Messico, cane fiuta i pacchi postali e scopre un cucciolo di tigre

Non riuscivano a credere ai loro occhi. Grazie al fiuto di un cane poliziotto, gli ispettori doganali della polizia messicana di Jalisco hanno trovato un cucciolo di tigre, stretto in un sacchetto di plastica, costretto dentro a un pacco postale. Sedato e disidratato, l’animale sarebbe dovuto arrivare a una piccola città del Messico centrale. Il suo viaggio, invece, si è fermato alla dogana, dove è stata aperta un’inchiesta per maltrattamento di animali. Il tigrotto è stato affidato a centro veterinario locale.

Come un moto perpetuo, le rotte che muovono cose e persone, da un lembo all’altro del pianeta, non smettono mai di rincorrersi a vicenda. Rotte legali e illegali, mischiate e sovrapposte tra loro, alle volte due facce della stessa medaglia, che crescono alla velocità della luce: è questo uno dei tratti più tipici della “globalizzazione in nero”. Quella meno raccontata. Ha provato a farlo Legambiente in questo dossier, censendo negli ultimi due anni 155 inchieste internazionali che hanno interessato l’Italia per traffici illeciti di rifiuti, merci contraffatte, prodotti agroalimentari e specie protette: quasi un’inchiesta ogni 4 giorni, per un totale di 297 persone denunciate e arrestate, 35 aziende sequestrate e un valore complessivo finito nelle mani degli inquirenti che supera i 560 milioni di euro.

La nascita di mercati sempre più estesi e meno controllati rappresenta un incentivo ai commerci leciti, ma allo stesso tempo offre una micidiale occasione di arricchimento alle mafie internazionali per movimentare illegalmente, anche su distanze enormi, ogni genere di oggetto o specie vivente. Per i trafficanti, insomma, nessun posto è oramai lontano. Traffici che si sono mossi prevalentemente sulle cosiddette autostrade del mare, soprattutto per i grossi carichi e le lunghe distanze. È qui, infatti, che secondo la Commissione europea si muove l’81% dei traffici mondiali. Mentre per i carichi più piccoli e di alto valore aggiunto, e le tratte più brevi, rimangono allettanti anche i movimenti su strada o via aerea: anche una semplice valigia o uno zaino può servire per accumulare profitti illeciti. Nessuna sorpresa, quindi, se nello specifico le inchieste che hanno riguardato i porti italiani sono state 114, quelle che hanno coinvolto gli aeroporti 19, mentre le altre indagini si sono rivolte contro flussi illegali che avevano quale base operativa singoli capannoni, dove occultare soprattutto merci e pattume da spedire in un secondo momento da qualche parte nel mondo. Come si può vedere nel grafico a pagina 3, delle 155 inchieste censite, quelle che hanno interessato merci contraffatte e specie protette rappresentano il 71% del totale, i traffici illeciti di rifiuti si attestano al 19% e le frodi agroalimentari al 10%.

Complessivamente, i porti italiani figurano per 72 volte come punti di destinazione dei traffici illegali e per 42 volte come aree di partenza. Per quanto riguarda, invece, la distribuzione geografica dei porti, l’intensificazione delle rotte europee est-ovest ha spinto i trafficanti sempre di più verso quelli adriatici di Ancona, Bari e Taranto, che risultano essere la naturale porta di ingresso per i traffici illegali provenienti dall’est e nord Europa, dall’Africa e Medio Oriente, soprattutto di merci contraffatte e specie animali protette. Anche il porto di Civitavecchia si presta bene ad essere usato dai trafficanti: lontano dai riflettori delle indagine per mafia e situato a due passi dalla Capitale e dal suo immenso mercato (e in genere al centro dello Stivale), è quello dove entrano illegalmente soprattutto merci contraffatte, compresi i prodotti enogastronomici, e specie animali protetti dalla Convenzione Cites, o semplicemente in violazione delle norme italiane ed europee. Il porto di Venezia, invece, è quello più esposto ai flussi in uscita di rifiuti, soprattutto plastica, diretti principalmente nel sud est asiatico, Cina e Hong Kong in testa, seguito per questa tipologia di traffici, da quelli meridionali di Napoli, Taranto e Gioia Tauro, che si confermano fondamentali per le trame criminali globali. La Cina è il paese maggiormente protagonista delle rotte illegali da e per l’Italia: ben 39 volte i suoi porti sono stati individuati come punti di partenza o di arrivo di traffici illeciti. Al secondo posto figura la Grecia (21 inchieste) seguita dall’Albania, dall’area del Nord Africa, da quella del Medio Oriente e dalla Turchia, rispettivamente a quota 6.

Dall’analisi empirica dei flussi appare sin tropo evidente l’esistenza di un legame indissolubile fra l’andamento del commercio mondiale e le inchieste sui traffici illeciti delle tipologie prese a oggetto di questo studio. All’aumentare del primo aumentano anche i secondi. Se da una parte, infatti, tutti gli indicatori economici certificano la crescita costante dei commerci internazionali, che nemmeno la crisi in atto pare abbia scalfito più di tanto, dall’altra i dati a disposizione sulle attività di contrasto mostrano un segno positivo; con l’aggiunta che non appena si intensificano i controlli le situazioni di illegalità fioccano copiose. Dato, quest’ultimo, che, pur con il limite di fare emergere solo i risultati repressivi e non la realtà nel suo complesso , dà comunque uno spaccato significativo del fenomeno e del suo andamento nel tempo.

Basti pensare che dal 2001 al 2009, secondo i più aggiornati dati Eurostat, le esportazioni legali di rifiuti dai paesi Ue verso paesi non Ue sono cresciute del 131%. Nello stesso tempo sono cresciute le rotte illegali, come dimostrano i dati dei sequestri effettuati negli ultimi due anni dall’Agenzia delle dogane nei nostri porti: quasi 20 mila tonnellate di scarti (per l’esattezza 18.800) destinati illegalmente all’estero, soprattutto plastica, carta e cartone, rottami ferrosi, pneumatici fuori uso (Pfu) e rifiuti elettrici ed elettronici (Raee). Con un incremento di circa il 35% rispetto al biennio 2008-2009, quando i sequestri doganali erano stati poco più di 12 mila tonnellate. Solo nel 2012, il 59% delle esportazioni di Pfu, il 16,5% di rottami metallici e più del 14% di scarti plastici si sono rivelati fuori legge, quindi sequestrati, ai controlli delle dogane italiane.

La conferma di un incremento dei traffici illeciti di rifiuti – come si spiegherà meglio più avanti – arriva anche da altre fonti istituzionali: l’Agenzia europea per l’Ambiente (Aea), la Commissione Europea, l’Interpol, l’Europol, le varie agenzie europee e organizzazioni europee che si occupano di normativa ambientale e di controlli, come l’Impel (The European Union Network for the Implementation and Enforcement of Environmental Law) e l’Inece (The International Network for Environmental Compliance and Enforcement). Crescono anche, anno dopo anno, i movimenti transfrontalieri illegali e il correlativo business delle merci contraffatte, come dimostrano le stime più aggiornate dell’Ocse (Organizzazione cooperazione sviluppo economico).

Il bilancio per i contraffattori è decisamente in positivo: sempre l’Ocse solo nel 2009 ha stimato un giro d’affari di oltre 250 miliardi di dollari . Una cifra più elevata del prodotto interno lordo di almeno 150 paesi, e con una perdita di circa 2,5 milioni di posti di lavoro, almeno secondo le stime dell’Istituto di ricerca Frontier Economics effettuate sugli stessi dati Ocse . Aumentano anche i sequestri di animali vivi, o parti di animali morti, protetti dalla Convenzione Cites sulle specie a rischio di estinzione e trafficati illegalmente. Nel 2011, restando in Italia, le attività di controllo del Corpo forestale dello Stato in applicazione della CITES hanno registrato un aumento del numero dei controlli effettuati (59.665, di cui 1.574 sul territorio nazionale e 58.091 in ambito doganale) a cui ha corrisposto anche la crescita esponenziale dell’ammontare delle sanzioni comminate: ben il 150,3% in più.

Nel complesso, nel 2011 sono stati accertati 189 reati, con 132 persone denunciate all’autorità giudiziaria, 237 sequestri e 209 illeciti amministrativi per un importo notificato pari a 1.452.060,34 di euro. Oggetto delle indagini sono state soprattutto specie protette e sottratte dai loro habitat naturali per essere spedite dall’altra parte del mondo, per soldi, capriccio e ostentazione. Usati spesso come trofei, come cavie o inconsapevoli guardiani: come è successo nel gennaio del 2012, quando gli uomini della Forestale hanno trovato nel salotto romano di un noto pregiudicato campano un raro esemplare di caimano dagli occhiali (Caiman Crocodylus) a vigilanza di un grosso carico di droga. Uno scenario che è per definizione globale, quindi, nel quale i porti italiani giocano un ruolo da protagonisti. Come quelli di Gioia Tauro e La Spezia, che risultano dalle indagini tra i principali teatri d’azione delle forze dell’ordine e figurano pure, secondo i dati Eurostat, tra i 20 porti europei più frequentati dai flussi di merci di ogni tipo. In testa su tutti quello di Rotterdam, dove ogni anno transitano qualcosa come 400 milioni di tonnellate di merci stivate nei container, e che diversi segnali investigativi indicano come uno dei punti di entrata e uscita di flussi illeciti di merci contraffatte e rifiuti . Ma anche Anversa, Amburgo, Brema, Valencia, Gioia Tauro, Felixstowe e così via. È in questo vortice incessante di navi e container che si aprono opportunità immense per i trafficanti.

Un dato importante da sottolineare è il ruolo delle mafie transnazionali, che si occupano quasi esclusivamente di affari, senza fare troppo rumore. Soprattutto le Triadi cinesi, la Yakuza giapponese, la camorra napoletana e la mafia russa; con un ruolo sempre più presente in Italia anche della ‘ndrangheta, come ha ribadito recentemente l’Europol . Mafie che sono parte integrante di holding criminali complesse, frutto di alleanze fra diverse compagini mafiose, composte da professionisti e faccendieri operativi e disinvolti su diversi fronti, sempre alla ricerca spasmodica del profitto a tutti i costi. Holding troppo ardite per fermarsi davanti alle leggi internazionali e ai blandi sistemi di controllo. Holding che con la loro potenza soffiano sul fuoco della globalizzazione, velocizzandone i ritmi e spostando quantità considerevoli di materiali e specie protette da un continente all’altro. Hanno dalla loro il vantaggio di non dover sottostare a nessuna regola, sanno quando e come commetteranno il reato – a differenza di chi lo deve perseguire – possono vantare complicità, una mole impressionate di denaro (ottimo lubrificante per le pratiche corruttive in ogni angolo del pianeta) e una fitta rete di imprenditori e faccendieri pronti a tutto. Vantaggi che usano fino in fondo.

La criminalità organizzata cinese, come spiega la Direzione nazionale antimafia (Dna), appare una delle più attive a livello globale, con una particolare predilezione per il nostro paese. Scrivono i magistrati antimafia nell’ultima Relazione (2012): “Le attività investigative continuano, infatti, a far emergere l’operatività di sodalizi criminali di origine cinese di particolare caratura, in grado di far affluire nei circuiti commerciali occidentali ingenti quantità di prodotti contraffatti e/o di contrabbando, nonché di condizionare i flussi migratori per il conseguente sfruttamento (sessuale e/o quale forza lavoro) dei clandestini una volta giunti nei Paesi di destinazione”. Anche sul fronte dei rifiuti le triadi cinesi rivestono un ruolo fondamentale, come dimostrano le indagini, soprattutto nel fare entrare nel loro paese milioni di tonnellate di scarti da usare come materia prima, anche per la produzione di merci contraffatte.

La corruzione è un altro dei protagonisti indiscussi dei mercati criminali globali, immancabile pass partout per aprire le maglie dei controlli e lasciare indisturbati i principali protagonisti. Ciò vale per i traffici di rifiuti e di merci contraffatte, ma vale ancora di più nel commercio illecito di specie animali protette, soprattutto per quelle che provengono da aree povere del mondo dove la tangente può valere molto di più della retribuzione ufficiale mensile, se non addirittura annuale. A confermare che le rotte illegali transnazionali una volta aperte servono per far transitare qualunque cosa possa avere mercato, sono le due recentissime maxi inchieste internazionali (15 gennaio 2013) contro la mafia somala, denominate “Bakara” e “Boarding Pass. Condotte dalla Procura di Modica e dalle Dda di Catania e Firenze hanno portato all’arresto di 23 soggetti “facenti capo a due organizzazioni transnazionali, accusati di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina di extracomunitari dalla Somalia verso il Nord Europa attraverso l’Italia, di contraffazione di documentazione, di esercizio abusivo dell’attività finanziaria, di riciclaggio”.

A dare un contributo importante alle indagini è stato anche l’Ufficio antifrode dell’Agenzia delle dogane (attraverso una approfondita attività di intelligence e di analisi dei rischi, in collaborazione con la Guardia di finanza e la Direzione nazionale antimafia) proprio indagando su una rotta di traffici illeciti di rifiuti derivanti da autovetture in disuso. In questo caso, dunque, studiare le mosse di questi trafficanti è servito per svelare scenari criminali più vasti, confermando che lungo le rotte criminali si muovono organizzazioni quasi sempre con un portfolio ampio e variegato, pronte a sfruttare al meglio ogni occasione utile, ogni falla nei controlli, ogni buco normativo: fosse un container pieno di monnezza, piuttosto che un carico di esseri umani da spostare da qualche parte o, più semplicemente, montagne di soldi da “lavare”, investire o semplicemente da sottrarre alla tassazione di questo o quel paese. Solo in questo caso, hanno precisato gli inquirenti, “l’illecito circuito finanziario svelato movimentava enormi flussi di denaro, stimati in oltre 25 milioni di euro all’anno, in violazione delle normative fiscali ed antiriciclaggio”.

Anche i rifiuti movimentati illegalmente sono serviti a gonfiare questi profitti illeciti. Per fronteggiare le rotte globali di rifiuti, merci e specie protette è indispensabile, come si è già accennato, una maggiore cooperazione fra le autorità di controllo. È in quest’ottica che sono già in corso iniziative positive, avviate con l’obiettivo di depotenziare i margini di manovra delle mafie internazionali, che dalle frammentazioni normative e dei controlli hanno sinora approfittato, accumulando enormi vantaggi. Una di queste, che merita di essere ricordata, s’è svolta il 3 luglio del 2012 in Montenegro, con la terza riunione del “Western Balkans – Turkey and Italy High Level Forum”, nell’ambito della cosiddetta Iniziativa di Venezia, promossa dall’Agenzia delle dogane italiana, con il supporto del Ministero dello Sviluppo Economico alla quale hanno partecipato i Direttori delle Amministrazioni doganali dei Paesi interessati (Albania, Bosnia & Erzegovina, Italia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Turchia).

L’Iniziativa di Venezia ha lo scopo di rafforzare la cooperazione regionale nell’area dei Balcani e di contribuire allo sviluppo della capacity building delle amministrazioni doganali partecipanti, anche attraverso il lavoro svolto da tre Gruppi tecnici (sui diritti di proprietà intellettuale, sulla sotto-fatturazione e sulla protezione della salute dei cittadini e dell’ambiente) composti da un rappresentante di ciascun Paese. In quella occasione sono stati presentati i risultati positivi di alcune delle inchieste congiunte (denominate rispettivamente Levanter, Sales, Green Venice) nell’area dei Balcani, ponendo le premesse per ulteriori passi sul terreno della cooperazione e della maggiore sinergia nel contrasto alle bande criminali internazionali.

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