno il coraggio di dire che siamo entrati nel sistema contributivo, nel quale ognuno riceve una pensione commisurata a quanto ha versato: magari.

Al resto dovrebbe provvedere oggi la Corte costituzionale. Nel marzo del 2015 i giudici delle leggi bocciarono il blocco dell’adeguamento delle pensioni voluto da Monti e Fornero. A quel punto l’esecutivo, passato nelle mani di Matteo Renzi, avrebbe dovuto restituire 24,1 miliardi di euro ai defraudati. Scelse invece di fare come gli squadristi dei centri sociali quando si presentano alle casse dei supermercati con i carrelli pieni di salumi e formaggi: una bella «autoriduzione» e l’esborso si ridusse a 2,8 miliardi.

Un’altra porcheria di Stato, che però stavolta la Consulta dovrebbe avallare. Due anni fa i suoi membri usarono il metro della decenza, stavolta sono orientati a non disturbare i manovratori Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan, i quali hanno già problemi serissimi a scongiurare l’aumento delle aliquote Iva e non saprebbero da dove tirare fuori i 30 miliardi di euro necessari per il rimborso. Così, ancora una volta, i pensionati pagheranno per tutti.

Sembra che ci saranno importanti novità per le pensioni anticipate e di vecchiaia in questo 2017. L’introduzione dalla nuova Ape aziendale rappresenta un ottimo compromesso tra le esigenze del lavoratore e quelle dell’azienda, quest’ultima infatti potrà licenziare il lavoratore in esubero abbassando nettamente i costi, dall’altra parte il lavoratore potrà beneficiare di un sostegno al reddito continuativo sino alla data della pensione, senza subire successivamente dei tagli elevati della prestazione. Peccato, però, che per concretizzare il cumulo manchi ancora tutta la parte operativa.

Ma come funzionerà precisamente l’Ape Aziendale? Chi è un libero professionista e, nel corso della sua carriera, ha cambiato diverse casse professionali, all’alba della pensione si ritrova con un emolumento pagato da ogni cassa diversa, il che, alla fine, porta ad una certa confusione.

In base a quanto chiarito, non è possibile, allo stato attuale, che siano liquidate le pensioni attraverso il cumulo perché, mancando le convenzioni tra l’Inps e le casse professionali, manca la piena operatività della misura.

Bisognerebbe mettere da parte quasi il50% del reddito, il 41% per la precisione, per garantirsi all’età della pensione (circa 67 anni), un assegno previdenziale in grado di garantire lo stesso tenore di vita. Ovviamente sommando anche l’assegno previdenziale pubblico.

Il confronto internazionale tra attuali redditi e future pensioni – condensato nel Libro bianco realizzato dall’Unione delle banche svizzere (Ubs) – colloca l’Italia agli ultimi posti in Europa (e nel mondo), per quanto riguarda le prospettive future di reddito. Il Dipartimento salute della banca svizzera ha preso in esame le aspettative pensionistiche di una donna di circa 50 anni, lavoratrice a tempo indeterminato ma attualmente senza previdenza integrativa. Ebbene la signora Jane, individuata dai ricercatori Ubs, per assicurarsi un identico tenore di vita nonostante la pensione generale già in accumulo dovrà darsi da fare.

E mettere da parte un discreto capitale. La Jane dello studio elvetico è una donna cosmopolita e vive tendenzialmente in una grande città (Milano, Londra, Parigi, Hong Kong, Monaco, Singapore, NewYork, Sydney, Taipei, Toronto o Zurigo). Per poter godere di un tenore di vita pari a quello attuale la “Jane italiana” dovrebbe accumulare ben il 41% del proprio reddito se cominciasse a 50 anni, per compensare l’assegno pubblico.

L’unico Paese del Vecchio Continente dove le signore possono ambire ad un tenore di vita pari (o quasi), all’attuale reddito medio è la Svizzera, che ha attuato sistemi di bilanciamento tali con la previdenza pubblica che consentono di garantirsi una pensione livellata sugli attuali livelli di reddito mettendo da parte “solo” l’11% del reddito.
Dalla Francia (39%), alla Germania (40%), dal Regno Unito (47%) agli Stati Uniti (49%), l’analisi Ubsè ben poco confortante: senza accumulare per tempo un dignitoso “salvadanaio previdenziale”, è quasi impossibile assicurarsi una vecchiaia serena.

In Italia solo dall’inizio degli anni Novanta si è cominciato a pensare ad una previdenza integrativa che possa in futuro compensare le perditi di reddito. Se negli anni Ottanta chi andava in pensione in Italia poteva contare su un assegno previdenziale intorno all’80/90% dell’ultima busta paga, ora il differenziale è aumentato sensibilmente (intorno al 70% e scenderà). C’è da dire che nell’analisi svizzera non viene tenuto conto del “tesoretto” tutto made in Italy del Trattamento di fine rapporto (Tfr, il 6,8% della retribuzione annua lorda), Che poi si tratta di un “salario differito”, corrisposto al lavoratore italiano a fine carriera. Nona caso i fondi pensioni negoziali o privati prevedono la possibilità di spostare dalle casse dell’azienda per cui si lavora ad un fondo pensione.
C’è poi una variabile – molto italiana per il peso che può avere – dell’incertezza. In sostanza l’Italia (così come il Giappone), scontano l’incertezza di un debito pubblico monstre che può avere ripercussioni anche sulla spesa previdenziale. Non sarebbe la prima volta che per far quadrare i conti i diversi governi intervengono su età del pensionamento, indici di rivalutazione e tassi di incremento. In sostanza: se in Australia il fattore incertezza pesa appena per il 2% nelle variabili pensionistiche future, da noi come in Giappone la variabile pesa per circa il 20%. Insomma, potrebbe non bastare neppure mettere da parte il 41% del reddito per garantirsi un identico tenore di vita.

 Il Presidente della Commissione Lavoro alla Camera, richiama l’attenzione, in vista della prossima legge di Bilancio, sulla situazione di coloro che risultino vincitori di concorso, e che a breve vedranno scadere le proprie graduatorie: “In vista della discussione sulla legge di bilancio, che inizierà il suo iter parlamentare al Senato, chiediamo al Governo di dare risposte alle centinaia di migliaia di vincitori ed idonei di concorso che al 31 dicembre p.v. vedranno scadere le proprie graduatorie”.

“A tal proposito – prosegue – in collaborazione con il Comitato Nazionale XXVII Ottobre, abbiamo presentato una risoluzione in Commissione Lavoro con la quale chiediamo al Governo di impegnarsi affinché vengano prorogate al 31.12.2018 tutte le graduatorie vigenti e di adottare provvedimenti di tipo normativo che agevolino l’interscambiabilità delle stesse tra varie amministrazioni pubbliche. Ci auguriamo che, il previsto pensionamento di circa 500.000 dipendenti pubblici nei prossimi 4 anni, favorisca il ricambio generazionale e i processi di innovazione digitale nella Pubblica Amministrazione”, conclude.

Pensioni e previdenza: Cgil, Cisl e Uil annunciano l’apertura di una campagna di assemblee nei luoghi di lavoro!

Intanto, dal momento che le risposte sul fronte pensioni non arrivano e allora parte la macchina della mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil. I tre sindacati hanno annunciato l’apertura di una campagna di assemblee in tutti i luoghi di lavoro per informare e confrontarsi sugli incontri in atto con il governo sui temi della previdenza e del mercato del lavoro. Le assemblee si svolgeranno a partire dalla prossima settimana fino alla prima metà del mese di novembre. Dopo il varo della manovra, i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, hanno scritto al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni per ottenere un incontro sulla legge di bilancio ed in particolare sul tema della previdenza e del mercato del lavoro. Ma al momento non è arrivata alcuna risposta. Di qui la decisione di partire con le assemblee, che potrebbero essere il preludio ad una mobilitazione generale.

Ape sociale ed anticipo pensionistico: la preoccupazione dei sindacati.

“Sciopero non è una parola abrogata”, aveva detto Susanna Camusso subito dopo il varo da parte del Consiglio di ministri della legge di bilancio. In diversi interventi e interviste rilasciate a vari media, la leader della Cgil ha poi ribadito che la manovra “favorisce le rendite e mantiene lo status quo”. A preoccupare il sindacato sono in particolare i dati riferiti all’esito delle domande per l’accesso all’Ape sociale e all’anticipo pensionistico per i precoci, definiti di “una gravità estrema”. Infatti, due domande su tre sono state respinte dall’inps.

“L’istituto e il governo devono immediatamente porre rimedio ad una situazione incredibile nella quale lo spirito e la lettera delle norme vengono ignorati, impedendo così a decine di migliaia di persone di accedere alle prestazioni cui hanno diritto”, ha detto il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli, commentando quanto emerso dall’audizione alla Camera del direttore generale dell’Inps Gabriella Di Michele. “Ma oltre a questo, sarà necessario, per il prossimo anno – ha aggiunto Ghiselli – apportare delle modifiche sostanziali a questi strumenti per permettere a molti più lavoratori di poterne usufruire, in una condizione di maggior certezza procedurale e normativa”.

Pensioni anticipate: ape sociale e precoci. Accolta una domanda su tre!

Le domande per accedere alla pensione, utilizzando le regole per l’ape sociale e per i lavoratori precoci, sono state 65.972 ma di queste solo 20.957 sono state accolte, mentre altre 44.306 sono state respinte. Quelle residue sono ancora in fase istruttoria. Solo una persona su tre, tra quelle che hanno provato a utilizzare le procedure speciali, hanno ottenuto una risposta positiva. I dati sono stati forniti dalla direttrice generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, nel corso dell’audizione in commissione Lavoro alla Camera. Nel dettaglio, solo una domanda su tre dell’ape sociale è stata accolta, mentre il 64,9% delle richieste è stato respinto. Peggio è andata per chi ha provato ad andare in pensione come lavoratore precoce: solo il 28% ce l’ha fatta, mentre il 70,1% ha avuto una risposta negativa e la quota restante è in attesa che termini la fase istruttoria. Le domande che interessano l’ape sociale sono 39.721 di cui 13.601 sono state accolte e 25.895 respinte, mentre 425 sono in fase d’istruttoria per carenza di documentazione. Per i lavoratori precoci, invece, in totale sono arrivate 26.251 domande di cui 7.356 sono state accolte e 18.411 respinte, mentre 484 sono in fase d’istruttoria.

Pensioni anticipate: le ultime dichiarazioni di Gabriella Di Michele sulla possibilità di estensione dell’Ape Sociale.

Il direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, in audizione nella commissione Lavoro della Camera, ha proposto di estendere la platea dell’Ape, rendendone più facile l’accesso ai disoccupati e alle persone che svolgono lavori gravosi. Attualmente, anche riesaminando le domande ”alla luce delle più favorevoli interpretazioni, la platea dei soggetti di cui può essere accolta la domanda sarà sempre abbastanza esigua rispetto a budget a disposizione, che continua a essere abbastanza nutrito”, spiega il dg. Quindi, essendo una sperimentazione avviata nel 2017, si propone di perfezionare lo strumento a partire dal prossimo anno. L’Inps chiede, inoltre, una ”semplificazione dei documenti da allegare mediante utilizzo più esteso dell’autocertificazione”. E si propone, per i lavoratori disoccupati, ”una semplificazione dei requisiti d’accesso anche al fine di rendere più agevole la verifica sulla base delle banche dati disponibili”. Infine Di Michele chiede la possibilità di ”valutare l’accesso all’ape sociale in qualsiasi caso di cessazione del rapporto di lavoro e, quindi, anche a tempo determinato e non solo in caso di licenziamento”.

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato il decreto d’attuazione dell’Ape sociale, misura che consentirà ad alcune categorie di lavoratori in possesso di determinati requisiti, di accedere alle pensioni in maniera anticipata con il costo interamente a carico dello Stato.

Vediamo quali:

1) lavoratori con età anagrafica minima di 63 anni con anzianità contributiva di almeno 30 anni che assistono da almeno sei mesi il coniuge o un parente di primo grado convivente con un handicap grave;
2) lavoratori con età anagrafica minima di 63 anni con riduzione della capacità lavorativa uguale o superiore al 74% (che può essere diversa dalla percentuale riconosciuta d’invalidità), in possesso di una anzianità contributiva di almeno 30 anni;
3) disoccupati con età anagrafica minima di 63 anni con anzianità contributiva di almeno 30 anni che abbiano cessato il sussidio (di disoccupazione) da almeno tre mesi.

Il percorso per l’entrata in vigore del provvedimento non è ancora completo: il decreto deve essere approvato dal Consiglio di Stato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale. L’INPS deve quindi attendere la pubblicazione del decreto per poter emettere le circolari operative ed attivare la procedura online, per cui è probabile che la data del 1°maggio 2017 (che tra l’altro è festivo quindi inizierebbe comunque il 2 maggio), possa slittare.

L’Ape Sociale è infatti una misura sperimentale che sarà in vigore dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 vincolata allo stanziamento annuale di spesa fissato dal legislatore, che per l’anno 2017 è di 300 milioni.

Le domande per l’accesso all’Ape sociale, potranno essere presentate dal 1 maggio al 30 giugno 2017 (salvo possibili slittamenti delle date); l’Inps stilerà una graduatoria ed accetterà altre domande solo se rimarranno disponibili risorse dai 300 milioni stanziati. Se invece saranno esauriti, le domande “ammesse” ma rimaste senza copertura finanziaria, passeranno all’anno successivo. Secondo le stime, potrebbero essere accolte tra le 30 e le 35mila domande.

Per quanto riguarda invece l’Ape volontaria (o di mercato), ovvero la possibilità di pensione anticipata con prestito finanziato dalle banche e restituzione a rate una volta maturata la pensione, il relativo decreto attuativo non è stato ancora predisposto.

Concludendo si ribadisce che il decreto relativo all’Ape Sociale non è ancora operativo in quanto bisogna attendere la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e la conseguente Circolare operativa INPS; per le relative domande e verifiche dei requisiti di accesso all’Ape Sociale occorre rivolgersi direttamente agli sportelli INPS, anche tramite i servizi offerti dalle Sezioni Provinciali ENS, quali il Punto Cliente INPS ed il servizio Recall.

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