Venezia,pranzo con conto shock: frittura di pesce e 4 bistecche pagano conto da 1100 euro

“Scadente il servizio, l’ambiente, il trattamento dei clienti. Qualità da take away. Non ci andrò mai più, nemmeno per un caffè”, è questo quanto scritto su Tripadvisor da un cliente che ha commentato il servizio di un ristorante di Venezia che è stato accusato nel contempo di aver fatto pagare a ben 4 turisti giapponesi, circa 1100 euro per quattro bistecche, una frittura mista di pesce, acqua e servizio. Il ristorante in questione è un’osteria che si trova nella zona delle Mercerie, proprio vicino a Piazza San Marco e pare sia di proprietà di un cinese ed è gestito da un egiziano. Da molto tempo sembra che questa osteria sia ampiamente criticata dai clienti, raccogliendo una serie di recensioni e giudici negativi. “Imbarazzante per il nome dell’Italia” lo definisce Stefano, “Da chiudere immediatamente” suggerisce Raffaele, un altro utente che ha mostrato anche uno scontrino, dimostrando di aver pagato 16 euro per aver consumato due birre alla spina.

La vicenda, che ha dell’incredibile, anche se non è l’unico caso, è stata portata alla luce da Marco Gasparinetti, il portavoce della piattaforma civica Gruppo 25 Aprile. Lo stesso ha riferito di avere saputo dalla guida turistica che accompagnava i 4 turisti che però aveva mangiato in un altro ristorante. Sembra che il gestore del locale abbia detto di non ricordare di aver avuto delle incomprensioni con dei clienti giapponesi negli ultimi giorni. Tuttavia, Gasparinetti ribadisce che non si tratta dell’unico caso.

“A quanto mi risulta loro avevano deciso di mangiare in un altro locale e sono capitate nello stesso esercizio che era finito nell’occhio del ciclone per il conto salato rifilato a un turista inglese di origini asiatiche che aveva scritto al sindaco Brugnaro. Il primo cittadino lo aveva definito un ‘pezzente’, vediamo se avrà il coraggio di farlo anche per questo episodio, visto che le 3 universitarie avrebbero pagato circa 350 euro per 3 pastasciutte”, ha aggiunto ancora Gasparinetti.”Mi hanno assicurato che i giovani studenti universitari a Bologna, una volta scesi dal treno hanno presentato denuncia alla Questura. Il problema c’è stato eccome”, conclude ancora Gasparinetti.

I protagonisti di questa vicenda sono 4 studenti cinsi che studiano a Bologna e che si trovavano a Venezia per fare una gita fuori porta, e che avrebbero deciso di allontanarsi dai turisti con i quali avevano fatto questo viaggio e dunque dalla loro guida, scegliendo di fermarsi a pranzare in un’osteria sita alle Calle dei Fabbri, una zona molto centrale e turistica proprio vicino la celebre piazza San Marco. Altri tre del gruppo hanno pranzato in un altro ristorante, dove pare abbiano speso ben 350 euro per tre piatti di pasta al pesce.Anche loro si sono sentiti truffati e per questo hanno deciso di lasciare la città e di raccontare la disavventura alla guida. Anche loro recati presso la loro città, hanno deciso di recarsi in Questura per presentare la denuncia.

Il commento dell’Ascom

«L’episodio non dà certo una bella immagine di Venezia e dei suoi ristoranti». Lo dice il presidente del settore turismo dell’Ascom Giuseppe Galardi, sottolineando che «per fortuna però, questo come altri, sono casi isolati perché l’offerta della città è ben altro, e il cliente generalmente viene rispettato». «Come Ascom Venezia – spiega – sono anni che ci impegniamo nel far proporre servizi di qualità da parte dei nostri associati, facendo seguire un codice etico e organizzando corsi di formazione. Mi pare che in questo caso il ristorante sia svincolato da qualsiasi associazione di categoria e questo è il risultato».

La proposta

Il presidente Ascom Venezia Roberto Magliocco lancia una proposta: «Perché non creare un marchio legato al codice etico con il patrocinio dell’amministrazione comunale? L’operatore che dovesse aderire all’iniziativa riceverebbe una vetrofania da esporre nel proprio locale così da essere riconoscibile e far sentire il turista tutelato».

doppi prezzi per i turisti

Le tariffe ad hoc praticate ai turisti per viaggiare sui vaporetti del Canal Grande magari possono pure farla franca, e forse anche i musei della Serenissima. La connessione senza fili per Internet lungo calli e campielli ha invece parecchie chance in meno, mentre il vero problema sono le toilette a prezzi rialzati per chi viene da fuori: «Sono un genere di prima necessità sul quale è difficile ammettere una discriminazione», spiega un esperto di diritto comunitario, rapido ad aggiungere – con un sorriso – «che gli uomini e le donne devono essere trattati come uguali nel momento del bisogno». A Venezia, come nel resto del mercato unico europeo e anche oltre.

LA DENUNCIA DEL TURISTA

«Abbiamo ricevuto il reclamo, lo esamineremo secondo le regole», conferma un portavoce della Commissione Ue. Un turista belga, come anticipato dalla Stampa di ieri, ha scritto all’esecutivo comunitario per attirare l’attenzione su quello che ritiene essere l’atteggiamento discriminatorio del Comune di Venezia nei confronti dei suoi ospiti. «Entrare in un museo, navigare su Internet o andare al bagno può essere gratuito, poco costoso oppure molto costoso: dipende da dove si abita o dove si è nati», ha affermato. A Bruxelles hanno registrato il caso e, come da prassi, non commentano. Si ritrovano un anno per decidere se accogliere o meno la lamentele, dunque se andare avanti o meno.

DISCRIMINAZIONI DIFFUSE

L’unico riferimento è all’articolo 20 della famigerata Direttiva Bolkenstein, quello che stabilisce il canone della «non discriminazione da parte di chi offre un servizio sulla base della residenza o della nazionalità». Si tratta di un principio violato più di quanto si pensi, ad esempio dalle grandi società di autonoleggio (molte praticano prezzi diversi in uno stesso Paese a seconda del luogo da dove ricevono l’ordine) o anche dai principali parchi di divertimento (vedi sopra). Lo scorso anno la Commissione ha dovuto scrivere al «rentals» per chiedere che la facessero finita, ma pare che non sia successo molto.

LE ECCEZIONI AMMESSE

Le condizioni differenti sono ammissibili in situazioni particolari, «giustificate da criteri oggettivi» o da «particolari vincoli di mercato». Qui, sottolineano gli esperti, potrebbero rientrare i trasporti pubblici, visto che a Venezia l’alternativa sono i piedi, pertanto potrebbe esser accolto il vantaggio attribuito ai residenti, purché si dimostri il principio dello sconto per loro e non dell’aumento per gli altri.

IL CASO VENEZIA

La promozione del rincaro del wifi («sembra un modo per spennare i turisti», rileva l’esperto giuridico) appare complessa, e ancor più sembra esserlo per i bagni pubblici, contesto «nel quale non c’è scelta». Soprattutto a Venezia, un luogo dove è sempre meglio offrire a turisti e no una buona e igienica alternativa a farla nell’acqua.

Trucchi dei prezzi

Persuasori occulti”, del giornalista americano Vance Packard, è il titolo di un libro rivoluzionario, che già negli anni ’50 svelava trucchi psicologici e tattiche del marketing, per manipolare le nostre menti e convincerci a comprare, senza che ce ne rendiamo conto. Oggi i pubblicitari sono diventati ancora più furbi e spietati. Grazie alle nuove tecnologie, alle scoperte nel campo della psicologia cognitiva e delle neuroscienze, sanno cosa ha effetto su di noi molto meglio di quanto noi stessi immaginiamo. Seguono le nostre tracce in internet e le nostre abitudini d’acquisto con la carta fedeltà o la carta di credito. Lavorano sulle paure nascoste, sui sogni e i desideri, sanno che cosa ci piace e cosa ci spaventa, sfruttano le tendenze del momento e gli stati d’animo collettivi. Ne parliamo regolarmente su queste pagine, denunciando pubblicità ingannevoli e claim sulle confezioni di alimentari e cosmetici che promettono miracoli. Ma anche nella determinazione del prezzo ci sono astuzie che è meglio conoscere.

La neuroeconomia, legata a complessi studi sul cervello, individua i processi che mettiamo in atto per valutare la convenienza di un prezzo e le motivazioni d’acquisto, e dimostra che è l’emozione a guidare anche i comportamenti economici, proprio come gli affari di cuore. Sulla base di questi studi, anche le tecniche di comunicazione sono cambiate e puntano sulle emozioni o su semplici trappole mentali, più che sulla razionalità, per orientare i nostri acquisti. Qual è il prezzo giusto? Robert B.Cialdini, uno psicologo americano, nel suo libro “Le armi della persuasione” (Giunti), racconta un episodio illuminante. Un’amica aveva aperto un negozio di bigiotteria indiana in Arizona.

Aveva da tempo un lotto di turchesi che non riusciva a vendere. Erano di buona qualità e a un giusto prezzo, la stagione turistica era al culmine e molti clienti entravano in negozio. Eppure non si vendevano, nemmeno se erano in vetrina. Esasperata, prima di partire per un viaggio, scarabocchia un biglietto per la responsabile del negozio pregandola di “vendere tutti i turchesi x ½”. Al suo rientro, tutti i pezzi erano stati venduti, ma la cosa sbalorditiva era che la collaboratrice aveva capito male il suo appunto e li aveva venduti tutti al doppio del prezzo originale e non alla metà. Che cosa era successo? I clienti, turisti benestanti che non si intendevano di bigiotteria, per orientarsi negli acquisti usavano uno stereotipo, vale a dire “costoso = buono”. Forte di questa scoperta, la proprietaria del negozio, dopo averne beneficiato per caso, ha cominciato a sfruttare lo stereotipo per cui si considera di qualità un prodotto costoso, aumentando il prezzo della merce difficile da vendere. Se la cosa funziona – e spesso funziona – si avrà un enorme margine di profitto. Altrimenti si può sempre scrivere “scontato da… a …” e vendere l’articolo al prezzo iniziale, approfittando dell’associazione costoso-buono, stimolata dal prezzo gonfiato.

Ci sono aziende che producono prodotti identici (lavatrici, alimentari, acque minerali), che poi sono venduti con marchi e prezzi differenti, per raggiungere tutti i “target”, vale a dire dare a ognuno in proporzione a quanto può – o vuole – spendere. Se no, lo fanno i concorrenti. Anche decidere di vendere in un solo tipo di negozi, per esempio “solo in farmacia” è una pura scelta di marketing, per giustificare i prezzi più alti e indurre a credere che abbiano qualità speciali. Insomma, il prezzo viene deciso a tavolino e, in qualche modo, per ognuno di noi è quello che siamo disposti a pagare. L’illusione di risparmiare Si chiama “effetto ancoraggio” e contribuisce a spiegare il successo degli outlet. E ci permette di capire perché molti negozi diano sempre l’impressione di vendere a prezzi ribassati, tutto l’anno, anche al di fuori del periodo dei saldi: il prezzo di listino diventa l’àncora, rispetto alla quale il prezzo di vendita viene confrontato. Così ci illudiamo di trovarci perennemente di fronte a un affarone. Del resto, preferireste comprare un paio di scarpe che costano 150 euro oppure un paio di scarpe che costerebbero 300 euro, ma che vi vengono offerte a 150? Le avreste comprate se fosse stato il prezzo di partenza? Un terreno minato, dove gettare l’àncora è indispensabile, è quello dei saldi: ci sembrano sempre convenienti perché prendiamo il prezzo iniziale come riferimento, ma non sappiamo se stiamo davvero pagando il giusto prezzo per quel prodotto. Meglio concentrarsi su quanto si era disposti a spendere, e ripartire da lì, decidendo noi qual è l’àncora.

Confronti subdoli • Al ristorante un cameriere ci offre un prosecco della casa a 25 euro e uno spumante noto a 50. Probabilmente sceglieremo il prosecco. Se però aggiunge un’opzione, champagne a 100 euro, subito la nostra scelta cadrà sullo spumante, che ci sembrerà la giusta via di mezzo. Questo meccanismo viene sfruttato nei ristoranti per compilare la carta dei vini: l’aggiunta alla lista di alcuni vini di qualità eccezionale a prezzi inaccessibili tende a indirizzare le scelte dei clienti verso prodotti dal prezzo medio alto, piuttosto che verso quelli più economici. • Se entrate in un negozio elegante dicendo che avete intenzione di comprare una giacca e un maglione, la commessa vi farà vedere prima il capo più costoso, perché così è stata istruita a fare. Il senso comune potrebbe suggerire il contrario. Invece, quando dopo la giacca da 800 euro vi verrà proposto il maglione, il suo prezzo vi sembrerà irrisorio: cosa sono 120 euro, rispetto a 800?

Un’inezia. • Stessa astuzia per la vendite delle auto: prima si contratta il prezzo dell’auto, poi si aggiungono i vari accessori, che sembrano economici perché vengono presentati uno a uno. Quando arriva il conto totale si rimane sbalorditi, ma è troppo tardi. • In un negozio in cui tutti i cappotti costano 1.200 euro, se ve ne offrono uno a 700 vi sembrerà un affare irresistibile. Ma se tutti i cappotti costassero 400 euro, quello da 700 vi apparirebbe un furto. Miglior prezzo garantito “Se trovi un prezzo più basso ti paghiamo la differenza”. Questa scritta campeggia all’ingresso e all’interno di molte catene di negozi, soprattutto elettrodomestici e prodotti tecnologici. O nelle offerte delle agenzie di viaggio. Il prezzo in realtà in molti casi è addirittura superiore a quello dei concorrenti. Ma il messaggio così perentorio fa scattare in noi una fiducia incondizionata. Tanto i venditori sanno bene che quasi nessuno si prenderà la briga di verificare e quei pochi che si presenteranno con uno scontrino più basso sono messi in conto. Sono niente, rispetto a quanto faranno guadagnare i moltissimi che sono stati convinti di aver colto una buona opportunità. “Ultimo giorno!” E “fino a esaurimento scorte” (ci scommettiamo, limitatissime). Queste promozioni spingono all’acquisto di un prodotto con un’offerta presentata come eccezionale e limitata nel tempo. La disponibilità limitata induce a comprare cose che magari non servono, solo per il timore di lasciarsi sfuggire l’occasione.

La sensazione emotiva che spinge all’acquisto è la perdita di libertà, unita all’ansia di decidere, che si percepisce quando si restringono le possibilità e le opzioni di scelta. In realtà, le occasioni, statene certi, si ripeteranno molte e molte altre volte. Con 3 euro al giorno Una delle strategie per far sembrare un costo accessibile è mettere in evidenza il piccolo prezzo per giorno o al mese, invece del prezzo complessivo, che potrebbe spaventare: “con 3 euro al giorno…”. Ma avete provate a fare i conti: 3 euro al giorno, l’equivalente di giornale e caffè, fanno 1.095 euro in un anno. Vi sembra poco? Stessa trappola mentale, con rischi maggiori, è quella delle rate, dei prestiti o dei mutui: con 100 euro al mese ti porti a casa subito il televisore da 1.000 euro. Sì ma in totale quanto mi costa televisore? Certo molto più di 1.000 euro. Entrate signori, prego Architetti, psicologi e pubblicitari fanno sì che nulla nei punti vendita sia lasciato al caso: la disposizione della merce, l’arredamento, le luci, la musica, perfino gli odori, in modo che tutti i vostri sensi vengano sollecitati e predisposti all’acquisto.

Spesso le porte vengono lasciate aperte, come invito a entrare; oppure, con una strategia opposta, si fa in modo che si creino lunghe code all’esterno, generando un invito ancora più forte. Nei supermercati i prodotti più spinti si trovano su scaffali all’altezza degli occhi, quelli per i bambini ad altezza di bambino, in modo che li possa vedere e magari afferrare. A sinistra sono posti prodotti simili, ma più cari: pare che tutti noi tendiamo a confrontare il prezzo del prodotto collocato a sinistra. I prodotti più utili e meno costosi (farina, sale, zucchero… ) vengono poi posizionati in posti reconditi, costringendo i clienti a fare il giro di tutto il supermercato, in modo che aggiungano merce nel carrello. Un’ultima trappola sono le offerte (giocattolini per bambini, gadget o ghiottonerie) poste vicino alla cassa. A proposito di bambini, il marketing li definisce “influenzatori d’acquisto”: condizionano le scelte della famiglia, anche sui prodotti non destinati a loro. Niente è gratis Alcune promozioni sono allettanti e può valere la pena di approfittarne. Non sempre abbiamo una reale conoscenza del prezzo originale, ma per come ci vengono proposte, il nostro cervello si “fida”. E il vantaggio di pagare una cosa meno del suo valore commerciale, prevale sulla domanda se quella cosa ci serva davvero. Spesso l’offerta di un singolo prodotto a un prezzo superconveniente (o sottocosto) è un prezzo civetta, che ha il solo scopo di attirare il cliente nel punto vendita, ben sapendo che poi, come dimostrato da molti studi (il 60-70% delle decisioni d’acquisto avvengono davanti agli scaffali), farà molti altri acquisti: “già che ci sono, compro anche questo…”. E li pagherà cari, spendendo più dello sconto ottenuto. Il prezzo dov’è? Al super bisogna sempre confrontare il prezzo al chilo o al litro, obbligatorio, ma riportato in piccolo sullo scaffale, e non quello della confezione. In tutti i negozi comunque il prezzo deve essere esposto, per legge, in modo ben visibile, proprio per favorire trasparenza e concorrenza tra negozi. Entrare in negozio per chiedere un prezzo è già un trappola: se l’oggetto vi piace ma è troppo caro, sarete a disagio nel doverlo ammettere e magari finirete per comprarlo perché non avete il tempo di riflettere meglio. Se ci fosse stato il prezzo esposto e lo aveste giudicato alto, forse non sareste neanche entrati.

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