Asta frequenze TV secondo Berlusconi

9 dicembre 2011 17:220 commentiDi:

In un periodo difficile e turbolento, sia dal punto di vista finanziario che da quello economico, chiedere sacrifici a quei contribuenti italiani che hanno sempre pagato le tasse in assoluta trasparenza, sembra davvero controproducente se non sicuramente ingiusto.
Il Governo Monti potrebbe, in primis, creare i presupposti di una seria campagna antievasione, vera piaga dell’economia nostrana, e in secundis, recuperare denaro dall’asta delle frequenze tv che potrebbero portare nelle casse statali oltre 10 miliardi di euro, e dunque inserire un nuovo e più decisivo tassello per il fatidico pareggio di bilancio nel 2013.

Il Ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il manager e banchiere Corrado Passera, stamane ha risposto ad alcuni giornalisti dicendo che, per ciò che concerne l’asta per l’assegnazione delle frequenze del digitale terrestre rese disponibili dal passaggio al digitale, il Governo sta valutando se modificare o meno la precedente procedura del beauty contest caldeggiata dall’ ex premier Silvio Berlusconi.
In pratica Berlusconi, nella doppia veste di Presidente del Consiglio e proprietario di tre reti private, aveva pensato di creare l’opportunità di distribuire gratuitamente le frequenze sul digitale terrestre attraverso lo strumento del beauty contest, ovvero attraverso una particolare asta in cui agli editori e proprietari televisivi sarebbero stati richiesti determinati requisiti.

Tali requisiti, successivamente, sarebbero stati controllati da un’apposita commissione con il compito di verificarne la validità. Dunque, a beneficiare della suddetta procedura giuridica, sarebbe stato, in particolare, il gruppo berlusconiano di Mediaset che non avrebbe pagato alcuna tassa per usufruire di frequenze sul digitale.
Invece, il Governo Monti, pressato dai sindacati e dalla stampa, in prospettiva, potrebbe progettare di far vendere le frequenze tv secondo la classica asta pubblica, in modo che si possano ricavare molti fondi (alcuni economisti parlano di oltre 10 miliardi di euro), per non far pesare solo ed esclusivamente sui ceti medio-deboli il risanamento del debito, ma anche e soprattutto sulle grandi aziende e sui forti gruppi imprenditoriali.

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