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Carlo Verdone ultimo film, Benedetta follia, al cinema dall’11 gennaio

Ogni volta è come la prima. Nonostante i quarant’anni suonati di carriera, Carlo Verdone prova sempre la stessa apprensione all’uscita di un nuovo film. Ce lo racconta mentre sorseggia un tè alla menta in un bar della Capitale, per il debutto di Benedetta follia, al cinema dall’11 gennaio. «La storia comincia quando il protagonista viene improvvisamente abbandonato dalla moglie (Lucrezia Lante della Rovere) per… una donna. È devastato e smarrito.

Ricordo quando successe a un mio amico: non riusciva a capacitarsi di non essersi accorto di nulla, come se non l’avesse mai conosciuta. Io invece, che conosco bene una coppia di lesbiche, avevo letto tutti i segnali», sorride, addentando un biscotto. Le commedie di Verdone rispecchiano sempre le evoluzioni della società. «L’omosessualità oggi è più diffusa e anche più esibita, ma chi la ostenta troppo mi dà fastidio. Quando ero giovane, per esempio, il salotto di mia madre era il luogo d’incontro dei grandi intellettuali gay di Roma: registi, musicisti, artisti come Pier Paolo Pasolini e Leonard Bernstein venivano a casa nostra, magari anche con il compagno, ma sempre con un atteggiamento sobrio».

Una virtù, la morigeratezza, che ha apprezzato anche nella nuova partner di scena, Ilenia Pastorelli, ex concorrente del Grande Fratello 12: la tipica romana di borgata, la tamarra in hot pants, che tutto si direbbe fuorché sobria. E invece… «Pur essendo simpatica e spiritosa, è una ragazza di antichi principi e, anche se giovane, ha la sensibilità di una donna d’altri tempi.

Più complessa di quanto appare. Chi poteva immaginare, per esempio, che sa dipingere benissimo? Le ho detto che sarebbe dovuta nascere alla fine degli anni Cinquanta. È un po’ Anna Magnani con un sottofondo della sora Lella l’indimenticabile Lella Fabrizi, la nonna del film Bianco, rosso e Verdone, ndr]. Tra tutte le mie attrici, Ilenia è sicuramente quella con più anima». Detto da un regista che ha sempre valorizzato i ruoli femminili, non è poco. «Sono onorata», ribatte lei. «Carlo è il mio mito. Quando mi hanno comunicato che voleva proprio me, mi sono messa a piangere. Conoscendolo ho scoperto un uomo buono, tenero, umile, diverso da tanti attori, sempre così vanitosi… Per questo appena posso lo abbraccio». Ora la Pastorelli studia il francese per girare un film d’Oltralpe. «Una produzione importante», continua Carlo. «Le ho detto: guai a te se perdi questa occasione!».

Nel film, tra loro nasce una tenera amicizia, che non sfocia mai in amore. Lei lo iscriverà, di nascosto, a un’app di incontri per trovare l’anima gemella, con conseguenze disastrose. «Ho due amici che hanno trovato moglie sui social», prosegue Verdone, che prende sempre spunto dalla realtà per scrivere i personaggi. «Mi sembra la necessità di un’epoca dove c’è tanta solitudine. Io però continuo a preferire la condivisione, le due chiacchiere con il portiere o il negoziante: se mi manca il contatto personale sono finito». Qual è il segreto di una carriera così lunga? «Me lo chiedo anch’io! Se rivedo l’elenco dei miei film mi prende un accidente e mi ritengo molto fortunato.

Me lo spiego pensando che sono nato con un piede nel cinema classico e uno nel nuovo: in fondo mi ha lanciato Sergio Leone e poi sono stato bravo a mentenere un occhio su quello che mi accadeva intorno per sviluppare personaggi e storie». Produrre così tanti film significa che i rapporti personali rimangono in secondo piano. «Certe volte dico che dovrei dimezzare il lavoro e godermi di più la vita. Anche la mia campagna, l’unico posto dove riesco a riposarmi». Si riferisce alla casa di Cantalupo in Sabina (Rieti), ereditata dai genitori. «Con grande dolore l’ho dovuta demolire», confida con gli occhi lucidi. «Era stata danneggiata dalle scosse de L’Aquila e poi di Amatrice, non era più sicura. Stavo per comprare una casa a Berlino, poi mia figlia Giulia mi ha convinto a tornare sui miei passi. Allora abbiamo ricostruito la villa in campagna, ma grande il doppio! Con la biblioteca e l’archivio di mio padre [Mario Verdone, critico cinematografico e accademico, ndr] e un’enorme sala della musica con amplificatore, batteria e chitarre per suonare con mio figlio Paolo», sorride.

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