Cassino shock, 14enne scrive nel tema di italiano: “Violentata da papà due volte”

Incredibile quanto emerso da un tema scolastico, la cui traccia diceva “Scrivi una lettera a tua madre confessando le ciò che non ha il coraggio di dirle”. Una ragazzina di 14 anni scrivendo il tema avrebbe confessato di essere stata stuprata dal padre. “Sono stata stuprata da papà, la prima volta fu in un giorno in cui non mi sentivo molto bene e non sono andata a scuola”, è questa la rivelazione della quattordicenne di Cassino in provincia di Frosinone e riportato poi da alcuni quotidiani tanto da essere confermata anche dal Gip. Il padre della quattordicenne è indagato per violenza sessuale nei confronti della figlia. Secondo quanto riferisce il magistrato, i gravi indizi di colpevolezza sarebbero emersi con evidenza dalle parole scritte e dalle confidenze fatte dalla minore all’insegnante e ai suoi familiari e non ci sarebbero motivi per dubitare sull’attendibilità delle agghiaccianti confidenze. La ragazzina avrebbe confessato tutto anche alle sue professoresse, dopo aver scritto il tema che ha davvero lasciato senza parole le insegnanti.

La madre della ragazzina è stata è immediatamente convocata dal dirigente scolastico ed una volta appresa la tragica notizia, si è recata presso il commissariato di polizia di Cassino presentando la denuncia nei confronti del marito, con il quale riferisce ci sarebbe stato da sempre un rapporto normale e sereno, tranne qualche discussione nata Più che altro per motivi economici o per eccessivo uso di sostanze alcoliche da parte dello stesso. In realtà però sembra che la donna avesse comunque raccontato di un episodio molto simile avvenuto anche solo la seconda figlia che adesso Ha 28 anni e ha tenuto a precisare che in quell’occasione il marito le aveva promesso che non ci sarebbero stati più fatti analoghi.

Adesso il tribunale nei confronti del padre ha disposto l’allontanamento da casa e si trova in un paesino a circa 20 chilometri da Cassino ed è controllato con il braccialetto elettronico. Secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe un’indole manipolatrice con una scarsa capacità di controllo su quelli che sono i propri istinti sessuali. È stato proprio il Sostituto Procuratore Roberto Bulgarini, il magistrato che ha seguito la delicata richiesta e che a conclusione della stessa ha chiesto la misura cautelare e l’allontanamento dell’adolescente dal nucleo familiare.

L’uomo qualche giorno fa sarebbe comparso dinanzi al GIP per l’udienza di garanzia, ma in attesa che le indagini si concludano, pare si sia valso della facoltà di non rispondere. Al momento le indagini sono ancora in corso, ma l’uomo si è dichiarato totalmente estraneo alle accuse e non è escluso che si proceda con un incidente probatorio per avere un quadro completo.

IL MINORE VITTIMA Due motivi importanti mi hanno portato a riflettere sul tema dell’abuso sessuale verso i minori ed a sceglierlo quale argomento seminariale di fine corso in criminologia, organizzato dal CSVS ed un’Associazione di Volontariato in Lecce, tenutosi nell’anno accademico 2004/05. Il primo è che la disciplina della sessualità agita sui minori è stata profondamente rivisitata con la legge 15 febbraio 1996 n. 66 sulla violenza sessuale e poi con la legge 3 agosto 1998 n 269 contenente norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori quali nuove norme di riduzione in schiavitù. La legge del 28 marzo 2001, n.149 recante modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in merito alla “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, nonchè al titolo VIII del libro primo del codice civile. Infine, nel maggio 2001 è entrata finalmente in vigore, anche nel nostro paese, la legge 154 che ha introdotto nel nostro ordinamento l’“ordine di allontanamento del maltrattatore dalla famiglia, con riferimento all’art 37 che ha modificato alcuni artt. del cod. civ. prevedendo che il giudice possa ordinare l’allontanamento dalla residenza familiare, del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.”. Con tale normativa la donna in difficoltà per avere subito violenze non solo da parte del coniuge, ma anche ( e questa è una novità) del convivente o da altro componente della famiglia, ha la possibilità di ottenere un provvedimento del giudice che allontani immediatamente il maltrattatore, impedendogli di avvicinarsi alla casa, al luogo di lavoro e agli altri luoghi maggiormente frequentati dalla persona maltrattata, senza dover pre-sentare per forza denunzia penale.

Già il nostro codice prevedeva una simile normativa, ma solo per fatti gravi che ricadano in ipotesi di reato, con l’obbligo di denuncia e l’intervento del Giudice penale. Con la nuova legge la persona maltrattata ha la possibilità di ottenere i provvedimenti sopraddetti anche nelle situazioni meno gravi, ma che necessitano comunque di una tempestiva tutela, mediante un semplice ricorso al Giudice Civile, che instaurerà un procedimento celere ed efficace. Tale ricorso può essere proposto personalmente dalla donna senza l’ausilio di un difensore né è soggetto a oneri fiscali. Ove il Giudice Civile rilevi un grave pregiudizio alla salute, all’onore, alla libertà personale della donna emetterà l’ordine di allontanamento del maltrattatore sia esso il coniuge, il convivente o altro componente della famiglia e ordinerà la cessazione della condotta pregiudizievole; imporrà l’obbligo del pagamento periodico di un assegno a favore della famiglia che rimanesse priva di mezzi adeguati. Questa ultima importante novità potrà favorire l’emergere di violenze che spesso la donna nasconde, per timore di non essere in grado, da sola, di far fronte ai bisogni economici della famiglia. Va aggiunto che tali misure sono provvisorie in quanto la durata massima dell’allontanamento prevista dalla norma non può essere superiore a sei mesi rinnovabili per una sola volta. L’ordine di allontanamento del maltrattatore mira a favorire un periodo di distacco e di riflessione nella coppia e a verificare se sia possibile un recupero delle relazioni familiari, specie in presenza di figli. In caso di inadempimento all’ordine emesso dal Giudice è prevista l’applicazione di una pena fino a tre anni o la multa fino a 2 milioni quale effettivo deterrente al ripetersi di violenze e maltrattamenti, almeno nel periodo di efficacia dell’ordine di allontanamento. E già il fatto che le leggi siano cambiate costituisce una buona ragione perché insegnanti, giudici, avvocati, operatori dei servizi e del privato sociale si interroghino su quali attitudini nuove tutti noi siamo chiamati ad assumere in questo campo. Il secondo motivo è l’impressione diffusa che nella nostra società siano in aumento gli abusi sessuali ai minori. Sarebbe di particolare interesse analizzare alcuni aspetti del fenomeno dell’abuso sessuale ai danni del minore nella sua “visibilità giudiziaria”, in quanto quest’ultima comporta, anche, una “visibilità sociale” del fenomeno, in quanto l’intervento giudiziario attiva inevitabilmente modalità di intervento psicosociale.

Ma è un dato di fatto inconfutabile che, sia per la nuova consapevolezza sia per l’emergere ripetuto di casi gravissimi, appaiono armai inaccettabili e sbagliati qualsiasi atteggiamenti di riduzione o di negazione a livello sia di posizioni culturali sia di risposte sociali e giudiziarie. Analizzando più da vicino tali problematiche, esse partono da una fondamentale constatazione. Ciascun essere umano diventa genitore e forma una famiglia, ma il punto di partenza è unico: lo stato di figlio inizialmente minore, poi adolescente, giovane e adulto.., questi con la responsabilità di ulteriori figli, propri o altrui. Ecco che la famiglia diviene il luogo dove la storia dell’uomo si sviluppa, dove si forgia la personalità del singolo individuo, almeno nei suoi tratti essenziali, dove ci si prepara ad affrontare il mondo esterno ed il futuro. La famiglia è il principale fattore dello sviluppo fisico, psichico e sociale dell’individuo. Essa esercita un’insostituibile funzione educativa, rispondendo ai bisogni del bambino, aiutandolo a costruire la fiducia di base, fornendogli i necessari modelli di identificazione per modulare il suo comportamento e costruire il ruolo sessuale e sociale, sostenendolo nelle frustrazioni ed aiutandolo a conoscere se stesso, le proprie capacità, i propri limiti, in modo da stabilire gli obiettivi da conseguire. “La violenza nelle relazioni familiari, in particolare il maltrattamento e l’abuso sessuale” sono argomenti molto vasti che comprendono numerose e specifiche sfaccettature. Nel corso della relazione, illustrerò attraverso uno schema i vari tipi di maltrattamento dei minori in famiglia con i relativi riferimenti legislativi, presenterò poi un caso, sottolineando le reali conseguenze criminologiche, e sociologiche che ne derivano.

La maggioranza dei bambini che subiscono o hanno subito maltrattamenti o violenza sessuale rimangono vittime silenziose. Le parole non dette rimangono intrappolate, disturbano l’esistenza, provocano difficoltà affettive, d’attenzione, di concentrazione, di memoria. Imparare a dire quelle parole assieme è possibile. La cronaca ci mostra negli ultimi tempi episodi gravi ed eclatanti di violenza ai danni dei minori, che nelle situazioni peggiori, terminano con la morte degli stessi. Tali episodi sembrano senza apparente motivazione se non la follia, e, oltre ad impressionare, spesso turbano la nostra emotività. Ciò che emerge è un fenomeno vasto, complesso e articolato che riguarda la violenza sui minori: violenza fisica, morale, psicologica e sessuale. L’abuso sessuale sui minori un comportamento deviante che nell’ordinamento italiano si concretizza come reato. Il caso più frequentemente riscontrato è l’abuso perpetrato da uno dei genitori a danno dei figli, ossia l’incesto. In effetti, dai dati statistici di cui si è a conoscenza, e che riguardano naturalmente solo i reati denunciati, risulta che l’incesto, sia la forma di abuso sessuale sui minori più frequente. L’abuso sessuale è sempre un trauma per la vittima, a maggior ragione quando questa ha una personalità in “ fieri”, come nel caso di un minore. Ovviamente, le conseguenze di questo evento traumatico sono diverse, poiché dipendono da fattori variabili, quali l’età di vittima e aggressore, la relazione esistente fra i soggetti coinvolti, la durata dell’abuso, il livello di sviluppo fisico e cognitivo del minore. Di conseguenza, anche gli interventi a favore della vittima dovranno essere diversificati, poiché qualunque generalizzazione potrebbe avere conseguenze deleterie per il soggetto. In ogni caso, gli addetti ai lavori sono concordi nel ritenere indispensabile un approccio integrato, nel quale si mescolino in egual misura interventi di ordine giudiziario, medico, psicologico e assistenziale, tutti orientati alla salvaguardia e alla protezione del minore. Naturalmente, l’allontanamento dell’abusante è solo il primo passo per eliminare la situazione di pericolo fisico e psicologico in cui il minore si trova a vivere. Successivamente sono indispensabili l’accertamento, il trattamento giudiziario e, in ultimo, ma di fondamentale importanza, la terapia per il minore. Le conseguenze dell’abuso sono diverse a seconda che l’autore sia un familiare oppure un estraneo; perciò anche le terapie sono necessariamente diverse

Nella prima parte sarà esaminata la definizione di abuso sessuale infantile e le sue caratteristiche, cosa peraltro non facile, per le molteplici figure professionali coinvolte e, di conseguenza, per le diverse prospettive da cui può essere affrontato il problema. Breve cenno sul trattamento giuridico dell’abuso sessuale sui minori, presentando la normativa vigente prima e dopo l’entrata in vigore della legge n. 66/96, che regola appunto la violenza sessuale, e alcuni documenti nazionali ed internazionali. Sarà affrontato poi il tema del procedimento penale di tutela, sviluppando gli argomenti relativi al processo d’intervento, al coordinamento tra magistratura ordinaria e minorile, a misure alternative al dibattimento. Nella parte centrale della tesi saranno analizzati gli indicatori dell’abuso e le sue conseguenze sulla vittima. Non mancheranno riferimenti teorici al problema dell’abuso sessuale infantile, trattando soprattutto le teorie che spiegano le origini del tabù dell’incesto. Tale norma sociale è infatti molto antica e si ritrova in quasi tutte le culture, con qualche rara eccezione. Infine, sarà affrontato in dettaglio l’importante tema del trattamento terapeutico della vittima. Viene prima di tutto fatto un accenno al trattamento riservato alle vittime di abuso sessuale extrafamiliare e alle loro famiglie. In seguito, sarà data rilevanza all’analisi della fase di valutazione della situazione di abuso che generalmente segue la fase di rilevazione dell’abuso stesso, e ha lo scopo non solo di raccogliere tutte le informazioni disponibili circa l’evento dell’abuso, ma anche di fornire un sostegno e una protezione immediata alla vittima, nonché percorsi sostitutivi alla famiglia, che vengono attivati nel momento in cui la famiglia abusante non è in grado di recuperare la propria funzionalità. Stiamo vivendo un periodo di grosse difficoltà economiche e questo comporta un regime di vita più austero che significa, in poche parole, un taglio delle spese. È altrettanto noto che le prime spese a cadere sotto la forbice, sono le spese della cultura. Non è chiaro perché, se le spese per la cultura hanno “l’aggravante” di essere rivolte ai bambini, debbano avere il privilegio della prima fila! Sono dell’idea che la “cultura per l’infanzia” non possa aspettare. L’infanzia costituisce l’elemento più importante della vita dell’adulto: l’elemento costruttore. Il bene o il male dell’uomo nell’età matura è strettamente legato alla vita infantile da cui ebbe origine. Sull’infanzia ricadranno tutti i nostri errori e su di essa si ripercuoteranno in modo indelebile”.

Così scriveva Maria Montessori 1 nella prefazione del suo libro “Il segreto dell’infanzia”. Allora era una novità, agli inizi del secolo scorso la società non riconosceva il bambino come soggetto con dei diritti, non esisteva una cultura dell’infanzia di cui di fatto la Montessori è stata la promotrice. Le sue parole, a distanza di cento anni, sono state interiorizzate e ogni genitore sa della responsabilità e dell’importanza del ruolo che riveste, tanto più che il modello educativo principale oggi si basa sulla cosiddetta consapevolezza genitoriale. Sappiamo dunque che essere genitore, di conseguenza, significa interrogarsi ogni giorno, prestare ascolto attentamente alle esigenze dei figli, nel rispetto della loro integrità e autonomia, evitando di manipolarli e di forgiarli a propria immagine, senza confondere i loro diritti con i bisogni dell’adulto. La legge del 04.04.2001 n. 154 recante “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”, ispirata dall’esigenza di tutelare posizioni individuali piuttosto che la salvaguardia a tutti i costi del sistema famiglia e di ciò che rappresenta nel nostro ordinamento, ha attribuito al Giudice, sia civile che penale, la possibilità di adottare misure, urgenti e immediate, in favore della vittima di violenze domestiche. La violenza intrafamiliare continua incessantemente a caratterizzare la cronaca nera dei nostri giorni. Sempre più spesso soggetti incapaci di domare o manifestare in pubblico le proprie tensioni, l’aggressività, le frustrazioni, i disagi e le sofferenze, le riversano nella sfera più intima dei rapporti primari. La famiglia, pertanto, non rappresenta solo un sistema in cui agiscono vincoli affettivi positivi, quali la condivisione, il rispetto e l’amore, ma anche un sistema storicamente carico di affetti negativi quali la sopraffazione, la perversione, la prevaricazione fisica, psicologica, sociale, economica e sessuale, che fanno di essa un triste teatro di violenze.

Chi è il bambino maltrattato ? Il bambino maltrattato…. chi è? Il bambino maltrattato. Come si comporta? Il bambino maltrattato…. quale personalità assume? Purtroppo numerosi sono i casi di minori maltrattali in famiglia, molti casi li conosciamo e li possiamo conoscere attraverso la documentazione e l’informazione…..tanti casi di maltrattamento di minori in famiglia rimangono chiusi dietro le mura domestiche, dietro il silenzio del bambino timoroso, dietro le minacce del padre padrone. Il bambino maltrattato è un bambino disadattato, un individuo il quale non riesce ad avere rapporti equilibrati con la società che lo circonda. Il minore disadattato, in particolare, è un soggetto con una condotta irregolare ed un carattere asociale il quale si presenta immaturo sul piano affettivo, anormale nel rendimento scolastico e lavorativo, ed è spesso dotato di una spiccata aggressività. Le responsabilità di questo rapporto falsato con la realtà possono essere individuate nella famiglia oltre che nella società stessa. Attualmente gli interventi a favore di minori disadattati e maltrattati in famiglia vengono attuati da strutture pubbliche e private (consultori familiari, le scuole, gli ambulatori, i servizi sociali giudiziari) con una qualificante ed indispensabile presenza dell’assistente sociale. Tali interventi tendono soprattutto ad evitare che nei minore maltrattato si accentuino gli atteggiamenti antisociali sino a sfociare come spesso avviene, nella violenza, nei furto, nel teppismo, nella tossicomania, nella prostituzione, nella omosessualità. Spesso questo minore diventa “socialmente fastidioso”, un atteggiamento questo, cui la società non sa rispondere che con la repressione, con l’emarginazione, con l’etichettamento, provocando la completa irrecuperabilità del minore disadattato.. I poli di riferimento di questa opera essenzialmente di prevenzione sono costituiti dalle strutture sociali, sanitarie e dalla scuola. Le prime devono cercare, nell’attuazione dei loro interventi, dì non sradicare i ragazzi dalle famiglie e dai quartiere (ovviamente il lutto dipende dai casi), bensì di procedere in una forma di intervento globale che miri ad eliminare alle radici le cause dell’emarginazione. La scuola, dal canto suo, deve creare nel disadattato le sicurezza nelle sue potenzialità e la certezza di essere accettato dagli altri educandolo alla condivisione di una nuova scala di valori.

Aggredire per avvicinarsi Aggressività, distruttività, ostilità, violenza, rabbia, collera, furore, odio descrivono un’intera gamma di pattern comportamentali ed emotivi di qualità, intensità, contenuto e obiettivo differenti. Ciò che hanno in comune è l’aspetto di comunicazione vettoriale del sé verso l’ambiente o dell’ambiente verso il sé e l’impeto con cui prendono forma nel contatto. L’aggressività, nel senso di “ad-gredere”, è il vettore di scambio tra organismo e ambiente, parte integrante del processo di crescita: l’individuo va verso il mondo per trasformarlo in funzione dei suoi bisogni vitali. Non può esserci nessuna crescita che non paghi il prezzo di una destrutturazione. Il termine aggressività deriva dal latino aggredio, termine composto da gradio che vuol dire “vado, cammino, mi avvicino, entro in contatto con qualcuno o qualcosa”. Emerge la componente relazionale di moto verso un oggetto che l’aggressività contiene e rende il comportamento aggressivo qualcosa di più di una semplice risposta alla frustrazione. Le tappe evolutive del processo di sviluppo dell’aggressività come scambio tra organismo e ambiente procedono da un’assunzione acritica del mondo dentro di sé a una selezione di parti del mondo da portare dentro di sé e metabolizzare. Queste tappe psicologiche sono speculari allo sviluppo dell’apparato della masticazione del bambino : -introiezione totale (lattante): gli oggetti esterni sono totalmente incorporati; -introiezione parziale (con la comparsa dei denti incisivi): assorbimento di pezzetti di mondo; -l’assimilazione (quando la dentizione è completa): l’assorbimento avviene tramite masticazione “distruzione di oggetti esterni”. Solo la distruzione assicura l’assimilazione. L’aggressività può prendere la forma dell’annullamento come risposta difensiva al dolore, riduzione al nulla, evitamento, fuga (dalla minaccia esterna), soppressione di consapevolezza (tengo senza contatto) di fronte al bisogno-desiderio di un oggetto che è percepito anche pericoloso. L’aggressività come destrutturazione corrisponde alla funzione appetitiva, processo necessario all’assimilazione (nel mangiare il distruggere masticando procura piacere e calore). L’aggressività è un passo verso l’oggetto del desiderio o dell’ostilità: costituisce il passaggio dell’impulso nell’azione, nell’iniziativa. “Accetto l’impulso come mio e accetto come mia l’esecuzione motoria (posso operare una rimozione dell’impulso, ma più frequentemente viene operata un dissociazione tra desiderio e azione)”. La pulsione aggressiva si metabolizza nell’iniziativa e si realizza in modo creativo.

La prevalenza dell’agire, rispetto alla rappresentazione mentale delle spinte pulsionali, privilegia l’esteriorizzazione e, quindi, l’uso dello spazio piuttosto che quello del tempo. L’ira e la collera sono stati d’animo transitori, e sembrano indici di un tipo di relazione che mira in primo luogo alla soddisfazione del bisogno. L’odio e, forse, ancora di più che l‘odio, il rancore presuppone, invece, una permanenza dell’affetto nella mente. L’odio, in base alle testimonianze degli adolescenti che lo vivono apertamente, appare una conseguenza di un “maltrattamento amoroso”, una risposta all’attacco inflitto dalle figure affettive primarie. Da questo accento relazionale così intenso emerge la forte dipendenza e il profondo bisogno di riconoscimento che l’odio esprime. Molto spesso si intravede, nella loro preistoria amorosa, un attaccamento insicuro e un’infanzia caratterizzata dall’ appartenenza ad una rete di relazioni violente, a volte, intrinsecamente abusanti, o del tutto incuranti dell’effetto sulla mente infantile dell’esibizione della violenza e della sessualità adulta. L’odio nelle sue caratteristiche specificamente adolescenziali, svolge funzioni importanti al servizio del percorso di crescita e apre la strada verso il vero Sé. Certi contenuti, gli adolescenti, possono reclamarli solo alzando molto la voce e appoggiandosi ad un affetto forte e potente come l’odio. La rabbiosità dei comportamenti, che nell’adolescente possono diventare palesemente distruttivi e carichi di violenza e odio, nasce come modalità per ristabilire il confine relazionale violato, per segnalare, attraverso la sonora protesta per la separazione, il dolore dell’abbandono e della solitudine. Valenza di crescita e valore adattivo delle diverse sfaccettature dell’aggressività e della rabbia, come comportamenti di regolazione del confine ed espressione del bisogno di libertà e autodeterminazione non bastano a indicare agli adulti la strada da seguire per gestirne gli effetti, costruire risposte, prevenire o a volte saper correggere comportamenti disfunzionali. Il bambino esprime rabbia: · perché la sua spinta naturale all’iniziativa, alla libera espressione di sé viene ignorata, svalutata, negata; · per coprire la sua tristezza e la sua paura; · perché ha dovuto reprimere il suo bisogno di accudimento per accudire a sua volta: · perché la sua esploratività viene rifiutata. Per questo e molto altro il bambino prima e l’adolescente poi trovano strategie attive o passive, reattive o proattive per reclamare il proprio spazio e proprio tempo nel mondo.

Bambini arrabbiati, ragazzi duri …..adulti come? Ogni bambino, ogni ragazzo chiede una riposta personalizzata,che sappia cogliere la sua unicità come persona. Non esiste “il ragazzo aggressivo” che quindi può essere inserito nella categoria ed essere trattato come un rappresentante della stessa. La diagnosi non deve condurre all’intervento senza passare attraverso un attento assessment. Nel caso di atti aggressivi nell’infanzia, le domande iniziali devono infatti facilitare un assessment significativo che consenta di considerare le caratteristiche del singolo e del suo specifico problema, con la relativa la gravità, la durata e la pervasività, così come la presenza di rischi e di fattori che potrebbero esacerbare o migliorare i futuri adattamenti evolutivi del bambino. Alcune domande guida: a) quale particolare serie di fattori è intervenuta per produrre un comportamento così aggressivo in questo bambino? b) Quali fattori stanno ora mantenendo l’aggressività? c) L’aggressività si manifesta in diverse aree di vita del bambino ed è un problema di vecchia data, o si è sviluppata di recente? d) Il comportamento aggressivo è l’unico tipo di comportamento antisociale che viene esibito dal bambino, o è una parte di un insieme di comportamenti che include il rifiuto dell’autorità e atti devianti/delinquenziali? e) Sono possibili altri tipi di diagnosi (per es. problemi di apprendimento, iperattività)? f) Quali sono le caratteristiche positive che il bambino possiede (per es. intelligenza, capacità atletiche)? g) Quanto sono sani e competenti nel loro ruolo educativo i genitori del bambino? h) La casa è ben organizzata o regnano il caos e il conflitto? i) I genitori o gli insegnanti o gli altri bambini, mostrano di rifiutare emotivamente il bambino? j) Come si percepisce il bambino? k) C’è il riconoscimento delle reazioni delle altre persone ai suoi atti aggressivi, oppure il bambino è più incline a biasimare gli altri e a ipervalutare la sua immagine di sé? Lavorando con bambini e adolescenti che si comportano in modo aggressivo dobbiamo tener presente che gli atti aggressivi non sono sempre espressione diretta della rabbia, ma possono testimoniare la deformazione dei sentimenti reali di impotenza e non amabilità che si traducono in sentimenti di rifiuto, bassa autostima, insicurezza, ansia, sentimenti feriti. Il bambino ha imparato a non esprimere ciò che sente perché è convinto che, se lo facesse, perderebbe tutta la forza che concentra nel comportamento aggressivo.

L’origine del comportamento aggressivo non è al suo interno, ma risiede nella sua impossibilità di affrontare l’ambiente che lo fa arrabbiare. Il comportamento aggressivo, invadente, critico, svalutante, non è un comportamento reversibile: se il bambino si esprimesse con l’adulto nello stesso modo con cui l’adulto fa con lui, riceverebbe censura e/o punizioni. Così il bambino impara a reprimere la rabbia che diventa vergogna (risultato dell’indignazione e della disapprovazione genitoriale), e colpa per essersi sentito arrabbiato (rabbia retroflessa). Con la rabbia trattenuta occorre trovare modi accettabili di agire questo sentimento, scegliere per esempio un oggetto anziché la persona da colpire. Sviluppare la consapevolezza della rabbia, come nasce, cosa si prova nei muscoli, nello stomaco, nel corpo è il primo passo per cominciare ad esplorare ed elaborare il vissuto dell’essere arrabbiato. Si possono riconoscere almeno quattro fasi di lavoro con questi sentimenti con bambini e ragazzi. 1. Parlare con loro della rabbia: cosa, quali eventi, situazioni, percezioni li fanno arrabbiare; quali modi hanno trovato per esprimerla, quale consapevolezza ne hanno a livello corporeo. Conoscere la propria rabbia, identificarla, aumenta il senso di competenza nel gestirla. 2. Imparare, riconoscere e accettare i sentimenti di rabbia, legittimandone la “residenza” nel proprio mondo interno e scegliendo modalità adattive per esprimerli. 3. Aiutarli a muoversi verso i sentimenti trattenuti all’interno, o a superare la paura delle conseguenze dell’espressione della rabbia. 4. Far sperimentare l’espressione verbale diretta dei sentimenti di rabbia.

La violenza intrafamiliare: il maltrattamento. La famiglia costituisce nella nostra cultura, il più elementare e pregnante nucleo della socializzazione, il gruppo nel cui ambito si realizzano i primi modelli delle relazioni interpersonali che formeranno certi comportamenti destinati a perpetuarsi nell’intero corso della vita, ove vengono posti i primi cardini dei rapporti gerarchici, e dove anche sorgono e si coltivano intensi legami affettivi; ma nella famiglia si originano anche molte conflittualità. E i conflitti forniscono l’elemento di molte condotte violente legate alle intense interrelazioni che ivi si realizzano. In generale, facendo riferimento al maltrattamento in famiglia, potremmo definirlo una drammatica contraddizione dell’usuale protezione, cura, nutrimento e amore che i genitori elargiscono ai propri figli. In questo senso, il maltrattamento va inteso come un fallimento congiunto delle funzioni genitoriali e di protezione fornite alle famiglie più in difficoltà. In passato, nello studio sul maltrattamento, è stato predominante il modello psichiatrico classico centrato sul paradigma della causalità diretta: l’esito maltrattante nell’adulto veniva fatto risalire linearmente alla sua condizione di bambino maltrattato, figlio a sua volta di genitori maltrattanti. In questo modello, l’accento è posto sulla continuità del danno e sull’inevitabilità delle conseguenze evolutive a lungo termine causate da esperienze negative vissute nell’infanzia. Adotta la stessa ottica deterministica anche l’approccio sociologico che estende la causa del maltrattamento a fattori esterni alla persona ( basso status socioeconomico, isolamento sociale, giovane età del genitore, status di single, stress percepito, precarietà del nucleo familiare ) ma altamente correlati alla rilevazione di maltrattamento familiare. Ancora, alcuni autori sostengono che non ci si possa limitare a spiegare i maltrattamenti unicamente come conseguenza di determinate esperienze psichiche vissute dal genitore. E’ in questa direzione che risulta più coerente il modello transazionale di Sameroff e Chandler*, adottato dalla psicopatologia evolutiva, il quale prende in considerazione le molteplici transazioni tra forze ambientali e caratteristiche dei genitori e dei bambini, quali contributi dinamici e reciproci agli eventi e agli esiti evolutivi del bambino e del genitore.

Secondo uno degli assunti fondamentali di questa concezione, i bambini nel contesto della famiglia si trovano a rispondere alla loro situazione con una serie di adattamenti. Ogni persona si adeguerà a una determinata situazione a seconda dei propri bisogni e delle proprie motivazioni. I bambini hanno una capacità particolarmente elevata di adattarsi nel miglior modo possibile, in una prospettiva a breve termine, trascurando o non essendo in grado di padroneggiare le conseguenze future (ad esempio compiacere ai desideri del genitore abusante piuttosto che sottrarsi alle richieste). Per avere successo le cure genitoriali devono, in primo luogo, evitare che si stabiliscano modalità di adattamento dannose e, secondariamente, favorire modalità dalle quali possa derivare uno sviluppo delle competenze del bambino. In quest’ottica il fenomeno del maltrattamento intrafamiliare, viene considerato come espressione di una sottostante disfunzione del sistema genitore-bambinoambiente, piuttosto che come semplice risultato di tratti anormali dei genitori, di stress ambientale o di caratteristiche devianti del bambino. Importante diventa la definizione generale di abuso; una delle prime formulazioni, quella del IV Colloquio di Strasburgo del Consiglio d’Europa nell’81 recita : “per abuso deve intendersi quell’insieme di atti e carenze che turbano gravemente il bambino attentando alla sua integrità corporea e al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono: la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino.” Si è passati poi ad una definizione più ampia ed ispirata alla “Convenzione dei diritti dei minori”, frutto del contributo di 43 paesi e di enti come l’UNICEF, UNESCO,OMS, e Croce Rossa, approvata dalla Assemblea generale dell’ONU e ratificata anche dall’Italia nel 1991. In essa si fa riferimento al “danno o abuso fisico o mentale, trascuratezza o trattamento negligente, al maltrattamento, alle diverse forme di sfruttamento e abuso sessuale intese come induzione o coercizione di un bambino/a in attività sessuale illegale, lo sfruttamento nella prostituzione o in altre pratiche sessuali illegali, lo sfruttamento in spettacoli e materiali pornografici,torture o ad altre forme di trattamento o punizioni crudeli, inumane o degradanti, allo sfruttamento economico e al coinvolgimento in lavori rischiosi.” Mi sembra opportuno evidenziare come sia indubbia una sostanziale differenza tra paesi occidentali, dove la focalizzazione prevalente è sulle forme di violenza intrafamiliari, e quelli “in via di sviluppo” dove emergono rilevanti problematiche sociali e culturali che inducono a rivolgere l’attenzione all’abuso extrafamiliare.

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