Stipendi italiani, la metà di quelli tedeschi

27 febbraio 2012 12:440 commenti

La notizia era nota da tempo, ma i particolari più scioccanti riguardano il fatto che gli stipendi italiani sono addirittura inferiori a quelli greci del 2009.
È Eurostat a fornirli, in riferimento al 2009, e le sorprese non finiscono qui. Peggio dell’Italia infatti, fanno solo Slovacchia, Slovenia e Portogallo, mentre addirittura anche a Cipro i lavoratori percepiscono stipendi più alti.

Lo stipendio medio nell’industria o nei servizi in Italia è di 23.406 euro lordi, esattamente la metà di uno stipendio del Lussemburgo (48.914 euro), Olanda (44.412) e Germania (41.100). tra i cosiddetti PIIGS solo il Portogallo fa peggio con 17.129 euro lordi l’anno.


Il rapporto è stato pubblicato da Labour Market Statistics, insieme a quello degli anni precedenti, per cui è possibile anche confrontare gli aumenti anni, che anche in questo caso, vedono l’Italia fanalino di coda. Dal 2005 infatti nel Belpaese si è registrato un aumento del 3.3%, mentre negli altri paesi l’aumento è stato molto piu consistente, con la Spagna al 29,4%, il Portogallo al 22% e gli altri paesi che segnavano degli stipendi abbastanza alti nettamente al di sopra delle medie italiane. Il Lussemburgo infatti segna una crescita del 16,1%, l’Olanda del 14,7%, il Belgio dell’11%, la Francia del 10% e la Germania del 6,2%.

L’unica buona notizia sembra arrivare dai dati che riguardano la differenza di retribuzioni tra i due sessi, che in Italia registra un gap del 5% contro il 17% della media europea, ma ad un’attenta analisi molti economisti vedono questo dato provenire da una scarsa attenzione sociale verso i problemi delle donne e il loro scarso utilizzo al part-time per dedicarsi alla famiglia. Non a caso l’Italia ha la crescita demografica tra le più basse al mondo. Gli esperti infatti segnalano che questo dato è simile a quelli dei paesi con bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Intanto le risposte della politica sono sempre uguali. La Fornero parla di scarsa competitività e crescita, ribadendo la necessita di riformare il mercato del lavoro.






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