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Con l’infermiera di Lugo i giudici non sanno che fare

Ergastolo, assoluzione, macchina indietro: tutto da rifare. La Cassazione poteva mettere la pietra tombale sulle accuse, confermando l’innocenza piena e quindi la libertà. Invece no, i giudici dell’ultimo grado hanno riaperto la difficile partita, cancellando l’assoluzione pronunciata un anno fa (7 luglio) dai colleghi dell’Appello. Rimettendo così la pratica nelle mani di una nuova Corte.

Decidano altre toghe se Daniela Poggiali è l’infermiera assassina oppure no. Se ha ucciso la paziente Rosa Calderoni, iniettandole dosi letali di potassio, per poi scattare una trionfante foto china sul corpo della defunta. Ose invece, l’anziana ricoverata a Lugo di Romagna (Ravenna) nel 2014, è morta per «scompenso glicemico» o altre cause indipendenti dall’infermiera dell’agghiacciante scatto fotografico.

Per quel decesso, lei (53 anni), era finita all’ergastolo nel 2016. Mille e 3 giorni rinchiusa nel carcere della Dozza con l’infamante accusa di essere un’assassina, fino alla pronuncia dell’assoluzione piena (perché il fatto non sussiste) e quindi la scarcerazione inaspettata e immediata. Perché, stando ai giudici, non si era riusciti a provare il nesso causale fra l’iniezione al potassio e la morte di Rosa Calderoni.

Tempo un mese e la procura generale di Bologna impugna la sentenza favorevole all’infermiera, idem fa la famiglia di Rosa. Nuovo processo, quindi, e la camera di consiglio (cominciata martedì) che ieri esce col verdetto e rimette in discussione tutto. A cominciare dalla libertà della donna che, per essere confermata, necessita ora di altri due nuovi gradi di giudizio.

Daccapo dunque. Come non bastasse, il caso Daniela Poggiali, sarà nelle mani di un gup che dovrà decidere se processarla (con l’accusa di omicidio volontario) anche per un’altra morte sospetta, avvenuta sempre nell’ospedale di Lugo dove la stessa lavorava. Si tratta di Massimo Montanari, 95 anni, datore di lavoro del compagno dell’infermiera presunta assassina. L’anziano è morto per arresto cardiaco la notte del 14 marzo 2014, poche ore prima di essere dimesso. L’inchiesta viene in un primo momento unita a quella su Rosa Calderoni, ma poi prende un’altra autonoma strada.

Secondo l’accusa, Daniela Poggiali, definita dai magistrati «scaltra» e «senza pietas», avrebbe agito in modo «sconcertante» e «manipolando i degenti somministrando farmaci a piacimento». Due settimane fa è stata condannata in via definitiva dalla Cassazione, a 4 anni e 4 mesi per una serie di furti di denaro, medicinali e altro materiale sanitario, tutti messi a segno nel solito ospedale di Lugo. Ieri lei ha saputo del verdetto della Cassazione dalla telefonata del difensore, Lorenzo Valgimigli. «Avvocato», ha commentato l’imputata «io resto più che serena, perché ho la certezza che la verità prima o poi emergerà». La mia assistita, aggiunge l’avvocato Valgimigli, «è una persona molto forte e fin dall’inizio si sente e si comporta da innocente. È convinta che la giustizia, al di là dei tempi, le darà ragione».

Continua il legale: «È presto per esprimere una valutazione tecnico-giuridica. Aspettiamo le motivazioni. Per il momento siamo “uno a uno”». Partita aperta, dunque. Mentre i pensieri dei parenti di Rosa Calderoni e della procura di Bologna corrono in direzione opposta. Dicono i figli dell’anziana: «Il lavoro svolto dai magistrati è in sintonia con quello dei nostri avvocati, e la Cassazione ne ha tenuto conto. Nostra madre, prima di morire quel 9 ottobre 2014, era con l’infermiera imputata e che a nostro parere l’ha uccisa».

Rincarano le toghe dell’accusa: «Guardiamo ora con fiducia al nuovo processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello. Siamo certi dell’assoluta fondatezza delle nostre conclusioni accusatorie. La decisione della Cassazione potrebbe potenzialmente riflettersi anche sui prossimi passaggi in Tribunale relativi a quanto accaduto all’ospedale di Lugo».
A settembre, sempre per la morte di Rosa Calderoni, il gup deciderà infatti se processare primario e caposala della Medicina di allora. Sono accusati in concorso con Daniela Poggiali di omicidio volontario. Con dolo eventuale: secondo i carabinieri e i pm Alessandro Mancini e Angela Scorza, «non impedirono ciò che avevano il dovere d’impedire alla luce dei tanti campanelli dall’allarme».