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Andria shock: Beve una Coca-Cola poi la ricoverano in ospedale

Fortunatamente la piccola sta bene. Il caso è già passato nelle mani della magistratura, su segnalazione della Polizia di Stato, che effettuerà le analisi microbiologiche per accertare la natura dell’”intruso” indesiderato.

Quando si parla di igiene alimentare non bisogna mai abbassare la guardia, ma la vicenda che vi descriviamo davvero dell’assurdo. Stando a quanto è stato divulgato da molte testate giornalistiche, un’adolescente dodicenne di Andria bevendo un sorso della famosissima bevanda si è trovata spiacevolmente un verme in bocca. La ragazza è stata trasportata immediatamente in ospedale sotto osservazione solamente perché non vi era conoscenza del tipo di verme ingerito situato all’interno della lattina.

La piccola, dopo aver bevuto la bevanda, di è accorta di avere un verme in bocca. Per adesso, in questo caso, nella ragazzina non si riscontra alcuna anomalia dal punto di vista fisico: la 12enne non ha presentato segni di malessere, ma è estremamente necessario che cose del genere vengano evitate, per evitare, appunto, situazioni come questa

Secondo il responsabile dell’ospedale, dunque, “la bambina non ha avuto né vomito, né diarrea o altri sintomi che possano allarmarci, resterà per qualche ora in ospedale”. Scattato, comunque, subito l’allarme e avvisate le forze dell’ordine. Sul posto, infatti, sono giunti agenti del commissariato di polizia che, con l’ufficio igiene di Andria e il Sian, il Servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione della Puglia, hanno sequestrato la lattina e stanno cercando di individuare il lotto per risalire alla provenienza.

Non è, però, questa la prima volta dove un contenitore d’alimenti sigillato fa trovare al suo interno una sgradevole sorpresa. Era successo, per esempio, tre anni fa a Modena, dove un’anziana signora si è versata dell’acqua da una bottiglietta chiusa prima di accorgersi che all’interno c’era una sorta di bozzolo, lungo almeno tre centimetri e attaccato alla plastica della confezione. Anche la donna aveva bevuto buona parte dell’acqua prima di rendersi conto dell’accaduto, anche lei si fece visitare, ma per fortuna anche quella volta non ci fu nessuna conseguenza.

Nessun alimento, in natura, è sterile, cioè privo di microbi.

Lasciato a sé, qualsiasi alimento, dopo un certo tempo, si altera; questo avviene tanto più in fretta quanto più l’alimento è ricco di microrganismi, i quali agiscono sulle sostanze che lo compongono (proteine, grassi e zuccheri) modificandone le caratteristiche, l’aspetto, il sapore. Pensiamo, ad esempio, al latte pastorizzato e a quello a “lunga conservazione”. Il primo si mantiene solo pochi giorni, perché è stato privato solo di alcuni suoi germi; il secondo si mantiene a lungo proprio perché “sterile”, cioè privo di germi.

Alcuni alimenti si prestano più di altri a trasmettere infezioni (poiché in essi i batteri si moltiplicano più facilmente che in altri) e, una volta contaminati, permettono ai batteri di raggiungere concentrazioni enormi in poco tempo (latte, formaggi, carni tritate, creme e paste all’uovo …). È bene sapere che la presenza di microrganismi patogeni, anche in grande quantità, può non provocare modificazioni alle caratteristiche dell’alimento (sapore, consistenza, odore). Ciò rende più difficile il riconoscimento degli alimenti da scartare perché contaminati. È il caso, ad esempio, della tossina dello stafilococco la cui presenza non è sospettabile ad un esame sommario dell’alimento (va ricordato che la tossina è presente anche dopo la cottura dell’alimento in quanto resistente al calore).

COME AVVIENE LA CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI

Le persone possono contaminare gli alimenti con microrganismi che provengono da lesioni cutanee (es. foruncoli), da infezioni del cavo orale o dell’apparato respiratorio (tonsilliti, bronchiti), o con batteri eliminati con le feci (salmonelle…).
Le cosiddette malattie a trasmissione oro-fecale, come la salmonellosi, il tifo, le dissenterie, sono infatti provocate dalla ingestione di microbi che a loro volta provengono dalle feci di uomini e/o animali.
Non è necessario essere malati per immettere nell’ambiente batteri patogeni. La salmonella può essere presente nelle feci di una persona che non accusa alcun disturbo. Lo stafilococco può trovarsi nella gola di una persona “sana” e, per un colpo di tosse, può contaminare un alimento, moltiplicarvisi e provocare malattia in chi consuma l’alimento.
Per la contaminazione dei cibi da cattiva igiene dell’alimentarista, da materie prime, da attrezzature, da contatto tra cibi crudi e cibi cotti, da cibo ottenuto da fonti incerte, si rimanda al capitolo “Fattori di rischio delle malattie trasmesse da alimenti e azioni di prevenzione”.

QUALI CONSEGUENZE PUÒ PROVOCARE LA CONTAMINAZIONE: LE MALATTIE TRASMESSE DAGLI ALIMENTI

Le malattie trasmesse dagli alimenti (Mta) possono essere definite: INTOSSICAZIONI: quando sono causate da un alimento che contiene sostanze chimiche velenose o tossine prodotte da microrganismi (ad es. intossicazioni da funghi velenosi, intossicazione da tossina botulinica che può essere presente in alimenti conservati, preparati senza le necessarie precauzioni).

INFEZIONI: quando la causa della malattia è da imputare alla presenza di microrganismi nell’alimento (come ad esempio tifo, epatite virale, brucellosi). TOSSINFEZIONI: quando la malattia è provocata da microrganismi che si moltiplicano nel nostro corpo producendo tossine.
Per dare un’idea della dimensione del problema nella nostra realtà, basti ricordare che nel periodo 1988-2002 in Emilia-Romagna si sono verificati più di 1.700 episodi epidemici (due o più casi di malattia correlati al consumo di un alimento comune) che hanno coinvolto con sintomi, complessivamente, 14.532 persone. Il 67% di queste persone aveva consumato alimenti in ristoranti, pasticcerie, rosticcerie, mense collettive, sagre o in altri esercizi di preparazione e vendita di alimenti.
Spesso si tratta di malattie non gravi, ma che a volte possono assumere caratteri preoccupanti, specie nei bambini e negli anziani o quando si manifestano in forma di vere e proprie epidemie (è il caso di episodi che hanno riguardato ristorazioni collettive).
Le tossinfezioni alimentari sono eventi spiacevoli non solo per gli sfortunati consumatori di cibi inquinati, ma anche per i titolari di laboratori e degli esercizi da cui proviene l’alimento incriminato, in quanto possono comportare conseguenze gravi di ordine amministrativo (sospensione della autorizzazione), civile (risarcimento danni) e anche penale.

CONSERVAZIONE DEGLI ALIMENTI

Le merci devono essere tenute in reparti o settori distinti per ciascun genere o gruppi di settore omogenei.
I reparti o settori destinati a prodotti non alimentari debbono essere tenuti distanti e separati dai reparti alimentari.

Gli stessi criteri devono osservarsi per la sistemazione nelle celle o armadi frigoriferi.
Le celle frigorifere e i congelatori devono essere sempre tenuti in perfetta efficienza, periodicamente puliti e disinfettati ed attrezzati in modo da evitare promiscuità fra alimenti incompatibili (verdure, carni, pollame, latticini ecc. separati tra di loro).
Occorre dividere gli spazi in cui vengono manipolati i prodotti crudi dagli spazi adibiti al cibo già cotto.
I piani di lavoro e le zone di lavaggio dei prodotti devono essere separati onde evitare che alimenti contaminati all’origine (gusci di uova imbrattati da escrementi, verdura e frutta con terriccio e antiparassitari) contaminino i cibi già “puliti”.
Si deve rispettare una netta separazione fra “circuito sporco e circuito pulito”.
Le materie prime in attesa di lavorazione e i cibi già preparati devono essere conservati a temperature non adatte alla moltiplicazione dei batteri.
Per i piatti pronti da consumare caldi, la temperatura deve essere mantenuta ad almeno 60-65°C.
Gli alimenti deperibili con copertura o farciti con panna e crema a base di uova e latte (crema pasticciera), yogurt nei vari tipi, bibite a base di latte non sterilizzato, prodotti di gastronomia con copertura di gelatina alimentare, gli alimenti deperibili cotti da consumarsi “freddi” (ad esempio, arrosti e roast-beef) e le paste alimentari fresche con ripieno devono essere conservati a temperatura non superiore a +4°C.
Occorre tenere presente che la catena del freddo deve essere mantenuta costante fino a che il prodotto non viene consumato.

La difesa dalle mosche

Occorre anche ricordare che tutte le malattie a trasmissione oro-fecale possono essere trasmesse anche dalle mosche che si posano ovunque e trasportano nelle zampe ogni genere di microbi.
Reticelle e protezioni alle finestre sono utili e, in molti tipi di esercizi, obbligatori. Naturalmente è indispensabile ridurre al massimo le tentazioni per questi insetti mantenendo i rifiuti in contenitori chiusi e disinfettati periodicamente, pavimenti e superfici ineccepibili, alimenti sfusi coperti o al chiuso. Fortunatamente le stesse misure che allontanano questi scomodi ospiti invogliano all’ingresso (e all’acquisto) coloro che tutti gli alimentaristi vorrebbero ricevere in gran numero: i clienti.

I surgelati

Un cenno particolare meritano i surgelati che offrono prodotti validi sia dal punto di vista nutrizionale che igienico purché l’alimento di partenza sia di buona qualità, surgelato con tecniche adeguate e la sua conservazione (dal luogo di produzione a quello di consumo) sia effettuata in modo corretto. Occorre ricordare che il processo di surgelazione può essere effettuato esclusivamente presso laboratori di produzione autorizzati.
È molto importante che il trasporto degli alimenti surgelati sia effettuato in condizioni tali che la temperatura, in ogni punto del prodotto, non sia mai superiore ai -18°C.
All’atto del ricevimento delle merci è opportuno controllare la consistenza e la forma del prodotto.
Le attrezzature frigorifere, anche al piano di massimo carico, devono mantenere la temperatura costante.
Gli apparecchi “a pozzo” devono portare all’interno una chiara indicazione della linea di massimo carico, che non deve essere superata.

Le celle di conservazione devono essere munite di termometri tarati e posizionati in modo da garantire la massima visibilità.
Le celle dovranno essere messe in posizioni tali da non essere esposte a raggi del sole o ad altre fonti di calore.
Quando non è possibile procedere alla cottura dell’alimento ancora congelato, è preferibile che il processo di scongelamento avvenga a temperatura di frigorifero, anche se richiede più tempo dello scongelamento a temperatura ambiente.
Occorre infatti ricordare che l’esposizione dell’alimento a temperatura ambientale, anche per tempi relativamente brevi, rende possibile la rapida ripresa della moltiplicazione dei batteri che il processo di surgelazione aveva bloccato, ma non eliminato.

PRECAUZIONI NEI CONFRONTI DEI CLIENTI

Anche i clienti, che frequentano bar e negozi, possono essere fonte di contaminazione degli alimenti.
Il servizio igienico a disposizione del pubblico non deve essere mai lo stesso riservato al personale.
I cibi sfusi e deperibili vanno protetti mediante vetrinette, banchi o espositori refrigerati o riscaldati, a seconda dei cibi che devono essere conservati.
Non possono essere lasciati alla mercé di colpi di tosse, starnuti e ditate degli indecisi che potrebbero optare per il bombolone dopo aver afferrato il cornetto.
È importante infine ricordare che gli alimenti prodotti, messi in vendita e somministrati non devono essere in cattivo stato di conservazione, privati dei loro elementi nutritivi con trattamenti non idonei, non devono contenere coloranti artificiali o additivi chimici che non siano stati autorizzati, non devono contenere eccesso di residui di prodotti usati in agricoltura, tossici per la persona.

DECALOGO DEL “BUON ALIMENTARISTA”

1) Curare l’igiene della persona e del vestiario.
2) Lavarsi e disinfettarsi le mani spesso (dopo l’uso dei servizi igienici, dopo essersi soffiati il naso), usare sapone erogato da un distributore e asciugamani a perdere.
3) Astenersi dalla manipolazione dei cibi se si è affetti da raffreddore, mal di gola, da lesioni pustolose alle mani. In caso di necessità, proteggersi il naso e la bocca con mascherina e le mani con guanti a perdere.
4) Tenere i locali di lavoro, di deposito e di vendita in condizioni di perfetta e costante pulizia e ben aerati.
5) Lavare con soluzioni detergenti e disinfettanti i piani di lavoro, gli utensili, i macchinari, almeno alla fine di ogni turno di lavoro.
6) Tenere i cibi a temperature inadatte alla moltiplicazione dei microbi.
7) Ricordare che gli alimenti più a rischio di provocare tossinfezioni sono: carni tritate, carni da consumare crude, minestre e pietanze a base di carne o in brodo di carne, pesci e frutti di mare, uova e cibi a base di uova, latte, latticini e cibi contenenti gli stessi.
8) Proteggere gli alimenti mediante vetrinette, espositori, banchi, per impedire qualunque contaminazione anche da parte dei clienti.
9) Evitare di toccare i cibi con le mani, usando, invece, forchette, cucchiai, spatole, tovaglioli, carta ed altri oggetti idonei allo scopo.
10) Tenere lontano mosche, topi e insetti (rifiuti in contenitori chiusi, reticelle alle finestre).

FATTORI DI RISCHIO DELLE MALATTIE TRASMESSE DA ALIMENTI E AZIONI DI PREVENZIONE

I fattori di rischio sono legati essenzialmente a:
contaminazione delle materie prime, delle attrezzature, contaminazioni di cibi già cotti con cibi crudi, cattiva igiene dell’alimentarista e cibo ottenuto da fonti incerte;
sopravvivenza dei microrganismi patogeni per utilizzo di cibo crudo o non adeguatamente cotto (tempo e temperatura di cottura non adeguati); moltiplicazione dei microrganismi patogeni per scorretto mantenimento delle temperature di conservazione, preparazione e consumo.

CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI

Alcuni alimenti, per loro natura (come la verdura e le uova) o perché provenienti da fonti incerte (come ad esempio molluschi privi di etichettatura), possono contenere microrganismi che, se non vengono uccisi con la cottura e hanno la possibilità di moltiplicarsi, possono causare malattie in chi li consuma. Acquistare le materie prime da rivenditori autorizzati non è solo un obbligo di legge, ma garanzia di maggiori controlli all’origine.
Gli alimenti da consumarsi crudi devono essere freschissimi, puliti e lavati accuratamente.
La cottura a temperatura adeguata e per un tempo sufficiente è il migliore metodo di “bonifica” da microrganismi, patogeni e non.

Come prevenire la contaminazione degli alimenti
Per prevenire la contaminazione degli alimenti è necessario porre attenzione a non mettere in contatto tra loro cibi crudi e cibi cotti, all’igiene dell’ambiente di lavoro e delle attrezzature, all’igiene dell’alimentarista.

Non soltanto formiche, ma anche mosche, zanzare, vespe, scarafaggi e ragni: tenere lontani gli insetti con rimedi naturali è possibile. È una buona regola generale, ad esempio, evitare il cibo scoperto, soprattutto quando è particolarmente profumato o se si tratta di sostanze zuccherine perché attirano soprattutto mosche e formiche. Lo stesso vale per le briciole e per gli avanzi di cibo che restano attaccati ai piatti che lasciamo nel lavandino. Teniamo sempre tutto pulito tenendo ben chiusi barattoli di miele e marmellata. Ma vediamo nello specifico, insetto per insetto, cosa è più indicato fare.

Mosche
Il primo metodo, e il meno invasivo, è quello di spegnere eventuali luci accese e socchiudere le serrande lasciando un po’ di luce esterna così che la mosca, attratta dalla luce, esca fuori. Quando però le mosche sono più di una allora bisogna ricorrere ad altri rimedi, anche per evitare che entrino in casa. Potete creare una miscela con pepe nero, zucchero e acqua da spalmare su una striscia di carta che metterete sul davanzale della finestra; in alternativa, è il caso di lasciare sui davanzali o sparse per casa fette di limone con chiodi di garofano. Le mosche non sopportano gli odori forti quindi eviteranno di avvicinarsi.

Zanzare
Le zanzare sono le più subdole perché durante il giorno, anche se sono in casa, si nascondono dietro mobili o altri oggetti e restano lì fino a quando fa buio. Per le zanzare è bene innanzitutto prendere delle precauzioni: la sera non tenere le luci accese e le porte aperte se non abbiamo una zanzariera, nei balconi piantiamo menta, gerani o lavanda, piante che le tengono lontane a causa del loro odore. Evitiamo l’acqua stagnante nei sottovasi e anche ristagni di acqua piovana. Un metodo naturale efficace è quello di utilizzare il succo d’aglio miscelato con acqua da spruzzare sia su un tessuto da mettere sui davanzali ma è efficace anche sulla pelle. Un altro rimedio naturale è costituito da aceto e limone: in un contenitore mettete l’aceto e qualche fetta di limone.

Vespe
Ci sono delle piante che non le fanno avvicinare: citronella, alloro, basilico, gerani. Un rimedio naturale è quello di utilizzare i fondi del caffè da mettere su una superficie ignifuga: un barattolo di vetro o della carta alluminio ripiegata bene. Una volta messa la polvere del caffè bruciatela con un accendino: il fumo che sprigionerà terrà lontane le vespe. La sua efficacia dura diverse ore anche quando il fumo sarà spento.

Scarafaggi
La prima cosa da fare è tenere ben sigillato il cibo ed evitare briciole o residui in cucina e nelle altre stanze. Teniamo la casa ben pulita e laviamo il pavimento e le piastrelle con acqua e aceto, che sarà un primo repellente per tenere lontani gli scarafaggi. Potete poi preparare delle miscele che li terranno lontani: tra quelle più efficaci c’è aglio, limone e chiodi di garofano da miscelare insieme e unire a un po’ d’acqua spruzzando la miscela nei posti dove potrebbero nascondersi. Anche l’alloro tiene lontani gli scarafaggi: mettete una piantina in balcone o sminuzzate le foglie e spargetele vicino a porte e finestre. Anche l’erba gatta è un repellente naturale per gli scarafaggi, da collocare sempre su davanzali o vicino la porta oppure potete preparare un infuso da spruzzare.

Ragni
Teniamo ben pulita casa e sigilliamo eventuali buchi o fessure dalle quali potrebbero entrare. La sera evitate di tenere accese le luci esterne che li attirano. Quando però sono ormai in casa possiamo adottare dei rimedi casalinghi per allontanarli. Tra questi c’è un rimedio della nonna che consiste nello spargere nelle zone della casa dove abbiamo notato i ragni delle castagne. Inoltre potete preparare una miscela con olio essenziale di menta piperita e acqua da spruzzare anche in corrispondenza delle zone dove abbiamo trovato le ragnatele. Oppure possiamo direttamente mettere le gocce di olio essenziale sull’ovatta e lasciarla vicino a fessure o buchi dai quali potrebbero spuntare i ragni. Altro rimedio casalingo e naturale sempre efficace è l’aceto.

Le mosche trovano idoneo ambiente di sviluppo negli allevamenti zootecnici e, oltre a creare disagio all’interno dello stesso allevamento, disturbano gli animali allevati e gli operatori e possono causare molestia negli ambienti urbani limitrofi. La produttività degli animali allevati, infastiditi dalle mosche, cala in termini di incremento peso o di produzione di latte, e vi è il rischio di compromettere la qualità del latte prodotto a causa delle contaminazioni batteriche. Questo problema si aggrava in presenza di Stomoxys calcitrans a causa dell’attività ematofaga e delle conseguenti dolorose punture che infligge a uomini ed animali.
Gli adulti, alla ricerca di cibo, si posano ovunque, rigurgitano saliva e defecano, veicolando numerosi patogeni. Sono un centinaio, fra virus, batteri, protozoi, elminti e funghi, i patogeni trasmissibili in questo modo dalle mosche.
Va però precisato che sebbene siano stati isolati numerosi microrganismi patogeni sulle mosche e che sia stata dimostrata la loro capacità vettoriale, la presenza di mosche pur essendo indice di cattive condizioni igieniche dell’ambiente non è necessariamente da collegare a imminenti epidemie. La loro responsabilità come vettori acquista qualche significato solo in circostanze particolari quali periferie e nuclei urbanizzati degradati e in villaggi e comunità di paesi in via di sviluppo.
Le norme
Gli atti normativi che obbligano gli allevatori a condurre un efficace controllo delle mosche presso gli allevamenti zootecnici sono sempre più frequenti.

Si tratta di normative generiche (ad esempio Regolamenti di igiene e sanità pubblica) o specifiche (ordinanze indirizzate al singolo allevatore) alcune delle quali fanno riferimento a leggi e decreti emanati negli anni 1928 (Legge n. 858 del 29 marzo 1928) e 1934 (T.U.LL.SS. 27.07.1934 n. 1 265), a testimoniare l’importanza attribuita a questa tematica da molto tempo.
I controlli e le ispezioni sono spesso conseguenti a segnalazioni di disagio da parte di cittadini e possono coinvolgere diversi enti (Ausl, Arpa, Comuni, Provincia,
Corpo forestale dello stato) che verificano, oltre alle situazioni di specifica competenza, la corretta gestione del controllo delle mosche.
La lotta integrata
Nel controllo delle infestazioni un approccio efficace si basa su un sistema di lotta integrata mirato innanzitutto a limitare le condizioni idonee di crescita degli insetti (prevenzione) e sull’impiego di metodi di lotta veri e propri, fisici, biologi e chimici; si tratta del cosiddetto Ipm (Integrated Pest Management).
La lotta integrata riduce l’uso di prodotti chimici e pertanto limita anche l’insorgere di fenomeni di resistenza agli insetticidi che nelle popolazioni di mosca sono facilitati dall’elevata prolificità di questi insetti e dell’elevato numero di generazioni annuali (anche una ogni 10 giorni nella stagione favorevole).
In Italia, oltre alla nota resistenza da parte di M. domestica al Ddt segnalata da Saccà nel 1947, sono stati accertati fenomeni di resistenza sia a prodotti adul- ticidi che larvicidi.
Un impiego oculato di insetticidi favorisce anche l’azione dei nemici naturali (predatori e parassitoidi) e riduce l’esposizione di operatori e animali a sostanze tossiche.
L’igiene
La gestione delle mosche inizia dalla accurata pulizia di tutti gli spazi aziendali. Laccidentale accumulo di sostanza organica in angoli più o meno nascosti, piccoli accumuli di deiezioni o mangime umido possono rappresentare siti di proliferazione muscidica difficilmente gestibili.
L’azione diretta sulla lettiera deve essere mirata a mantenere il contenuto di umidità al di fuori dei valori necessari alla sopravvivenza di questo stadio (40- 80%).
L’obiettivo più ovvio è quello di cercare di mantenere asciutto il più possibile il letame attraverso diverse azioni: corretta manutenzione degli abbeveratoi, aerea- zione dei locali, aggiunta di materia cellulosica. La concimaia deve essere strutturata in modo da favorire la separazione del percolato e stimolare una fermentazione aerobica che tende ad aumentare la temperatura e l’evaporazione.
Le trappole
Per la cattura degli adulti sono disponibili sul mercato numerose trappole attrattive. Possono essere utilizzati ad esempio particolari supporti di materiale, forma e dimensione variabili cosparsi di sostanze collanti ed in alcuni casi con particolari disegni atti ad attirare le mosche. Questi devono essere utilizzati all’interno degli allevamenti per impedire che organismi non bersaglio possano essere intrappolati e perché devono essere protetti dagli agenti atmosferici che potrebbero comprometterne l’efficacia. L’efficacia può essere inficiata anche in caso di posizionamento in un ambiente eccessivamente polveroso.
Le trappole vere e proprie possono essere utilizzate in ambiente interno ed esterno a seconda della tipologia. Nei locali in genere si sfrutta il fototropismo positivo, vale a dire l’azione attrattiva esercitata dalla luce nei confronti delle mosche (raggi UV-A). A seconda della tipologia la morte delle mosche può avvenire in diversi modi (griglia elettrica, superficie collante, o trattenute da una ventola). L’efficacia delle trappole luminose è migliore negli ambienti bui e poco illuminati.
All’esterno si impiegano trappole attrattive attivate con esche di natura proteica, sospese in acqua all’interno di un contenitore in plastica.
Nell’impiego di questi strumenti di lotta è fondamentale il corretto posizionamento in quanto correnti d’aria, illuminazione, ombreggiamento, ecc. possono influire sulla capacità attrattiva della trappola.
La lotta chimica
La lotta chimica comprende l’uso di larvicidi e di adulticidi. I principi attivi larvicidi più comuni sono Ciromazina, Difluben- zuron, Piryproxyfen, Triflumuron. Si tratta di regolatori di crescita (in inglese Igr, Insect Growth Regulator), sostanze che impediscono lo sviluppo delle larve e la loro trasformazione in adulto in quanto interferiscono sul complicato equilibrio ormonale degli insetti.
Al fine di limitare laquantitàdi insetticida impiegato e di assicurarsi l’efficacia del trattamento è fondamentale individuare con esattezza i luoghi di sviluppo delle larve (ad esempio vicino agli abbeveratoi, in quanto la lettiera è generalmente più umida, o lungo i bordi dei box in quanto vi è meno calpestio). Sono da evitare trattamenti ripetuti su tutta la lettiera per il rischi resistenza. Contro gli adulti sono utilizzabili le esche insetticide o i trattamenti con prodotti liquidi distribuiti con appositi dispositivi. Le esche insetticide possono contenere diversi principi, spesso si tratta di neoni- cotinoidi ma ne esistono anche di origine naturale. In ogni caso le esche non devono essere mai sparse nell’ambiente (pavimenti, muretti, ecc.) ma poste in appositi contenitori per evitare il contatto con animali non bersaglio.
I prodotti adulticidi sostanzialmente sono a pronto effetto o ad azione residuale. I principi attivi impiegabili possono essere di diversa natura; per limitare i fenomeni di resistenza si raccomanda un impiego corretto in termini di dosaggi e tempistica di intervento nonché un uso limitato ai casi effettivamente necessari; fondamentale è anche variare nel tempo la classe di appartenenza dei prodotti impiegati (piretroidi, carbammati, fosfor- ganici, neonicotinoidi).
n merito ai neonicotinoidi va ricordato il loro impatto altamente negativo nei confronti delle api, oggetto di discussione anche in ambito europeo.
I II loro impiego negli allevamenti limita la possibilità di contatto delle api con questo prodotto ma va tenuto conto di questa problematica e quindi l’uso di questi prodotti deve essere, più che mai, corretto e limitato allo stretto necessario.
Un sistema per ridurre l’impiego di prodotti residuali è la distribuzione (anche con pennello) della miscela su appositi pannelli di materiale non assorbente da posizionare nei siti ove il volo delle mosche è più frequente. Questo sistema limita anche il rischio di effettuare un trattamento inefficace a causa del substrato che se sporco, polveroso o poroso determina un rapido decremento del periodo di persistenza del prodotto.
La lotta biologica
Sono anche state proposte tecniche di lotta biologica mediante l’introduzione di Ophyra aenescens della cui azione predatoria nei confronti di M. domestica si è accennato precedentemente, e di paras- sitoidi dei pupari in particolare Spalan- gia, Muscidifurax e Nasonia.
Si tratta di insetti presenti naturalmente negli allevamenti in merito ai quali l’azione più importante da fare è la loro salvaguardia, evitando il trattamento diretto del letame con prodotti non selettivi.
Per concludere, il controllo delle mosche negli allevamenti zootecnici necessita dell’impiego di strategie multiple che possano interagire ed avere effetto sinergico. Singolarmente nessuna azione descritta può ottenere efficacia duratura. La corretta gestione delle deiezioni, la pulizia e la ricerca dei siti di proliferazione delle larve sui quali intervenire in maniera adeguata sono le azioni che dovrebbero entrare a far parte del costante operato gestionale.

DAL PUNTO DI VISTA ENTOMOLOGICO
Con il termine generico di “mosche” e “mosconi” si intendono insetti appartenente all’ordine dei Ditteri, al quale appartengono anche le zanzare. Ditteri letteralmente significa “due ali” (nella generalità gli insetti possiedono due paia di ali). In questo ordine infatti le ali posteriori si sono trasformate in bilancieri, organi deputati a mantenere l’equilibrio in volo.
La specie maggiormente infestante gli allevamenti bovini, ma anche avicoli, suinicoli, è Musca domestica. Altre specie che si possono rinvenire negli allevamenti bovini sono Muscina stabu- lans, Fannia canicularis, Ophyra aenescens, Stomoxys calci- trans, Musca lampara, Musca autunnalis. Le specie citate appartengono alla famiglia Muscidi e sono comunemente definite mosche, mentre altre specie, definite genericamente mosconi per le maggiori dimensioni, appartengono alla famiglia Callipho- ridi (mosconi verdi o blu della carne) o Sarcophagidi (moscone grigio della carne) che in realtà raramente raggiungono elevate densità di popolazione in ambiente zootecnico ed in genere sono confinate in aree in cui si trovano concentrate sostanze proteiche come carcasse di animali o uova rotte per quanto riguardagli allevamenti avicoli.
S. calcitrans si distingue da tutte le altre specie per il regime dietetico degli adulti che sono ematofagi in entrambe i sessi. Questa mosca possiede un apparato boccale pungente atto a perforare l’epidermide. Le altre specie hanno un apparato boccale succhiatore lambente capace di lambire ovvero assumere solo sostanze liquide, succhiandole. Queste mosche in presenza di cibi solidi emettono sostanze pre-digerenti (saliva) che rendono liquido il substrato (digestione extraintestinale).
Il ciclo di sviluppo di questi insetti è denominato completo, passando per gli stadi di uovo, larva, pupa e adulto.
Gli stadi larvali si sviluppano in sostanze organiche in decomposizione
di diversa natura, principalmente letame. Fra i diversi fattori che influenzano lo sviluppo delle larve sono di fondamentale importanza la temperatura e l’umidità del substrato, quest’ul- timadeve essere compresa fra il 40 e l’80%, mentre latempera- tura è determinante per la durata del ciclo, che può variare da 6 a 40 giorni circa.
La stagione più favorevole per lo sviluppo delle mosche va da aprile a ottobre ma M. domestica nella stagione invernale conti- nuaa riprodursi in ambienti riparati oppure latrascorre in diapausa (un particolare stato di quiescenza adatto a superare i rigori invernali).
Il ciclo di vita delle altre specie si differenzia poco rispetto a quello di M. domestica. In genere, a parità di condizioni, è più lungo in F. canicularis, S. calcitrans e M. stabulans. F. canicularis inoltre si adatta più facilmente ad un substrato umido ed è più frequente negli allevamenti avicoli.
Le larve di O. aenescens, presenti negli stessi ambienti di M. domestica sono piuttosto attive, possono avere un comportamento predatorio delle giovani larve di M. domestica ed il loro utilizzo è stato anche proposto in alcuni piani di lotta biologica.
Lo spostamento degli adulti dal sito di sviluppo dipende da diversi fattori non facilmente definibili (temperatura, presenza di vento, presenza di aree urbanizzate, ecc.).
M. domestica è in grado volando di spostarsi dal sito di sviluppo per un raggio di circa 2 km, anche se alcuni esemplari possono effettuare spostamenti superiori ai 6 km. In uno studio relativo a S. calcitrans è stato accertato che il 50% delle mosche rilasciate presso alcune stalle si è spostato entro un raggio di 1,6 km e gli autori ritengono che le mosche che provocano problemi in un’area molto probabilmente hanno origine in un sito presente a meno di 5 km.