Anabolizzanti e ormoni nei cassetti: maxi sequestro a gestore di una palestra

Per il gestore, un 38 anni domiciliato a Marina di Salve, e’ scattata una denuncia per ricettazione, assunzione e cessione di farmaci dopanti e importazione non autorizzata di farmaci.

Le indagini condotte dai carabinieri di Casarano (Lecce) congiuntamente ai carabinieri del Nas, Nucleo antisofisticazioni all’interno di un’associazione sportiva affiliata alla Fipe, Federazione italiana pesistica, hanno portato alla scoperta di anabolizzanti e ormoni steroidei nascosti nei cassetti.

Nello specifico: 140 compresse da 10 mg di “Danabol” e 60 pastiglie da 40 mg di “Clembuterolo”, entrambi appartenenti alla categoria degli steroidi anabolizzanti; 10 fiale di testosterone (ormoni steroidei); 80 compresse da 50 mg di “Citomed” nonché una fiala da 5 mg di “Bio-peptide” (ormoni della crescita). Flaconi e scatole erano privi del contrassegno Aic, che indica l’autorizzazione all’immissione in commercio in Italia. Dunque vietati sia in gara che fuori gara.

L’intero materiale è stato posto sotto sequestro, in attesa degli ulteriori approfondimenti dei Nas. Gli accertamenti proseguiranno anche per accertare l’agibilità e le autorizzazioni per la gestione della palestra.

Il significato e le origini del termine “doping” risultano piuttosto poco chiare. Pare, infatti, che il sostantivo primordiale doop, poi divenuto verbo (to dope) presso i britannici, derivi da un antico dialetto africano col significato di miscuglio, mistura o pozione. Agli inizi dell’ ‘800 “to dope” in Nord America indicava la pratica del “drogare” i cavalli da corsa con preparati a base di tabacco e narcotici allo scopo di compromettere le prestazioni atletiche degli animali degli avversari, o per truccare i concorsi ippici a scopo di lucro. Un significato dunque negativo rispetto al più attuale che intende per doping, secondo una non più recentissima definizione, “la somministrazione, l’assunzione volontaria e l’uso da parte di atleti e di soggetti dell’ordinamento sportivo di sostanze appartenenti alle classi di agenti farmacologici proibiti, e l’impiego di metodi vietati allo scopo di alterare artificiosamente le prestazioni agonistiche”. Un’alterazione in senso migliorativo sulla performance, dunque, non lecita ed ottenuta attraverso sistemi non naturali e fisiologici come l’allenamento e la preparazione psico-fisica, bensì grazie a farmaci e metodi particolarmente artificiosi, più o meno invasivi, influenti sulle caratteristiche fisiche e mentali dell’atleta allo scopo di migliorarne le prestazioni

Il doping ha probabilmente la stessa età dello sport, dal momento in cui l’uomo ha desiderato confrontarsi attraverso le proprie abilità col suo simile o con gli animali non soltanto a scopo bellico o per badare al proprio sostentamento, dal momento in cui la trasposizione della battaglia e della caccia in eventi e manifestazioni a scopo ludico hanno costituito un elemento fondamentale nell’evoluzione dell’essere umano, l’uomo ha probabilmente quasi da subito, cercato di prepararsi al confronto tentando di migliorarsi con qualsiasi sistema. Sono numerosissime le testimonianze di cerimonie propiziatorie prima della prestazione, l’assunzione di pozioni simbolicamente preparate con ingredienti richiamanti la vittoria o il vincitore di precedenti confronti. E’ ben noto l’esempio dei gladiatori che, prima di scendere nell’arena dell’anfiteatro Flavio, erano soliti assumere una bevanda preparata con una miscela composta dal sudore dei “colleghi” risultati vincitori negli incontri del giorno precedente e dalla sabbia del “campo di gioco” che aveva accolto il sangue dei vinti. Al di là di preparazioni galeniche di questo tipo, puramente simboliche ed a significato pseudo-magico, presso i Romani e presso numerosi altri popoli dell’antichità erano diffuse pratiche “dopanti” dotate anche di un certo significato farmacologico. Si ha notizia di preparati a base di frutta fermentata ad elevato contenuto alcolico per conferire all’atleta euforia e ridurre la paura dello scontro, alimenti preparati con interiora e testicoli di toro, dotati di vago significato anabolizzante, estratti di passiflora e tiglio ad effetto ansiolitico ed altre improbabili misture dotate di più o meno blanda efficacia farmacologica. Col tempo le competizioni e le discipline sportive si sono evolute, l’esito della gara non è più stato segnato dalla vita o morte dei partecipanti. Premi in danaro, proprietà dello stato devolute, esenzione dal servizio di leva, per i giovani atleti dell’antica Grecia che parteciparono alle prime olimpiadi, costituirono la posta più ambita dai concorrenti. Nell’età moderna l’invenzione del motore e della luce elettrica hanno consentito lo svolgimento di gare ad alta velocità ed in ambientazione notturna proponendo nuove alternative, lo sviluppo di ulteriori abilità e l’organizzazione di un maggior numero di competizioni in varie discipline. Il doping, più o meno subdolamente, si è però sempre insinuato come pratica sleale e pericolosa per il raggiungimento del risultato sportivo e quindi per il conseguimento di premi ed onori nel modo più facile e rapido possibile. La prima morte documentata di un atleta a causa dell’uso sconsiderato di sostanze risale al 1896. Il ciclista Arthur Linton, durante la corsa Bordeaux-Parigi fu colpito da una crisi cardiaca in seguito ad overdose di stimolanti. Fu molto in uso, in particolare nei primi decenni del 1900, soprattutto tra i ciclisti, la pratica di preparare e consumare anche nel corso della gara stessa le cosiddette “bombe”, veri e propri miscugli composti con associazioni di stimolanti naturali o artificiali diluite in borraccia con vino o acqua.

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