PosteMobile, i pagamenti si potranno effettuare sul cellulare

Una bella novità arriva per tutti cittadini e clienti di Poste italiane: come affermato in una nota ufficiale del Cda dell’azienda, PosteMobile ha perfezionato un metodo ed adeguarsi con i pagamenti di moneta elettronica sugli smartphone.

“Il Consiglio di Amministrazione di Poste Italiane tenutosi in data odierna ha approvato lo svincolo dal Patrimonio BancoPosta di beni e rapporti giuridici in parte destinati a confluire in un patrimonio destinato alla monetica e ai servizi di pagamento che si intende costituire nell’ambito della controllata PosteMobile”.

“La costituzione di un intermediario specializzato in ambito pagamenti, mobile e digitale – conclude la nota – consentirà di perseguire con maggiore efficacia gli obiettivi di sviluppo nel comparto e di rafforzare il modello di servizio nei confronti della clientela retail, business e Pubblica Amministrazione”.

Rispetto all’uso di carte e bancomat, saldare il conto con lo smartphone abbassa i costi per esercenti e clienti.

A tutti è capitato di chiedere di poter pagare con bancomat o carta di credito e di ricevere, come risposta, un rifiuto. Per quanto sgradevole (e per quanto non sia più consentita per legge), la ritrosia di commercianti e professionisti ad accettare i pagamenti elettronici è, almeno in parte, giustificabile, perché per ogni incasso avuto elettronicamente, a loro tocca pagare una commissione piuttosto salata e, di fatto, guadagnare meno. La questione delle commissioni legate ai pagamenti via Pos (Point of sale, come si chiama la macchinetta in cui si inserisce la carta e, se serve, si digita il codice) è faccenda antica, ma è diventata cruciale da quando, il 30 giugno 2014, è entrata in vigore una legge che impone a commercianti e professionisti di mettere sempre i clienti in condizione di pagare per via elettronica (inizialmente solo per i pagamenti superiori a 30 euro, con la Finanziaria 2016 per gli acquisti di qualsiasi importo).

La misura è pensata per disincentivare l’uso del contante, meno sicuro e tracciabile, e per favorire l’uso dei pagamenti elettronici a prova di furti e rapine e al riparo da evasione e riciclaggio. La legge, però, è almeno in parte rimasta lettera morta, sia per la completa mancanza di sanzioni per chi non vi si adegua sia per la permanenza di commissioni e spese varie per gli esercenti che si dotano di Pos. Ad esempio, la Finanziaria 2016 aveva previsto un decreto per fissare una riduzione delle commissioni soprattutto per le spese di importo inferiore ai 5 euro. Ma il decreto manca ancora. Se, ad esempio, decidiamo di pagare con il bancomat una colazione per due (5 euro per due caffè e due brioche), il barista si ritroverà a incassare circa 50 centesimi meno (un pagamento via Pagobancomat costa agli esercenti in media 0,40 euro e con carte in media 0,48 euro): in pratica perde circa 10% del totale. I costi di carte e bancomat La ragione di questa decurtazione significativa degli incassi sta in varie voci di spesa. In primo luogo ci sono le cosiddette commissioni di interscambio, ossia quelle pagate dalla Banca che gestisce il Pos al circuito e che sono una delle componenti fisse delle commissioni che devono pagare i commercianti: il tetto, grazie al Regolamento Ue 751/2015, è di 0,2% per le carte di debito e le prepagate e di 0,3% per le carte di credito (sullo scontrino da 5 euro citato prima si tratta di 0,002 centesimi).

Nel complesso, le spese che deve sostenere l’esercente sono differenti a seconda del circuito su cui avviene il pagamento (Pagobancomat, Visa, Mastercard, Vpay, Maestro): le tariffe possono cambiare, anche significativamente, oscillando tra un minimo dello 0,55% (Poste) a un massimo del 4% (Intesa San Paolo). Lo stesso vale per le carte di credito: accettare Visa e Mastercard va da un minimo dell’1,10% a un massimo del 6%. A queste spese si aggiunge quella per l’apparecchio fisso del Pos, per il quale si paga l’installazione e un canone mensile (a volte si paga anche la disinstallazione). Il costo mensile cambia da banca a banca, ma orientativamente va dal minimo di 8 euro fi no a 35 euro al mese. Solo in presenza di incassi molto consistenti (almeno 5.000-6.000 euro al mese) alcune banche lo annullano. L’installazione del dispositivo, invece, ha un costo molto più elevato. A parte Poste e Iccrea che non la fanno pagare, in tutti gli altri casi è una spesa consistente: solamente per avere il Pos nel proprio negozio si spendono tra i 50 euro di Crevale i 300 euro di Banca Sella per singolo apparecchio fisso. Discorso simile vale per disinstallazione: se il commerciante decide di cambiare banca o, come purtroppo capita, di chiudere bottega, comporta un’ulteriore gabella di circa 150 euro per chiedere alla banca di riprendersi il suo apparecchio.

L’alternativa passa per l’app In attesa che dal Ministero arrivino i provvedimenti effettivi sulle commissioni fatte pagare agli esercenti per accettare i pagamenti con carta di credito o di debito, una buona soluzione per esercenti e consumatori potrebbe essere costituita dai pagamenti via app, che potrebbero essere destinati a mandare in soffitta quelli elettronici. Si tratta, detto in modo semplice, di app che sono come un conto di moneta elettronica utilizzabile via cellulare. Una volta scaricate e impostate con i nostri dati e le disposizioni di sicurezza del caso, possiamo usarle come fossero denaro virtuale. Il sistema prevede che sul conto si carichi del denaro (dal proprio conto corrente), come se fosse una carta prepagata, e poi, con il cellulare e qualche clic lo si usi per pagare nei negozi, senza nessun altro passaggio intermedio (il cosiddett o peer to peer, cioè lo scambio diretto tra utenti). In pratica, è come fare un bonifico oppure un accredito verso il conto di moneta elettronica del commerciante. Un servizio oggi poco utilizzato A oggi, a fornire questo servizio sono (anche se ancora poco diffusi) 2Pay, Satispay e Hype (mentre stiamo scrivendo, a fi ne luglio 2016, è stato annunciato il lancio di un’altra app: Tinaba).

Si tratta di sistemi di pagamenti elettronici svincolati dai circuiti e dal sistema delle commissioni che, in un colpo solo offrono vantaggi sia ai clienti sia ai commercianti. Ai primi, del tutto a costo zero, permettono di liberarsi dei contanti (con tutto quel che comporta per l’incolumità di chi lo porta indosso) e sono sicuri, perché protetti da un sistema di password e perché soggetti alle stesse norme delle carte prepagate. Inoltre, secondo una ricerca pubblicata dal Politecnico di Milano, ognuno di noi ripone molta più attenzione verso il cellulare che verso il portafogli e, in caso di smarrimento, impiega 15 minuti a accorgersi di non avere il telefonino, contro le circa 2 ore necessarie a accorgersi di non avere più il portamonete. Va anche aggiunto, e non è dettaglio da poco, che le app di pagamento spesso riconoscono programmi cosiddetti “di cashback”, che consentono agli utenti di avere sconti o accesso a promozioni dedicate nei negozi che accettano questo tipo di pagamento: per ogni pagamento con la app nei negozi aderenti viene riconosciuto un ritorno al cliente, che potrà essere usato in qualsiasi altro esercizio aderente alla app. I vantaggi per gli esercenti Per quel che riguarda i commercianti, il vantaggio sta nel tagliare oppure nell’eliminare del tutto costi e commissioni perché, accorciando il numero dei passaggi e degli operatori coinvolti, anche le commissioni si riducono.

Tornando all’esempio della colazione per due da cinque euro che, pagata con carta o bancomat costava al barista poco meno di 50 centesimi, scopriamo che se lo stesso scontrino viene pagato con un’app costerà 0,045 centesimi con 2Pay (considerando commissioni di pagamento e trasferimento sul conto corrente) e addirittura di zero con Satispay. Il discorso non cambia anche se si spende di più: per una spesa al supermercato di 200 euro, all’esercente toccherà pagare 0,2 euro con Satispay, 1,02 euro con 2Pay (considerando commissioni di pagamento e di trasferimento sul conto corrente), contro i 4,73 euro con Pagobancomat o di 6,71 euro in media con le carte. I pagamenti via app, dunque, potrebbero costituire la quadratura del cerchio, ma per ora sono davvero poco diffusi: Satispay, la più nota nel nostro Paese, conta 40mila utenti (di cui solo metà attivi) e 4.500 esercizi convenzionati in tutta Italia; l’app Hype per i pagamenti peer to peer senza circuito è al momento usata in via sperimentale solo nella città di Biella, mentre 2Pay è diffusa soprattutto in Veneto. Così, anche se la strada sembra essere quella giusta, è ancora tutta da percorrere.

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