Poche imposte dividono, anche all’interno della propria coscienza, come la tassa sulla plastica, la cosiddetta “plastic tax”, proposta dal Governo Conte bis nella legge di bilancio che sta per approdare alla Camere. Da un lato, una nuova tassa, per di più su beni di consumo molto comuni, è sempre impopolare e sgradita. Però tutti noi siamo colpiti dalle immagini delle spiagge esotiche letteralmente “invase” da un mare di plastica, e ormai siamo consapevoli che l’uso di questo prodotto, che può essere smaltito solo in tempi lunghissimi deve in qualche modo essere limitato.

Ecco quindi che il governo ha pensato bene di proporre una tassa di un euro al chilo sugli oggetti di plastica monouso (vale a dire che sono per loro natura “usa e getta”), come le buste, le vaschette, le bottigliette, i tappi, e sulle plastiche che servono per protezioni e imballaggi. In realtà nella stessa maggioranza centrosinistra-M5s si sono levate diverse voci critiche. Una delle più preoccupate, quella del presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, regione che ospita gran parte delle aziende produttrici di plastica. E al momento di andare in stampa pare che il compromesso raggiunto sia quello di ritardare l’entrata in vigore di questa tassa.

Ma perché la “plastic tax” viene contestata? Al di là dell’ovvia considerazione che una nuova imposta non piace a nessuno, e che le aziende del settore (che impiegano molte migliaia di addetti) ne verrebbero danneggiate, l’ obiezione principale è che non serve affatto a limitare l’uso di plastica, ma soltanto a “fare cassa”, a trovare cioè i soldi necessari a impedire l’aumento dell’Iva, e più in generale a far quadrare i conti. Lo stesso governo, nelle sue simulazioni, attesta che gli incassi dovuti alla tassa non andranno affatto a diminuire, e che quindi non si avrà alcun effetto sull’uso e il consumo di questo materiale.

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E chi pagherà davvero? I detrattori dicono che è già fin troppo prevedibile: saranno i comuni cittadini, quando acquisteranno il latte, o il vino, in tetrapak, o gli altri beni contenuti in involucri di plastica. Alla fine, insomma, quel che le aziende pagano in prima battuta se lo fanno “rimborsare” dai consumatori finali: pochi centesimi che però, sommati, fanno una “stangatina”. E questo, senza alcun effetto positivo sull’inquinamento. Diverso sarebbe, si obietta, dare incentivi alle aziende perché usino sempre più plastiche riciclabili, cambiando il loro sistema di produzione e imballaggio. Ma ci vuole tempo, e non aiuta il bilancio dello Stato.

I favorevoli invece fanno notare che, intanto, sono state escluse dal provvedimento le plastiche riciclabili e compostabili, quelle che alla fin del loro ciclo “vitale” si trasformano in terriccio, utile all’agricoltura. Poi c’è chi pensa che la tassazione possa avere effettivamente un valore “etico”: tassare beni dannosi o inquinanti può incoraggiare la gente a usarli sempre meno (se c’è un’alternativa, certo) e quindi a medio termine a eliminare o ridurre il problema. E lo stesso concetto che sta dietro un’altra tassa proposta dal governo, quella sulle bibite zuccherate.

Intanto, per disposizione dell’Europa, sono già stati vietati i “cotton fioc” e, dal prossimo 1° gennaio, saranno bandite le microplastiche nei prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente. Dal 2021 poi addio a posate e piatti in plastica, cannucce, contenitori per alimenti e tazze in polistirolo espanso.

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