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Uccidere il proprio popolo per restare al potere

Migliaia di soldati siriani, sostenuti da carri armati, sono intervenuti, ieri, a Deraa, per reprimere le contestazioni contro il regime, una soppressione sanguinaria dove sono rimaste uccise almeno 25 persone. I militari sparano sui manifestanti indifesi.  

Il regime del presidente Bachar el Assad sembra avere optato per una soluzione militare, al fine di schiacciare un  movimento di contestazione senza precedenti, che sta scuotendo il suo potere da circa sei settimane, inviando le sue truppe a Deraa, 100 km a sud di Damasco e in altre città del paese. 

Secondo le autorità siriane, che accusano che all’origine delle contestazioni vi siano “gruppi criminali armati”, l’esercito è intervenuto a Deraa in seguito “all’appello dei cittadini”,  per porre fine alle azioni dei “gruppi terroristici estremisti”. 

La cruenta repressione, in segno di una vigorosa risposta alla ribellione, ha già provocato circa 390 morti dal 15 marzo, gli Stati Uniti, intanto, stanno riflettendo sulle diverse possibilità di soluzioni, “tra le quali sanzioni determinate”,  nei confronti degli alti responsabili siriani. 

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno invitato le famiglie dei diplomatici e tutto il personale non essenziale della sua ambasciata di Damasco a lasciare la Siria, a causa “dell’instabilità e della situazione dubbia” nel paese. 

Da parte dell’ONU,  il Regno Unito, la Francia, la Germania e  il Portogallo stanno preparando un progetto di condanna alla repressione, che dovrebbe essere reso noto entro domani, se i 15 raggiungeranno un accordo unanime. 

Hugo Chavez è di tutt’altro avviso, il presidente venezuelano ha, infatti, trasmesso un messaggio di sostegno al suo omologo siriano, nel quale critica “il cinismo” della Comunità Internazionale che, secondo lui, vuole intervenire militarmente in Siria con il pretesto “di difendere il popolo”. 

Approfittando dell’oscurità della notte, almeno 3.000 soldati protetti da blindati e carri armati sono penetrati a Deraa, una città agricola di 75.000 abitanti. Sparavano colpi di armi da fuoco “in tutte le direzioni ed avanzavano”, ha dichiarato un testimone. Inoltre l’elettricità è stata interrotta e le comunicazioni telefoniche quasi impossibili. “Almeno 25 martiri sono caduti, uccisi dai tiri e dai bombardamenti dell’artiglieria pesante contro le abitazioni e i civili”, ha dichiarato un altro militante sul posto,  “I corpi giacevano a terra nelle vie”. Anche le frontiere sono state chiuse su ordine del regime. 

Secondo i militanti, la città è assediata, dalle prime ore del mattino, sono presenti tiratori scelti appostati sui tetti e le truppe sono addiritture entrate nelle case private. 

In Siria, sono in corso altre operazioni di sicurezza da parte del regime, a Duma, 15 km a nord di Damasco e ad al Maadamiyeh,  un  sobborgo vicino alla capitale, la situazione è drammatica. Sorveglianze delle forze di sicurezza “impediscono alla gente di uscire, anche per comperare il pane”. 

Il 21 aprile, il presidente Assad aveva promesso una serie di riforme importanti al regime in vigore da oltre 50 anni. Tuttavia, questa è stata la sua risposta.  

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