Spot razzista di Trenitalia

4 gennaio 2012 09:120 commenti

Nuova gaffe per Trenitalia: la gaffe c’è ed è ben visibile sul sito ufficiale dell’azienda. Nella pagina principale vengono descritte le quattro nuove tariffe introdotte sul Frecciarossa, valide dallo scorso 25 novembre.


Quattro tariffe per quattro classi sociali. Si comincia dalla Executive (la classe più esclusiva con sole otto poltrone in pelle, cibi e bevande da gourmet), si procede con la seconda classe Business (che offre il Welcome cocktail e i quotidiani nazionali al mattino), la terza classe Premium (che offre il servizio di benvenuto con snack e bevande) e la quarta classe, la Standard. I problemi arrivano proprio con la tariffa più economica, la Standard. Sì, perché accanto a ciascuna classe, sul sito è possibile osservarne anche una foto esemplificativa. Ma se nell’Executive viene ritratto un manager rampante, nella Business vengono mostrati gli ampi sedili (vuoti) e nella Premium vengono fotografati due giovani che fanno uno spuntino, nella Standard viene ritratta una famiglia di immigrati dalla pelle scura e dal colore di denti bianchissimi. Il colore dei denti si vede bene tra l’altro visto che sorridono felicemente. E non tutto: i viaggiatori tipo della classe più economica, la quarta classe, sono immigrati e per l’esattezza un padre, che tiene in braccio la bambina e una madre. Che la bambina sia in braccio per risparmiare sul costo del biglietto? Oppure per dimostrare quanto la famiglia sia felice di viaggiare nella classe più economica, l’unica che può evidentemente permettersi? Fatto sta che sul web non è passato inosservato propri il colore della pelle dei viaggiatori che occupano solo due posti in tre. E così Trenitalia finisce per fare la figura del Titanic che relegava gli immigrati nell’ultima classe. Istigazione al razzismo? Senza dubbio una brutta gaffe che si aggiunge a quella di qualche giorno fa: proprio i viaggiatori della Standard non possono accedere alle carrozze di classe superiore neppure per usufruire del vagone bar.






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