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Estratti 14 vermi dall’occhio di una donna: parassita tipico delle mucche, cani e gatti

Sicuramente leggendo questo articolo, molti di voi saranno rimasti scioccati. Di certo, sarà stata la reazione della povera donna dopo aver capito cosa c’era nel suo occhio che la stava rendendo cieca. È accaduta una ragazza giovanissima originaria dell’Oregon, la quale, se visto estrarre dagli occhi 14 vermi, un episodio senz’altro particolare visto che questo tipo di parassita non ha mai attaccato un essere umano. Infatti, il problema, riguarda specialmente i bovini.

14 minuscoli vermi scovati nello una donna, una rarissima infezione tipica delle mucche. Sono 14 piccolissimi vermi tolti dall’occhio sinistro di una giovane ragazza ventisettenne dell’Oregon, negli Stati Uniti. I vermi sono della specie Thelazia gulosa,specifici parassiti dell’occhio che fino adesso erano stati individuati solamente nelle mucche negli Stati Uniti settentrionali e in Canada. Il loro vettore primario sono le mosche. Se questo tipo di verme resta nel l’occhio per un periodo lungo, posso portare alla cecità.

“Casi si parassitosi da vermi dell’occhio sono rari negli Stati Uniti e questo caso si e’ rivelato di un tipo di Thelazia mai riscontrato negli umani”, ha spiegato Richard Bradbury, che lavora per il centro Usa di prevenzione delle malattie (Cdc) e che in uno studio pubblicato sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene, sostiene che i nordamericani sono diventati piu’ sensibili rispetto a questo tipo di infezioni. I medici sospettano che la 27enne abbia contratto l’infezione andando a cavallo a Gold Beach, nell’Oregon, una zona dove ci sono molti allevamenti di mucche.

Ad oltre 20 anni dalla prima segnalazione di Thelazia callipaeda in Europa, i casi di infestazione nel gatto segnalati in letteratura restano sporadici. Interviste da noi condotte testimoniano, al contrario, che 37 di 114 liberi professionisti che operano in Piemonte (32,4%) hanno avuto occasione di diagnosticare da uno a dieci casi di thelaziosi oculare felina nel biennio 2007-2008. I casi segnalati (N=120) erano residenti in 6 delle 7 province indagate, principalmente nella parte pedemontana della regione. Un piano di sorveglianza ad hoc, con reclutamento casuale di casi subclinici fra la clientela di 4 veterinari, ha evidenziato una prevalenza di infestazione dell’8,5% (range 1,3-15,7) e ha individuato, come principali fattori di rischio, l’età superiore a due anni, la convivenza con cani, la vita prevalentemente all’aperto e la presenza di alberi da frutta nello spazio vitale.

La presenza di T. callipaeda è risultata positivamente associata ad epifora e a flogosi della congiuntiva palpebrale, bulbare e di rivestimento della superficie interna della terza palpebra, ma non a cheratite. Una formulazione spot-on di imidacloprid 10% e moxidectina 1% (Advocate® Spot On Gatto, Bayer Health Care), somministrata una tantum a 30 soggetti con infestazione spontanea, ha dimostrato un’efficacia terapeutica del 90% (100% dopo seconda somministrazione a distanza di due settimane). I dati di questa indagine dimostrano che la thelaziosi oculare felina è meritevole di maggior attenzione da parte dei veterinari che operano nelle zone endemiche.

La thelaziosi oculare è una parassitosi a trasmissione vettoriale sostenuta, negli animali da compagnia, da due specie di nematodi della Famiglia Spiruridae: Thelazia callipaeda e T. californiensis. Solo la prima è segnalata in Italia. T. callipaeda è endemica in numerosi Paesi orientali, tra cui Indonesia, Thailandia, Cina, Corea, India e Giappone , e per questo motivo viene comunemente chiamata “Oriental eyeworm”. In Europa, T. callipaeda è stata segnalata per la prima volta nel cane, dapprima in Piemonte, poi in Basilicata e, più recentemente, nel sud-ovest della Francia e nel sud della Svizzera. Inoltre, sono stati descritti casi non autoctoni nei Paesi Bassi e in Germania. La prima segnalazione europea in un gatto proviene anch’essa dal Piemonte . Sono state considerate due diverse ipotesi riguardo all’origine di T. callipaeda in Italia. Secondo la prima, in tempi recenti vi sarebbe stata un’importazione accidentale, dall’Asia, o di un ospite definitivo infestato o direttamente del vettore³. La seconda ipotesi considera invece possibile che il parassita, ancorché di importazione, circolasse già da tempo in ambiente silvestre, e che solo recentemente abbia fatto il “salto di specie” (dai carnivori selvatici ai domestici) che ne avrebbe rivelato la presenza anche in Europa. Rossi et al. 8 hanno per primi osservato T. callipaeda nelle volpi, mentre Otranto et al. 9 hanno descritto casi di infestazione anche nei Mustelidi e nel lupo.

! Per realizzare il suo ciclo vitale, T. callipaeda si serve, come ospite intermedio, di Phortica variegata, moscerino della famiglia Drosophilidae. All’opposto di quanto accade nelle altre parassitosi a trasmissione vettoriale, solo i maschi di questo insetto possono fungere da vettori, probabilmente a causa di abitudini alimentari specifiche, che li portano a nutrirsi non solo di succhi vegetali (come le femmine) ma anche di lacrime e secreti oculari.

Nel fare questo, i moscerini assumono le larve di primo stadio (L1) di T. callipaeda che poi, in tre settimane circa, raggiungono lo stadio infettante di L3. In occasione di un nuovo pasto, le L3 verranno depositate nei pressi della rima palpebrale, da cui penetreranno attivamente nel sacco congiuntivale, andranno incontro a due mute ulteriori e matureranno infine ad adulti (in 2 settimane circa se maschi e in 7-8 se femmine). Il periodo fra Luglio e Settembre è quello a maggior rischio di trasmissione di T. callipaeda, coincidendo con il picco di abbondanza della popolazione maschile di P. variegata. Gli adulti di T. callipaeda hanno una longevità di mesi, e si possono così ritrovare nel sacco congiuntivale dei loro ospiti definitivi anche durante i mesi invernali e primaverili. Il parassita adulto può dare origine, nel cane, a quadri clinici di diversa gravità. In uno studio recente su soggetti con infestazione spontanea, nel 3,4% dei casi era presente cheratite, nell’81,4% congiuntivite e nel 66,1% semplice epifora .

Segni oculari simili vengono segnalati anche nell’uomo, vittima dimostrata ma solo occasionale del parassita, almeno in Europa¹³. Per la terapia della thelaziosi oculare nel cane sono disponibili diversi protocolli, dalla rimozione manuale dei parassiti a una singola inoculazione sottocutanea di ivermectina al dosaggio di 200 µg/kg p.v.14, all’instillazione congiuntivale di 2 gocce per occhio di una formulazione iniettabile di moxidectina (Cydectin®, Fort Dodge)15, alla somministrazione per via orale di milbemicina ossima (Interceptor®, Novartis, al dosaggio di 0,5 mg/kg)16, alla somministrazione spot-on di un’associazione di imidacloprid 10% e moxidectina 2,5% (Advocate®, Bayer Health Care). Una formulazione long-acting di moxidectina (Guardian SR®; Fort Dodge) è risultata efficace anche a scopo profilattico, garantendo protezione per tutta la stagione di attività del vettore.

Poiché in letteratura non sono disponibili lavori specifici sulla thelaziosi oculare nel gatto, con questo studio ci siamo proposti di segnalarne la diffusione in Piemonte, di descriverne alcuni aspetti epidemiologici e clinici, e di valutare – con un trial ad hoc – l’efficacia terapeutica di un’associazione di imidacloprid 10% e moxidectina 1% (Advocate® Spot On Gatto, Bayer Health Care), che alcuni colleghi ci hanno segnalato utilizzare con soddisfazione

MATERIALI E METODI In una prima fase dello studio, è stata realizzata un’inchiesta presso 114 veterinari liberi professionisti, che svolgono la loro attività in Piemonte. Di questi, 9 operano in Torino città, 56 in provincia di Torino e 49 nelle restanti province della regione (7 per provincia). Agli intervistati venivano sottoposti due questionari, il primo concernente la presenza/diffusione della thelaziosi canina e felina nella zona di competenza, e il secondo riguardante solo i casi di thelaziosi felina diagnosticati. A partire dai risultati dell’inchiesta, è stato attivato un piano di sorveglianza che ha interessato, in modo random, la clientela di quattro veterinari nel periodo gennaio 2008 – settembre 2009. Previo consenso del proprietario, ogni gatto che veniva sottoposto ad anestesia generale per ragioni diagnostiche o chirurgiche di vario genere (patologie oculari escluse) veniva anche sottoposto a ricerca delle thelazie. Allo scopo, si instillavano localmente 1-2 gocce/occhio di collirio contenente ossivuprocaina cloridrato (Novesina®) e si esploravano il sacco congiuntivale e la superficie bulbare della terza palpebra con l’ausilio di una pinzetta anatomica. In caso di presenza dei parassiti, se ne effettuava una stima semiquantitativa, con attribuzione a due classi di intensità: da 1 a 6 e oltre 6.

Per ciascun gatto, infestato o meno, si compilava una scheda segnaletica. Infine, è stato realizzato un field trial terapeutico consistente nel trattamento di 30 gatti, naturalmente infestati da T. callipaeda, con una singola somministrazione di Advocate® Spot On Gatto (Bayer Health Care), associazione di imidacloprid 10% e moxidectina 1%, disponibile in commercio sotto forma di pipette da 0,4 o 0,8 ml. Ad ogni soggetto sono stati somministrati 0,10-0,15 ml/kg della formulazione, pari a circa 10-15 mg/kg di imidacloprid e 1,0-1,5 mg/kg di moxidectina. Nessuna thelazia è stata rimossa manualmente da questi soggetti. L’efficacia del trattamento è stata verificata a 10-20 giorni dal trattamento. In caso di insuccesso era previsto un secondo trattamento, in occasione della visita di controllo. Data la comprensibile difficoltà di reclutamento dei casi, non è stato possibile creare un gruppo di controllo. Nel presente lavoro, le differenze fra gruppi di pazienti sono state valutate con il test del Chi-quadro (uncorrected e Yates corrected), utilizzando il free-software EpiInfo™, versione 3.5.1. La soglia di significatività è stata fissata a p ≤ 0,05.

Aspetti epidemiologici Dei 114 liberi professionisti intervistati, 71 (62,3%) hanno dichiarato di conoscere la thelaziosi felina per esperienza personale. Lo stesso dato riferito alla thelaziosi canina è pari a 89 (78,1%). Con più specifico riferimento all’ultimo biennio precedente l’intervista (2007-2008), la thelaziosi felina è stata diagnosticata da 37 colleghi (32,4%) e quella canina da 63 (55,2%). Con due sole eccezioni, i colleghi dichiarano essere soliti diagnosticare un numero maggiore di casi/anno nel cane rispetto al gatto. La localizzazione dei comuni piemontesi da cui provenivano i casi di thelaziosi felina segnalatici è riportata in Figura 1. Da questa cartina e dai risultati dell’inchiesta emerge come la thelaziosi felina sia entità piuttosto rara nelle province del cosiddetto Piemonte Orientale (Verbania esclusa), dove 26 su 28 colleghi intervistati (92,9%) dichiarano di non averla mai diagnosticata nel biennio 2007-2008. Al contrario, parrebbe entità ben nota nelle restanti province, dove 34 colleghi su 81 (42,0%) dichiarano di averne diagnosticato almeno un caso nello stesso arco di tempo. La ripartizione dei colleghi intervistati in rapporto al numero di casi di thelaziosi felina osservati nel biennio 2007-2008 è riportata in Figura 2. Il numero massimo di casi segnalati in questo arco di tempo è stato pari a 10. Gli ambulatori o cliniche presso i quali è stato diagnosticato un numero di casi uguale o superiore a 5 sono situati nel comuni di Cavaglià (BI), Gozzano (NO), Saluzzo (CN), Ciriè (TO) e Venaria Reale (TO). Come anticipato, lo studio sulla prevalenza del parassita nel gatto è stato realizzato presso 4 ambulatori/cliniche della provincia di Torino (due a nord e due a sud della città), su un campione random di 496 gatti. La prevalenza del parassita era compresa fra 1,3 e 15,7% (8,5% complessivamente), con differenze significative nei 4 gruppi considerati (p < 0,001) e prevalenza più elevata nelle aree a nord di Torino. Né il sesso né l’eventuale castrazione sono risultate essere fattori di rischio. I gatti di età superiore a 2 anni erano più frequentemente infestati di quelli giovani (16,3 vs 7,1%; OR 0,36, p=0,022). Considerate criticamente le dimensioni e la composizione del campione, e il diverso livello di completezza dei dati relativi ai soggetti non infestati da T. callipaeda, i fattori di rischio riconducibili all’ambiente o allo stile di vita sono stati analizzati limitatamente al gruppo di gatti caratterizzato da maggior prevalenza del parassita (N=166). Sono così risultate a maggior rischio: – la convivenza con cani (34,2 vs 14,5%; OR= 3,08, p=0,005); – la vita costantemente/prevalentemente all’aperto (29,6 vs 10,0%; OR=3,79, p=0,013); – la presenza di alberi da frutto nello spazio vitale (28,2 vs 4,2%; OR=9,44, p=0,010). Nell’ambito di questo gruppo, la prevalenza di infestazione non è parsa variare su base stagionale, oscillando fra un minimo di 13,9% in estate e un massimo di 18,7% in primavera.

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