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Trapianto di faccia, la straordinaria storia di Katie: ferita da proiettile a 18 anni, ora ha un volto nuovo

La protagonista della storia è una donna di Oxford Mississippi, di nome Katie la quale a circa di 16 anni aveva tentato il suicidio, perché non aveva retto ad una serie di vicende dolorose. La giovane con un colpo di fucile si era distrutta in viso dopo oltre 20 complessivi interventi chirurgici. La giovane ora ha la possibilità di ricominciare tutto da capo, infatti sembra che dopo più di quattro anni di interventi chirurgici, Katie Stubblefield ventunenne americana di Oxford ha di nuovo un volto ed una grande voglia di ricominciare di vivere la sua seconda vita. La giovane era ancora sedicenne, quando avrebbe tentato il suicidio sparandosi con il fucile da caccia dal fratello durante tutta l’adolescenza. La giovane avrebbe sopportato dolori gastrointestinali cronici ed al suo fianco era rimasto un compagno del liceo e lei si era innamorata di lui. Da giovane avrebbe scoperto però dei messaggi sul telefonino di lui di un’altra ragazza, inoltre i genitori della giovane insegnanti avevano perso il lavoro, quindi la giovane non ce l’avrebbe fatta più e ha provato ad uccidersi a casa dal fratello, che l’ha trovata a terra priva di sensi in un lago di sangue.

Il colpo del fucile aveva distrutto il suo viso, il naso e parte dalla fronte e della mascella. La giovane aveva anche danni agli occhi e lesioni cerebrali, però miracolosamente si era salvata. Da allora, la giovane subì degli interventi chirurgici uno dopo l’altro, prima per salvarsi la vita e poi per poter cercare di riparare il danno.  All’inizio, secondo i medici l’ipotesi di un trapianto di faccia sarebbe stato importante ma non una priorità, ma quando le condizioni della giovane si sarebbero stabilizzate, l’operazione iniziò a sembrare possibile. Inoltre, la ragazza era molto giovane e il suo sistema immunitario era particolarmente forte, però le possibilità di rifiutare il trapianto erano elevate e le probabilità di trovare un donatore adatto che doveva essere di sesso femminile, carnagione simili alle sue erano davvero poche, ma dopo un lungo periodo di valutazione durato molti mesi, il film avrebbe deciso di proseguire il percorso.

Il 4 maggio del 2017, dopo 3 anni di attesa,  22 interventi ricostruttivi e 31 ore di operazione la  giovane ha subito un trapianto integrale di faccia alle Cleveland Clinic in Ohio, la sua donatrice è stata una trentunenne Andrea Schneider Katie e la quarantesima persona al mondo è la più giovane dagli Stati Uniti ad aver subito un trapianto di viso. La storia della giovane è stata raccontata per la prima volta dal National Geographic. «Sto ricominciando in molti modi», fa sapere la ragazza, tramite i suoi genitori perché non riesce ancora a parlare bene. «Mi sembra di essere tornata bambina: devo imparare di nuovo tutto da capo. Ma sono così entusiasta all’idea di poter avere ancora un volto».

In questi anni La giovane ha imparato che «la donazione degli organi è davvero importante: così tante persone stanno aspettando, hanno bisogno di organi o tessuti. Si muore ogni giorno nell’attesa di un donatore». Mentre si riprende dal trapianto, continua a ripetere che non vede l’ora di andare all’Università e lavorare per la prevenzione del suicidio. «La vita è preziosa, è bella, è un dono. Qualsiasi cosa tu stia attraversando, c’è sempre qualcuno con cui puoi parlare. C’è sempre un aiuto disponibile quando raggiungi il punto più basso». 

Il chirurgo del trapianto di testa: «Mai più paralitici né criminali»

Dopo due ore di intervista non si capisce se ti trovi di fronte a un visionario che tra due anni rivoluzionerà la medicina o a un uomo che si è messo in testa un’idea bislacca, destinata a fallire. Sergio Canavero lo sa e non fa nulla per nasconderlo, d’altronde alle critiche feroci ha fatto il callo da quando ha annunciato l’intenzione di eseguire il primo trapianto totale di testa per far tornare a camminare i tetraplegici, donando loro un corpo nuovo e funzionante. Canavero, ex neurochirurgo alle Molinette di Torino e oggi professore honoris causa ad Harbin in Cina e direttore del Tang (Turin Advanced Neuromodulation Group) tira dritto. Per spiegare il suo progetto ha scritto anche un libro, Il cervello immortale (edizione Sperling & Kupfer).
Professore lo sa che i più la definiscono il nuovo professor Franke- stein?
«Questo per me è un grande onore».
Addirittura?
«Certo, vuol dire che dopo 200 anni stiamo per dare materia a un sogno e tutte le volte che uno trasforma un sogno in una cosa concreta, è un successo. Victor Frankestein voleva sfidare i limiti imposti dalla natura e quando si è reso conto di ciò che ha fatto ha cercato di distruggere il cosiddetto mostro. Anche io ho pensato al male che può venire dal trapianto di testa e ho cercato una soluzione. Per cui sono
onorato di essere paragonato a Frankestein».
La soluzione me la spiega dopo. Mi dica, quando ha cominciato a pensare di trapiantare una testa?
«Direi da sempre. A 8 anni vidi in tv l’episodio della serie Medicai Center in cui apparve l’immagine di una angiografia cerebrale. Rimasi ipnotizzato. A15 anni lessi il numero speciale di Scienze dedicato al cervello e a 17 anni lessi dell’esperimento del dottor White che negli Usa trapiantò una testa da una scimmia a un’altra, li ebbi la folgorazione e scelsi medicina».
Ma quando cominciò a concretizzarsi l’idea?
«Nel 1993 trovai gli articoli scritti trent’anni prima da un neurochirurgo americano, L.W. Freeman. Anche lui era alla ricerca del Santo Graal della cura delle paralisi. Mi convinsi: questa cosa si può fare».
Mi spiega come avverrà questo trapianto di testa?
«Intanto i tempi: se tutto va come sta andando, a oggi confermiamo il primo trapianto nel Natale 2017, in Cina».
fi primo paziente disposto a ricevere un corpo nuovo sarà il russo Valéry Spiridonov?
«No, il progetto cinese non prevede di trapiantare Valéry per ovvi motivi. Non possiamo dare a lui, che di carnagione è bianco come la neve, il corpo di un cinese. Al momento non ci sono pazienti pronti».
Ci spiega l’operazione?
«Si individua il paziente adatto, dal punto di vista immunologico e fisico. Quando c’è il donatore entriamo in
azione. Si portano in sala operatoria il ricevente e il donatore e si mettono su due letti vicini, a due metri di distanza. Due team di chirurghi operano contemporaneamente. Quando siamo pronti si tagliano le due teste. La testa del donatore viene consegnata ai parenti per la sepoltura, la testa del ricevente viene portata sul corpo nuovo. Prima che venga tagliata, però, la testa del ricevente viene ibernata e abbattuta a una temperatura di 15 gradi. Poi viene traslata sul corpo nuovo”.
Quanto costa tutto questo?
«Se lo facciamo in Cina 15 milioni di dollari. In Europa o negli Usa il costo sale a 100 milioni».
Detta così sembra un trapianto qualunque. Ma come lei sa moltissimi neurochirurghi dicono che sia impossibile ricongiungere il midollo della testa del ricevente con il midollo del donatore. In Italia i giudizi su di lei sono impietosi.
«L’Italia mi ha detto di no, quindi il parere degli italiani per me non conta nulla. In Italia quando sei scomodo ti fanno fuori. Il professor Sarr della Mayo Clinic, una vera autorità, si è espresso positivamente sulla fattibilità della tecnica».
Senta, mettiamo che il paziente trapiantato muoia. Come la mettiamo?
«Quando Barnard ha fatto il primo trapianto di cuore il paziente ha vissuto 18 giorni. Il secondo un anno e mezzo. In ogni trapianto c’è un tasso di rischio. Ma c’è un piano molto dettagliato prima di arrivare all’operazione: il primo trapianto vero e proprio, due mesi prima dell’operazione di Natale 2017, lo faremo su due persone cerebralmente morte per affinare la tecnica. Ci servirà come ultimo stadio, sarà il nostro Apollo 10 prima di “atterrare sulla Luna” con l’Apollo 11, il primo vero trapianto di testa».
Ma chi sono i pazienti potenziali?
«Soprattutto i tetraplegici di lungo corso».
E lei assicura che con il trapianto di testa tornerà a farli camminare?
«Sì. Le faccio un nome: Mino Welby. Se Welby fosse ancora vivo taglieremmo il suo midollo con una tecnica particolare, senza danneggiarlo, lo “incolleremmo” al nuovo corpo e Welby tornerebbe a camminare».
Addirittura?
«Christopher Reeve, l’ex Superman del cinema. Uguale. Welby e Reeve sono esempi perfetti».
Lei è molto sicuro di sé.
«Ok, ammettiamo che non vada bene, diciamo che il tetraplegico con un nuovo corpo non cammina. Niente nella scienza è perso. Quando chiesero a Edison, prima di arrivare alla lampadina, “lei ha fatto 999 prove e son fallite tutte” lui ha risposto: 2Non ho fallito, sono stati 999 modi per non fare la lampadina”. Nella scienza tutto è trial and error, sperimentazione ed errori».
Sì ma così lei avrebbe creato un nuovo tetraplegico, in più mostruoso, con la testa di uno e il corpo di un altro.
«Sono certo al 100% che camminerà. Quando i fratelli Wright costmiro- no il primo aereo, tutti dissero che erano dei pazzi».
Lei è immune alle critiche.
«Io mi baso su dati scientifici, mi porti chiunque davanti e lo smonto coi dati. Sono pronto alle critiche, ma da esperto di ju-jitsu la mia mentalità è “fai venire il nemico, fagli pensare che stia vincendo e quando è vicino lo stendi”. Senza violenza, eh. Parlo di atteggiamento mentale».
Professor Canavero, ma lei perché lo fa?
«Finora ho sempre risposto “per curare patologie gravi”. In realtà ho motivazioni più profonde».
Quali?
«Gliela spiego così. Io a 30 anni ero
un materialista, un riduzionista. Anche io aderivo all’idea che il cervello producesse la coscienza. Nel 1989 vidi il film Linea mortale con Julia Ro- berts in cui alcuni studenti di medicina si facevano arrestare il cuore per vedere cosa succedeva nel passaggio tra la vita e la morte. Lio avuto una folgorazione. Da anni mi occupo di esperienze di pre-morte e mi sono detto: “certo che sarebbe bello fare una cosa del genere”. Ci pensi: nel momento in cui tolgo la testa del paziente ricevente e prima che la trasferisca sul nuovo corpo, c’è un periodo in cui questa testa è morta. Mi si è accesa la luce. In un colpo solo, con il trapianto, curo malattie finora incurabili ed elaboro ima visione di quello che avviene dopo la morte, così risolvo il problema della coscienza».
Non ho capito.
«Io sono convinto che la coscienza non sia generata dal cervello, la coscienza è “filtrata” semmai, per cui quando lei muore la sua coscienza perdura. Io con il trapianto di testa lo dimostrerò scientificamente. Così ottengo due cose: un passo verso l’immortalità e soprattutto rendere inutili tutte le religioni».
Inutili le religioni?
«Il motivo principale per cui si ricorre alle religioni è la paura di morire. Le religioni, per ridurre questo timore, parlano dell’anima che va in Paradiso, e chiedono un atto di fede. Io dimostrerò che la coscienza perdura dopo la morte, ma lo farò su basi scientifiche. La conseguenza di staccare una testa e riattaccarla al corpo è che c’è ima finestra di tempo in cui il cervello è morto. Se questo cervello, una volta “riattaccato”, ci racconta che ha visto qualcosa, abbiamo la prova provata che durante questa morte temporanea in realtà la coscienza era perfettamente presente, senza un cervello funzionante. Non ci sarà più bisogno della fede per ovviare alla paura della morte. Vent’anni e le religioni saranno spazzate via».
Quindi lei non crede in Dio?
«No. Sono un a-religioso. Sono contro le religioni».
Senta ma lei non ha paura che la
sua tecnologia possa finire in mani sbagliate e un Hitler moderno possa garantirsi fimmortalità?
«È il dilemma etico su cui mi sono interrogato più a lungo. Non posso permettere che questo accada. Quindi ho lanciato il progetto Nuovo mondo».
Cioè?
«È tratto dal libro di Huxley The Brave New World. Siccome sono contrario alla pena di morte e penso che la prigione non serva a niente, l’unico modo per fermare un potenziale psicopatico è riscrivergli il cervello. Lancio questo dibattito: la società dovrebbe, oltre a garantire l’estensione della vita attraverso il trapianto della testa, controllare preventivamente il cervello dei potenziali criminali attraverso tecniche di neurostimolazione, a cui lavoro da anni sotto traccia. È l’unico modo per fermare il male: controllare preventivamente il comportamento umano».

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