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Cibo e cancro, gli alimenti che possono essere letali

L’alimentazione ed il cancro hanno  una correlazione tra di loro? Purtroppo sì. Possiamo affermarlo con certezza dopo moltissimi studi mondiali, anche i più recenti, che evidenziano tre punti fermi in materia.

Gli alimenti più Pericolosi

L’alimento più pericoloso è lo zucchero bianco“. Il secondo “gli insaccati, soprattutto il prosciutto cotto“. Il terzo “le carni rosse”. Ed a seguire il resto, “viene a seguire”.

È quanto evidenziato su un giornale nazionale da Franco Berrino, epidemiologo, dal 1975 allo IEO di Milano ed autore di studi internazionali di grandissima rilevanza sulla prevenzione del cancro attraverso il cibo.

Dunque, cosa dobbiamo mangiare davvero oggi, se vogliamo un’alimentazione sana?

“Nulla di morto. E dunque cereali integrali, legumi, frutta e verdura. Variando moltissimo tra questi, perché ogni alimento ha la sua specificità nutritiva”, ha rilevato Berrino, che ha suggerito un’altra prassi preventiva: il digiuno.

“Che si può praticare in varie modalità. Per 16-18 ore, cioè saltando la cena. Per 24 ore. Per 36. O per 2/3 giorni non consecutivi alla settimana. Il cosiddetto digiuno intermittente”.

Insomma, ancora una volta, per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, la prova che al di là dei fattori genetici, una dieta sana ed equilibrata a breve e soprattutto a lungo termine può portare effetti benefici per la nostra salute e ridurre notevolmente il rischio di malattie anche gravi.

Limita il consumo di carne rossa ed evita il consumo di carni lavorate e conservate

Gli alimenti di origine animale consumati all’interno di una dieta sana e ricca di prodotti vegetali rappresentano un apporto di nutrienti e possono rientrare in una dieta salutare e preventiva. Per quanto riguarda le uova, il latte e i suoi derivati, le carni bianche e il pesce, non esistono a oggi evidenze che il loro consumo influisca sullo sviluppo delle patologie oncologiche. Per quanto riguarda la carne rossa, invece, i dati raccolti finora dicono che un consumo al di sotto dei 500g alla settimana non costituisce un pericolo per la salute. Gli insaccati e le carni lavorate e processate sarebbero da eliminare dalla lista della spesa e da consumare solo occasionalmente. Non è chiaro quale sia il collegamento diretto tra il consumo di carni lavorate e conservate e il rischio di cancro perché i fattori di rischio potrebbero essere legati al metodo di conservazione (sale, affumicatura, conservanti, coloranti) oppure al contenuto di grassi saturi. Focus Si considerano rosse le carni di manzo, maiale e agnello e i loro derivati. La raccomandazione di non superare i 500g alla settimana comprende tutte queste tipologie di carne e i loro derivati. Salsicce, wurstel, prosciutti, salami, altri salumi e insaccati sono considerati prodotti trasformati e conservati, quindi da consumare occasionalmente. È da sfatare il mito che sia necessario consumare grandi quantitativi di carne per soddisfare il fabbisogno proteico e di ferro: esistono numerose altre fonti proteiche di origine animale e vegetale e numerose fonti di ferro di origine vegetale, dai legumi agli ortaggi a foglia verde, dalle brassicaceae alla frutta secca. Per migliorare l’assorbimento del ferro di origine vegetale è bene unire a questi alimenti una fonte di vitamina C come il succo e la scorza di limone e arancia, il peperoncino dolce o piccante. Esistono numerose fonti proteiche alternative alla carne rossa: • carne bianca, scegliendo tagli magri e senza pelle • uova, da consumare 2 volte alla settimana • pesce, prediligendo quello azzurro di piccola taglia come sgombro, sarde e alici. • formaggi, preferendo quelli freschi e magri come ricotta, caprino fresco e quartirolo • legumi, unitamente ai cereali, per creare un apporto proteico paragonabile a quello dei prodotti di origine animale. Da consumare 3 o più volte a settimana sotto forma di zuppa o di piatto unico.

Mantieniti normopeso

La correlazione tra obesità e malattie croniche (come malattie cardiovascolari, diabete e cancro) è ormai accertata. Le maggiori cause di sovrappeso e obesità sono le scorrette abitudini alimentari e la sedentarietà. Mantenersi nell’intervallo del normopeso può essere uno dei migliori comportamenti in grado di prevenire il cancro. È importante mantenersi normopeso per l’intera durata della vita: essere sovrappeso durante l’infanzia e l’adolescenza aumenta le probabilità di essere un futuro adulto obeso. Focus La valutazione del peso è fatta in funzione dell’Indice di Massa Corporea (IMC) che prende in considerazione la statura e il peso dell’individuo (rapporto tra peso in kg e statura in metri elevata al quadrato). Si è normopeso quando l’IMC si trova nell’intervallo 18.5 – 24.9, sovrappeso quando si trova tra 25 e 29.9, mentre l’obesità è rappresentata da un IMC superiore a 30. Si deve tenere presente che l’IMC è un indice che riflette bene la condizione di peso di un individuo, tuttavia la sua precisione è maggiore quando è riferito a gruppi di individui mentre per il singolo in alcuni casi potrebbe dare indicazioni non precise. La circonferenza della vita rappresenta un valido indice della distribuzione del tessuto adiposo in sede viscerale ed è in grado di fornire utili indicazioni sulla topografia del grasso corporeo: quest’ultimo aspetto è considerato più significativo della quantità assoluta di massa grassa. Si stima che valori della circonferenza della vita pari o superiori a 80 cm nella donna e a 94 cm nell’uomo siano fortemente associati a un aumento del rischio di numerose malattie considerate complicanze metaboliche dell’obesità, tra le quali il diabete, le patologie cardiovascolari e i tumori. Alcuni consigli pratici per raggiungere e mantenere il peso nella norma: • cerca di diminuire la densità energetica dei pasti consumando regolarmente ad ogni pasto alimenti ricchi di acqua e fibra, come frutta e verdura • pratica uno stile di vita attivo assicurandoti di raggiungere i 30 minuti di attività moderata ogni giorno • tieni d’occhio le porzioni dei piatti che cucini a casa e non preparare delle porzioni maggiori per paura di avanzare del cibo • a cena fuori ordina delle porzioni ridotte oppure condividi le portate con amici o parenti senza sentirti obbligato a finire tutto il cibo presente in tavola • elimina dal carrello della spesa gli alimenti altamente energetici, sia dolci che salati, come merendine e patatine, e le bevande gassate e zuccherate. Consuma questi alimenti solo occasionalmente.

Mantieniti fisicamente attivo ogni giorno

Qualsiasi tipo di comportamento che privilegi l’uso dei propri muscoli piuttosto che delle macchine nelle attività quotidiane, può contribuire al dispendio energetico che previene l’aumento del peso o favorisce la perdita di peso con conseguente diminuzione del rischio di tumore. La relazione tra attività fisica e riduzione del tumore è chiara ed esistono effetti biologici che sembrano giustificare questa correlazione: • miglioramento del sistema digestivo e aumento della velocità del transito gastrointestinale • diminuzione del grasso corporeo • potenziamento del sistema immunitario • miglioramento della sensibilità all’insulina Focus Si raccomanda di svolgere attività fisica di intensità moderata almeno 30 minuti ogni giorno: equivale a una camminata veloce e può essere parte di una attività fisica legata agli spostamenti e ai viaggi, ai lavori domestici o alle attività ricreative e sportive. Non appena la condizione fisica migliora (quando si è allenati), cercare di raggiungere 60 minuti di attività di intensità moderata o 30 di intensità vigorosa ogni giorno. La migliore scelta è sempre quella dell’attività che più si preferisce, da soli o con parenti e amici: nuoto, corsa, ballo, bicicletta, escursionismo, giochi di squadra come calcio e pallavolo. Le persone che hanno un lavoro sedentario devono prestare attenzione particolare a praticare giornalmente attività moderata. È altrettanto importante evitare abitudini sedentarie come stare davanti alla tv per ore o davanti al computer: questo atteggiamento è associato a un maggiore consumo di alimenti altamente energetici e bevande zuccherate. Consigli su come aumentare l’attività fisica durante la giornata: • per camminare di più prova a scendere dai mezzi pubblici ad una fermata prima e raggiungere la tua destinazione a piedi • utilizza un contapassi per cercare di raggiungere 10mila passi al giorno • prova ad ascoltare la musica durante le faccende domestiche per svolgerle con più energia • utilizza le scale al posto dell’ascensore • se devi incontrare un amico per un caffè non restare troppo seduto al bar, proponi di chiacchierare passeggiando • coinvolgi i tuoi parenti e gli amici in attività all’aria aperta, ad esempio al parco, oppure portali a ballare. Non solo ti aiuterà ad aumentare la tua attività fisica ma potrai diffondere anche buone abitudini salutari ai tuoi cari.

Limita il consumo di alimenti ad alta densità energetica ed evita le bevande zuccherate

Una dieta troppo ricca di alimenti altamente energetici, in particolare prodotti industriali, è strettamente correlata a un aumento del rischio di sovrappeso e obesità; queste condizioni aumentano il rischio di cancro e di numerose altre patologie croniche. Anche le bevande dolci hanno un ruolo cruciale nell’aumento del peso, soprattutto se consumate con regolarità: questo effetto negativo non è dato soltanto dall’apporto calorico, bensì dalla loro incapacità di saziare portando a un consumo smodato. Non tutti gli alimenti ricchi di calorie sono deleteri per la salute, un classico esempio è rappresentato dalla frutta secca che, se consumata in quantità adeguata, è in grado di incidere positivamente sullo stato di salute poiché ricca di fibra, grassi salutari, micronutrienti e fitocomposti. Focus Per “alimenti ad alta densità energetica” si intendono i cibi che contengono un elevato apporto calorico in un piccolo volume: la maggioranza delle calorie fornita da questi alimenti è data da grassi e zuccheri, quindi il consumo contribuisce all’aumento del peso corporeo. Molti di questi alimenti non forniscono composti utili all’organismo come vitamine, sali minerali e polifenoli, risultano soltanto dannosi per la salute: a causa di questo scarso valore nutrizionale le loro calorie sono soprannominate “calorie vuote”. Riconoscere questi alimenti è molto semplice, in generale sono prodotti che hanno subito diverse lavorazioni e raffinazioni, sono poveri di acqua e fibre e ricchi di grassi e/o zuccheri. Dolciumi, biscotti, merendine, snacks al cioccolato, patatine, salse da condimento sono esempi di alimenti altamente energetici. Tra le bevande zuccherate sono compresi i succhi di frutta e le bevande gassate.

Consuma più alimenti di origine vegetale

In generale frutta e verdura, essendo ricche di acqua e fibra, hanno un apporto calorico basso e, soprattutto quando consumate con varietà, rappresentano un’importante fonte di vitamine, sali minerali e altre molecole benefiche chiamate fitocomposti. I legumi sono una buona fonte proteica e i cereali integrali contribuiscono all’apporto di fibra nella dieta. La frutta secca e i semi oleosi sono veri e propri concentrati di micronutrienti e grassi salutari, benefici per il sistema cardiovascolare, mentre le erbe aromatiche e le spezie sono utili per arricchire la dieta di sapori naturali e vitamine e sali minerali. Consumando principalmente alimenti di origine vegetale è possibile ridurre il rischio di cancro ma anche di sovrappeso e obesità, strettamente correlati con la salute. Focus Il modo migliore per sfruttare il potere protettivo del mondo vegetale è consumare cereali e legumi in grande varietà. Cereali e simil-cereali: grano, farro, orzo, quinoa, grano saraceno, amaranto, riso, mais. Preferire cereali in chicco e prodotti derivati da farine integrali. Legumi: ceci, piselli, lenticchie, fave, soia, fagioli borlotti, cannellini, corona, azuki Per assicurarci varietà tra frutta e verdure può essere utile variarne i colori. − verde: zucchine, broccoli, asparagi, kiwi − blu-viola: more, mirtilli, melanzane, prugne − giallo-arancio: arance, peperoni, carote, albicocche, pesche, limoni − rosso: pomodori, mele rosse, lamponi, fragole, cavolo rosso, barbabietola − bianco: cipolle, porri, verza, cavolfiore

Bevande alcoliche. se sì, con moderazione

L’eccesso di alcol, indipendentemente dal tipo di bevanda, è legato a un aumento del rischio di cancro: se ne raccomanda quindi un consumo decisamente moderato. Allo stesso tempo, però, esistono evidenze che un consumo moderato di un certo genere di alcol possa contribuire alla prevenzione del rischio di patologie cardiovascolari. Queste informazioni richiedono molta attenzione perché, se è vero che dal punto di vista cardiologico un piccolo consumo di alcol possa fare bene, in ambito oncologico questo beneficio non si è mai dimostrato e anzi non è stato possibile individuare un livello di consumo al di sotto del quale il rischio di cancro non aumenti. Le ricerche effettuate finora dimostrano che l’effetto negativo dell’alcol è ulteriormente amplificato quando combinato con il fumo di sigaretta. Oltretutto le bevande alcoliche forniscono parecchie calorie, quindi un consumo smodato di alcol può aumentare il rischio di sovrappeso e obesità. Le donne incinte non dovrebbero consumare alcol. Focus Per una buona prevenzione oncologica la raccomandazione sarebbe di evitare il consumo di bevande alcoliche e consumarne piccole quantità solo occasionalmente. Tuttavia, se si vogliono consumare bevande alcoliche è bene non superare 1 unità alcolica al giorno per le donne e 2 unità al giorno per gli uomini. Consigli per bere responsabilmente: • prediligi le porzioni piccole di bevande alcoliche e non farti attirare dalle porzioni più grandi soltanto perché più convenienti • se provi una sensazione di sete prediligi l’acqua in quanto l’alcol non ti soddisferà la sete e ti porterà a berne una quantità eccessiva • quando consumi una bevanda alcolica bevila lentamente per assaporarla e per farla durare più tempo possibile • non bere mai a stomaco vuoto poiché in questo modo l’alcol viene assorbito dal tuo organismo in maggiore quantità e molto più velocemente • assicurati di bere sempre acqua prima e dopo aver consumato bevande alcoliche per reidratare l’organismo

Limita il consumo di alimenti ricchi di sale

Alcuni metodi di preparazione, lavorazione e conservazione dei cibi possono influire sul rischio di tumore. Le evidenze a oggi più convincenti riguardano le carni conservate con metodi di affumicatura, salatura e uso di conservanti. Il sale è importante per la salute dell’organismo ma i livelli di cui necessitiamo sono sensibilmente inferiori a quelli consumati in media dalla popolazione. Studi recenti hanno confermato che un consumo medio di sale al di sotto di 5 g al giorno rappresenta un buon compromesso tra il soddisfacimento del gusto e la protezione della salute. I principali problemi di salute legati a un consumo eccessivo di sale includono l’aumento del rischio di cancro allo stomaco e di ipertensione. Riducendo il consumo di sale e di prodotti ricchi di sale è possibile prevenire il rischio di cancro allo stomaco. Focus Sia il sapore che le proprietà biologiche del sale (cloruro di sodio) sono legate principalmente al sodio. Le fonti di sodio nell’alimentazione sono di varia natura: il sodio contenuto allo stato naturale negli alimenti, il sodio contenuto nel sale aggiunto nella cucina casalinga e infine quello contenuto nei prodotti trasformati. In media un uomo italiano consuma circa 12 grammi di sale al giorno, mentre per la donna il consumo si aggira intorno ai 9 grammi giornalieri, entrambi valori che superano abbondantemente la soglia massima di sicurezza per la salute. Come ridurre il sale nella dieta di tutti i giorni: • non tenere il sale in tavola o a portata di mano • diminuisci gradualmente il sale nelle preparazioni casalinghe. Il palato si adatta facilmente, ed è quindi possibile rieducarlo a cibi meno salati • utilizza le spezie e le erbe aromatiche, anche secche, per arricchire i tuoi piatti e diminuire l’utilizzo di sale • utilizza le marinature con succo di limone o aceto per insaporire in modo più naturale i tuoi piatti • preparando i tuoi pasti a partire da alimenti freschi è più facile tenere sotto controllo la quantità di sale aggiunto. Evita quindi di utilizzare troppo spesso ingredienti trasformati o pasti pronti • controlla la quantità di sale contenuta nei prodotti al supermercato leggendo le etichette: ricorda che gli ingredienti sono in ordine di presenza, ovvero dal più presente al meno presente, e che il valore del sodio presente nella tabella nutrizionale va moltiplicato per 2,5 per calcolare la quantità di sale presente.

Soddisfa i fabbisogni nutrizionali attraverso la dieta

Consumare integratori alimentari per prevenire le patologie croniche, tra cui i tumori, può a vere effetti negativi per la salute. Aumentare la varietà della dieta è invece un ottimo metodo per mantenere l’organismo in salute e prevenire i tumori. Le vitamine, i sali minerali e gli altri composti vanno presi in considerazione come parte integrante degli alimenti che li contengono. Le evidenze scientifiche rafforzano questo concetto dichiarando che la migliore forma di nutrimento è rappresentata dagli alimenti e non dai supplementi. Nella ricerca in campo oncologico ci sono stati casi in cui specifiche integrazioni in persone ad alto rischio hanno avuto un ruolo positivo nella prevenzione di alcuni tipi di tumore: questi risultati non sono utili da applicare alla popolazione sana perché i livelli di integrazione possono essere diversi da caso a caso e un eccesso può causare effetti collaterali anche gravi. Per questo motivo non è prudente raccomandare il consumo di supplementi e integratori alimentari per la prevenzione oncologica. Focus Gli integratori alimentari possono contenere vitamine, sali minerali, erbe o altri estratti vegetali e si trovano sotto forma di pastiglie, capsule, in polvere o in forma liquida. Tutti questi prodotti non possono essere considerati sostituti degli alimenti, prima di tutto perché l’assunzione di un nutriente in alte dosi può avere un effetto completamente diverso sull’organismo rispetto all’effetto che avrebbe se consumato con gli alimenti. Per i micronutrienti non vale la regola “di più è meglio”. Esistono momenti della vita o particolari patologie in cui l’organismo necessita di un aiuto con supplementi ma è importante che, in qualsiasi caso, ci si rivolga a un medico.

Allattare al seno almeno per i primi sei mesi

Le evidenze (non soltanto in campo oncologico) mostrano che il migliore alimento per i neonati fino a sei mesi è il latte materno. L’allattamento al seno esclusivo fino a sei mesi può essere protettivo tanto per la madre quanto per il bambino. Per la donna, l’allattamento al seno protegge dall’insorgenza del tumore del seno a tutte le età. Sono presenti, anche se limitate, evidenze che l’allattamento al seno protegga dall’insorgenza del tumore ovarico. Per i neonati ci sono probabili evidenze che l’allattamento per almeno 6 mesi sia in grado di prevenire il sovrappeso e l’obesità e le patologie correlate. Ricordiamo che un bambino in sovrappeso ha più probabilità di diventare un adulto obeso rispetto a un bambino normopeso. Esiste una serie di effetti benefici legati all’allattamento al seno come la protezione da infezioni durante l’infanzia e lo sviluppo del sistema immunitario del bambino. Focus Il latte materno contiene i nutrienti necessari per lo sviluppo del bambino nei primi sei mesi di vita. È consigliabile non fornire alcun tipo di alimento solido ai bambini al di sotto dei quattro mesi poiché non in grado di digerirli: questa è una regola generale che non esclude casi di uno svezzamento anticipato necessario, è sempre bene rivolgersi a un professionista della salute per un consulto personalizzato. Dai sei mesi in poi i bambini dovrebbero essere pronti a consumare cibi solidi, il sistema immunitario e quello digestivo sono forti e sviluppati. Per quanto riguarda il latte, l’ideale sarebbe variarne le fonti (riso, soia, avena) ed evitare il latte di vacca fino a un anno di età, a causa del suo elevato apporto proteico. Esistono latti formulati per il periodo successivo all’allattamento.

Le raccomandazioni per la prevenzione oncologica sono valide anche per chi ha già avuto casi di tumore

Una dieta sana e varia, ricca di frutta e verdure, di cereali integrali e legumi e povera di carne rossa, in particolare salumi e insaccati, è in grado non solo di prevenire l’insorgenza di cancro ma anche di tenere sotto controllo la crescita tumorale in diversi stadi della malattia. È inoltre riconosciuto che uno stile alimentare di questo tipo può fornire all’organismo vitamine, sali minerali e altri composti benefici che difendono l’organismo dal cancro e da altre patologie croniche. Negli ultimi anni è stato confermato che il controllo del peso corporeo ha un ruolo cruciale per le persone che hanno vissuto una storia di cancro. Sembra che mantenere il peso nella norma (nella scala dell’IMC tra 18.5 e 24.9) sia in grado di stabilizzare l’assetto metabolico dell’organismo e scoraggiare la crescita tumorale. Allo stesso tempo, una situazione di sovrappeso o obesità causa una serie di stress all’organismo che, in alcuni casi, sembra favorire la crescita del cancro. Anche l’attività fisica è importante per chi ha avuto un tumore perché contribuisce a dare forza all’organismo e al sistema immunitario, oltre che aiutare a mantenere il peso nella norma. Focus Il numero di persone che nella vita hanno avuto una diagnosi di tumore e oggi sono guarite è aumentato negli ultimi decenni ed è in costante crescita. Questo dato è spiegato, almeno in parte, dall’aumento dei programmi di screening grazie ai quali si è in grado di identificare più casi di tumore in stadio precoce e con maggiore possibilità di guarigione. Le cure per il cancro permettono ormai a moltissime persone di vivere a lungo in buona salute anche dopo la diagnosi di tumore. Spesso queste persone hanno un rischio aumentato di sviluppare altre patologie croniche come diabete, osteoporosi o patologie cardiovascolari: per la prevenzione di questi problemi e del rischio di recidiva è di fondamentale importanza seguire semplici regole per uno stile di vita sano. Chi ha già avuto un cancro inoltre tende ad essere più motivato riguardo ai fattori legati alla salute. Leggere, informarsi e attuare cambiamenti nello stile di vita sono tutti gesti importanti che possono contribuire alla prevenzione di una recidiva o di altre patologie secondarie. È bene però sottolineare che la ricerca in questo ambito è ancora agli inizi e non è facile ottenere risultati univoci e convincenti dal mondo della scienza. È quindi importante saper riconoscere quali messaggi sono tratti da risultati scientifici attendibili e quando, invece, derivano da errate interpretazioni o mistificazioni.

Sono finiti ancora una volta nel banco degli imputati panini, patatine fritte e dolci. Questa volta questi alimenti sono stati messi sul banco degli imputati da un gruppo di ricercatori dell’università di Bonn. Secondo questo studio il sistema immunitario reagisce ad una dieta ad alto contenuto di grassi e calorie come ad una infezione batterica. Non finisce qui perché secondo lo studio, sostituire il cibo fast food pare che renda alla lunga le difese dell’organismo più aggressive. Il sistema immunitario reagirebbe alla dieta con molti grassi e calorie come reagire ad una infezione batterica. Sono questi i risultati ottenuti da alcuni esperimenti effettuati dai ricercatori su dei topi che per un mese sono stati nutriti con alimenti ricchi di Grassi, zuccheri e poche fibre.

Ebbene i topi pare abbiano sviluppato una forte risposta infiammatoria in tutto il corpo soltanto quando sono tornati alla loro attività e dieta a base di cereali per altre 4 settimane, l’informazione sarebbe scomparsa lasciando però delle sequele in alcuni geni. I ricercatori Inoltre pare siano anche riusciti ad identificare il sensore fastfood all’interno delle cellule immunitarie che pare riconosca quello che viene definito cibo molto pericoloso. La dieta non salutare ha portato ad un inaspettato aumento del numero di alcune cellule immunitarie nel sangue dei topi, in particolare granulociti e monociti”, ha spiegato Anette Christ, che ha collaborato allo studio.

Per fast food o dieta occidentale si intende un regime alimentare caratterizzato da molti grassi, poche fibre e molto zucchero.  “I cibi non sani portano ad un inaspettato incremento del numero di determinate cellule immunitarie nel sangue” spiegano i ricercatori che hanno effettuato i loro test sui topi. Analizzando 120 campioni di sangue, hanno trovato prove genetiche del coinvolgimento del cosiddetto inflammasoma NLRP3.

“Gli studi genomici hanno dimostrato che la dieta occidentale aveva attivato un gran numero di geni nelle cellule progenitrici. Tra questi, anche quelli responsabili della proliferazione e della maturazione”, sottolinea Joachim Schultze dell’Istituto Limes dell’Università di Bonn. Il fast food, quindi, induce il corpo a reclutare rapidamente un esercito enorme e potente di ‘soldati”. “Si è scoperto solo di recente che il sistema immunitario innato ha una forma di memoria”, ricorda Eicke Latz, direttore dell’Istituto per l’immunità innata dell’ateneo tedesco. “Dopo un’infezione le difese del nostro corpo restano in una sorta di stato di allarme, in modo da poter rispondere più rapidamente a un nuovo attacco”. Purtroppo queste conseguenze sul sistema immunitario pare portino secondo gli esperti ad un incremento del rischio di sviluppare malattie vascolari e diabete di tipo 2. I test non sono stati effettuati sull’uomo, ma sui topi ma i ricercatori pensano che questi risultati possono essere validi anche per gli uomini.

Ormai sempre più spesso ci capita di vedere, in televisione ma non solo, diverse pubblicità di prodotti alimentari ricchi di grasso, definiti nello specifico ‘cibo spazzatura‘, il cibo preferito dai minori, ed ecco che proprio nelle ultime ore sulla delicata questione si è espressa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, affermando che quello attualmente in atto è un vero e proprio bombardamento che rischia di mettere in serio pericolo, e nello specifico di minacciare la salute dei più piccoli che ormai, ogni giorno sempre più sono vengono bersagliati da tali pubblicità attraverso la tv ma anche tramite web, video blog e tanto altro ancora.

Come precedentemente anticipato l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dunque deciso di lanciare un vero e proprio allarme e lo ha fatto tramite l’Ufficio europeo Oms diretto da Zsuzsanna Jakab e proprio quest’ultima ha dichiarato “I nostri governi hanno dato alla prevenzione dell’obesità infantile la massima priorità politica. Tuttavia, costantemente scopriamo che i bambini – il nostro gruppo più vulnerabile – sono esposti a innumerevoli tecniche di marketing digitali nascoste che promuovono alimenti ricchi di grassi, zuccheri e sale”, proseguendo poi “I genitori potrebbero essere inconsapevoli o sottovalutare l’impatto nocivo del marketing digitale, ma questo rapporto rende chiaro l’effetto di tale vendita sui nostri figli. È responsabilità dei politici di riconoscere la nuova minaccia rappresentata dal marketing digitale di cibo per i bambini e di agire rapidamente”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità Europea ha dunque sottolineato “l’assenza di una regolamentazione efficace dei digital media in molti Paesi” specificando che tale assenza porta i bambini, considerati nello specifico soggetti vulnerabili e la cui salute viene sempre più spesso minacciata da tali alimenti, a essere sempre più esposti a delle tecniche di marketing che vengono definite persuasive.

L’Oms chiede dunque agli Stati di intervenire e proteggere i più piccoli dal marketing digitale di tali prodotti considerati ‘nutrizionalmente squilibrati’ che provocano dei danni piuttosto alti alla salute. Anche Gauden Galea, direttore della Divisione malattie non trasmissibili e promozione della salute dell’Oms Europa si è espresso sottolineando che in Europa il 25% dei bambini, ancora in età scolare, sono in sovrappeso oppure ancora, nei casi più gravi già obesi e, precisa Galea “oltre il 60% dei bimbi sovrappeso prima della pubertà sarà sovrappeso anche in età adulta. Ciò fa presagire un futuro cupo, perché sappiamo che sovrappeso e obesità sono fattori chiave di rischio per malattie cardiovascolari, cancro e diabete”.

E a proposito della commercializzazione di prodotti altamente rischiosi per la salute dei più piccoli ecco che il direttore della Divisione malattie non trasmissibili e promozione della salute dell’Oms Europa ha concluso il suo intervento dichiarando nello specifico “Permettere all’industria alimentare di commercializzare prodotti ad alto contenuto di sale, grassi e zuccheri ai bambini attraverso piattaforme digitali, senza regole adeguate, può avere enormi conseguenze sanitarie ed economiche”.

Sta facendo molto discutere, nelle ultime ore, una particolare ricerca condotta nello specifico dalla Fondazione italiana fegato (Fif) nei laboratori dell’Area Science Park di Trieste e successivamente pubblicata sulla rivista “Plos One”, e che mette in evidenza nello specifico proprio il tanto dibattuto tema relativo all’obesità nei bambini e i rischi che questo comporta.

L’obesità, considerata ad oggi una vera e propria patologia, può essere causata da diversi elementi e tra questi sicuramente una vita piuttosto sedentaria e dunque con scarsa attività fisica ma soprattutto, uno degli elementi che favorisce l’obesità è proprio la scorretta alimentazione. I ricercatori hanno nello specifico condotto tale studio sperimentando su i topi quello che accade nel nostro organismo in caso di scorretta alimentazione, abitudine questa assai frequente tra i più piccoli in quanto abituati a consumare cibi altamente ricchi di zuccheri e grassi che potrebbero mettere in serio pericolo la loro salute limitando soprattutto la funzionalità del loro fegato.

 Per condurre tale studio ecco che, per essere più precisi, sono stati analizzati sei diversi topi dall’età dello svezzamento fino all’età adulta e nel corso di tutto questo tempo, i roditori, sono stati alimentati con cibi ad alta percentuale di grassi e con acqua addizionata con fruttosio ed ecco che, a solo un mese dall’esperimento, si sono ottenuti i primi risultati in quanto i roditori hanno nello specifico presentato i sintomi di quella che viene definita steatosi epatica che in altri termini viene anche indicato come fegato grasso. Due mesi dopo l’inizio dell’esperimento ecco che, nuovi importanti risultati hanno permesso di scoprire quanto, la cattiva alimentazione possa influire sulla funzionalità del fegato e, per essere più precisi, due mesi dopo molti dei soggetti presentavano fibrosi del fegato e dopo 4, l’86% dei maschi e il 15% delle femmine era arrivato ad un livello di fibrosi di tipo 2, dal quale non si può più guarire.

Alla fine di tale esperimento, durato sedici settimane, il risultato è stato davvero incredibile in quanto il 100% dei topi sottoposti ad esperimento, di entrambi i sessi, ha sviluppato la steatosi epatica in 4 settimane e un certo grado di fibrosi, ‘cicatrici’, in otto settimane e nello specifico l’86% dei maschi e il 15% delle femmine con fibrosi di stadio 2 il tutto, come precedentemente anticipato, in sedici settimane. Sulla delicatissima vicenda ecco che si è nello specifico espresso uno tra gli autori dello studio ovvero il direttore della Fondazione italiana fegato Claudio Tiribelli il quale ha nello specifico affermato “Considerando che l’obesità infantile è in esplosione anche da noi e che il danno al fegato da sindrome metabolica diventerà la principale causa di trapianto di fegato, questa sarà un’ottima piattaforma per studiare i meccanismi che portano al danno, capire le differenze maschio-femmina e testare farmaci e approcci diagnostici”.

Dieta mediterranea prevenire il cancro e allunga la vita: ecco il motivo

Oggi quando si parla di dieta si pensa subito che sia un modo per perdere peso, significa non mangiare per dimagrire, perde sette in sette giorni, ma la dieta non è niente di tutto questo, è una parola antichissima che ha avuto una grande importanza nella storia culturale dell’Occidente. Dieta deriva dal greco diaita che in origine significa stile di vita, ma ancora di più forma di vita, quindi un qualcosa che a che fare non solo col benessere ma anche con l’essere delle persone, ed ha dei significati secondari che forse sono ancora più interessanti del primo significato, vuol dire luogo, vuol dire moda, vuol dire abitudine, affiorando spesso nesso che non dimentichiamo tra abitare, ed abitudini.

1,6 anni di vita sono stati guadagnati nell’ultimo decennio dai cittadini in Italia che si è collocata nel 2016 al primo posto della classifica Bloomberg Global Health Index su 163 Paesi per la popolazione maggiormente in salute e sana a livello mondiale. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti a commento del nuovo Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell’Istat. La speranza di vita degli italiani – sottolinea la Coldiretti – è salita a 82,8 anni, 85 per le donne e 80,6 per gli uomini, nel 2016 con un consistente aumento rispetto alla media di 81,2 anni di dieci anni fa (83,9 per le donne e 78,6 per gli uomini).

Un risultato dovuto alla decisa svolta salutistica degli italiani a tavola che ha portato alla riscoperta della dieta mediterranea con un aumento record dei consumi che va dal +7% per il pesce fresco fino alla crescita del 6% per la frutta fresca, secondo l’analisi della Coldiretti su dati Ismea relativi al primo semestre del 2017. Mai così tanta frutta e verdura – spiega la Coldiretti – è arrivata sulle tavole degli italiani da inizio secolo con una netta inversione di tendenza rispetto al passato.

La dieta mediterranea fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari ha consentito – sottolinea la Coldiretti – di conquistare valori record nella longevità Il ruolo della dieta mediterranea per la salute è stato riconosciuto da numerosi studi scientifici ed anche dall’iscrizione nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco avvenuta il 17 novembre 2010.

L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea – conclude la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno.

Le 10 regole della dieta mediterranea

1.Suddividere i pasti in 4-5 appuntamenti. Nei due pasti principali, rivalutare la tavola come punto di incontro e come momento distensivo: è intorno alla tavola che si trasmette la cultura di una famiglia, e quindi della società.

2.Utilizzare la pasta come primo piatto. La pasta va cotta al dente, dando la preferenza, nel condirla, al sugo di pomodoro e all’olio di oliva.

3.Utilizzare la pasta per la preparazione di “piatti unici” (pasta e legumi, pasta e verdure, ecc.) ad elevato valore nutritivo e grande economicità.

4.Dare la preferenza al pane preparato con i soli ingredienti fondamentali (pane casereccio, rosette, sfilatini, ecc.), preferibilmente integrale, evitando il pane preparato con l’aggiunta di grassi.

5.Tra i grassi di condimento dare la preferenza all’olio di oliva: è estremamente digeribile, con un sapore pieno capace di dare gusto in piccole quantità, ed è anche il più sicuro per le fritture.

6.Gli alimenti del mondo animale, come la carne, il latte e i latticini, le uova, non vanno esclusi, ma ridimensionati. Per ciò che riguarda la carne, dare la preferenza non alla carne bovina, ma a quelle “alternative”, come pollo, coniglio, tacchino, ecc.

7.Consumare pesce con regolarità, in particolare pesce azzurro (sarde, alici, sgombri, tonno), tipico del Mediterraneo, che allo spiccato gusto unisce un elevato potere nutritivo.

8.Limitare l’uso del sale da cucina, utilizzando gli aromi e le spezie tipiche della tradizione mediterranea per insaporire i cibi.

9.Fare largo consumo dei prodotti ortofrutticoli, alternando quelli ricchi di vitamina A (carote, zucche, radicchio verde, meloni, albicocche) con quelli ricchi di vitamina C (agrumi, fragole, pomodori, peperoni, broccoletti), che forniscono un adeguato apporto di fibre e un buon senso di sazietà.

10.Se lo si desidera, si possono accompagnare i pasti con modiche quantità di vino che, oltre ad aumentare il piacere del pasto, può favorire la digestione.

Da sempre l’alimentazione è uno dei fattori che concorrono alla salute e an’equilibrio psicofisico dell’uomo. Per intere epoche della storia e ancora oggi in buona parte del mondo l’uomo ha dovuto e deve faticosamente ricercare un adeguato e sufficiente apporto di calorie e di sostanze nutritive.
Nel mondo occidentale oggi, al contrario, l’alimentazione presenta problemi di eccesso; mai come ora la medicina ha individuato nella quantità di cibo elementi di rischio per malattie e ha dovuto introdurre consigli limitativi. Ne sono direttamente implicate proprio le patologie più comuni, quelle cardio-vascolari, degenerative e neoplastiche. L’industrializzazione delle preparazioni alimentari ha inoltre introdotto cambiamenti nelle abitudini delle popolazioni così drastici e importanti, tali da non concedere un adattamento della fisiologia umana, che richiederebbe millenni per assorbire evolutivamente quanto è avvenuto in pochi anni.
Per quanto riguarda il tumore, oggetto di questa sia pur breve trattazione, rimangono sicuramente aperte molte domande circa i fattori eziologici, ma è pur vero che esistono molti punti fermi circa fattori di rischio certi o probabili. Su questi ci vogliamo soffermare.
Nell’ambito delle attuali conoscenze il capitolo alimentazione occupa oggi un ruolo consistente. Vogliamo sintetizzare in uno sguardo quale peso hanno oggi i diversi fattori di rischio conosciuti .

La dieta chetogenica è una dieta che induce nell’organismo la formazione di sostanze acide definite “corpi chetonici” (da cui il nome) come il beta-idrossibutirrato, l’acido acetacetico e l’acetone. La produzione di corpi chetonici avviene quando si assume una quantità molto bassa o nulla di zuccheri ad esempio in caso di digiuno o di dieta molto ricca di grassi. In questo caso l’organismo ed il cervello, in particolare, utilizzano i corpi chetonici come fonte di energia.
L’osservazione risalente agli anni ’20 che il digiuno può sedare le crisi epilettiche ha portato la messa a punto di un tipo particolare di dieta chetogenica che viene utilizzata nell’epilessia.
L’applicazione della dieta ad altre patologie è in fase di studio. Il protocollo dietetico più utilizzato in Italia è la dieta chetogenica classica a cui si fa riferimento nei successivi paragrafi.

Come funziona?
Alla base del meccanismo d’azione della dieta chetogenica nell’epilessia sembrano esserci proprio i “corpi chetonici” che vengono prodotti dal fegato per sopperire alla mancanza di zucchero (glucosio) e diventano il carburante primario che il cervello utilizza per assolvere alle sue mansioni.
ll meccanismo d’azione vero e proprio, nonostante molte siano le ipotesi, resta ancora parzialmente sconosciuto.

Chi può trarne beneficio?
L’indicazione a seguire la dieta deve essere sempre posta dal medico specialista che valuterà caso per caso indicazioni e controindicazioni. Le linee guida italiane e internazionali considerano la dieta chetogenica un trattamento non farmacologico efficace per pazienti con epilessia resistente ai farmaci e per quei pazienti in cui i farmaci antiepilettici provocano gravi effetti collaterali. Inoltre la dieta è l’unica terapia attualmente disponibile per malattie in cui esiste un alterazione nell’utilizzazione di carboidrati (zuccheri) e quindi un deficit nella disponibilità di energia nel cervello come la malattia da carenza del trasportatore di glucosio cerebrale (GLUT 1) e la carenza di un enzima denominato piruvato deidrogenasi. L’utilizzazione della dieta chetogenica permette al cervello di disporre di un carburante alternativo allo zucchero.
Che problemi può dare?
In generale la dieta chetogenica è ben tollerata dalla maggioranza dei pazienti. Tuttavia, come tutte le terapie, anch’essa può presentare alcuni effetti collaterali. Essi possono sopraggiungere dopo poco tempo dall’inizio oppure dopo alcuni mesi. Si parla pertanto di complicanze a breve e lungo termine. Il trattamento viene impostato in modo tale da prevenire o ridurre al minimo l’insorgenza di tali complicanze. Si raccomanda comunque di segnalare al medico qualunque disturbo che compaia dopo l’inizio della dieta.

Che differenze ci sono tra la dieta normale e la dieta chetogenica?
L’indicazione generale per tutta la popolazione è quella di variare ed alternare la scelta dei cibi in modo tale da garantirsi una dieta completa ed equilibrata nell’apporto dei vari nutrienti (proteine, grassi e carboidrati). Secondo tale impostazione i grassi rappresentano una percentuale non superiore al 30% e gli zuccheri il 50-60% dell’energia il che si traduce mediamente in un apporto minimo di 200 grammi di zuccheri al giorno.

La dieta chetogenica è una dieta terapeutica e pertanto non valgono le regole su cui si basa la dieta equilibrata che segue il modello alimentare mediterraneo. Nella dieta chetogenica i grassi rappresentano l’87-90 % delle calorie e gli zuccheri meno del 5% per cui il contenuto è ridotto fino ad un minimo di 10 grammi al giorno. Questo non deve in alcun modo spaventare perché l’organismo si può adattare ad un a dieta povera di carboidrati ma occorre tenere presente che la dieta va sempre impostata e controllata dalla dietista e dal medico specialista in Scienza dell’Alimentazione.

Si può vivere senza carboidrati?
I carboidrati non vengono considerati nutrienti essenziali al pari di alcuni acidi grassi, aminoacidi o vitamine in quanto l’organismo umano ha la capacità’ di sintetizzare glucosio a partire dagli aminoacidi e dal glicerolo ed i fabbisogni energetici possono essere soddisfatti anche da lipidi e proteine in carenza di carboidrati. L’ organismo è in grado di adattarsi ad una dieta priva di carboidrati: in questa condizione le riserve di carboidrati sono le prime ad essere esaurite ammontando in tutto a circa 450 grammi nell’uomo adulto di cui 300 grammi sotto forma di glicogeno muscolare che possono essere utilizzati solo dal muscolo. Dopo meno di un giorno di digiuno l’organismo dipende dalla sintesi endogena di glucosio e dalla deviazione del metabolismo verso l’utilizzazione dei grassi di riserva.
In condizioni fisiologiche si ritiene tuttavia necessario introdurre una quota di carboidrati sia per prevenire un eccessivo catabolismo delle proteine corporee sia per evitare un accumulo di metaboliti come i corpi chetonici nel caso dei grassi o l’urea nel caso delle proteine. Inoltre l’eliminazione degli alimenti fonte di carboidrati comporta carenze di vitamine, minerali e fibra alimentare. La riduzione dell’apporto dei carboidrati nel trattamento dell’epilessia e di altre condizioni patologiche è ricercata a scopo terapeutico e, come tale, deve essere prescritta e controllata dal medico.

ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA FORMAZIONE DEL TUMORE

Per capire come le affermazioni che faremo circa il beneficio o il danno di determinati alimenti o molecole ivi contenute si basano su fondamenti scientifici e non solo su illazioni arbitrarie, ritengo utile riassumere per sommi capi alcuni meccanismi coinvolti nella formazione del tumore. Conoscenze senz’altro ancora incomplete e sempre in divenire, le quali però, associate a una conoscenza delle s o- stanze in questione, ci forniscono delle ragioni e rafforzano le motivazioni a modificare alcuni comportamenti. Rimane inteso che questo paragrafo può essere ritenuto interessante o meno, nel qual caso è del tutto lecito passare oltre. Le implicazioni pratiche saranno facilmente messe in evidenza per chi preferisce badare al sodo.
Si dice oggi, è la visione più di moda, che il tumore è una malattia genetica, ovvero che l’inizio del processo va collocato nella struttura del DNA. Ognuno dei nostri caratteri, in definitiva ognuna delle nostre proteine che costituiscono una qualità personale esclusiva, ha il suo codice, il suo stampo, in una parte del DNA che si chiama gene. Esistono geni, detti Oncogeni che producono proteine capaci di stimolare la crescita cellulare, più comunemente identificabili come coppie complementari detti Recettore e Fattore di crescita. Il primo è una specie di serratura collocata sulla superficie della cellula, il secondo una sorta di chiave che arriva da altri settori dell’organismo. La loro unione innesca un meccanismo di segnali che in diversi passaggi tra membrana, citoplasma e nucleo cellulare stimolano il processo mitotico, la duplicazione delle cellule. Una mutazione di questi geni può incrementare la crescita di cellule anomale fuori da ogni controllo.
Esistono altri geni, detti Antioncogeni che hanno un’azione inibente il tumore. Il più importante è la P53. La sua azione consiste nel passare in rassegna il genoma cellulare e, qualora si rilevi un danno non riparato, innescare il meccanismo di apoptosi, la giusta morte cellulare. Una mutazione del gene della p53 rende incapaci di attuare questo controllo.
Su queste basi e nel campo dell’argomento alimentazione si è sviluppata oggi una scienza che studia il legame tra geni, nutrizione e cancro. Si chiama Nutrigenomica.
L’apporto alimentare deve fornire energia perché i meccanismi cellulari funzionino (zuccheri, grassi, in presenza dell’ossigeno che respiriamo), e anche materiale per la costruzione delle strutture e dei sistemi cellulari (proteine).
Ma vi sono anche altre funzioni. Le sostanze alimentari possono agire direttamente sui meccanismi di riparazione del DNA, sui meccanismi di differenziazione cellulare, sullo stato di reattività o inattivazione dei geni, sulla duplicazione del DNA e infine sulla produzione di carcinogeni interni e sulla loro detossificazione.
Quando intervengono ad esempio delle mutazioni l’organismo umano è capace quasi sempre di riparare il danno, tramite i cosiddetti sistemi di riparazione. Se così non fosse l’evento tumore, o in altri contesti l’evento malformazione, sarebbero estremamente frequenti. Basta considerare questi dati numericamente impressionanti:
• ogni giorno nascono e muoiono nel nostro corpo 70 milioni di cellule;
• nel corso della vita avvengono 1016 divisioni cellulari. L’organismo è costituito da un milioni di miliardi di cellule, ripartite in 200 tipi, con un DNA dotato di 3 miliardi di basi azotate su cui sono scritti i nostri 30.000 geni;
• un nodulo tumorale di 1 cm di diametro comprende già un miliardo di cellule; si stima che avvengano ogni giorno più di 10.000 mutazioni cellulari, che l’organismo deve riparare per rimanere sano;
• ogni giorno si verificano più di 10.000 mutazioni del DNA di ogni cellula dell’organismo.
Riguardo al fenomeno delle mutazioni va considerato un fattore di cui molto si parla e non a torto, quello dei cosiddetti radicali liberi. Si tratta di molecole prodotte dal metabolismo cellulare (fenomeno di per sé normale), capaci però di interagire con le basi del DNA inattivandole. Un loro eccesso contribuisce dunque ad aumentare la probabilità di una mutazione genica. Sono ad esempio:

perossido di idrogeno
• radicali idrossilici
• derivati dell’azoto, come ossido nitrico e perossinitrito
Esistono però veri e propri sistemi di riparazione del DNA; sappiamo ad esempio che la malnutrizione diminuisce la capacità di riparazione del DNA, mentre al contrario alcuni frutti e alcuni oligoelementi aumentano questa capacità. L’organismo è per natura dotato di una efficace strategia difensiva specifica proprio verso i radicali liberi: un sistema antiossidante che controlla e corregge permanentemente il danno ossidativo.
Sostanze antiossidanti sono la vitamina C, la vitamina E, il licopene, carotenoidi, polifenoli, composti agliacei, solo per citare degli esempi. Esistono anche oligoelementi che hanno un effetto antios- sidativo diretto: ad esempio cromo, selenio, manganese. Altri oligoelementi hanno contribuiscono allo stesso scopo in maniera indiretta, come il cromo e il magnesio. Il cromo migliora la sensibilità all’insulina, il magnesio combatte l’effetto pro-cancerogeno dell’infiammazione. Vedremo che la cosa consigliabile è l’uso alimentare di diversi fitocomposti in modo da beneficiare delle loro diverse pr o- prietà antiossidanti.
Esistono inoltre sistemi che impediscono l’attivazione di geni potenzialmente pericolosi, quali sono gli oncogeni. Questo fenomeno dipende da due sistemi enzimatici antagonisti:
• Istone-acetiltransferasi (HAT): reprimono il gene
• Istone-deacetilasi (HDAC): attivano il gene.
Ancora solo per citare degli esempi in campo nutrizionale, alcuni prodotti sono capaci di inibire HDAC, e quindi sono protettivi sulla cancerogenesi; tali sono ad esempio:
• Butirrato, prodotto nell’intestino dalla fermentazione di alcuni polisaccardidi
• Diallil disulfuro, contenuto nell’aglio
• Sulforafano, contenuto nelle crucifere, broccoli in particolare.
Rimane il fatto che differenziazione e moltiplicazione cellulare sono, già dai primi momenti della vita embrionale, due elementi polari, vale a dire che i meccanismi di differenziazione tendono a diminuire la capacità di moltiplicazione cellulare.
Esistono sostanze pro-differenzianti, capaci cioè di influire positivamente sulla differenziazione e quindi essere preventivi sulla cancerogenesi, tali sono ad esempio:
• Derivati dell’acido retinoico (contenuti ad esempio nelle carote)
• Acidi grassi poli-insaturi (olio di pesce)
Vi sono al contrario sostanze assunte coi cibi o prodotte all’interno dell’organismo che risultano vere tossine cancerogene. Gli enzimi correlati alla produzione di queste sostanze si chiamano enzimi di fase I. Questi sono geneticamente determinati, i più importanti sono:
• Citocromo p450
• Perossidasi
• Transferasi
Un certo particolare assetto di questi enzimi, di per sé dotati di compito detossicante, sembra decisivo a determinare il danno oncologico da tabacco, idrocarburi policiclici, aflatossine ad esempio.
Ma anche qui la natura mette a disposizioni vere e proprie sostanze detossificanti. Alcuni alimenti, come pompelmo, aglio o vino rosso sono capaci di inibire questi enzimi di fase I e quindi diminuire il rischio di tumore.
Esistono già nel nostro corredo enzimi che detossificano i prodotti cancerogeni e permettono di eliminarli: sono gli enzimi di fase II. Il più rappresentativo è la glutatione-S-reduttasi, capace di detos- sificare la maggior parte dei cancerogeni.
E per dar man forte la natura ha anche qui messo il suo tocco benefico. Sono capaci ad esempio di stimolare questi sistemi gli isotiocianati presenti nei cavolini di Bruxelles e nei cavoli rossi, più che nei broccoli o cavoli bianchi.

Da sempre l’alimentazione è uno dei fattori che concorrono alla salute e all’equilibrio psicofisico dell’uomo. Per intere epoche della storia e ancora oggi in buona parte del mondo l’uomo ha dovuto e deve faticosamente ricercare un adeguato e sufficiente apporto di calorie e di sostanze nutritive. Nel mondo occidentale oggi, al contrario, l’alimentazione presenta problemi di eccesso; mai come ora la medicina ha individuato nella quantità di cibo elementi di rischio per malattie e ha dovuto introdurre consigli limitativi. Ne sono direttamente implicate proprio le patologie più comuni, quelle cardio-vascolari, degenerative e neoplastiche. L’industrializzazione delle preparazioni alimentari ha inoltre introdotto cambiamenti nelle abitudini delle popolazioni così drastici e importanti, tali da non concedere un adattamento della fisiologia umana, che richiederebbe millenni per assorbire evolutivamente quanto è avvenuto in pochi anni. Per quanto riguarda il tumore, oggetto di questa sia pur breve trattazione, rimangono sicuramente aperte molte domande circa i fattori eziologici, ma è pur vero che esistono molti punti fermi circa fattori di rischio certi o probabili. Su questi ci vogliamo soffermare. Nell’ambito delle attuali conoscenze il capitolo alimentazione occupa oggi un ruolo consistente. Vogliamo sintetizzare in uno sguardo quale peso hanno oggi i diversi fattori di rischio conosciuti.

ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI SULLA FORMAZIONE DEL TUMORE Per capire come le affermazioni che faremo circa il beneficio o il danno di determinati alimenti o molecole ivi contenute si basano su fondamenti scientifici e non solo su illazioni arbitrarie, ritengo utile riassumere per sommi capi alcuni meccanismi coinvolti nella formazione del tumore. Conoscenze senz’altro ancora incomplete e sempre in divenire, le quali però, associate a una conoscenza delle sostanze in questione, ci forniscono delle ragioni e rafforzano le motivazioni a modificare alcuni comportamenti. Rimane inteso che questo paragrafo può essere ritenuto interessante o meno, nel qual caso è del tutto lecito passare oltre. Le implicazioni pratiche saranno facilmente messe in evidenza per chi preferisce badare al sodo. Si dice oggi, è la visione più di moda, che il tumore è una malattia genetica, ovvero che l’inizio del processo va collocato nella struttura del DNA.

Ognuno dei nostri caratteri, in definitiva ognuna delle nostre proteine che costituiscono una qualità personale esclusiva, ha il suo codice, il suo stampo, in una parte del DNA che si chiama gene. Esistono geni, detti Oncogeni che producono proteine capaci di stimolare la crescita cellulare, più comunemente identificabili come coppie complementari detti Recettore e Fattore di crescita. Il primo è una specie di serratura collocata sulla superficie della cellula, il secondo una sorta di chiave che arriva da altri settori dell’organismo. La loro unione innesca un meccanismo di segnali che in diversi passaggi tra membrana, citoplasma e nucleo cellulare stimolano il processo mitotico, la duplicazione delle cellule. Una mutazione di questi geni può incrementare la crescita di cellule anomale fuori da ogni controllo. Esistono altri geni, detti Antioncogeni che hanno un’azione inibente il tumore.

Il più importante è la p53. La sua azione consiste nel passare in rassegna il genoma cellulare e, qualora si rilevi un danno non riparato, innescare il meccanismo di apoptosi, la giusta morte cellulare. Una mutazione del gene della p53 rende incapaci di attuare questo controllo. Su queste basi e nel campo dell’argomento alimentazione si è sviluppata oggi una scienza che studia il legame tra geni, nutrizione e cancro. Si chiama Nutrigenomica. L’apporto alimentare deve fornire energia perché i meccanismi cellulari funzionino (zuccheri, grassi, in presenza dell’ossigeno che respiriamo), e anche materiale per la costruzione delle strutture e dei sistemi cellulari (proteine). Ma vi sono anche altre funzioni. Le sostanze alimentari possono agire direttamente sui meccanismi di riparazione del DNA, sui meccanismi di differenziazione cellulare, sullo stato di reattività o inattivazione dei geni, sulla duplicazione del DNA e infine sulla produzione di carcinogeni interni e sulla loro detossificazione.

Quando intervengono ad esempio delle mutazioni l’organismo umano è capace quasi sempre di riparare il danno, tramite i cosiddetti sistemi di riparazione. Se così non fosse l’evento tumore, o in altri contesti l’evento malformazione, sarebbero estremamente frequenti. Basta considerare questi dati numericamente impressionanti: ogni giorno nascono e muoiono nel nostro corpo 70 milioni di cellule; nel corso della vita avvengono 1016 divisioni cellulari. L’organismo è costituito da un milioni di miliardi di cellule, ripartite in 200 tipi, con un DNA dotato di 3 miliardi di basi azotate su cui sono scritti i nostri 30.000 geni; un nodulo tumorale di 1 cm di diametro comprende già un miliardo di cellule; si stima che avvengano ogni giorno più di 10.000 mutazioni cellulari, che l’organismo deve riparare per rimanere sano; ogni giorno si verificano più di 10.000 mutazioni del DNA di ogni cellula dell’organismo. Riguardo al fenomeno delle mutazioni va considerato un fattore di cui molto si parla e non a torto, quello dei cosiddetti radicali liberi. Si tratta di molecole prodotte dal metabolismo cellulare (fenomeno di per sé normale), capaci però di interagire con le basi del DNA inattivandole. Un loro eccesso contribuisce dunque ad aumentare la probabilità di una mutazione genica.

Sono ad esempio: perossido di idrogeno radicali idrossilici derivati dell’azoto, come ossido nitrico e perossinitrito Esistono però veri e propri sistemi di riparazione del DNA; sappiamo ad esempio che la malnutrizione diminuisce la capacità di riparazione del DNA, mentre al contrario alcuni frutti e alcuni oligoelementi aumentano questa capacità. L’organismo è per natura dotato di una efficace strategia difensiva specifica proprio verso i radicali liberi: un sistema antiossidante che controlla e corregge permanentemente il danno ossidativo. Sostanze antiossidanti sono la vitamina C, la vitamina E, il licopene, carotenoidi, polifenoli, composti agliacei, solo per citare degli esempi. Esistono anche oligoelementi che hanno un effetto antiossidativo diretto: ad esempio cromo, selenio, manganese. Altri oligoelementi hanno contribuiscono allo stesso scopo in maniera indiretta, come il cromo e il magnesio. Il cromo migliora la sensibilità all’insulina, il magnesio combatte l’effetto pro-cancerogeno dell’infiammazione. Vedremo che la cosa consigliabile è l’uso alimentare di diversi fitocomposti in modo da beneficiare delle loro diverse proprietà antiossidanti. Esistono inoltre sistemi che impediscono l’attivazione di geni potenzialmente pericolosi, quali sono gli oncogeni. Questo fenomeno dipende da due sistemi enzimatici antagonisti: Istone-acetiltransferasi (HAT): reprimono il gene Istone-deacetilasi (HDAC): attivano il gene. Ancora solo per citare degli esempi in campo nutrizionale, alcuni prodotti sono capaci di inibire HDAC, e quindi sono protettivi sulla cancerogenesi; tali sono ad esempio: Butirrato, prodotto nell’intestino dalla fermentazione di alcuni polisaccardidi Diallil disulfuro, contenuto nell’aglio Sulforafano, contenuto nelle crucifere, broccoli in particolare. Rimane il fatto che differenziazione e moltiplicazione cellulare sono, già dai primi momenti della vita embrionale, due elementi polari, vale a dire che i meccanismi di differenziazione tendono a diminuire la capacità di moltiplicazione cellulare.

Esistono sostanze pro-differenzianti, capaci cioè di influire positivamente sulla differenziazione e quindi essere preventivi sulla cancerogenesi, tali sono ad esempio: Derivati dell’acido retinoico (contenuti ad esempio nelle carote) Acidi grassi poli-insaturi (olio di pesce) Vi sono al contrario sostanze assunte coi cibi o prodotte all’interno dell’organismo che risultano vere tossine cancerogene. Gli enzimi correlati alla produzione di queste sostanze si chiamano enzimi di fase I. Questi sono geneticamente determinati, i più importanti sono: Citocromo p450 Perossidasi Transferasi Un certo particolare assetto di questi enzimi, di per sé dotati di compito detossicante, sembra decisivo a determinare il danno oncologico da tabacco, idrocarburi policiclici, aflatossine ad esempio. Ma anche qui la natura mette a disposizioni vere e proprie sostanze detossificanti. Alcuni alimenti, come pompelmo, aglio o vino rosso sono capaci di inibire questi enzimi di fase I e quindi diminuire il rischio di tumore. Esistono già nel nostro corredo enzimi che detossificano i prodotti cancerogeni e permettono di eliminarli: sono gli enzimi di fase II. Il più rappresentativo è la glutatione-S-reduttasi, capace di detossificare la maggior parte dei cancerogeni. E per dar man forte la natura ha anche qui messo il suo tocco benefico. Sono capaci ad esempio di stimolare questi sistemi gli isotiocianati presenti nei cavolini di Bruxelles e nei cavoli rossi, più che nei broccoli o cavoli bianchi. Un ultimo aspetto, ma non certo ultimo per importanza è il capitolo del rapporto ciboimmunità. L’enfasi attuale sugli aspetti genetici non deve rischiare di farci dimenticare che il ruolo delle difese immunitarie circa la prevenzione e la genesi tumorale è un fattore fondamentale. Oltre agli aspetti di induzione diretta da parte del cibo di alterazioni /mutazioni genetiche cellulari, va considerato il potenziale influsso di alimenti e contaminanti sul sistema di difesa che l’organismo mette in campo prima e in corso di cancerogenesi. Il libro “Immunità, cibo e cervello”, di Francesco Bottaccioli e Antonia Carosella (Tecniche Nuove, 2009), così come i testi dello stesso autore di Psiconeuro-endocrino-immunologia (PNEI) contengono molte interessanti spiegazioni e utili indicazioni al riguardo. Citiamo alcuni punti importanti. È probabile che la contaminazione batterica o fungina del cibo costituisca un fattore di sregolazione immunitaria. Uno studio francese del 2005 ha messo in guardia verso l’esposizione a elevati carichi di micotossine, in particolare aflatossine, proprio gruppi di popolazione come bambini, anziani ma anche vegani e macrobiotici. Il supplemento di iodio al sale marino, deciso in modo indiscriminato per correggere il gozzo endemico è senz’altro risultato utile a questo riguardo. Studi di popolazione in Grecia, ma anche in India e altri paesi asiatici, avrebbero però indicato un’incidenza di tiroidite autoimmune divenuta tripla. Va detto che nell’ambito dell’inquinamento chimico esistono sostanze che vengono chiamate interferenti endocrini (endocrine disrupters). Citiamo il bisfenolo A (BPA), gli ftalati, il paraben, il policlorobifenile (PCB), la diossina, pesticidi, erbicidi e biocidi in genere, metalli pesanti. Alcuni sono direttamente implicati in un’azione di disturbo diretta al sistema immunitario. Proprio uno dei più diffusi erbicidi, l’atrazina, sarebbe protagonista di questa azione lesiva.

Tutti sanno che la dieta mediterranea è un’ottima alleata della nostra salute, questa dieta molto equilibrata riesce a prevenire ed in alcuni casi curare moltissime patologie che subisce il nostro organismo.Da una formidabile ricerca condotta dall’università olandese Maastricht è stato scoperto gli effetti benefici della dieta mediterranea nelle forme più aggressive di cancro al seno.Si è trattato di una ricerca immensa nella quale sono stati studiate per oltre vent’anni 62.000 donne, questa ricerca ha evidenziato che seguire una corretta alimentazione fa calare del 40% la possibilità di imbattersi ad una forma grave di cancro al seno.

MANGIARE BENE PREVIENE L’uomo, in quanto essere vivente, è portato a ricercare il cibo come fonte di sostentamento, ma a differenza degli altri animali l’uomo ha imparato a cucinare, inventando le pietanze. Non solo, ma ha saputo tramandare quest’arte, come si tramanda una lingua o un dialetto. L’alimentazione oggi non è più legata al solo bisogno di nutrirsi, ma è diventata parte integrante del nostro stile di vita. La tavola, più che un mezzo, si è trasformata nel fine stesso delle relazioni sociali. Intorno ad un tavolo si parla, si discute e si litiga, si festeggia la nascita e si commemora la morte, si stabiliscono dei rapporti. Oggi però, le conseguenze di un’alimentazione errata si sono rovesciate rispetto al passato. Infatti le malattie da eccesso alimentare hanno sostituito quelle da carenza. In tutto il mondo, ed anche in Italia, si evidenzia una maggior incidenza di obesità in età infantile, e sono aumentate malattie come l’aterosclerosi, il diabete e l’ipertensione, ma soprattutto il cancro. Una nutrizione equilibrata e sicura rappresenta uno degli strumenti più importanti ed efficaci nel raggiungimento della salute. Gli scienziati consigliano, come modello dietetico ideale, quello tipico delle abitudini alimentari del nostro Paese all’inizio degli anni Cinquanta, proprio perché un’alimentazione parca aveva un maggior effetto protettivo sulla salute. Questa piccola guida vuole educare ad un’alimentazione povera di calorie ma ricca dei nutrienti essenziali per difenderci dalle malattie tipiche della nostra epoca, con particolare attenzione ai tumori. Inoltre, vuole suggerire alcune ricette locali che associano al gusto e alla buona cucina gli ingredienti ricchi di sostanze anti-tumorali, e quindi preventivi.

La piramide alimentare La piramide alimentare è la rappresentazione grafica della dieta mediterranea. Si presenta suddivisa in settori orizzontali, nei quali sono inseriti i vari gruppi di alimenti. Il quantitativo dei vari alimenti che si consiglia di consumare è inversamente proporzionale alla posizione occupata, riducendosi gradualmente man mano che si passa dalla base (acqua, frutta e verdura da consumare spesso durante la giornata) alla punta della piramide, dove ci sono gli alimenti da consumare di rado. In questo modo, seguendo le indicazioni consigliate dagli esperti nutrizionisti, si possono fare scelte alimentari qualitativamente e quantitativamente più corrette.

Le rappresentazioni grafiche della piramide alimentare che si sono avvicendate negli anni sono state numerose, e molte versioni più recenti mettono alla base, cioè alle fondamenta della salute, oltre ad una corretta idratazione (il nostro organismo è composto per il 60% di acqua, e deve esserci un continuo ricambio tra i liquidi che vengono eliminati e quelli vengono introdotti), l’attività fisica quotidiana ed il controllo del peso corporeo. Lo svolgimento di una regolare attività fisica (passeggiata a passo svelto, cyclette…), quantificata in circa 20 minuti al giorno o 150 minuti alla settimana, risulta fondamentale per il controllo del peso corporeo, fattore importantissimo nel mantenimento dello stato di salute.

Il consumo di frutta e verdura è il fondamento della prevenzione alimentare dei tumori, infatti frutta e verdura forniscono meno calorie, determinano senso di sazietà ed apportano discrete quantità di micronutrienti essenziali (sali minerali e vitamine), fibre (importanti per la prevenzione soprattutto di alcuni tipi di neoplasie come quelle del colon-retto, della mammella e del pancreas), e composti fitochimici ad azione protettiva. La frutta e la verdura dai colori più vivaci (rosso, giallo, viola) sono importanti perché apportano notevoli quantità di polifenoli ad azione antiossidante. Naturalmente, è molto importante che nella scelta della frutta e della verdura vi sia il rispetto della stagionalità e la preferenza verso prodotti provenienti da agricoltura biologica, coltivata il più vicino possibile al proprio paese per mantenerne maggiormente intatte le proprietà.

1° regola: il valore della fibra e degli alimenti integrali La fibra alimentare. Rappresenta quella parte degli alimenti vegetali che non viene digerita dagli enzimi digestivi e che, pertanto, non è disponibile dal punto di vista energetico. Infatti, la fibra non viene attaccata dai succhi gastrici, passa inalterata per tutto il tratto intestinale e arriva al colon, dove i batteri normalmente presenti forniscono una cellulasi che scinde la cellulosa e le emicellulose in acqua, anidride carbonica, metano e acidi grassi a catena corta, che possono essere assorbiti.

La fibra alimentare è composta da numerose componenti, che potremmo schematicamente suddividere in: Fibra insolubile. È rappresentata da cellulosa, lignina e numerose
emicellulose. Ha la capacità di legarsi all’acqua, aumentando eregolarizzando la consistenza della massa fecale. Ne risulta un sensibile miglioramento dello svuotamento intestinale, con una riduzione della stipsi ed un’azione preventiva verso alcune malattie (diverticolosi, emorroidi, colon irritabile, cancro del colon). Inoltre, la capacità di assorbire notevoli quantità di acqua porta ad una distensione gastrica con uno spiccato senso di sazietà, facilitando il rispetto della dieta. Fibra solubile. È composta da pectine, mucillagini, gomme ed emicellulose. Ha la funzione di modulare l’assorbimento di grassi e zuccheri, rallentando e riducendo l’assorbimento soprattutto di colesterolo e glucosio. Sono importanti quindi nella prevenzione e terapia delle malattie metaboliche (dislipidemie e diabete).

Gli alimenti integrali. Il cibo integrale è caratterizzato dalla conservazione di tutte le sue componenti, ed in particolare le cosiddette sostanze vitali o vitalie, come le vitamine naturali, gli oligoelementi, gli acidi grassi essenziali insaturi precursori delle prostaglandine, le biostimoline e i fattori di crescita, che rappresentano i “fattori probiotici” naturali, essenziali per il mantenimento della salute. I cibi integrali, oltre a non aver subito processi di raffinazione, sterilizzazione ed integrazione con additivi chimici per lo più correlati a 22 determinate tecniche di conservazione, dovrebbero provenire da colture quanto più possibile biodinamiche, cioè caratterizzate dall’impiego prevalente di concimi organici e minerali naturali, escludendo l’uso indiscriminato di concimi chimici solubili, diserbanti ed anticrittogamici tossici. Un altro fattore che caratterizza i cibi integrali è dato dalla presenza della carica enzimatica e batterica, che riequilibrando la flora batterica intestinale, contribuisce a favorire un normale processo digestivo. Infatti, uno dei princìpi fondamentali dell’eubiotica è che le cosiddette “malattie del benessere” non insorgerebbero soltanto per un danno diretto al nostro organismo, ma soprattutto per un danno mediato dalla flora intestinale (microbionte), cui segue un alterato equilibrio di questa flora con il nostro corpo ed un danno alla salute dell’organismo (macrobionte). Lo sviluppo di una flora batterica patogena può portare infatti all’insorgenza non solo di una patologia dell’apparato digerente, ma può favorire l’impianto di una patologia a distanza, sotto forma di fatti infiammatori, quali ad esempio faringite, tonsillite, bronchite, otite, cistite, ecc. Un miglioramento dell’alimentazione può portare ad un miglioramento della sintomatologia infiammatoria.

Realizzata dall’Istituto Irccs Neuromed di Pozzilli (Isernia) su oltre 18 mila adulti reclutati nell’ambito del progetto “Moli-sani”, la ricerca suggerisce che la dieta mediterranea riduce sì il rischio di malattie cardiovascolari, ma solo se a seguirla sono i “gruppi economicamente più forti”.

Gli scienziati assicurano che i benefici della dieta non sono assolutamente da mettere in dubbio; ciò che spariglia le carte in tavola sono gli ingredienti con i quali ci si alimenta. E’ l’amara scoperta che arriva dall’Italia, dalla patria del regime alimentare incoronato dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità. Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica ‘International Journal of Epidemiology’, da un lato conferma il potere della dieta mediterranea di ridurre il rischio di malattie del cuore, ma dall’altro rivela che tali benefici sono fortemente influenzati dalla posizione socioeconomica. Nelle classi sociali meno abbienti coinvolte nella ricerca invece non è stato riscontrato alcun beneficio significativo.

I ricercatori hanno cercato quindi di capire i possibili meccanismi che possono essere alla base delle disparità osservate. Ne è convinto anche Giovanni De Gaetano, direttore del Dipartimento: ‘I risultati di questo studio ci devono far riflettere sullo scenario socioeconomico della salute. “In altre parole, è improbabile che una persona con un basso livello socioeconomico che si sforza di seguire un modello alimentare mediterraneo abbia gli stessi benefici di una persona con reddito più elevato, nonostante entrambi aderiscano in maniera simile alla stessa dieta sana”.

“I gruppi più avvantaggiati sono stati maggiormente in grado di riportare un numero più ampio di indici di dieta di alta qualità rispetto alle persone con condizioni socioeconomiche basse – ha spiegato Licia Iacoviello, responsabile del Laboratorio di epidemiologia nutrizionale e molecolare – Ad esempio, fra coloro che segnalano un’adesione ottimale alla dieta mediterranea (misurata da un punteggio che include frutta e noci, verdure, legumi, cereali, pesce, grassi, carne, prodotti lattiero-caseari e assunzione di alcol) le persone con reddito alto o istruzione superiore hanno consumato prodotti più ricchi di antiossidanti e polifenoli e hanno mostrato una maggiore diversità di scelte di frutta e verdura”. Insomma oltre alla quantità a fare la differenza è la qualità. “Non basta più dire che “la dieta mediterranea fa bene”, se non garantiamo che faccia bene a tutti”.

Il focus dell’indagine si è soffermato sugli effetti della dieta mediterranea in termini di vantaggi per la salute cardiovascolare, comunemente considerati consistenti. “Abbiamo visto su quasi 19 mila persone che l’adesione a questo stile alimentare riduce il rischio cardiovascolare in maniera significativa per una media del 15%”. Tuttavia i suoi benefici non sono “democratici”, ma sembrano variare anche in base alle classi sociali delle persone che la seguono. A parità di adesione alla dieta mediterranea, chi è benestante corre meno pericoli di malattie cardiache rispetto a chi non ha molto denaro ed ha studiato poco.

Secondo gli autori dello studio, poiché si tratta di alimenti così importanti per la nostra salute, si potrebbe ad esempio valutare il taglio dell’IVA sull’olio extravergine di oliva su frutta e verdura, oppure di poter inserire questi cibi nella dichiarazione dei redditi, esattamente come avviene con i farmaci.