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Pulcini macinati vivi, video shock allevamento intensivo: immagini forti

Video inchiesta choc di Essere Animali. Un pugno nello stomaco. Un membro dell’organizzazione ha lavorato, da infiltratra, in una azienda italiana dove nascono i pulcini, quelli che diventeranno polli da carne. Ha filmato con una telecamera nascosta il primo giorno di vita dei pulcini.

Quello che ne esce è uno ‘scenario apocalittico’. “Gettati sopra rulli industriali e maneggiati brutalmente- spiegano gli attivisti – a migliaia muoiono o rimangono incastrati con le zampe nei macchinari, ma i ritmi di lavoro non consentono alle operaie di prestar loro la minima cura. I pulcini deboli e feriti sono tritati vivi in un maceratore”. “Quelli invece considerati idonei, quindi pronti a finire sulle nostre tavole, saranno trasportati negli allevamenti.

Da qui, circa 40 giorni dopo, partiranno di nuovo per andare al macello.

Allevamenti intensivi e maltrattamento degli animali

Gli allevamenti sono i propri lager che impediscono agli animali i più fondamentali bisogni fisiologici, lo spazio è talmente ristretto che nella maggior parte dei casi gli animali non possono neppure girarsi su se stessi. Permettere loro di muoversi renderebbe tutto antieconomico, perché aumenterebbe lo spazio per ogni animale e perché gli animali devono usare tutte le loro energie per ingrassare più velocemente, la loro sofferenze rilevante e sono considerati beni di consumo, la loro unica importanza data dal valore economico della loro carne. Le mucche da latte sono selezionate geneticamente ed inseminata artificialmente per produrre più quanto latte possibile.

Dall’età di circa due anni trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno poco dopo la nascita, i migliori sono stati strappati alle madri, provocando in entrambi un trauma perché non avevano latte rinchiusi minuscoli box che non hanno meno spazio per coricarsi. Ai vitellini non viene concesso neppure un giaciglio di paglia, si rende difficile persino la pulizia e qualora la mangiassero, la loro carne diventerebbe meno tenera e meno gradita agli esigenti consumatori della fettina. Sono alimentati con una dieta inadeguata fatta per renderli anemici e farsi che la loro carne sia bianche tenera e infine sono mandati al macello, la mucca verrà quindi monta per mesi, durante i quali sarà costretto a produrre una quantità di latte pari a 10 volte l’ammontare di quello che sarebbe stato necessario in natura per nutrire il vitello, non sorprende con ogni anno 1/3 delle mucche sfruttate soffre di mastite, una dolorosa infiammazione alle mammelle. A circa 5 o 6 anni di età ormai esauste sfruttate al massimo, la mucca verrà macellata, la durata della vita in natura sarebbe stata di circa 20 anni.

I maiali subiscono trattamento particolare, da piccoli vengono castrati senza anestesia, perché altrimenti da adulti la loro carne assumerebbe un sapore troppo forte per i palati degli amanti del prosciutto, poi viene tagliata la loro coda e limati i denti, lo stress dell’allevamenti intensivi fanno impazzire gli animali che hanno comportamenti psicotici aggressivi, senza questi accorgimenti si morderebbero la coda reciprocamente. Le pecore sono le uniche a vivere perlopiù all’aperto, ma sono tosate in maniera brutale in pieno inverno, e sono costretti a sopportare il freddo rigido senza la loro protezione naturale. Gli agnellini maschi sono uccisi a poche settimane di vita, specialmente in occasione delle festività, inoltre le pecore sono costrette a figliare continuamente.

Genericamente, quindi, anche se non solo, gli “animali da affezione”, così definiti con un’espressione che richiama una dinamica di emozioni e sentimenti, attaccamento e affettività, che auspicabilmente si vorrebbero davvero entrare in gioco nella relazione umano-non umano. Purtroppo però il dossier è ben lungi dall’aprire finestre sul mondo confortevole degli affetti: parla invece di animali lasciati a morire di fame e di sete, massacrati, impiccati, trucidati; soggetti a irriferibili pratiche sessuali; avvelenati con polpette imbottite di chiodi; torturati con collari elettrici; ammazzati a bastonate; bruciati, seviziati. Sì: come la legge si premurava di tutelare, il “sentimento” di molti di noi umani davanti a tutto ciò è profondamente ferito, annichilito; ma lo è incredibilmente di più la sensibilità delle vittime, quella fisica fatta di nervi, muscoli e sangue, e quella emotiva, invasa da un immaginabile insostenibile terrore. Ora, la pratica della violenza sugli animali, ogni violenza ma a maggior ragione quella gratuita, fine a se stessa, non può non interrogare sulla sua genesi e sulle sue conseguenze; domande complesse e risposte articolate dal momento che le une e le altre si allargano a macchia d’olio ad investire realtà composite. Si legano ad un discorso ancora più generale: non si può parlare di violenza sugli animali senza parlare di violenza tout court e riflettere sul link innegabile che unisce tutte le forme che può assumere e che, se disconosciuto, non ne permette comprensione e superamento.

Illuminante è la sollecitazione di Steven Pinker (“Il declino della violenza”, Mondadori 2013) nelle prime righe del suo mastodontico studio su quello che lui descrive come un processo storico di affievolimento della violenza: bisogna studiarla in tutte le sue manifestazioni, dice, “dalle dichiarazioni di guerra tra le nazioni alle sculacciate ai bambini”: osando così un accostamento coraggioso, che è prologo all’inquadramento del problema: esiste un link indissolubile tra tutte le manifestazioni, anche quelle apparentemente del tutto estranee l’una all’altra come lo possono essere i conflitti nazionali e gli scapaccioni cosiddetti educativi.

Del resto secondo la teoria del caos il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas: allora non è poi così difficile capire come tutti i comportamenti unificati dalla tensione ad infliggere sofferenza ad un essere indifeso siano incredibilmente più collegati di quanto si possa genericamente ritenere. Se è vero che la violenza, in forme diverse, ha accompagnato l’uomo in tutta la sua storia, è altrettanto vero che gli animali ne sono sempre state le vittime predilette: perché quella su di loro nel corso dei millenni non è stata punita dalle leggi, perché non comporta ritorsioni vendicative da parte dei sopravvissuti, perché l’assenza di condanne morali l’ha autorizzata. Le leggi in loro difesa hanno cominciato a delinearsi timidamente solo nella seconda metà dell’800 e si sono poi gradualmente organizzate fino ad arrivare a quelle attuali che se ne occupano in modo un po’ più rigoroso. Con enormi limitazioni, però, perché questo avviene solo in alcune aree del mondo, essenzialmente quello occidentale, perché riguarda solo alcune specie, e perché le leggi, tanto faticosamente approvate, si scontrano con una ingiustificabile ritrosia da parte dei responsabili ad essere applicate.

Ancora oggi gli animali non umani sono visti come non-portatori di diritti o al massimo come portatori di diritti flebilissimi: per arrivare a parlare del dovere di proteggerli è stato prima necessario scrivere, ma soprattutto interiorizzare, norme che attengono al concetto dei diritti dell’uomo, che progressivamente hanno aperto la strada a dichiarazioni sui diritti delle donne, dei bambini, degli omosessuali: solo dopo è stato possibile cominciare ad occuparsi di quelli dei non umani. Riconoscere diritti contempla bandire violenze gratuite: e infatti non esistono più i supplizi pubblici una volta esibiti con orgoglio da chi deteneva il potere; ci si illude che i luoghi di detenzione ne siano alieni, salvo poi doversi drammaticamente ricredere sulla scorta di troppo frequenti notizie di cronaca; se un tempo, lontano solo pochi decenni, i bambini potevano tranquillamente essere ”educati” con metodi piuttosto degni di un regime dittatoriale che di un contesto familiare e comunque non stupiva vederli presi a scapaccioni da solerti genitori anche nelle strade, oggi un’evenienza del genere provocherebbe l’intervento immediato del Telefono Azzurro. Analogamente addirittura frustare cavalli o asini perché incapaci di reggere pesi insopportabili era pratica comune e non vergognosa, come lo era prendere gratuitamente a calci i cani per le strade, ma anche fare loro molto di peggio. Nuove norme e nuove consuetudini vi si oppongono: la legge purtroppo si mantiene restia ad intervenire e le condanne risultano pressoché inesistenti.

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