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Tragedia in Grignetta: tre alpinisti travolti da una valanga, due morti

Alpinisti esperti, uomini del soccorso alpino di Lecco. Erano impegnati nella scalata di un canalone, quando all’improvviso la valanga si è staccata.Ed è stata tragedia ieri pomeriggio sulla Grignetta (2.177 metri), montagna del gruppo delle Grigne nel territorio di Lecco. Le vittime sono Giovanni Giarletta, 37 anni, di Lecco, e Ezio Artusi, 46 anni, di Introbio. Un terzo alpinista è stato recuperato dai soccorritori. L’allarme è scattato alle 15.30 e sono subito partitele ricerche.Attivati l’elisoccorso e le unità cinofile specializzate nella ricerca di persone intrappolate sotto la neve, i vigili del fuoco, il soccorso alpino, i carabinieri, questura e prefettura di Lecco. Sul posto anche due elicotteri da Como e Sondrio.Ma per i due alpinisti è stato inutile.

RISCHIO E VALUTAZIONE DEL RISCHIO VALANGHE Si definisce rischio, nel campo delle attività ricreative invernali, la probabilità che l’esposizione ad un pericolo (valanga) causi danni, ferite o la perdita della vita (McClung, 2002). Il rischio può essere descritto in maniera qualitativa – basso, moderato, considerevole, elevato, estremo – in funzione della probabilità di distacco valanghe e delle conseguenze attese. La percezione del rischio da parte delle potenziali vittime è altamente soggettiva ed è funzione della conoscenza del rischio, della sua valutazione, nonché della personale propensione ad esso. La valutazione del rischio è influenzata da variabili naturali quali quelle fisiche (terreno), ambientali (condizioni meteonivologiche) e da quelle umane. La percezione del rischio è un giudizio altamente soggettivo elaborato in funzione dalla propensione a rischiare di ciascuno e stimato in base ai potenziali vantaggi che un’azione rischiosa potrebbe apportare alla salute e alle capacità personali. La propensione al rischio influisce fortemente sul comportamento e dipende dalla personalità, dallo stile di vita, dall’esperienza maturata e da fattori socio-culturali (età, livello culturale, appartenenza ad un gruppo, stato civile etc.). La volontarietà nell’esposizione al rischio è un fattore importante in quanto la tolleranza dipende dal grado di volontarietà con cui ci si espone ad esso: maggiore è la volontarietà, maggiore sarà l’esposizione e la tolleranza del rischio. Possono pertanto sorgere dei problemi quando ci si affida ad altri per la decisione e l’esposizione al rischio risulta essere involontaria. Inoltre, le attività ricreative invernali sono fortemente gratificanti per i praticanti (così come il gioco d’azzardo, il sesso non protetto e la droga od il fumo) e poiché la valanga non è un evento così comune, l’esperienza risulta altamente positiva distorcendo, al ribasso, la reale percezione del rischio corso (insensibilità alla probabilità).

Una bassa percezione del rischio, un’eccessiva familiarità con un certo pericolo ed uno scarso autocontrollo sulle proprie pulsioni tende a far sottostimare le conseguenze e la probabilità di venir coinvolti, tanto che 69% degli incidenti avviene su pendii comunemente frequentati, nel corso della stagione, dalle vittime. Inoltre la proliferazione di modelli mediatici (film, video, riviste) che propongono attività estreme e il loro favore incontrato presso vaste platee ha sicuramente favorito un innalzamento collettivo della tolleranza al rischio ed un aumento della fiducia nella tecnologia e nelle capacità tecniche di molti praticanti le attività ricreative invernali. Pertanto il singolo tende a sostituire i dati della realtà (basati sul caos della complessità ontologica – quindi troppo inquietanti e stressanti) con quelli di una realtà precostituita o addomesticata (basata su una visione più armonica e ordinata ma irrazionale) al fine di ridurre il proprio stato di ansia o di apprensione; egli incorre quindi nell’omeostasi del rischio, l’accettazione di assumere un certo livello di rischio, soggettivamente stimato è “tranquillizzante” e “gratificante”. Ma l’incidente avviene quasi sempre quando la percezione del rischio, da parte della vittima, non coincide con il reale pericolo (probabilità di distacco).

IL PROCESSO DECISIONALE ED IL FATTORE UMANO Come si articola il processo per decidere se intraprendere, quale traccia seguire e come procedere durante un’escursione su terreno innevato? Contrariamente all’opinione comune, tale processo non è costituito da eventi discreti, ovvero isolati momenti di valutazione e scelta, bensì giudizio e decisioni si susseguono in un processo dinamico controllato da elementi fisicio-ambientali e umani altamente variabili nel tempo e nello spazio (lungo l’itinerario) – Fig. 3. Il meccanismo decisionale è frutto dell’applicazione e/o combinazione di conoscenza, abilità, esperienza e intuizione individuale; esso richiede elevate capacità di giudizio sulle condizioni di stabilità del manto nevoso influenzate sia da fattori umani, sia da quelli fisici (terreno) e ambientali (condizioni nivometeo) caratterizzati da un elevato grado d’incertezza nella percezione individuale. Complessità ed incertezza insite nel processo decisionale possono ingenerare errori di giudizio sulla base di informazioni imprecise tali da dar luogo a decisioni passibili di esporre gli individui ad un rischio elevato con conseguenze drammatiche. La legge di Murphy …”se qualche cosa può andare storto lo farà sicuramente nel momento peggiore” … nel campo delle valanghe funziona sempre!

Un corretto processo decisionale – adottato dai tecnici esperti – si basa su criteri oggettivi ed è un continuo riesame, sulla base dell’esperienza maturata, degli input e delle condizioni che man mano si vengono a verificare. Il fattore umano, se pure il più difficile da comprende, è quello preponderante nel percorso decisionale di selezione del percorso in quanto influenza gli altri fattori e la capacità individuale di effettuare scelte e valutazioni corrette circa il rischio cui si è esposti. Esso si articola, a sua volta, in fattori interni (individuale) e fattori esterni (gruppo, organizzazione, clienti, sociopolitico), ciascuno caratterizzato da specifiche problematiche (Fig. 4). Statistiche condotte in diverse nazioni hanno dimostrato che la maggior parte degli incidenti in valanga sono accaduti nonostante la preesistenza di diversi ovvi indizi di pericolosità locale elevata (McCammon, 2002; CAA, 2003) che le vittime non sono state in grado di riconoscere e capire o addirittura hanno ignorato per scelta. Il fattore umano dipende dal livello di addestramento ed esperienza.

L’addestramento consente di acquisire le conoscenze e le capacità necessarie per valutare la stabilità del manto nevoso e scegliere, conseguentemente, il percorso con la minor esposizione al rischio; ma il solo addestramento, senza l’acquisizione dell’esperienza, può condurre ad un falso senso di sicurezza che, inevitabilmente, espone ad un maggior rischio. L’esperienza permette sia di memorizzare una serie di situazioni tipo che facilitano il processo decisionale alla luce delle conoscenze e delle capacità apprese durante l’addestramento, sia di acquisire l’abilità di imparare e di modificare comportamenti e pratica quotidiana in funzione del vissuto. L’acquisizione della conoscenza attraverso l’esperienza non è un atto automatico, bensì richiede anni di interazione volontaria con l’ambiente (osservazione) e la capacità di analizzare criticamente e comparare gli eventi osservati. Col tempo, dunque, l’esperto avrà in mente un data-base di situazioni che gli consentirà di identificare la situazione e adottare soluzioni efficaci, spesso in modo intuitivo, riducendo così l’incertezza provocata da luoghi comuni e pregiudizi.

Di conseguenza, per esempio, una persona esperta sarà in grado di utilizzare in modo critico il bollettino valanghe o gli indizi di stabilità/instabilità del manto nevoso. La mancanza di esperienza conduce invece all’utilizzo delle trappole euristiche: le persone inesperte – anche a seguito di una abituale ma passiva frequentazione della montagna – non riusciranno a riconoscere i problemi importanti e a compararli con le opportune soluzioni, reagendo alla complessità del problema utilizzando lo status quo (cioè ciò che ha già funzionato nel passato). I media spesso attribuiscono, erroneamente, la qualifica di “esperto” alle vittime in valanga le quali sono unicamente delle assidue frequentatrici della montagna senza aver mai acquisito una rilevante e consapevole esperienza nel campo delle valanghe.

CARATTERISTICHE SALIENTI DELL’INVERNO
La stagione invernale  sotto il punto di vista nivologico risulta essere decisamente sottotono in particolare se confrontata con le ultime due stagioni invernali sia per quanto riguarda la quantità di neve caduta che per gli spessori misurati al suolo. Questa caratteristica ha contraddistinto un po’ tutte le zone delle nostre montagne ma la carenza maggiore si è avuta sulle Prealpi, che hanno visto lunghi periodi con assenza totale di neve, in particolare alle esposizioni meridionali; sulle Alpi Carniche invece sono state le quote inferiori a 1300-1400 m a patire maggiormente tale carenza, solo le Alpi Giulie hanno visto quantità maggiori ma comunque sempre sotto la media degli ultimi 30 anni.

EVENTI METEOROLOGICI SIGNIFICATIVI
La prima neve ha fatto la sua comparsa nei primi giorni di dicembre, le precipitazioni del tutto modeste hanno portato dai 10 ai 40 cm sul nostro territorio con le quantità maggiori sulle Alpi Giulie e in particolare sul Canin.
Dopo tale episodio si è dovuto aspettare fin ben oltre Natale (27-29 dicembre) per avere nuovi sostanziali apporti, ma anche in questo caso, fatta eccezione per le Alpi Giulie e Canin dove sono caduti circa 80 cm, nel resto della regione i quantitativi sono stati nuovamente alquanto modesti (10-20 cm), la particolarità di questo episodio resta comunque il fatto che la neve è caduta fino in pianura, 10 cm circa anche a Udine.

L’arrivo della neve nel periodo natalizio ha risollevato in parte le sorti turistiche dei poli sciistici del Tarvisiano, molto meno altrove dove si è potuto sciare comunque solo grazie all’innevamento artificiale. Il trend che ha contraddistinto questa stagione invernale, simile peraltro alla stagione invernale 2011-2012 è stato contraddistinto da scarse precipitazioni che si sono alternate a lunghi periodi piuttosto siccitosi, tale andamento si è protratto fino alla fine del mese di aprile che è risultato fra l’altro essere uno dei più avari di precipitazioni sia nevose che piovose degli ultimi anni.
Per citare alcuni dati al Rifugio Gilberti quest’anno sono caduti in totale solo 531 cm di neve e lo spessore massimo al suolo misurato è stato di 236 cm, nulla a che vedere con i dati della scorsa stagione invernale che hanno visto invece ben 1567 cm di neve caduta e uno spessore massimo misurato di 670 cm.

Un altro elemento che ha contraddistinto questa stagione invernale è stato il vento. Infatti a causa del particolare posizionamento dei campi di alta e bassa pressione predominanti, si sono avuti intensi e ripetuti episodi ventosi provenienti dai quadranti nord e nord-est, in particolare durante il mese di febbraio.
A tal proposito basta ricordare i 156 km/h registrati a Trieste il 5 febbraio. Proprio il forte vento è stato spesso la concausa della penuria di neve, in quanto la forte erosione del manto nevoso prodotta su alcuni versanti è stata tale da causare la completa scomparsa del manto nevoso su vaste zone. Sempre per effetto dei forti venti gli spessori maggiori di neve si sono misurati alle quote medie, dove veniva depositata e non alle quote elevate come normalmente succede: le cime stesse delle montagne risultavano totalmente prive di neve a causa del vento.

Proprio la posizione particolare dei campi di alta e bassa pressione, alta generalmente sull’Europa orientale e bassa sul Mediterraneo o sul Tirreno, hanno fatto sì che la nostra regione si trovasse in piena traiettoria di transito di queste masse d’aria in movimento, ciò anche durante gli episodi perturbati più rilevanti, vanificando di fatto il beneficio delle nuove precipitazioni nevose.
Anche l’andamento delle temperature non è stato dei più favorevoli, a parte qualche episodio sporadico di “freddo” avutosi saltuariamente e per brevi periodi, vedi ad es. i -15 °C registrati a Fusine tra il 9 e il 10 febbraio 2105, con temperature di -4 °C anche in pianura; per il resto il predominare dell’alta pressione per lunghi periodi ha favorito l’instaurarsi del fenomeno delle inversioni termiche mantenendo spesso miti le temperature in quota e favorendo così anche la formazione di nebbie nei fondovalle alpini e in pianura.

Sotto il punto di vista strutturale il manto nevoso si è trovato spesso in condizioni critiche per quanto riguardava la possibilità di distacco provocato di valanghe, questo a causa dei bassi spessori di neve che hanno contraddistinto questa stagione invernale e che hanno favorito l’instaurarsi di forti gradienti termici all’interno di esso, con lo sviluppo sia di grani sfaccettati che cristalli a calice negli strati più prossimi al terreno, determinando cosi dei formidabili strati deboli.

Con il termine valanga si intende ogni processo di mobilizzazione di masse nevose che prendono avvio da un versante montano e proseguono la loro corsa sino a quando la ridotta pendenza e/o ostacoli ne provocano l’arresto.
Si originano sia spontaneamente, per la rottura di un equilibrio del manto di neve dovuta ad un aumento progressivo delle sollecitazioni, o ad una diminuzione lenta delle resistenze proprie della neve stessa, sia a seguito di cause accidentali intrinseche od esterne.
Può essere infatti anche l’uomo a provocarne il distacco con il passaggio e le sollecitazioni indotte da esso. In ogni caso nell’ambiente della montagna e da parte anche dei mass-midia, si è potuta notare una sensibilizzazione sulle tematiche inerenti le “morti bianche”, soprattutto nell’ultimo decennio, in virtù di una crescente pratica delle attività sportive invernali e di alcuni recenti inverni significativi, non solo in termini di precipitazioni nevose, ma anche di incidenti.
L’incidente da valanga ha di per sé una mortalità molto elevata che varia dal 60% (Valt et al. 2003) al 70% (Ancy, 2007), notevolmente di più che l’incidente automobilistico (3% dei morti ogni 100 incidenti). Lo studio degli incidenti costituisce quindi la base per comprendere le dinamiche dell’evento e per individuare le strategie di prevenzione che variano dalle zone antropizzate soggette a controllo preventivo, alle discipline sportive e ricreative individuali del tempo libero. In Italia, la banca dati più completa è gestita dall’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe) che annovera fra le sue attività operative anche la raccolta dei dati e delle informazioni relative agli incidenti da valanga, per individuare, dalla loro analisi, delle linee comportamentali e azioni utili per la riduzione del rischio (Cagnati e Valt, 1989).
Il presente paragrafo tratta gli incidenti da valanga nel venticinquennio di dati 1985- 2009 basandosi sull’articolo “Incidenti da valanga sulle Alpi Italiane, 1985-2009” (M.Valt, Neve e valanghe, n. 68 Dic. 2009) e, se da un lato costituisce un aggiornamento, dall’altro offre nuove visioni della problematica.
Il lavoro sopraccennato, illustrata i risultati delle elaborazioni effettuate su più di 950 incidenti da valanga presenti nell’archivio informatico dell’AINEVA, confrontati con i risultati di analoghi lavori effettuati all’estero. Il periodo considerato va dalla stagione invernale 1984-85 alla stagione 2008-09 (25 anni).

Fonte dei dati
In Italia i dati sugli incidenti da valanga sono raccolti da diverse organizzazioni preposte alla prevenzione e al soccorso in montagna: gli Uffici Valanghe afferenti all’AINEVA, il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), l’Alpin Verein Sudtirol (AVS), il Servizio Valanghe Italiano (SVI/CAI), il Soccorso Alpino della Guardia di Finanza (SAGF) e il Corpo Forestale dello Stato.
Gli eventi catalogati sono limitati agli incidenti veri e propri, quelli cioè che hanno interessato persone e, in taluni casi, hanno richiesto l’intervento delle squadre di soccorso, oppure sono stati oggetto di studio da parte degli Uffici Valanghe. Non vengono normalmente presi in considerazione gli incidenti di cui non si hanno notizie documentate e gli eventi che hanno provocato solo danni materiali. Per quanto riguarda i distacchi di seracchi, vengono presi in considerazione solo quei distacchi di blocchi di ghiaccio che hanno provocato di seguito una valanga, secondo la regola fissata dalla CISA-IKAR (Commissione Internazionale per il Soccorso Alpino).
Nelle elaborazioni statistiche e negli elaborati grafici di seguito riportati si precisa che quando si fa riferimento ad eventi relativi ad un anno, o ad una stagione, è da intendersi l’anno idrologico (dal 1 ottobre al 30 settembre dell’anno solare successivo).

Travolti e vittime da valanga
Prima di entrare ulteriormente nel dettaglio del rischio da valanga per il territorio provinciale, è bene fare alcune considerazioni sugli incidenti legati a questo fenomeno e nel contempo esprimere alcuni concetti utili ad una migliore comprensione dello stesso e quindi ad una più efficace azione di prevenzione e di gestione dell’emergenza.
Dal 1975 al 2000 circa, nei 17 Paesi europei e nordamericani che fanno parte della Commissione Internazionale per il Soccorso Alpino (CISA-IKAR), ogni anno vengono registrati mediamente 146 decessi causati da valanghe (range 82-226). Di questi, 107 decessi in media si sono verificati sull’arco alpino. Si sottolinea come, la stagione invernale 1998/99 sia stata caratterizzata, sul versante nord-alpino, da frequenti e abbondanti nevicate che hanno determinato una serie di valanghe catastrofiche che hanno interessato diversi centri abitati. Da numerosi anni non si contava un così elevato numero di morti da valanga in abitazioni (ben 38 in Austria). I dati definitivi relativi al catastrofico inverno 1999 non sono ancora disponibili.
Se ci si riferisce al territorio italiano nel periodo dal 1967 al 2009 sono decedute, a causa di valanghe, 827 persone. La media, sul periodo di 42 anni, è di 19 vittime a stagione, ma con una tendenza negli ultimi 10 anni ad una diminuzione (17 vittime in media) (Fig. 3.2). In Svizzera, nel periodo 1985-2009, le vittime sono state 24 per stagione invernale, 30 in Francia e 26 in Austria (informazioni CISA-IKAR).
Nel periodo 1985-2009, in Italia sono state travolte da valanghe 2035 persone in 958 incidenti, 467 sono decedute (23%), mentre 1569 sono sopravvissute (77%). Determinante nella definizione di queste percentuali si è rivelato il tipo di seppellimento.
Infatti, un parziale seppellimento nella neve porta al decesso solo nel 3% dei casi, nella situazione di totale seppellimento si arriva facilmente al 54% di mortalità. Generalmente si può supporre che, adottando diversi accorgimenti finalizzati all’autosoccorso, come ad esempio quello di liberarsi da sci e bastoncini appena s’innesca il movimento valanghivo e cercare di “nuotare” nella neve durante la discesa della valanga, si possa evitare un seppellimento completo. Altra raccomandazione, inoltre, è quella di cercare di tenere le mani davanti alla faccia, poco prima che la massa nevosa si arresti, allo scopo di creare una cavità aerea. Grazie a questi utili accorgimenti, le possibilità di sopravvivenza in caso di incidente da valanga dovrebbero crescere in modo significativo. L’evidente problema è che non sicuramente facile che un travolto abbia effettivamente la possibilità e la lucidità di applicare questi accorgimenti. Percentuali simili sono state osservate in Svizzera dove, nel periodo 1980-1999 (20 anni), sono state travolte 2301 persone, delle quali 523 decedute (23%) (Tschirky et al. 2000) e in Francia dove, nel periodo 1989-2001 (12 anni), sono state travolte 1171 persone, delle quali 372 sono decedute (32%) (Sivardière, 2002).
Altro aspetto molto importante e determinante per la percentuale di sopravvivenza è il tempo di seppellimento. La curva di sopravvivenza in valanga (fig. 3.1), elaborata sulla base di 422 casi verificatisi tra il 1981 e il 1991, indica che nei primi 15 minuti le persone sepolte sotto la neve possono essere salvate se non hanno riportato lesioni fatali. Successivamente, fra i 15 e i 35 minuti dal seppellimento si verifica una brusca caduta delle probabilità di sopravvivenza dal 92% al 30% (Brugger e Falk 1992). Solo i travolti che dispongono di una cavità d’aria riescono a sopravvivere senza rischi mortali fino a 90 minuti, poiché le cause principali dei decessi sono l’asfissia e l’ipotermia (Brugger e al., 1994).

Categorie interessate
Secondo le classificazioni adottate dalla CISA-IKAR, gli incidenti da valanga riguardano due principali categorie di attività:
• attività ricreative che comprendono lo sci alpinismo (escursionismo con le pelli di foca e/o racchette da neve); lo sci fuori pista (sciatori /snowboarder); lo sci in pista e l’alpinismo (anche su cascate di ghiaccio);
• attività non ricreative quali gli incidenti avvenuti su vie di comunicazione, o che hanno coinvolto case o centri abitati.
Lo sci alpinismo è l’attività ricreativa che ha il maggior numero di vittime in Italia, con una media di 9 all’anno e una percentuale del 49 %. Sul resto delle Alpi la percentuale è del 46% in Francia, del 50% in Svizzera, del 53% in Austria. Le attività legate all’alpinismo in Italia sono al secondo posto con il 19% di vittime in seguito al crescente numero di incidenti alpinistici estivi e alla disciplina dell’ice climbing.
La terza attività più rappresentata, che in Italia conta il 17% delle vittime con 4 morti a stagione invernale (23% nel periodo 1984-2003), è lo sci fuori pista. In Francia lo sci fuori pista è responsabile del 42% delle vittime, in Svizzera. del 25% e del 23% in Austria.
Come in Svizzera (Zweifel e Harvey, 2008), nell’ultimo decennio, anche in Italia si osserva un aumento degli incidenti da valanga, ma fortunatamente, non un eguale aumento delle vittime da valanga.
Una categoria in forte incremento come incidenti e vittime da valanga, è quella rappresentata dagli escursionisti con racchette da neve (12 vittime negli ultimi 4 inverni). In Francia nel periodo 2000-2005, le vittime degli escursionisti con racchette da neve rappresentavano il 36% del totale degli escursionisti (escursionisti con racchette + sci alpinisti + alpinisti) (Sivardìere e Jarri, 2007) mentre in Italia erano solo il 2%, cresciuto però al 21% nel periodo 2006-2009.
Le ultime vittime in Italia per valanghe su vie di comunicazione sono state registrate nel lontano 1986, anche se travolgimenti con persone ferite sono state segnalate tutti gli anni, soprattutto nell’ultimo inverno (2008-2009). Infatti sussiste una buona correlazione fra stagioni invernali nevose e incidenti da valanga lungo vie di comunicazione come si può notare nella figura 3.4.
A Morgex (Valle d’Aosta) nel febbraio 1999 è avvenuto l’ultimo l’incidente mortale che ha interessato un centro abitato. Anche in Francia e in Svizzera le ultime vittime in abitazioni risalgono al triste inverno del 1999, mentre in Austria l’ultima vittima è del 2002 (non sono noti i dati del 2009).
Per quanto riguarda altre categorie in forte espansione in alcune nazioni, come l’escursionismo con motoslitte in nord America, in Italia sono noti 6 incidenti, dei quali 3 con vittime.
Nel periodo 2000-2009, rispetto al periodo 1985-1994, percentualmente sono cresciute, come numero di morti in valanga tutte le categorie legate alle attività al di fuori delle aree controllate quali sci alpinismo, sci fuori pista, e quelli inseriti nella categoria altri (escursionisti a piedi, con racchette da neve), è lievemente calata la categoria degli alpinisti ma sono scomparse, per fortuna, vittime in abitazioni, lungo vie di comunicazione e su piste aperte.
In generale, in tutte le nazioni di cui si dispone di una statistica su un periodo significativo (10-30 anni) il 95 – 97% delle vittime sono dovute alla pratica di attività ricreative. Viene in pratica confermato quello che è emerso da altri studi e cioè che nel 95% degli incidenti da valanga il distacco è dovuto all’uomo, mentre solo il 5% è dovuto a cause naturali (Harvey and al, 2002).

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