Dalla prescrizione alle intercettazioni. E oggi, sussurrano nella cabina di regia di Italia Viva, il nuovo round sarà sul reddito di cittadinanza. Campo di battaglia, ieri, quel Senato dove i 17 renziani sono decisivi. A meno che non si materializzi quello che, per ora, è una ipotesi: il gruppo dei Responsabili. Ma finora, festeggiavano ieri sera le truppe di Matteo Renzi, riunite a cena con lui, «l’unica campagna acquisti è la nostra».

Michela Rostan, deputata di Leu, e Tommaso Cerno, senatore del Pd, hanno annunciato il passaggio nelle fila di Iv. «E saluti a Conte», chiosavano, sarcastici, i colonnelli di Renzi. Nella guerra di nervi scatenata dal leader di Iv contro il Conte bis, o meglio contro Giuseppe Conte, ieri è il bersaglio è stato il decreto intercettazioni, all’esame della commissione Giustizia del Senato. Scintilla, l’emendamento presentato da Pietro Grasso (Leu) che puntava a consentire l’utilizzo delle intercettazioni come prova anche per reati diversi da quelli per cui si era disposta la registrazione delle telefonate. Risultato, paralisi nella maggioranza.

I renziani si rifiutano di votarlo. «O resta il testo uscito del cdm, o non avrete i nostri voti». La seduta è sospesa, si susseguono riunioni, telefonate tra Palazzo Madama, via Arenula e Palazzo Chigi. Trattative, tentativi falliti di mediazioni. Iv insiste, non molla. Alla fine l’emendamento è riformulato. E l’Aula slitta a oggi.

TUTTI DA VESPA

Nel frattempo Renzi è tornato dal Pakistan. Ricompare in Senato, rimbrotta Grasso («Guarda che ti sei allargato troppo…cosìla situazione politica si fa sempre più incasinata»). Si ferma a parlare con i giornalisti («Se c’è un governo senza di noi, noi rispettiamo il Parlamento. Però se non hanno i numeri e se siamo decisivi per la maggioranza, allora dico: “Ascoltate anche noi”»). Promette che sulla prescrizione «va avanti fino in fondo». E dà appuntamento a tutti a oggi: «Non perdetevi domani Porta a Porta…».

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Sì perché oggi alle 18, in questa sfida da film western, la scena decisiva si svolgerà tra le poltroncine bianche di Bruno Vespa. Lì l’ex premier è deciso ad affondare la lama contro l’avvocato del popolo. «Sarà una sfiducia di fatto», anticipano i suoi. Il conto alla rovescia è cominciato. Lo show down ancora no, perché serve un voto parlamentare e per il momento Renzi non ha deciso quale e quando ci sarà. Dettaglio da decidere con cura perché bisogna evitare che la colpa della crisi ricada su Italia Viva.

Gli argomenti non mancano: la paralisi di fatto dell’attuale maggioranza, gli indicatori economici tutti negativi, la prescrizione, le intercettazioni e, nuovo tema che oggi introdurrà, il reddito di cittadinanza. Va abolito, dirà Renzi, mentre il ministro dell’Economia Gualtieri risponde picche: «Il reddito di cittadinanza non si tocca, sta sostenendo la crescita, produce una riduzione delle disuguaglianze». Dietro l’affondo di Renzi le ragioni sono umane e politiche insieme, di tattica e di strategia. C’è il fatto, come va ripetendo coi suoi, che «Conte è a Palazzo Chigi grazie a me». E come lo ha ringraziato? Ignorandolo. «Non ci consulta su nulla, ci bypassano su tutto, fanno come se non esistessimo». Da ultimo, sulle nomine, dove le trattative sono iniziate, ma solo tra Pd e M5S. Poi c’è un tema strategico. Il sospetto che Conte voglia fare un partito dei moderati. Progetto che sarebbe la morte per Iv.

È IL MOMENTO

Dunque, Conte va messo politicamente alla porta. E il “mo- mentum” è questo. Ora o mai più. Se, infatti, il Conte Bis cadesse ora l’incastro di scadenze impedirebbe un voto anticipato almeno fino a settembre. E, come insegna la storia, una volta che si fa un governo poi è complicato mettergli la scadenza. Soprattutto in un Parlamento come l’attuale, dove il partito di maggioranza è certo che alle prossime elezione sarà decimato e anche chi potrebbe andare meglio, il Pd, non ha voglia di rifare la lotteria delle liste.

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Per non dire di Forza Italia. La variabile è un Conte Ter o lo stesso governo che sostituisca i renziani con un gruppo di responsabili. Ma Renzi sta lavorando per evitarlo. E i due passaggi di ieri sera sono una piccola prova. Ieri sera ha riunito i suoi a cena per ricompattare il gruppo. «Qualunque cosa accadrà», ha spiegato, «una cosa è certa: non si va a votare». Dunque, tanto vale ballare.
«Loro possono rinunciare ai nostri voti se vogliono», ha scritto su Fb, «ma noi non possiamo rinunciare alle nostre idee». Se l’è presa con i giornali: «Per una settimana hanno scritto “Avanti anche senza Renzi, in Parlamento ci sono i numeri” e hanno passato le veline di Palazzo Chigi, adesso che la spallata è fallita dicono: “Italia Viva destabilizza”». Conte si sottrae. «Preferisco lavorare», ha detto ieri sera. Ma la partita – di nervi non solo di voti – è appena iniziata.

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