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Ciro Ascione, giallo a Napoli, 16enne trovato morto sui binari: si indaga

Si è registrata una vera tragedia lungo i binari della linea ferroviaria che collega a Napoli con nell’hinterland, Dove è stato ritrovato il corpo senza vita di Ciro Ascione. Si tratta di un giovane ragazzo di soli 16 anni di cui non si aveva più traccia dallo scorso sabato e ritrovato Come già detto nella giornata di ieri lungo i binari della linea ferroviaria che collega la città di Napoli con l’hinterland. Il giovane residente ad Arzano assieme alla sua famiglia, pare stesse rientrando a casa dopo avere trascorso l’intera giornata con la fidanzata, ma dopo avere chiamato la madre ed averla avvisata del suo rientro, sarebbe completamente svanito nel nulla. Nel pomeriggio di sabato il giovane aveva incontrato in via Toledo a Napoli la fidanzatina e l’avrebbe salutata intorno alle 20:45 e poi si sarebbe fiondato in metro per raggiungere la stazione centrale.

Proprio lì le telecamere lo hanno ripreso mentre correva sulla banchina per prendere il treno che avrebbe dovuto condurlo fino a Casoria e quella è l’ultima immagine di Ciro vivo. Le richerche sarebbero praticamente partite sin da subito e gli inquirenti avrebbero visionato tutti i video registrati dalle telecamere di videosorveglianza della metropolitana e della Stazione che avevano ripreso il giovane solamente fino a Piazza Garibaldi, non dando la conferma che potesse essere salito sul treno per tornare a casa.

Nel pomeriggio di Martedì sarebbe stato ritrovato però il corpo del giovane lungo i binari confermando che effettivamente Su quel treno Ciro c’era salito. E mistero sul come Ciro Sia riuscito ad uscire dal treno e come abbia fatto a cadere da un treno in corsa. Secondo gli inquirenti Ciro sarebbe stato vittima di un incidente, è questa al momento l’ipotesi più probabile riguardo la morte del giovane ragazzo. Ovviamente gli inquirenti non escludono anche altre ipotesi e stanno per questo facendo delle ulteriori verifiche e approfondimenti. Non riescono a darsi pace i genitori di Ciro e più nello specifico Salvatore Ascione il padre che nel pomeriggio di ieri ha sostenuto lì l’ipotesi di un omicidio. Proprio nel pomeriggio di ieri Salvatore Ascione avrebbe riferito che a suo dire il figlio è stato lanciato dal finestrino del treno.

“Dicono che mio figlio si è lanciato dal finestrino. Mio figlio non era un ragazzo che aveva dei problemi. Ciro non aveva nessun motivo per suicidarsi. Aveva preso il treno per tornare a casa. Lungo la tratta è stato lanciato dal finestrino..“, ha aggiunto ancora Salvatore Ascione. “Non riusciamo a spiegarci cosa sia potuto accadere i genitori conoscevano bene anche tutti gli amichetti di Ciro, poi non sappiamo se abbia fatto altre amicizie; di certo, se ha conosciuto altri ragazzi, non ce lo ha detto. Ma comunque non ha mai detto di avere problemi con altri ragazzi”, dichiara Marco C., zio di Ciro.

Attraverso le analisi dei video ripresi dalle telecamere di sorveglianza della Stazione Centrale, gli inquirenti hanno accertato che Ciro dopo essere uscito dal metrò ha imboccato la galleria Garibaldi. E qui si sono perse le sue tracce: non sarebbe mai arrivato al marciapiede di partenza del treno locale per Casoria. Il ragazzino non comparirebbe nelle immagini riprese dalle tre telecamere di video sorveglianza della banchina dalla quale è partito il convoglio. Cosa è accaduto in quei pochi minuti che sono trascorsi dall’uscita dalla metropolitana all’ultima immagine ripresa mentre percorreva la galleria Garibaldi, resta al momento la chiave di volta per chiarire la tragica fine di un ragazzino per bene.

La morte violenta di un individuo può essere imputata alle seguenti tre cause: omicidio, suicidio, incidente. A tal riguardo risulta emblematico l’acronimo inglese “NASH” (natural, accident, suicide, homicide) che, utilizzato in una accezione più generale, indica la totalità dei motivi per i quali possiamo morire.1 Spesso, da un punto di vista medico legale, l’eziopatogenesi relativa alla morte di un individuo appare evidente anche se non altrettanto possono esserlo i motivi del decesso.

In tal senso, nell’ambito delle investigazioni retrospettive da svolgere nei casi di suicidio o di morte sospetta, risultano di fondamentale importanza i seguenti concetti chiave: la diagnosi clinica della morte; le cause, intese come l’evento/i che hanno generato le condizioni cliniche (es. incidente automobilistico, colpo di pistola alla tempia ecc.) ed i motivi, riconducibili alle circostanze che hanno determinato le cause della morte. Questi possono essere naturali, accidentali, riconducibili a suicidio od omicidio. In ambito investigativo, al fine di ridurre i margini di errore nell’ipotizzare i motivi della morte di un individuo, l’Autopsia Psicologica sembra essere, ad oggi, la tecnica di indagine più raffinata. Questa consiste nella ricostruzione retrospettiva della vita di una persona scomparsa per individuare aspetti che ne rivelino le intenzioni rispetto alla propria morte, indizi sulla tipologia del decesso, sull’eventuale grado di partecipazione alle dinamiche dello stesso e a fornire ipotesi circa i motivi per i quali la morte è avvenuta in quel dato momento.

Tale tecnica si realizza in ambito investigativo, forense e di ricerca ed è il risultato di un lavoro di individuazione, raccolta ed analisi interdisciplinare di tutte le informazioni derivanti dalla scena del crimine, dalle scienze forensi nonché dalle testimonianze delle persone più significative nella vita della vittima, al fine di elaborare una valutazione approfondita delle sue condizioni psichiche e fisiche al momento del decesso. La presente ricerca nasce dai risultati forniti da numerosi studi scientifici in merito alla la notevole sottostima del numero di vittime che si sono suicidate (Cazzullo 1987; Wilson E.F. 1998, Hollander 1983, Di Nunno N., 2002). In tale ottica l’Autopsia psicologica appare oggi lo strumento maggiormente in grado di ridurre i margini di errore nello stabilire le effettive cause di morte nei casi equivoci o sospetti. L’accertamento dell’effettiva causa di morte di un individuo, oltre alla necessità di rendere giustizia alla vittima e alla società, risponde ad importanti esigenze di carattere epidemiologico e preventive. L’accurata determinazione della morte di un individuo per suicidio è infatti essenziale per identificare gruppi di popolazione a rischio e relativi programmi preventivi e di intervento. Si potrebbero inoltre comprendere maggiormente i fattori di rischio e le relative cause nonché i prodromi o segnali anticipatori dell’atto suicidario.

Malgrado alcuni studi condotti utilizzando tale strumento, in Italia non esiste allo stato attuale un protocollo standardizzato di Autopsia Psicologica, da utilizzare per la raccolta delle informazioni fornite da tutti i 7 possibili attori che, direttamente o indirettamente, possono indicare elementi rilevanti per la ricostruzione del vissuto della vittima, l’individuazione dei tratti caratteristici di personalità, lo stile di vita, le relazioni interpersonali ed i singoli possibili dettagli significativi per una maggiore comprensione dell’accaduto. Alla luce di quanto sopra esposto, obiettivi della presente ricerca esplorativa sarebbero l’individuazione delle necessità investigative relative ai casi di suicidio e morti equivoche e l’elaborazione di una ipotesi di protocollo di Autopsia Psicologica.

L’investigazione è la ricerca meticolosa di elementi utili all’accertamento della verità. Costituisce quindi il percorso necessario per giungere ad una risposta attendibile all’interrogativo posto, per realizzare una corretta ricostruzione storica, per trovare riscontri ad un sospetto o verificarne l’infondatezza. Il bravo investigatore è quello che si accosta con umiltà e curiosità al teatro operativo e raccogliere accuratamente e pazientemente ogni possibile dato, consapevole di non essere in grado, in quel momento, di riconoscere ciò che gli servirà e di separarlo dal superfluo. Il grande investigatore dubita il dubbio costituisce il motore della sua ricerca. Ecco un primo punto su cui fermare l’attenzione: l’istinto. L’ istinto fornisce un formidabile supporto all’ investigazione. pur non sottovalutando, perciò, la prima impressione, le armi vincenti dell’investigatore sono soprattutto l’analisi scrupolosa delle informazioni acquisite e la capacità di sviluppare, ogni volta, un processo logico e razionale sottoponendolo a rigorosi controlli. Ogni processo logico, infatti, può considerarsi corretto se verificabile e quindi modificabile, perché solo attraverso un percorso di progressiva autocorrezione l’investigatore può gradualmente avvicinarsi alla verità. Altro rischio per l’investigatore viene dai pregiudizi. Il comportamento di ciascuno di noi subisce l’influenza del pregiudizio, il cui uso, frequentemente non intenzionale, costituisce soltanto un modo per semplificare la personale visione del mondo. Tuttavia, quando lo stesso pregiudizio impedisce di riconoscere le differenze individuali in una classe di persone, allora diventa inadeguato potenzialmente pericoloso. La stessa intuizione investigativa presenta seri margini di insidia quando non è immediatamente integrata e supportata da un adeguato processo logico. alla verità ci accompagnano soltanto umiltà, equilibrio e capacità di raccolta, di elaborazione, di severa analisi dei dati. Partiamo con il ribadire la necessità di contenere il più possibile istinti e intuizioni, dando invece spazio ad un processo logico severo e rigoroso. Secondo la logica razionale i modi classici del ragionamento sono il tipo induttivo è il tipo deduttivo. L’induzione è quel tipo di ragionamento che, partendo dall’esperienza, evidenza ciò che è vero per alcuni casi e lo estende statisticamente a tutti i casi. Il processo induttivo non porterà mai alla certezza, ma aumenterà statisticamente il suo valore di verità man mano che conferme arriveranno da ulteriori esperienze. la deduzione è il procedimento opposto. Parte, cioè, da una premessa già totale e ne ricava conclusioni. È evidente che la deduzione funzionerebbe nell’ investigazione solo se chi svolge un’indagine avesse, nella premessa, una totalità dispiegata di casi, ma ciò non accade mai e dovrà soccorrere allora il ragionamento induttivo. Senonché anche l’induzione non funzionerebbe se presa da sola, perché ha bisogno, a monte, di una serie di ipotesi plausibili; una serie di possibilità da sottoporre a verifica; solo dopo l’investigazione potrà ricorrere all’induzione, una volta che sarà stato stabilito il campo di probabilità entro le quali è ragionevole aspettarsi che si trovi la causa del fenomeno indagato. È quindi l’intelligenza umana che dovrà stabilire che cosa è plausibile, che cos’è ragionevole, che cos’è probabile e ci riuscirà con un ragionamento che Pierce definisce Abduttivo. Se l’induzione costituisce la verifica della ricerca investigativa l’abduzione ne rappresenta le fondamenta. Essa è la capacità di avanzare ipotesi plausibili, istanze probabili. Presuppone uno stato di cose antecedente non osservabile che spiega uno stato di cose presente osservabile. Le conclusioni cui si perviene non sono definitive e aprono la strada a nuove ricerche e a nuove conclusioni secondo il modello di approssimazione progressiva alla verità che caratterizza la ricerca investigativa di investigazione. L’investigatore quindi è chiamato soprattutto ragionare e poi, naturalmente, ad avviare tempestivamente le azioni conseguenti.

Quali sono queste azioni? Alcune “mosse” sono codificate e vincolate a specifiche procedure (ad esempio l’intercettazione telefonica); altre sono “a schema libero” (il pedinamento o l’osservazione); altre ancora, pur non avendo il preciso riferimento normativo dei cosiddetti atti tipici della polizia giudiziaria, hanno comunque bisogno dell’autorizzazione del magistrato(è il caso dell’esame dei tabulati contengono i dati del traffico telefonico). Le prime sono naturalmente un numero determinato; tutte le altre sono quante riuscirà a produrne la creatività di chi indaga. Di fondamentale importanza si rivelerà per l’investigatore la scelta dei tempi per ciascuna. Non esiste, di massima, un’iniziativa migliore di un’altra, esiste invece l’esigenza di operare nel complessivo disegno investigativo un’intelligente scelta della mossa di volta in volta ritenuta più opportuna. La scelta terrà conto di vari fattori: della necessità, o meno, dell’investigatore di operare all’insaputa del soggetto; delle condizioni ambientali eccetera… Per prima cosa la scelta dovrà essere coerente con il corso investigativo che è stato intrapreso e con l’obiettivo cui tende l’ipotesi di lavoro che si vuol verificare. È un lavoro di pazienza; l’investigatore deve attentamente e diligentemente scegliere quali azioni svolgere e in quale sequenza. Molta pazienza ed altrettanta determinazione verso l’obiettivo. L’investigazione richiede fermezza e dedizione assoluta. L’investigatore deve approfondire con cura la parte dell’ordinamento giuridico che più direttamente riguarda l’indagine. Dovrà operare, infine, nella più assoluta trasparenza; guidato da un unico faro: l’amore per la verità che è sempre una sola e non trattabile. L’investigazione può avere anche finalità soltanto preventive ed essere condotto fuori dal processo penale. Scopo dell’ investigazione preventiva è la conoscenza delle abitudini, del tenore di vita, delle relazioni interpersonali, dei comportamenti di una persona o delle dinamiche, delle caratteristiche, della forza, dei punti di vulnerabilità di un fenomeno criminale. L’indagine preventiva ha obiettivi ambiziosi concreti: rilevare l’attualità della pericolosità di un soggetto o di un gruppo significa poter dare adeguata priorità agli interventi che possono scongiurare fatti criminali. La capacità di agire in prevenzione riduce la necessità di riparare al danno agendo in repressione. La principale risposta in termini sanzionatori alla pericolosità sociale è costituita dalle misure di prevenzione che rappresentano anche uno dei più significativi e misurabili frutti dell’ investigazione preventiva. Anche se la condotta del soggetto non dà luogo ad alcun rilievo penale, le indagini possono consentire di formulare un giudizio probabilistico sulla sua capacità di delinquere o comunque di costituire un elemento di turbativa dell’ordine e della sicurezza pubblica. L’investigatore procede all’attento esame delle informazioni che emergono dagli atti di ufficio sulla personalità e sui comportamenti di un soggetto, integrato da accertamenti sul campo dai quali può emergere una valutazione di attualità della pericolosità del soggetto. Avvia, allora, le procedure per proporre l’adozione da parte dell’autorità amministrativo giudiziaria di una delle misure previste dalla legge ritenuta adeguata al livello di pericolosità accertato. Altro interessante campo di investigazione preventiva e l’attività di intelligence sulla criminalità organizzata, affidata agli investigatori che operano all’interno di organismi specializzati oltre che ai servizi di informazione. Ma un terreno sul quale oggi la prevenzione misura tutta la sua efficacia è quello della lotta al terrorismo internazionale di matrice religiosa. La base di ogni investigazione è costituita da informazioni con natura, provenienza e grado di attendibilità diversificati. L’investigazione, d’altronde, altro non è che la ricostruzione di comportamenti umani e gli stessi comportamenti originano informazioni le quali ne esplicitano i contenuti. Tuttavia, un insieme indifferenziato di informazioni complica le investigazioni. Dunque, è auspicabile analizzare non un’acritica raccolta di dati, ma una ponderata sistematizzazione degli stessi. È indubbio che lo sviluppo della tecnologia abbia semplificato il lavoro di catalogazione e, conseguentemente, di recupero delle informazioni, ma questa facilità spesso induce a ritenere che nella sola acquisizione del maggior numero di dati risieda automaticamente la risoluzione del caso proposto. In alcune circostanze, una generica ed indiscriminata acquisizione di dati può dissimulare l’incapacità di meglio indirizzare le indagini. Deve esistere, dunque, una sapienza investigativa che li governa e li indirizza. I dati, quindi, devono essere analizzati, contestualizzati, vagliati ed interpretati per arrivare ad un’attenta e corretta comprensione, organizzazione e valutazione globale. Alla base dell’informazione sta, quindi: – la notizia, cioè il fatto; – l’informazione: astrazione del fatto notizia che implica una prima serie di valutazioni in termini di attendibilità nell’alveo spazio-temporale, di credibilità in relazione alla fonte matrice, di probabilità e verosimiglianza parametrate al reale e di possibilità di conferma che, se positivo, ne aumenta la valenza; – la fonte: il canale informativo produttore che, seguendo una consolidata terminologia schematica anglosassone adattata alla specificità dell’attività di polizia può essere di natura: o umana (HUMINT) teste, persona informata sui fatti, ovvero informatore; o mediatica (OSINT) notizie tratte dalla stampa, dalla pubblicistica, dei telegiornali, dai documentari, da Internet o da tutti i media in genere; o tecnologica (ELINT – elettronica; IMINT – fotografica; TECHINT – cibernetico informatica; SIGINT – monitoraggio di canali di comunicazione, intercettazioni telefoniche e/o ambientali) previo provvedimento autorizzato dalla magistratura. L’attività della raccolta di tutte le informazioni disponibili e attività di intelligence. È sempre indispensabile comunque l’ausilio del buon senso.

Le fonti delle informazioni gli archivi di polizia. l’archivio rappresenta lo strumento principe, è nell’archivio che si impara leggere un fascicolo. L’investigatore ha bisogno ancora oggi di questo tipo di approccio. Sono mutati gli strumenti non lo spirito che deve animare l’investigatore. gli archivi elettronici di polizia. L’archivio cartaceo è stato progressivamente affiancato da database; il centro elaborazione dati CED, del Ministero dell’Interno, rappresenta l’antesignano di questa nuova generazione di archivi. Oggi il CED interforze è un sistema integrato composto dai centri di ciascuna delle forze di polizia in cui le risorse informatiche acquisite dalle rispettive articolazioni centrali e periferiche danno vita ad un unicum indistinto. A partire dal 1997 si è assistito ad una profonda riforma che è culminata con l’attuazione di un nuovo modello informatico denominato sistema di indagine SDI che fornisce il supporto all’attività operativa ed investigativa ed impone a tutti gli uffici delle forze di polizia un aggiornamento in tempo reale dei dati previsti. Lo SDI ha un approccio di tipo eventocentrico imperniato,cioè sul fatto. Il sistema, così realizzato, consente: – la gestione della totalità delle informazioni relative ai fatti criminosi di interesse per la banca dati; – l’ampliamento delle informazioni sui soggetti; – l’estensione delle informazioni di dettaglio sugli oggetti; – la massima integrazione tra i dati mediante la gestione di un’unica anagrafica su soggetti ed oggetti (con SDI è possibile accedere e visualizzare la totalità delle informazioni sul soggetto sull’oggetto presenti in banca dati); – la gestione delle correlazioni tra fatti, soggetti ed oggetti (questo aspetto costituisce uno dei punti più importanti e qualificanti del progetto SDI, in quanto permette di poter correlare le informazioni in maniera automatica). lo SDI organizza i dati secondo strutture di tipo relazionale. Tale soluzione è stata adottata per rispondere alle esigenze di utenti impegnati in diverse ed eterogenee macroattività quali: – quella operativa (necessità di avere a disposizione uno strumento semplice ed affidabile che sia in qualsiasi frangente in grado di rispondere alle richieste in modo rapido e sintetico); -quella investigativa ove gli operatori richiedono un sistema in grado di integrare e correlare informazioni per successivi sviluppi investigativi); – quella statistica (un maggior contenuto informativo strutturato in maniera da consentire maggiori livelli di dettaglio ed una migliore articolazione). Un naturale sviluppo dello SDI è costituito poi dalla MIPG/Web. Questo MIPG (modello di indagine di polizia giudiziaria) è stato ideato per fornire un adeguato supporto all’attività svolta nella prevenzione e nella repressione dei fenomeni criminali. Trattandosi di database che archiviano informazioni riguardanti la sfera privata di molti cittadini è previsto un rigido sistema di controllo e di accesso ai dati. Il controllo sul CED è ora esercitato dal garante per la protezione dei dati personali (il cosiddetto garante per la privacy) e i dati e le informazioni ivi conservati possono essere utilizzati in procedimenti giudiziari ed amministrativi soltanto attraverso l’acquisizione delle fonti originarie. L’investigatore e la privacy hanno un rapporto con diversi interessi in gioco, spesso contrapposti: da una parte, si vuole tutelare il diritto all’oblio, mentre dall’altro, si ha necessità di acquisire informazioni. La difesa della privacy si deve sostanziare in una corretta regolamentazione delle procedure di

raccolta e d’accesso ai dati. La tutela della sfera personale, perché sia veramente tale, deve realizzarsi per la riaffermazione della giustizia e non già in ostacolo alla giustizia. Le fonti aperte. all’universo conosciuto della classificazione del database dell’archivio si aggiunge il pianeta dei media: stampa, televisione, pubblicazioni in rete e Internet. Il mondo delle fonti aperte, dei documenti di libera consultazione accessibile a chiunque, intellegibili da tutti, ma sfruttabili ai propri fini solo da investigatori pazienti, attenti e soprattutto disposti ad utilizzare le categorie di selezione più rigorose, alla ricerca di un’informazione banale solo in apparenza. È proprio il momento dell’analisi della notizia, della verifica del possibile riscontro che trasforma l’informazione in conoscenza e che costituisce un passaggio di base nel processo di intelligence da cui si possono e si devono articolare tutti gli altri elementi indispensabili per arrivare a quella sola ed unica verità dell’indagine. L’analisi delle notizie costituisce oggi un’attività para investigativa fondamentale; le fonti aperte, se correttamente interpretate, possono consentire costruzioni di scenari, possono fornire conferme indirette di informazioni non ancora note. Nel sistema comunicazione informazione è insito il rischio di trovarsi di fronte a fenomeni di disinformazione, di propaganda, se non addirittura di vera controinformazione. – La disinformazione consiste nel miscelare abilmente notizie vere, verosimili, incomplete, parzialmente vere o del tutto false, ricorrendo ad entrambe le categorie concettuali dell’inganno, cioè la dissimulazione e la simulazione; – Le dinamiche della propaganda si esprimono presentando solo un aspetto di una realtà vera, enfatizzando, sottolineando e rendendolo aderente all’ideologia o allo scopo-motore, in modo da raggiungere il fine ultimo della persuasione senza apparente alterazione dei fatti; – La controinformazione, infine, si presenta come l’informazione per eccellenza. Ha pretese di verità e si pone in primis come alternativa di libertà, scevra da quegli oneri mediatici dei finanziamenti e dalle pressioni dei poteri forti e delle lobbies editoriali. L’esempio più attuale di controinformazione autogestita in rete è costituito dal fenomeno Blog. Lo schema classico dello scambio delle informazioni può sintetizzare gli elementi essenziali della comunicazione nella formula: emittente, canale di comunicazione-messaggio, ricevente. La vera rivoluzione nel mondo delle fonti aperte è nata con la diffusione di Internet. Un flusso continuo globale di notizie alimentato da una fitta rete di produttori utenti. Anche l’investigatore deve adeguare il proprio bagaglio professionale; il Web è anche un luogo in cui si commettono nuovi reati. In ambito cyber-investigativo, un ruolo degli decisivo è stato assunto dalla polizia delle comunicazioni che è divenuto un efficace presidio di legalità nel mondo delle comunicazioni in generale ed Internet in particolare Le fonti riservate L’investigatore ha nel proprio armamentario varie fonti informative. Con la nascita dello stato moderno si è affermata l’esigenza di tutelare la sicurezza dello Stato attraverso una serie di schemi e procedure che la ponessero al riparo da possibili vulnera. In tale prospettiva la sicurezza dello Stato si realizza attraverso la predisposizione di appropriate norme e procedure organizzative volte a garantire la completa e continua tutela delle notizie, di documenti e dei materiali alla stessa afferenti che debbano rimanere segreti o di vietata divulgazione. Si tratta di materiale la cui non corretta divulgazione può arrecare un pregiudizio di intensità diversificata alle istituzioni del nostro paese. Dunque appare immediata la percezione come i documenti classificati non siano direttamente spendibili sul versante investigativo. Non è frequente, però, che gli organi investigativi ricevano documenti riservati; in questo caso le informazioni potranno essere utilizzate come spunto per successivi ulteriori accertamenti. Si potrà utilizzare anche in sede processuale lo stesso documento classificato, qualora si provveda alla sua preventiva declassificazione. Sarebbe auspicabile che vi fosse un attento vaglio prima di conferire ad un’informazione un livello qualsiasi di segretezza, onde evitarne un ingiustificato mancato utilizzo sul piano investigativo, o una postuma macchinosa procedura di declassifica. I servizi di informazione Circa trent’anni, fa all’esito di una crisi che coinvolge settore dei servizi segreti nazionali, ne vennero riformulati la costituzione l’ordinamento. Furono istituiti due servizi: – sismi, per assolvere a tutti i compiti informativi di sicurezza per la difesa sul piano militare, dell’indipendenza dell’integrità nello Stato da ogni pericolo minaccia ed aggressione, nonché compiti di controspionaggio; – il Sisde, per assolvere tutti compiti informativi di sicurezza per la difesa dello Stato democratico e delle istituzioni poste dalla costituzione a suo fondamento contro chiunque vi attenti, contro ogni forma di eversione. Questa Struttura binaria fu compensata da un comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza (Censis) e, sempre secondo la legge del 24 ottobre 1977 numero 801 articolo nove, tutti gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria debbono fornire ogni possibile cooperazione agli agenti dei servizi. Di converso, i servizi forniscono informazioni agli organi investigativi per il contrasto di ogni forma criminale. Un quadro apparentemente armonico, ma il codice di procedura penale non sembra poi pensarla alla stessa maniera e, laddove affronta i mezzi di prova, all’articolo 203, nel salvaguardare le fonti degli ufficiali degli agenti di polizia giudiziaria, nonché il personale dei servizi, specifica che le informazioni fornite da queste, qualora non siano esaminate come testimoni, non possono essere acquisite ne utilizza. Un limite di non poco conto. All’indomani di tragici fatti dell’11 settembre 2001 apparve tutti chiaro che ognuna delle 13 agenzie interessate disponeva di un’informazione parziale, non in grado da sola di farcomprendere ciò che si stava preparando e che, condividendo le informazioni, sarebbero stati in grado di contenere e, conseguentemente, di bloccare quegli eventi terroristici. In Italia, nel maggio del 2004, il Ministero dell’Interno ha creato un comitato permanente denominato CASA in cui ci sono qualificati rappresentanti della polizia di Stato, dell’arma dei carabinieri, del sismi e del Sisde. Nello specifico, il comitato svolge compiti di analisi e valutazione delle notizie di particolare rilievo sul terrorismo interno internazionale pervenute al Dipartimento della polizia di Stato, allo scopo primario, una volta verificata l’attendibilità della concretezza della minaccia, di consentire a quest’ultimo l’attivazione delle necessarie misure di prevenzione. Il comitato si è rivelato un ottimo strumento che da la possibilità di confrontarsi e, conseguentemente, di effettuare un’immediata e puntuale disamina delle varie notizie, attivando le articolazioni periferiche dei rispettivi enti o, in caso contrario, evitandole una inutile diffusione. L’informatore una fonte di informazioni tanto antica quanto amata dall’investigatore perciò assai diffusa all’interno del mondo dell’indagine è costituita dal cosiddetto confidente. È confidente colui che fornisce informalmente elementi che asserisce essere utili all’indagine. Le sue affermazioni non devono dunque essere documentate dall’investigatore in un verbale, limitandosi a costituire un contributo informativo non utilizzabile quale fonte di prova nel processo. A consacrarne l’esistenza e la piena legalità è l’articolo 203 del codice di procedura penale nella parte in cui stabilisce che il giudice non può obbligare gli ufficiali degli agenti di polizia giudiziaria, nonché il personale dipendente dei servizi per la sicurezza militare o democratica a rivelare i nomi dei loro informatore. Il più delle volte, il confidente non è uno stinco di santo, e questa circostanza spiegherebbe già da sola la complessità della delicatezza del rapporto cui è chiamato. Un utile informatore esercita grande suggestione sull’investigatore che intravede la possibilità di un’allettante scorciatoia negli impervi meandri dell’indagine. Fermiamo l’attenzione sul momento del primo incontro con informatore. Un arresto, un accompagnamento dell’ufficio di polizia, una perquisizione, la notifica di un atto giudiziario, di una misura di prevenzione, possono essere l’occasione dell’incontro. L’ Investigatore è alla costante ricerca di notizia e non fa mistero. Il potenziale confidente lo sa bene e cerca di entrare in sintonia. È un rituale delicato che poggia su equilibri fragili. È un legame forte tra persone che verranno a cementare intorno quel segreto una crescente reciproca fiducia o la vedranno sgretolarsi. Perché lo fa si chiederà l’investigatore. Capire perché lo fa è importante per l’investigatore che non ha la possibilità di seguire ogni spunto investigativo con la stessa determinazione e deve quindi fare una selezione a monte. La fiducia nella propria fonte diventa precondizione per un impiego investigativo senza risparmio. Il confidente non vuol sentirsi tale, non essere percepito come tale. Confidente, nel mondo nel mondo della malavita, sta per traditore, infame, vigliacco. L’Investigatore lo sa ed agisce di conseguenza. Con molte precauzioni avvierà la proposta di collaborazione per realizzare l’obiettivo. Attenderà pazientemente il momento giusto. Accelerare, forzare i tempi, può significare rovinare tutto il rapporto con il confidente. Segreto. L’investigatore deve saper mantenere il segreto. Il mondo cui appartiene è abituato a gestire materia riservata, ma non sempre del tutto impermeabile.Rivelerà perciò al proprio superiore l’avvio di un rapporto di collaborazione con una fonte e ne illustrerà le potenzialità operative, i rischi per l’incolumità personale propria della fonte, le precauzioni che intende adottare per i successivi incontri, gli eventuali elementi critici, l’eventuale richiesta di danaro dall’utilità avanzata. Sarà opportuno che l’investigatore accompagni la relazione orale con una nota scritta. Verrà adottata ogni possibile precauzione per garantire riservatezza nei successivi incontri. In particolare deve essere subito chiaro quale sia la contropartita pretesa dal confidente e che la stessa venga corrisposta solo ad operazione conclusasi positivamente, senza possibilità di un’anticipazione di parte della somma pattuita. Il confidente non sempre si propone o fa trasparire la sua disponibilità. Momento di difficoltà economica, una crisi d’identità, il bisogno di essere compresi, la vendetta, sono solo alcune delle molle che a volte determinano un’integerrimo militante, un incallito criminale a fare il salto. Bisogna saperle cogliere o coltivare con instancabile pazienza.

L’anonimo l’anonimo ha in sé una carica di disvalore etico che anche l’ordinamento recepisce, ostracizzandone ogni effetto dal procedimento penale e, a maggior ragione, dal processo. L’anonimo è una segnalazione verbale con la quale una persona non identificata fornisce informazioni. In esso, spesso, traspaiono intenti calunniatori o diffamatori o intenti maniacali dei più disparati. Non sempre, però, alla base dell’anonimo sussistono motivazioni moralmente riprovevoli. La paura di ritorsioni, il timore di essere travolto da una giustizia che a volte appare macchinosa e non sempre rispettosa di testimoni, sconsigliano molte persone dal rendere pubblicamente la loro testimonianza.

Ciò, al contrario, deve essere interpretato come una richiesta di aiuto e come uno strenuo tentativo di denunciare un torto subito o di far punire i colpevoli. Tutto deve essere vagliato e contestualizzato L’agente sotto copertura l’agente sotto copertura rappresenta la forma più avanzata della penetrazione informativa. Il panorama criminale offre alcune manifestazioni caratterizzate da elevati livelli di impermeabilità non altrimenti violabili, se non attraverso l’inserimento di soggetti che, dall’interno, né individuino le attività ed i partecipi ai fini di una successiva incriminazione. Negli anni novanta l’infiltrazione era affidata la figura dell’agente provocatore, frutto di una interpretazione giurisprudenziale della causa di giustificazione. In tale costruzione, la non punibilità dell’agente era riferita al carattere indiretto, marginale, del suo intervento nella fase ideativa ed esecutiva del fatto reato. In buona sostanza, la sua attività, per essere non penalmente rilevante, si doveva estrinsecare nel controllare, osservare, e contenere l’azione illecita.

Il legislatore ha introdotto una causa di giustificazione speciale: i presupposti posseggono lo schema di esimente dell’articolo 51 del codice penale: l’adempimento di tutte le varie fattispecie previste; e ricorrono uniformi limitazioni. Tali limitazioni si sostanziano nella: – natura speciale della scriminante, applicabile esclusivamente ad appartenenti alla polizia giudiziaria facenti capo all’unità specializzate o agli ausiliari di cui i predetti si siano avvalsi; – nella necessità che l’operazione sia eseguita nell’ambito di un’investigazione più ampia e sia autorizzata da ben individuate autorità; – nella stretta interdipendenza tra la condotta dell’opera e l’obiettivo dell’acquisizione di elementi di prova. ipotesi specifiche delle originarie fattispecie, sono tuttora vigenti: – per i reati in materia di stupefacenti: gli ufficiali di polizia giudiziaria non sono punibili allorquando, al solo fine di acquisire elementi di prova, acquistano, ricevono, sostituiscono od occultano sostanze stupefacenti o psicotrope o compiono attività prodromiche e strumentali; – per i reati in materia sessuale: il quale rende possibile, al solo fine di acquisire elementi di prova, detenzione di materiale pornografico minorile, di acquistare, in maniera simulata, materiale pornografico, consentirne la relativa attività di intermediazione.

La norma permette, altresì, la partecipazione ad iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile. E lo stesso articolo, al comma due, estende la possibilità di attività sotto copertura a personale specializzato della polizia delle comunicazioni. Taleattività under cover può estrinsecarsi nell’attività nell’attivare siti di reti, realizzare e gestire aree di comunicazione e di scambio su reti o sistemi telematici. Per le restanti fattispecie la materia trova uniforme trattazione nel richiamato articolo 9. Quando è necessario per acquisire rilevanti elementi probatori, ovvero per l’individuazione o la cattura dei responsabili dei delitti gli ufficiali di polizia giudiziaria, nell’ambito delle rispettive attribuzioni, possono omettere o ritardare gli atti di propria competenza, dandone immediata avviso, anche oralmente, al pubblico ministero e provvedono a trasmettere allo stesso motivato rapporto nelle successive 48 ore. Per gli stessi motivi il pubblico ministero può ritardare l’esecuzione dei provvedimenti che applicano una misura cautelare.

Il pubblico ministero impartisce alla polizia giudiziaria le disposizioni necessarie al controllo degli sviluppi dell’attività criminosa. Chiunque nel corso delle operazioni indebitamente rivela, ovvero divulghi i nomi degli ufficiali di polizia giudiziaria che effettuano le operazioni stesse è punito con la reclusione da due a sei anni. Requisiti dell’attività under cover. Si danno alcune raccomandazioni: – non operare in maniera estemporanea: un’operazione sotto copertura non può essere frutto di improvvisazioni, di scelta avventata. Va preparata nei minimi particolari. Per questo tipo di operazione vale il principio secondo il quale la tecnica investigativa dev’essere sempre proporzionata gli interessi lesi, alle risorse a disposizione e al risultato che si deve conseguire; – precisare gli obiettivi da raggiungere al fine di non essere distratti da eventuali successi intermedi.

La positiva riuscita di un’attività di questo tipo è legata anche la capacità dell’operatore di gestire al meglio gli imprevisti. L’accertamento dei reati che all’attività sotto copertura intendeva seguire, l’individuazione dei soggetti che li pongono in essere rappresentano gli obiettivi primari. Eventuali fattispecie di reato diverse non dovranno costituire motivo di distrazione per l’agente; – monitoraggio del contesto criminale in cui si opera: ogni attività è una storia se. In tale senso deve esistere un approfondito studio del contesto criminale in cui si opera, dei soggetti che lo popolano, delle loro storie, dei loro profili caratteriali. L’attività dovrà essere calibrata al diverso scenario criminale di riferimento. – La creazione di una identità: la falsa identità dell’agente è la chiave di volta di tutta l’attività sotto copertura. Intorno ad essa ruota la credibilità dell’operatore e la sua stessa possibilità di sopravvivenza. – definizione dei livelli di conoscenza dell’agente: lo studio del contesto criminale dev’essere il più esaustivo possibile.

Tanto più esaustivo sarà, maggiore sarà la possibilità di determinare il grado di conoscenza che l’agente dovrà manifestare a seconda del livello in cui potrà essere inserito. Sarebbe infatti sospetto il partecipe che dimostrasse una conoscenza di vicende e situazioni superiori al grado della sua collocazione all’interno dell’organizzazione. – doti fisiche, psichiche, caratteriali: l’individuazione della gente più idoneo a svolgere un’attività sotto copertura è senza dubbio l’impresa più ardua. Ogni operazione ha la sua dinamica, i suoi rischi. Ogni contesto criminale una propria specificità e, conseguentemente, difficoltà diversificate. Indubbiamente esistono delle doti essenziali quali: equilibrio, il sangue freddo, autocontrollo, la capacità di dominare le situazioni impreviste, di gestire adeguatamente lo stress. E poi, in tali situazioni, risultano essere basilari la pazienza, la capacità di improvvisazione, la tenacia. – Comprendere e ricordare: importanti risultano essere la capacità di comprendere le dinamiche criminali interne e la riferibilità delle varie fattispecie di reato per ciascuno dei partecipi individuati. – Predisposizione di una squadra di appoggio: un agente sotto copertura non può essere concepito come una monade lasciata a se stessa. Deve poter contare, in ogni momento, su una squadra di appoggio da cui potrebbe dipendere la sua stessa vita. Al riguardo è auspicabile prevedere vie di fuga che l’a dovrà utilizzare. In dette circostanze, la squadra di appoggio garantirà all’agente la necessaria copertura per rendere meno difficoltosa la sua esfiltrazione. – La segretezza dell’operazione: ulteriore condizione per il buon esito di un’attività sotto copertura è la sua blindatura rispetto a quelli che sono i soggetti che non sono immediatamente e direttamente coinvolti. –

La messa a fattore comune delle esperienze acquisite: abbiamo detto che ogni attività ha una sua genesi, un suo sviluppo, un altrettanto proprio esito. Questo, però, non può esimerci dal fare tesoro di ogni singola esperienza, sia essa positiva, negativa, e di condividerla nell’ottica di una comune crescita. Il collaboratore di giustizia e il fenomeno del pentitismo Quano si parla di collaboratori di giustizia ci si riferisce ad un soggetto che rende formalmente dichiarazioni su reati commessi e sui loro autori divenendo un’importante pedina dell’accusa nel processo. Il contributo collaborativo può riguardare persone e fatti dei quali il dichiarante abbia comunque cognizione, pur non avendo avuto un rapporto diretto con essi. Pure il collaboratore di giustizia ha un proprio disegno e motivazioni che lo spingono ad avvicinarsi all’inquirente. Non tocca certo all’investigatore approfondirlo. Chi ha militato in formazioni terroristiche o ha compiuto azioni anche cruenti in nome della propria ideologia, solitamente avvia un rapporto di collaborazione anche in conseguenza di una rielaborazione critica della propria esperienza che lo porta alla scelta di contribuire all’eliminazione di quel delirio e alla neutralizzazione dei rivoluzionari.

Per l’investigatore quello che conta è che riferisca lealmente tutto quel che sa e, soprattutto, che le sue dichiarazioni siano utili all’indagine. Come con il confidente, l’investigatore cercherà con il collaboratore un dialogo senza reticenze, finalizzato all’accertamento della verità. Non sarà facile trovare la sintonia necessaria per avviare un percorso comune, fatto di reciproca fiducia e piena convergenza di interessi. L’investigatore confida nel contributo collaborativo per arrivare a prima e più efficacemente alla verità. Il collaboratore spera di raggiungere l’obiettivo che si è prefisso. L’investigatore deve dare fiducia a chi, dopo aver violato gravemente la legge, teme ora per la propria incolumità a causa dei rapporti con il gruppo criminale di cui ha fatto parte, oppure cerca solo rifugio nel perché stanco, esausto, sfibrato da una vita che gli ha fatto conoscere stress, violenza, dolore, paura e non gli consente di regalare un futuro alle persone che gli sono state vicine. L’investigatore diventa allora l’istituzione, lo Stato, e nello Stato si può e si deve aver fiducia se non si vuole smarrire la strada della speranza. E così il soggetto si consegna all’investigatore, cui raccomanda i familiari. Il ruolo è come un’armatura dura che lo ha protetto fino ad allora. Il collaboratore, ora, è nudo.

Ha perso la propria identità. Ha urgenza di ritrovare se stesso in un ambito diverso. L’investigatore deve accompagnarlo, diventare il suo interlocutore, aiutarlo a saltare il fosso, ma deve farlo con lealtà. Essere leale significa non fargli una rappresentazione idilliaca di ciò che gli accadrà quando sarà diventato tutti gli effetti un collaboratore di giustizia. Dovrà spiegargli che sta per liberarsi di un gran peso, di una morsa che sarebbe stata probabilmente mortale per lui, ma al tempo stesso sta iniziando un percorso tutt’altro che facile, anzi, decisamente impegnativo, che coinvolge anche i familiari più cari. L’investigatore deve anche formulare una valutazione di attendibilità delle prime dichiarazioni rese dal collaboratore. Può costruire, perciò, un primo filtro e conseguentemente indirizzare il magistrato verso una rigorosa contestazione delle falsità raccontate. In ogni caso l’utilizzazione processuale delle dichiarazioni del collaboratore rispetto a quelle fornite dal confidente introduce un tema ulteriore: quello della loro valenza. Un’affermazione accusatoria comunque esplicitamente indirizzata verso una certa ricostruzione della realtà costituisce certamente un elemento informativo utile per l’investigatore, ma non fornisce un contributo processualmente determinate se non concorre con altri congruenti indizi e non è irrobustito da riscontri oggettivi. Riscotri Si tende ad affermare che una dichiarazione processualmente utile solo se trova un riscontro oggettivo (ad esempio su indicazione collaboratore viene trovato un cadavere) o soggettivo (ad esempio le dichiarazioni di altri soggetti sono analoghe).

In effetti, la materia è ben più complessa; essendo frequenti dichiarazioni che, pur veritiere, non risultano riscontrabili. Lassenza di uno specifico riscontro non rende però inutili tali dichiarazioni. L’Investigatore dovrà raccogliere con pazienza ogni informazione fornitagli nel corso degli incontri, simili a quelli che suole avere con il confidente, ma caratterizzati dalla prospettiva di verbalizzazione di ciò che viene detto e della conseguente sua utilizzazione processuale. Uso di ogni precauzione per realizzare la riservatezza dell’incontro, lealtà, rispetto della dignità dell’interlocutore, sono queste le raccomandazioni da rivolgere all’investigatore che si appresta a realizzare primi incontri con un soggetto che potrebbe diventare un collaboratore di giustizia. Nel nostro ordinamento, collaboratore è chiunque comunque fornisce un rapporto collaborativo agli inquirenti dal quale possono derivare di benefici processuali. Solo da qualche anno con la normativa è stata prevista la figura del testimone di giustizia che, non essendo implicato in vicende di criminalità, rende coraggiosamente dichiarazioni accusatorie nel processo penale dalle quali derivano le esigenze di protezione speciale. Il rapporto dell’investigatore con il testimone di giustizia deve tener conto della sua posizione processuale, diversa da quella del collaboratore, cui, frequentemente, si accompagna un diverso vissuto, una maggiore sensibilità, vulnerabilità. L’investigatore dovrà calibrare il proprio approccio di dialogo ad una situazione per certi aspetti più complessa e delicata, anche in questo caso accompagnando il difficile percorso collaborativo con altrettanta sensibilità.

L’utilità per l’indagine di un collaboratore di indubbia. Si pensi ad un’articolata organizzazione criminale. Resta quasi sempre precluso all’investigatore ciò che accade all’interno, le dinamiche, gli scopi reali delle singole azioni, rituali, le strategie. Il sodalizio è una vera e propria setta segreta. Il contributo del collaboratore di giustizia è essenziale per contrastarla adeguatamente se non eliminarla alla radice. Negli ultimi 10 – 15 anni abbiamo assistito ad una crescita esponenziale del pentitismo che è diventato un vero e proprio fenomeno assai controverso, anche per la inaffidabilità di numerosi collaboratori di giustizia e per la loro utilizzazione non sempre ineccepibile da parte degli inquirenti. Accade sovente che le dichiarazioni del collaboratore di giustizia vengono accolte direttamente dal magistrato, che affida alla polizia giudiziaria un elenco di verifiche spesso avulse dal contesto complessivo, volte a riscontrare l’attendibilità delle dichiarazioni collaborative. Questi accertamenti sono indispensabili per riscontrare punti nodali delle affermazioni fatte dal collaboratore. L’indagine tradizionale, quella realizzata sulla strada, non può e non deve morire. L’investigatore non è il notaio di un riscontro oggettivo di una dichiarazione. Egli è l’anima dell’indagine, è la mente creativa di una strategia, rappresenta uno scatto di fantasia, l’intuizione, l’analisi certosina. Il pentitismo ha messo in pericolo tutto questo costituendo la degenerazione di una positiva novità nelle investigazioni di quest’ultimo ventennio. Il collaboratore appartiene ad entrambi i monti: quello della investigazione e quello della protezione: da un lato, è vicino all’investigatore che accompagna il percorso, dall’altro, è vicino a chi lo protegge e con lui costruisce un progetto di vita sicura attraverso la scelta mirata di appropriate di misure tutorie e assistenza investigatore. L’investigatore dovrà sapersi tenere alla larga dalla sfera della protezione. L’investigatore non può e non deve avere alcuna connessione con la qualità dei servizi di protezione prestati e la protezione non deve invadere il campo dell’indagine. L’investigatore dovrà limitarsi a prendere nota delle esigenze tutorie o assistenziali di cui dovesse venire a conoscenza nell’ambito della propria funzione e ad informare gli uffici preposti alla protezione, nell’interesse generale della giustizia.

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