Forse siamo davanti ad una scoperta molto importante, o almeno è quello che sperano i ricercatori che hanno trovato il modo di ritardare di 2 anni o anche di più la comparsa di diabete di tipo 1 nelle persone che hanno un alto rischio di svilupparlo, somministrando loro un farmaco intelligente attivo sul sistema immunitario.

Il lavoro, condotto dal team internazionale “Type 1 Diabetes TrialNet” è finanziato dai National Institutes of Health statunitensi e pubblicato online su “The New England Journal of Medicine”. Il diabete di tipo 1 insorge quando le cellule T del sistema immunitario vengono meno al loro compito di difesa dell’organismo e iniziano a distruggere le cellule beta del pancreas che fabbricano l’insulina. Il medicinale usato in questa scoperta si chiama Teplizumab, un anticorpo monoclonale anti- CD3, che colpisce le cellule T impedendo loro di uccidere le cellule beta-pancreatiche.

In uno studio precedente sempre sostenuto dagli Nih, il medicinale si era dimostrato efficace nel rallentare la perdita di cellule beta in pazienti che avevano sviluppato di recente diabete 1 clinico, ma non era stato testato in chi non aveva ancora la malattia clinica, quindi in via preventiva. I ricercatori hanno reclutato 76 partecipanti di età compresa tra 8 e 49 anni, parenti di persone con diabete 1 e che presentavano almeno 2 tipi di autoanticorpi diabete-correlati e un’alterata tolleranza al glucosio: uno ha ricevuto un ciclo teplizumab per 14 giorni, l’altro un placebo.

Il 72% delle persone del braccio placebo ha sviluppato diabete clinico, contro il 43% del gruppo trattato. Fra chi si è ammalato, il tempo mediano di comparsa della patologia è stato di poco superiore ai 24 mesi nel braccio di controllo e di 48 mesi nel gruppo trattato. Quindi, il farmaco ha ritardato in media di 2 anni l’insorgenza dei sintomi di diabete giovanile. Al momento, però, gli esperti invitano alla prudenza perché bisogna comprendere meglio l’operato del farmaco, la sua efficacia a lungo termine e la sicurezza del trattamento.

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Inoltre bisogna fare dei test con campioni molto più ampi e c’è da far luce su altri elementi emersi dalla ricerca come gli effetti del teplizumab che sono stati maggiori nel primo anno dopo la somministrazione e che le persone che hanno risposto meglio al farmaco tendevano a presentare determinati autoanticorpi e specifiche caratteristiche immunitarie. Insomma, c’è da fare molta più ricerca ma è un primo passo che fa ben sperare.

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