Perché la speculazione finanziaria attacca gli stati

5 marzo 2012 09:110 commenti

Da inizio anno i titoli di stato sono tornati un asset molto appetibile agli occhi degli investitori di tutto il mondo. Molti bond sovrani, come quelli italiani, hanno offerto rendimenti a due cifre sul capitale investito e per certe scadenze anche fino al 30% circa. Il ritorno dell’appetito sui sovereign bond è stato senza dubbio reso possibile dalla politica monetaria non convenzionale della Banca Centrale Europea (BCE), che dapprima ha lanciato nel maggio 2010 il Securities Markets Programme (acquistando titoli di stato dei paesi della zona euro in difficoltà finanziarie) e poi nel dicembre 2011 un programma di operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO), garantendo alle banche europee prestiti illimitati a basso costo.

Il fenomeno del “carry trade”, che oggi le banche riescono a portare avanti grazie al supporto della BCE, è stato una pratica molto diffusa nel 2009 quando l’Eurotower riversò fiumi di denaro a basso costo per sostenere i mercati europei dopo la grande paura post-crack Lehman. Le banche presero quel denaro e lo investirono senza limiti nei titoli di stato, da sempre ritenuti “free risk” (cioè privi di rischio). Nel 2009 l’acquisto di bond sovrani in Europa ha raggiunto l’apoteosi: le banche internazionali e gli hedge funds fecero incetta di titoli di stato non solo dell’Europa “core” (Germania, Francia, Olanda, etc.), ma anche (e soprattutto) della “perfieria” (Grecia, Portogallo, Spagna, Italia).


Quando nel dicembre 2009 la Grecia dichiarò di avere un deficit pubblico al 12,7% del pil, anziché al 3,7% come sostenuto in precedenza, gli investitori alzarono la guardia e iniziarono ad allontanarsi dai bond greci. Il downgrade di Fitch al livello “spazzatura” aprì le porte ad un contagio su vasta scala nella zona euro, a tutti gli altri stati che avevano buchi di bilancio e/o un elevato debito pubblico. Appena i timori hanno raggiunto gli stati sovrani, la speculazione ha cambiato verso: prima era di moda comprare, poi è diventato di moda vendere. Con l’inizio di downgrade a catena delle agenzie di rating sui “Piigs” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), i risk manager delle banche sono stati costretti a liquidare forzosamente i titoli di stato che non avevano più i requisiti per essere tenuti in portfolio (i titoli con rating “junk” o quelli “speculative grade”, ndr).

Le vendite non sono partite solo sul mercato cash. Banche e hedge funds hanno iniziato a vendere allo scoperto i cosiddetti “credit default swap” (CDS), cioè derivati che permettono di prendere una posizione rialzista o ribassista su uno stato sovrano (anche se la funzione principale è quella di protezione dal rischio fallimento). Inoltre, molte banche hanno scaricato velocemente i titoli di stato diventati improvvisamente rischiosi in quanto un’esposizione eccessiva verso i titoli dell’Europa periferica avrebbe indotto le agenzie di rating a tagliare anche il loro merito di credito (il comparto bancario e assicurativo europeo è stato più volte bocciato nei mesi successivi, ndr). I rendimenti dei sovereign bond sono schizzati alle stelle, la crisi si è avvitata, i governi hanno varato dolorose manovre anti-deficit e alcuni paesi hanno dovuto richiedere gli aiuti finanziari di Ue e Fmi.

Il resto è cronaca attuale. Le maxi-iniezioni di liquidità della BCE hanno favorito un cambio di rotta della speculazione, che ora ha trovato più conveniente riproporre i carry trade in acquisto sui titoli di stato europei (a prezzi stracciati) con il denaro a basso costo preso in prestito dall’Eurotower. La speculazione internazionale è sempre pronta ad evidenziare gli errori che banche e stati commettono nel tempo. E’ accaduto ieri, accadrà ancora domani…






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