Perché le agenzie di rating non fanno più paura

17 febbraio 2012 09:140 commenti

Dopo lo scoppio della crisi dei mutui subprime le agenzie di rating sono salite sul banco degli imputati per non aver svolto il proprio ruolo di “sentinella” dei mercati nel modo più etico e professionale possibile. Le “tre sorelle” Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch, attraverso giudizi positivi, hanno gonfiato ancor di più la bolla dei junk bond (titoli spazzatura), provocando la diffusione del rischio su larga scala senza avvertire gli investitori (soprattutto quelli di piccola taglia) dei possibili pericoli di questa tipologia di investimento. Da allora il rapporto tra agenzie di rating e mercati finanziari è decisamente cambiato: gli effetti delle valutazioni sul merito di credito di aziende e stati sovrani sono quasi sempre temporanei e anzi provocano spesso un effetto contrario.

Un esempio eclatante è stata la bocciatura di Standard & Poor’s su numerosi paesi della zona euro – tra cui Italia, Spagna, Francia e Austria – avvenuta venerdì 13 gennaio 2012 che inizialmente aveva provocato un sell-off generalizzato sui mercati. A partire da lunedì 16 gennaio, alla riapertura dei mercati, è partito un trend rialzista fortissimo degli asset più speculativi e rischiosi (azionario, carry trade, euro, materie prime) che resta in piedi ancora oggi. Inoltre, da quel momento gli spread sovrani europei, fino ad allora pericolosamente sotto stress, sono scesi con decisione. Basta pensare che il differenziale di rendimento tra Btp e Bund qualche giorno fa è sceso sotto 340 punti base dai circa 500 punti base di metà gennaio. L’Italia ha riconquistato credibilità, anche se S&P valuta l’affidabilità del Belpaese quanto quella di Perù, Colombia e Kazakhstan!


Ciò che si rimprovera maggiormente a queste agenzie è soprattutto il timing dei loro giudizi. Qualche giorno fa Moody’s ha bocciato l’Italia (e altri paesi della zona euro) poco prima di un’importante asta di titoli di stato. Ieri sempre Moody’s ha bocciato 114 banche europe, con gli investitori che hanno istintivamente venduto a mani basse tutto ciò che poteva essere rischioso nel loro portfolio; poi, hanno cominciato a snobbare la valutazione, riproponendo sul mercato un contesto ad elevato “risk on”. La minore credibilità delle agenzie rispetto al passato è sotto gli occhi di tutti, visto che anche altri downgrade effettuati in questa prima parte del 2012 sono stati quasi sempre del tutto ignorati.

La progressiva perdita della capacità di influenzare le scelte di politica monetaria e fiscale di un governo potrebbe in futuro generare un maggiore equilibrio sui mercati, accentuando sempre meno l’impatto di una crisi finanziaria. Gli investitori iniziano a far da sé, piuttosto che seguire le indicazioni di società con evidenti conflitti di interesse (indubbiamente hanno stretti rapporti con le grandi banche d’affari mondiali) e che operano da tempo sotto un velo di scarsa trasparenza. Intanto, in Europa già si discute di una riforma delle agenzie di rating per impedire la comunicazione di giudizi non richiesti da parte degli stati membri dell’area euro anche se non tutti i paesi, ma anche enti sovranazionali come la BEI, sono pienamente d’accordo.






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