Claudio Cecchetto, ha creato Fiorello e Amadeus e non è stato invitato a Sanremo

Se c’è una persona che può essere fiera del successo di Sanremo, questa persona è Claudio Cecchetto. Fu lui, infatti, oltre 30 anni fa a scoprire Amadeus e Fiorello, oltre a Gerry Scotti, Jovanotti, Fabio Volo, Leonardo Pieraccioni, Sabrina Salerno e Nicola Savino. «Sì, ci avevo visto lungo», conferma Cecchetto, «e sono contento di averne avuta la conferma».

Contrariamente a quanto ci si aspettasse, ha sottolineato giustamente Dagospia, Cecchetto non è stato coinvolto nell’organizzazione del Festival o nella scelta dei brani. «Sono scelte della Rai, probabilmente avevano già i loro esperti, sono contro i “pacchetti” o le raccomandazioni, non doveva far piacere a me essere chiamato, doveva far piacere a loro avermi, ma nella vita penso di aver dimostrato abbastanza, non mi attacco a queste cose. Resta il fatto che Fiorello e Amadeus li ho scoperti io e ci sono cose che restano nel mio curriculum e nel mio cuore».

Domanda. Come ha fatto a scegliere, fra tanti che bussavano alla sua porta, proprio Amadeus? Risposta. «A me i talenti non bussavano alla porta perché ero io che li andavo a cercare, se vedevo qualcuno di interessante lo portavo con me. Amadeus me lo presentò Vittorio Salvetti a Verona al Festivalbar a metà degli Anni 80, prima che conducessi la finale. “Hai una voce di piombo, mi piace”, gli dissi, ma gli chiesi di aspettare perché dovevo registrare la puntata. Passarono diverse ore e, a notte inoltrata, Amadeus era ancora lì che mi aspettava. “Bravo, sai quello che vuoi, vieni con me a Milano che ti faccio fare radio”».

D. Pensava che Amadeus fosse adatto a fare tv? R. «La tv era un passo successivo e non tutti quelli che facevano radio li mandavo in tv, a me interessava non l’aspetto fisico ma il carisma vocale, sceglievo quelli che sapevano farsi ascoltare. E così lanciai Gerry Scotti, Amadeus, Fiorello, Leonardo Pieraccioni». D. I suoi ragazzi erano amici fra di loro, si divertivano insieme fra Ibiza, Riccione e via Massena, sede di Radio Deejay. R. «Alla fine mi ispiravo al Clan di Celentano o, in maniera poetica, ai cafè chantant dove si riunivano gli intellettuali.

Io riunivo persone con talento e sapevo che, frequentandosi, avrebbero moltiplicato le proprie doti». D. Amadeus non è competitivo, non ha temuto il confronto con un grande come Fiorello, è stata una sua lezione? R. «Non so da chi abbia preso Amadeus ma io ho condotto tre volte Sanremo e poi mi sono messo a fare il talent scout cercando persone che fossero più forti di me, perché ci si può esprimere anche attraverso gli altri». D. Ha dato consigli ad Amadeus per il Festival? R. «I consigli lasciano il tempo che trovano primo perché Amadeus fa questo lavoro da trent’anni e poi il problema dei consigli è che rendono tutti uguali mentre il mondo va avanti proprio perché si spera che qualcuno faccia qualcosa di diverso». D. A questa festa mancava solo Jovanotti, che Amadeus aveva invitato.

Ha sbagliato a non andare? R. «Sicuramente Lorenzo aveva da fare cose che aveva pianificato già molto tempo prima e non poteva mandare tutto a monte. E poi l’amicizia non deve mai diventare un obbligo, altrimenti non è amicizia». D. Nella sua squadra non c’erano gelosie? R. «Le gelosie le creano i numeri due o i numeri tre, ma io avevo solo numeri uno che non potevano essere in competizione: come avrebbe potuto Jovanotti essere geloso di Max Pezzali o Gerry Scotti di Fabio Volo?». D. Perché fra tutti i talenti che ha lanciato in radio la maggior parte ha avuto successo in tv ma non, per esempio, Linus? Sono anni che me lo chiedo. R. «Se lo chiede da anni e non ha ancora trovato una risposta significa che la risposta non c’è». D. Si aspettava anche il successo di Nicola Savino? R. «Fare tv è un mestiere e, se stai vicino a persone che lo sanno fare, sei intelligente e sei un gran lavoratore come è Nicola, impari ad avere successo.

Perché il talento è un dono, il successo è un mestiere». D. Perché siamo così affezionati agli Anni 80, di cui lei è stato grande interprete? R. «Perché sono stati un decennio in cui, dopo gli anni bui del terrorismo, si tornava alla vita con la dance, la moda, il bisogno di evasione, ci fu una grande concentrazione di fantasia ». D. Achille Lauro si ispira a quel decennio? R. «Direi più agli Anni 90, ma tutto quello che succede deve dire grazie a quello che è successo prima. A qualcuno Lauro ricorda David Bowie, ma probabilmente anche David Bowie ricordava qualcun altro che era venuto prima di lui». D. Lei è considerato un grande talent scout, e c’è un programma a caccia di talenti, X Factor, in crisi d’identità. Lei lo farebbe? R. «È tutta la vita che faccio X Factor, solo che lo faccio sul campo».

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