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Siria shock: immagini di bambino che dorme in valigia fa il giro del web

Mentre in Siria si continua a combattere, mentre perdono la vita decine di innocenti, un’immagine proveniente da quelle zone martoriate dal conflitto sta facendo il giro del web, commuovendo gli utenti di ogni latitudine. Lo scatto mostra un bambino siriano trasportato dentro una valigia. Il piccolo dorme tranquillo, con soltanto la testa ed un braccio che escono dal bagaglio, trasportato da un uomo, di cui è possibile vedere soltanto la mano.

Sta facendo il giro del web la foto di un bambino siriano in una valigia. Il piccolo dorme, con la testa e un braccio fuori dalla valigia di cuoio, mentre viene trasportato da un uomo, di cui si vede solo la mano.

“Un amorevole padre trasporta il suo bene più prezioso lontano dai feroci combattimenti nella Ghuta orientale, in Siria. Siamo sul terreno per fornire assistenza di emergenza”, si legge in un tweet dell’Unicef che pubblica la foto.

I due fanno parte degli sfollati di Beit Sawa diretti a Hamourieh.

L’indifferenza verso il dolore di milioni di bimbi

Tantissimi bimbi e donne sono riusciti, ieri, ad allontanarsi dal Ghouta, territorio controllato dal Governo siriano. La notizia è stata anche confermata dai corrispondenti AFP. Un alto funzionario dei diritti delle Nazioni Unite ha affermato, martedì scorso, che le innumerevoli richieste di cessate il fuoco in Siria evidenziano una ‘mostruosa indifferenza’  per lo strazio di milioni di bambini che necessitano di uno stop alla violenza. Due settimane fa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva adottato una risoluzione su un cessate il fuoco di 30 giorni in Siria. Ebbene, non solo la risoluzione è stata ignorata ma sono aumentate le incursioni governative nel Ghouta orientale.

Kate Gilmore, vice commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, reclama provvedimenti repentini per la salvezza dei bimbi catturati durante i conflitti. Parlando al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Gilmore si è detta molto allarmata per le condizioni dei circa 125mila bambini segregati nel Ghouta orientale. Gilmore ha sottolineato poi che tanti bambini sono ‘profondamente malnutriti, profondamente traumatizzati’. La Siria è una terra di conflitti e sofferenze, regno di morte e dolore per uomini, donne e bimbi. Lo scorso mese, dopo il repentino aumento di bombardamenti e violenze nel Ghouta orientale, oltre 350mila civili sono rimasti bloccati nell’enclave nelle mani dell’opposizione. Hanno perso la vita 200 persone, di cui 57 adolescenti e bimbi. Andrea Iaconini, portavoce di Save The Children, ha dichiarato che ‘sono stati circa 350mila i civili intrappolati nel Ghouta orientale a causa dei bombardamenti intensi delle ultime ore. Se le notizie sugli ultimi attacchi aerei nel Ghouta Orientale saranno confermate, ieri in Siria sono morti altri 100 civili, di cui decine di bambini. Bambini che si uniscono ai 60 uccisi nel solo mese di gennaio e alle migliaia di vittime di questa guerra. È un eccidio peggiore di quello di Aleppo’.

Bimbi senza acqua e servizi igienici

Save The Children ha confermato i dolorosi dati snocciolati da Iaconini, aggiungendo: ‘Ieri sono stati colpiti 4 ospedali. Nei rifugi sotterranei i bambini sono senza acqua e servizi igienici, esposti al rischio di contrarre malattie. Le strade sono completamente deserte a parte le sirene delle ambulanze che trasportano i feriti in cliniche di fortuna. In alcune zone del Ghouta orientale la distruzione degli edifici e dei servizi ha raggiunto livelli impressionanti, ancor più gravi di quelli registrati durante il picco della crisi di Aleppo nel 2016’. Iacomini ha spiegato che ‘sette anni di guerra hanno portato la Siria al collasso: nel Ghouta orientale, dove vive il 95% dei siriani sotto assedio oggi, mancano i servizi fondamentali come scuole ed ospedali e i beni di prima necessità come cibo, acqua e medicine. È una vera emergenza umanitaria. Solo negli ultimi mesi la malnutrizione è aumentata di 5 volte, centinaia di bambini sono gravemente malati e hanno bisogno di lasciare la città per essere curati. È una continua lotta per la sopravvivenza, è una continua strage di innocenti. Fermiamoci un secondo e torniamo a guardare quello che accade in Siria. La guerra non è finita e l’indignazione a intermittenza non è bastata per fermare questa strage di bambini. Dobbiamo unirci e dire basta a questo massacro. I bambini, ovunque essi siano in Siria, devono essere protetti. Da tutti’.

Si ha la netta sensazione che le speranze innescate in tutta l’area mediterranea e in specifico nel MedioOriente dalla “primavera araba”, siano andate letteralmente degenerando in un “incubo arabo”. Si ha inoltre anche un altra netta sensazione, cioè quella di trovarsi di fronte ad un periodo storico gravido di trasformazioni radicali, anzi “epocali”, paragonabili, a nostro avviso, solo ai sanguinosi conflitti, che dilaniarono il continente europeo e si conclusero solo con la Pace di Westfalia (1648). Quest’ultima, mise fine ad una serie di conflitti molto simili a quelli che si stanno verificando nell’area sopra citata; già prima della guerra vera e propria si era infatti assistito ad un duro fronteggiamento, tra varie confessioni: protestanti contro cattolici, etnie contro altre etnie, strati sociali e comunità contro altre, stati e regni contro altri stati ancora. Infatti, come conseguenza della riforma religiosa, sia quella luterana che quella calvinista ed ai duri conflitti che ne erano derivati, si era tuttavia riusciti a raggiungere un compromesso pacificatorio, più noto come Editto di Nantes (1598) che riconosceva: “modi diversi di essere cristiani”. Il successivo conflitto, passato alla storia come “Guerra dei Trent’anni”, definisce una precisa cronologia storica: una fase boemo-palatina (iniziata nel 1618), una fase danese, una svedese ed infine una francese, conclusasi appunto nel 1648, ma con eserciti spagnoli che continueranno a combattere per altri 11 anni…prima di chiudere definitivamente e formalmente fine al conflitto.

Per quale motivo questa lunga digressione storica apparentemente poco pertinente rispetto allo scacchiere medio-orientale? Perché sembra di capire che la concatenazione di avvenimenti che da circa due anni sconvolge quasi tutti i paesi di quest’area, comporti numerose similitudini di carattere storico-politico con gli avvenimenti europei del ’600. In altri termini, sopra quanti cadaveri dovrà passare e quando arriverà, anche per questa parte del mondo, una Pace di Westfalia? Cominciamo con una breve nota semantica: i due termini che più sono comparsi sulla stampa nell’ultimo ventennio e che si sono enormemente popolarizzati, facendo eccezione per quello assolutamente improprio di “kamikaze” (vento divino) utilizzato come sinonimo di attentatore suicida, sono quelli di JIHAD e FITNA. Riguardo al primo termine, esso rimanda ad un accezione assolutamente positiva nell’intero mondo islamico in entrambe le sue declinazioni, quelle cioè di “grande” JIHAD e “piccola” JIHAD termini anch’essi spesso confusi ed impropriamente tradotti con il termine generico di “Guerra Santa”. Nella prima accezione (grande), essa rappresenta lo sforzo richiesto a ciascun fedele per migliorare sé stessi, controllare le passioni, migliorare l’organizzazione sociale e con esso l’ordine del mondo. Qualcosa che somiglia molto all’ “otium” latino o per dirla con Foucault: “alla costruzione della propria soggettività”. Nella sua seconda accezione (piccola), essa diviene obbligo collettivo per ogni componente della comunità religiosa islamica (la Umma) quindi obbligo al combattimento, alla guerra di conquista e/o difensiva (come recita una famosa Sura del Corano: “La spada e il Corano”) Il termine FITNA (discordia) rimanda invece ad un significato profondamente negativo, che allude alla sedizione, al disaccordo e alla guerra civile nel territorio dell’Islam (Dar al-Islam), cioè nel cuore della Umma; in buona sintesi, una potente e pericolosa forza centrifuga, in grado di smantellare la comunità, causarne l’implosione e la rovina definitiva. Di fatto, gli eventi ai quali questi due termini rimandano, sono numerosi, nella vasta area presa in esame; talvolta coesistono, talvolta si alternano, oppure ancora si autoescludono, con sfumature diverse a seconda del paese in esame (Algeria, Libano, Yemen, Pakistan, Afghanistan, Bahrein, etc.). Passiamo ora ad una breve nota storica: quello che per questa intera regione geopolitica sembra rappresentare l’anno di svolta, è il 1979. L’anno della Rivoluzione Iraniana, quello dell’occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa e quello dell’assalto alla Mecca da parte di un gruppo islamista radicale, scongiurato solamente dalle truppe d’élites francesi del GIGN.

Faranno poi seguito le altre numerose vicende che conosciamo, citandone solo alcune en passant: il primo intervento militare in Iraq, l’affermazione dei mujahiddin afghani seguiti dai taliban, la Guerra d’Israele contro Hezbollah in Libano, ovviamente non senza non citare l’11 settembre, cui ha fatto seguito il secondo intervento militare in Irak (rovesciamento di Saddam Hussein del 2003) oltre a quello in Afghanistan. Giustamente come ha sottolineato Jacques Derrida: “L’11 settembre non sono cadute solo le due torri. E’ tutta la vecchia geopolitica degli StatiNazione, un mondo in cui Territorio e Guerra, avevano ancora un senso compiuto, che ormai ha ceduto. Eccoci nell’epoca di una strana Guerra, senza Guerra”. Sono esattamente queste le nuove dimensioni della nuova geopolitica dei conflitti. Continuamo con una breve nota di metodo: ciò che caratterizza ormai praticamente tutti i conflitti dell’ultimo trentennio (o meglio dal 1991 cioè l’altro anno chiave quello della dissoluzione dell’Unione Sovietica), sono tre. A questi tentiamo di associare dei nomi a nostro parere illuminanti. 1. La guerra deve essere umanitaria. (Bernard Henry Levy, André Glucksman, Bernard Couchner – Fondatore di Medecins sans Frontieres). 2. La guerra sarà asimmettrica. (Lao Tze, Vo Nguyen Giap, Che Guevara). 3. La guerra deve avere poca o nessuna visibilità. (Guy Debord. Aforisma: “La Guerra c’è, ma non si vede”). Inoltre, nel contesto nel quale ci troviamo in questo infelice momento storico e purtroppo che consideriamo assai simile come già sostenuto a quello della “Guerra dei Trent’anni”, abbiamo a che fare anche sullo scacchiere medio-orientale, con una variegata tipologia di conflittualità.

Un conflitto religioso di tipo confessionale. Esso appare essere oggi la maggiore direttrice di odio e antagonismo, che oppone musulmani sciiti e sunniti; il primo campo è rappresentato dall’asse Teheran, Baghdad, Damasco, (ribattezzato anche “arco sciita”) cui occorre aggiungere l’Hezbollah libanese ad esso si contrappone invece un alleanza di paesi che rappresentano varie sfumature di sunnismo, quali l’Arabia Saudita (sostegno ai Wahhabiti), il Qatar (sostegno sporadico ai Salafiti), e la Turchia (sostegno ai Fratelli Musulmani in tutte le loro branche nazionali). Nel suo complesso, questa alleanza è stata definita come “blocco sunnita”. Queste due definizioni non nascono da neologismi giornalistici, ma erano già state utilizzate e rese pubbliche, dal Re di Giordania Abdallah II°, nel corso di un’intervista rilasciata nell’ormai lontano dicembre 2004, al Washington Post.

Un conflitto etnico. Uno scontro che vede contrapporsi: arabi e kurdi (questi ultimi persianofoni, ma laicamente sunniti), turcofoni e kurdi, turchi e arabi, turchi e arabi contro iraniani; il tutto in una geometria variabile di antagonismi a sua volta ulteriormente complicata da perimetri confinari relativamente artificiali (poiché decisi dalle conferenze di pace successive alla Grande Guerra) e da una complessa geografia delle minoranze, che ciascuno di questi paesi ospita e/o discrimina, sul proprio territorio.

Un conflitto civile e sociale. Occorre anche considerare l’affermarsi di una lotta che pare ormai irriducibile tra strati sociali diversi, tra segmenti di popolazione, che si sentono da sempre discriminate dalle élites al potere, siano esse baasiste, forze armate o alleanze di potere. Masse in gran parte giovanili che chiedono maggiore rappresentanza e una diversa ridistribuzione dei poteri e delle risorse dello stato, nei quali talvolta è la stessa religione che diviene motore rivendicativo, o alternativamente è proprio la sua negazione con un occhio alla modernità occidentale e laica che ne diviene il principale agente (come in Piazza Tahkrir al Cairo o Piazza Taksim a Istanbul). 4 – Un conflitto ideologico e politico. Talvolta queste motivazioni di conflitto si condensano e si sublimano anche in aspetti ideologicopolitici che vedono contrapporsi islamisti di ogni ordine e grado (wahhabiti, salafiti, jihadisti, tablighis- gli “evangelisti” islamici-, in qualche caso anche delle confraternite sufi) alle formazioni laiche; o anche come in Egitto, il conflitto storico che oppone marxisti alla Fratellanza Musulmana, in Turchia i principi laici di Ataturk contro il governo (islamista new-look) di Erdogan, o infine come in Tunisia il partito islamista di Ah-Nadah contro le istanze sindacali.

La riflessione conclusiva, può essere solo quella della presa d’atto, di un completo e globale fallimento delle istanze dell’islam politico, della sua incapacità di trasformare la realtà esistente, sia nella sua forma terrorista (tutte le varie affiliazioni locali di Al-Qaeda) sia nella sua forma di accettazione della rappresentanza politica (Fratelli Musulmani, AhNadah, Jamat al-Islam). Si tratta non solo di uno “scacco dell’islam politico” (come intitolava un suo magistrale libro ormai parecchi anni fa Oliver Roy), ma dopo le vicende egiziane di un vero e proprio scacco matto! Appare chiaro che sono questi tipi di conflitti, o frammistioni di essi, ad essere quelli che percorrono il MedioOriente. In Libano è andata nuovamente evidenziandosi la frattura tra sciiti (Hezbollah) e sunniti, in un quadro di generale marginalizzaz caratterizzando per un feroce odio confessionale, che si esprime con sanguinosi attentati con un ritmo ormai bisettimanale. Lo Yemen è dilaniato oltreché da conflitti confessionali, anche da ancestrali tribalismi e moderni secessionismi locali; citiamo infine il caso del Bahrein, una specie di “Siria alla rovescia”, nel senso che viene governato in forma assoluta, dalla dinastia sunnita degli Al-Khalifa, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è di fede sciita. In questo paese l’insurrezione del 2011 è stata duramente repressa dall’intervento militare saudita e il monumento della Piazza delle perle, raso al suolo.

Di tutti questi paesi, l’Egitto è quello che esprime il livello più occidentalizzato. Il Cairo è stata il centro di una urbanizzazione selvaggia, una megalopoli la cui popolazione è triplicata in 20 anni che sul piano estetico la ridotta ad alternare lunghe teorie di squatter e baraccati con alti palazzi residenziali di origine speculativa. Ma il massiccio afflusso urbano dalle aree rurali, ha generato anche oltre alla penuria di alloggi, anche gravi insufficienze dei servizi. Lo stato non è stato in grado, di organizzare i nuovi spazi urbani (mancanza di acqua, elettricità, trasporti, raccolta rifiuti). In questo contesto sono inoltre venute meno le vecchie forme di solidarietà claniche o etniche, alimentando lo sradicamento, favorendo l’assenza della figura genitoriale maschile, ma anche l’esplosione demografica e la disoccupazione. Paradossalmente, i modelli culturali di consumo, sono quelli occidentali. Possedere dei must occidentali, permette di poterli ostentare come segni di successo, a fronte di masse urbane sempre più pauperizzate. E’ su questa realtà che si è innestato l’interventismo islamista: da un lato sostituendosi a uno stato assente nei servizi, dall’altro costituendo nuove forme di solidarietà, ma anche assecondando una “apologia della frustrazione”; da questi processi provengono le masse islamiste mobilitate in questi mesi dai Fratelli Musulmani, alle quali però si contrappongono altre masse laiche e occidentalizzate che si contrappongono violentemente: questa è FITNA! Tuttavia in comune esse hanno entrambe l’assenza di una prospettiva di promozione sociale e il fatto di vedersi preclusa la possibilità di accesso ai consumi.

Tra l’altro, e questo sia detto en passant, è stato semplicemente indecente che il basso livello conoscitivo ed analitico del giornalismo italiano abbia fatto si che nessuno abbia messo in risalto, che sul piano energetico, parlare di Egitto, significa anzitutto parlare del canale di Suez…e infatti i corsi petroliferi stanno già salendo considerevolmente. Ma da ormai un paio di anni, l’epicentro di tutte le contraddizioni, è rappresentato dalla Siria, paese nel quale l’ “arco sciita” è in guerra con il “blocco sunnita”; questa sembra rappresentare oggi la battaglia-chiave regionale. Questo perché la posta in gioco è chiara: vincere in Siria ione dei cristiani maroniti. l’Iraq post-occupazione occidentale, si va sempre più significa conquistare la supremazia regionale. L’insurrezione siriana s’inscrive nell’ondata delle “primavere arabe”, iniziate in Tunisia nel dicembre 2010. In Siria si sono d’altra parte delle gravi frustrazioni sociali sono giunte all’esasperazione, secondo alcuni analisti in una forma aggravata dagli effetti di una lunga siccità. Quest’ultima, ha alimentato un massiccio esodo rurale, verso i quartieri “informali” delle principali città siriane. I protagonisti di questa migrazione interna aderirà più massicciamente e rapidamente alla contestazione prima ed alla insurrezione poi, contrariamente a quelle storicamente radicate dei quartieri maggiormente favoriti (fenomeno registrato ad esempio ad Aleppo e a Damasco).

Queste linee di frattura socio-economiche, alle quali si sovrappongono quelle eticoreligiose, sono divenute incontrollabili, quando invece il regime era riuscito nei decenni, a manipolarle a proprio favore. Sul piano istituzionale il partito Baas (con i suoi pilastri ideologici, quali il laicismo e il socialismo arabo) è al potere dal 1963 ed è stato gradualmente infeudato dalla minoranza alawita (una branca dello sciismo). Negli ultimi due anni di guerra civile, il bilancio delle vittime appare ben più grave del conflitto che tra il 1979 e 1982, aveva opposto gruppi islamisti al regime di Hafez Al-Assad e risulta plausibile la cifra dei 70.000 morti. La ribellione è di origine sunnita, ma istituzionalmente rivendicata da due diverse istanze in disaccordo tra loro (una in Turchia e l’altra nel Qatar). Purtroppo la Siria si palesa però, anche come il nuovo fronte del JIHAD, attraverso le nascita e l’atività della formazione di Jabhat Al-Nosra (Fronte di Sostegno) che attualmente raggruppa sia l’ala salafita, che quella jihadista. Da molti analisti viene considerata un emanazione dello “Stato Islamico in Irak” vale a dire la branca mesopotamica di Al-Qaeda. Si tratta di combattenti (per un terzo stranieri, cioè non siriani) agevolmente riconoscibili dalle loro bandiere nere, dalla barba e dalla fascia nera in testa che riporta la “professione di fede”. Per concludere infine cerchiamo di evidenziare e gli obiettivi, la posta in gioco e le forze in campo nel conflitto siriano.