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Pil sale dell’1,5 % al top dal 2010

Nel 2017 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.716.238 milioni di euro correnti, con un aumento del 2,1% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è aumentato dell’1,5%, ai massimi dal 2010. Lo rileva l’Istat. Nel 2016, ricorda l’istituto di statistica, si era registrata una crescita dello 0,9%. Il rapporto tra debito e Pil nel 2017 è sceso dal 132% del 2016 al 131,5%. Il dato è leggermente migliore di quello previsto dal governo, che si aspettava un rapporto pari al 131,6%.

GENTILONI – “I fondamentali della nostra economia continuano a dare segnali positivi, i dati Istat di oggi sono incoraggianti”. Lo dice il premier Paolo Gentiloni, intervenendo al Talent Garden di Roma. “Non solo per la conferma della crescita rilevante – aggiunge – ma anche perché cala il debito pubblico, dal 132 al 131,5% nel 2017. Quest’ultimo per Gentiloni è un “fatto importante, come il dato record dell’avanzo primario”. Il nostro “non è un paese che ha risolto i propri problemi, ma dove c’è l’economia che migliora, si può produrre una società che migliora”, conclude il premier.

Negli ultimi ventuno anni in Italia il rapporto tra debito pubblico e PIL è cresciuto di 15,7 punti, da 116,9 a fine 1995 a 132,6 a fine 2016. È il risultato di una diminuzione di 17,1 punti nel periodo precedente alla Grande recessione, dal 1996 al 2007, e di un aumento di 32,8 punti negli anni successivi. Nella variazione del rapporto si può distinguere il contributo di quattro componenti: 1) la spesa per interessi, 2) il saldo primario del conto economico, 3) l’aggiustamento stockflussi, 4) la variazione del PIL nominale (il denominatore del rapporto).

L’aggiustamento stock-flussi è la differenza tra variazione del debito, una nozione finanziaria di cassa, e l’indebitamento netto, vale a dire il saldo del conto economico delle Amministrazioni pubbliche. Tale differenza comprende, quindi, i flussi di cassa in entrata e in uscita non inclusi nel conto economico. Tra questi, sono particolarmente rilevanti esborsi o incassi per l’acquisizione o la cessione di attività patrimoniali, quali, rispettivamente, i conferimenti allo European Stability Mechanism (ESM) o i proventi di privatizzazioni del patrimonio pubblico. La crescita di 15,7 punti del rapporto nel periodo 1996-2016 corrisponde alla somma algebrica delle quattro componenti appena ricordate: 1) la spesa per interessi ha contribuito per 116,5 punti, 2) il saldo primario per -48 punti (le entrate del conto economico sono state superiori alle spese e quindi hanno ridotto il debito), 3) la divergenza tra variazione del debito e disavanzo (aggiustamento stock-flussi) per 4 punti (il saldo dei flussi non inclusi nel conto economico è stato nel complesso negativo e quindi ha accresciuto il debito), 4) la crescita nominale del PIL per -56,8 punti (il PIL nominale è cresciuto, il rapporto è diminuito).

Nel periodo 1996-2007, precedente alla Grande recessione, il contributo della spesa per interessi, 75,5 punti, è stato più che controbilanciato dal contributo dell’avanzo primario (-36,9 punti), dall’impatto della crescita nominale del PIL (-51,8 punti) e dall’aggiustamento stock-flussi (anch’esso negativo per -3,9 punti). Nel periodo successivo alla crisi, 2008-2016, il contributo della spesa per interessi alla crescita del rapporto è stato di 41 punti, cui si è aggiunto quello dell’aggiustamento stock-flussi (positivo, a differenza del periodo precedente, per 8 punti, quasi metà dei quali riconducibili agli esborsi dell’Italia per il sostegno finanziario dei paesi dell’area dell’euro). La crescita del rapporto è stata attenuata dal contributo dell’avanzo primario (-11,1 punti) e da quello di una debole crescita nominale del PIL (-5 punti). I grafici nella Figura mettono a confronto la dinamica descritta per l’Italia con quella dei principali paesi europei (per memoria quella dell’intera zona dell’euro) e di Giappone e Stati Uniti2 . Per il confronto tra paesi, va notato che la dimensione di due componenti, la spesa per interessi e l’impatto della crescita nominale del PIL, è tanto maggiore quanto più alto è il livello del debito.

A parità di tasso di interesse, la spesa per interessi è ovviamente maggiore se il livello del debito è maggiore. A parità di tasso di crescita del PIL nominale, la riduzione del rapporto debito/PIL è maggiore se il numeratore è maggiore. Ciò spiega, ad esempio, perché nel periodo 1996-2016, l’impatto della crescita nominale del PIL sia pari a una riduzione del rapporto di 56,8 punti per l’Italia e di soli 33,7 punti per la Germania, nonostante il PIL nominale nei due paesi abbia registrato una crescita simile (in media annua del 2,6 per cento in Italia, del 2,4 per cento in Germania): il rapporto debito/PIL è stato pari in media a circa 112 punti per l’Italia e 66 per la Germania. In generale, valori elevati di questa componente derivano da una crescita elevata o da un livello del rapporto debito/PIL elevato. La tabella fornisce le informazioni di base: il valore del rapporto debito pubblico/PIL, il costo implicito del debito (una sorta di tasso di interesse medio) e il tasso di crescita del PIL nominale, tutti espressi come valori medi per i due sotto-periodi 1996-2007 e 2008-2016.

Il periodo 1996-2007 (grafico A) registra per molti paesi una diminuzione importante del rapporto debito/PIL: di 55 punti l’Irlanda, di 44 punti il Belgio, di 31 punti Svezia e Olanda, di 26 punti la Spagna, di 21 punti la Finlandia, fino ai 17 dell’Italia. Diminuzioni comprese tra 3 e 5 punti si hanno nel Regno Unito, Stati Uniti e Austria. Una crescita, invece, si registra per la Grecia (4 punti) e per Francia e Germania (circa 9 punti). Il Giappone è un’evidente eccezione, con una crescita del rapporto di quasi 84 punti. Confrontando l’Italia con i paesi che hanno realizzato riduzioni del rapporto più incisive, si nota che il contributo della politica di bilancio (di cassa) in senso lato (misurato dalla somma del saldo primario e dell’aggiustamento stock-flussi, la barra celeste e quella arancione) per l’Italia è ben superiore a quello di Irlanda, Svezia, Olanda, Spagna e Finlandia. Anche l’impatto della crescita nominale del PIL non è peggiore per l’Italia: una riduzione di 52 punti, di poco inferiore a quella dell’Irlanda (56 punti) ma comunque più ampia di quella degli altri paesi (compresa tra 30 e 35 punti). La crescita nominale del PIL per l’Italia è in media del 4,2 per cento l’anno, un valore di poco superiore a quello dell’Austria, ma inferiore a quello degli altri quattro paesi, soprattutto di Spagna e Irlanda, che fanno segnare tassi di crescita medi del 7,4 e dell’11,3 rispettivamente (si veda la tabella). Qui, tuttavia, gioca il fattore di scala cui si accennava prima: nella media del periodo il rapporto debito/PIL in Italia è pari a 107, mentre negli altri paesi è compreso tra 43 per l’Irlanda e 66 per l’Austria.

Il risultato peggiore per l’Italia, in termini di riduzione del rapporto, è determinato dalla spesa per interessi (la barra rossa: 75,5 punti in Italia contro 24 punti in Irlanda, tra 30 e 40 punti negli altri quattro paesi): la differenza insomma dipende dal livello di partenza più elevato del debito italiano e dal costo del debito che per l’Italia è stato in media del 6,1 per cento l’anno, superiore di circa un punto rispetto all’Irlanda e di circa mezzo punto rispetto agli altri quattro paesi (si veda la tabella). Il termine di confronto più significativo per l’Italia nel periodo 1996-2007, tuttavia, è il Belgio, che con una situazione di partenza peggiore di quella italiana a fine 1995 (rapporto debito/PIL 130,5 in Belgio, 116,9 in Italia) e con una spesa per interessi simile nel periodo (75,5 punti per l’Italia, 72,2 punti per il Belgio), è riuscito a realizzare una diminuzione del rapporto molto più intensa: come si è visto, di 43,5 punti contro i 17,1 dell’Italia (arrivando a fine 2007 a un rapporto di 87 contro il 99,8 dell’Italia). Il contributo della crescita nominale del PIL (la barra blu) è stato lo stesso nei due paesi (entrambi hanno sperimentato una crescita media annua del PIL del 4,2 per cento, si veda la tabella), anche l’aggiustamento stock-flussi è stato è stato analogo nei due paesi (-3,9 punti per l’Italia e -3,5 punti per il Belgio). La differenza è completamente spiegata dal maggiore sforzo fiscale: un avanzo primario complessivo di 61 punti per il Belgio, di 37 punti per l’Italia. Nel periodo successivo alla Grande recessione (grafico B), in tutti i paesi considerati il rapporto debito/PIL è aumentato. Per meno di 5 punti in Svezia e Germania, intorno a 20 punti in Austria, Belgio, Olanda e Svezia, intorno a 30 in Finlandia, Francia e Italia, oltre 40 punti nel Regno Unito e Stati Uniti, oltre 50 punti in Irlanda, oltre 60 punti in Portogallo e Spagna, oltre 70 punti in Giappone e Grecia. La recessione ha ovviamente contribuito deprimendo il contributo della crescita nominale del PIL alla riduzione del rapporto (barra blu), per alcuni paesi, inclusa l’Italia, risultato inferiore a 10 punti nell’insieme del periodo. Anzi, in un caso, quello della Grecia, il PIL nominale è diminuito (quasi del 25 per cento) e ha contribuito alla crescita del rapporto, spiegando così 46 punti della crescita totale di 76 registrata in quel paese nel periodo (nel periodo 1996- 2007, al contrario, la Grecia aveva fatto segnare la crescita del PIL più intensa dopo quella dell’Irlanda, si veda la tabella). Dei quindici paesi considerati solo quattro (Irlanda, Svezia, Stati Uniti e Regno Unito) hanno sperimentato nei nove anni compresi tra il 2008 e il 2016 una crescita nominale del PIL vicina o superiore al 3 per cento l’anno, mentre nei dodici anni precedenti ciò era avvenuto praticamente per tutti (con l’eccezione del Giappone).

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