Matteo Renzi: «Se non si cambia, il governo non va avanti»

La sfiducia a Conte, no. A Pasqua, forse. Ma, dando prova delle abilità in cui è il numero uno, la tattica e la velocità di cambiare gioco, Matteo Renzi dal piè veloce fa quello che gli viene meglio: spariglia. E così, seduto sulla poltroncina bianca di Bruno Vespa, dopo aver suscitato la suspense del circo media- tico sull’annuncio di una sfiducia al premier, con tutti ad aspettare la parola che fa cadere il castello, lancia, invece, una proposta bipartisan: sediamoci e apriamo un tavolo per fare il sindaco d’Italia, il presidente del Consiglio eletto dai cittadini.

Eccolo che, a metà trasmissione, lancia la bomba: «Guardiamoci negli occhi: così non si va avanti. Io faccio un appello a tutte le forze politiche: a Zingaretti, Di Maio, Salvini, Meloni Berlusconi. Siccome così non si va avanti, Conte è stato premier con Salvini e con Zingaretti, fermiamoci un attimo e portiamo l’unico modello che funziona a livello nazionale: il sindaco d’Italia». Come? lo incalza Vespa, oltre che Paolo Mieli e Virman Cusen- za. Con questo governo o con un altro? Renzi si dice disponibile a due modelli: «Il primo è il patto del Nazareno.

C’era un governo e poi c’era il patto tra il premier e il leader opposizione per fare alcune riforme, un patto istituzionale». Il secondo è il governo Maccanico, dal nome del premier che, dopo la fine del governo Dini, fu incaricato da Oscar Luigi Scalfaro di provare a formare una maggioranza per arrivare a una complessiva riforma istituzionale. Tentativo, per inciso, fallito: Macca- nico dovette gettare la spugna.

Renzi non opta per l’uno o l’altro. Ma, con sincerità disarmante, inquadra il contesto: «Questo Parlamento non vuole andare a casa. Ci sono 945 parlamentari che vogliono fare il proprio servizio». Anche perché «la prossima volta saranno 600». Ammette: «C’è un tema ideale», ossia la necessità di arrivare a una democrazia “decidente”, dove i governi durano 5 anni, e c’è un tema «poco politico, poco etico, ma forte: ci sono 945 che non vogliono andare a casa». Allora, è il ragionamento, perché non sfruttare questo tempo per cambiare le regole del gioco? «Il Pd mi dirà di no. Ma l’hanno fatto anche questa estate, quando proposi di fare un governo contro Salvini. Poi ci hanno ripensato».

In effetti la prima reazione del Pd non è esaltante: «Renzi stravolge l’accordo raggiunto sulla legge elettorale e punta al sindaco d’Italia solo perché ha paura di non raggiungere lo sbarramento del 5% (che lui ha voluto). Il suo modello elettorale è il “Paurellum”». Leggermente diversa è la reazione di Forza Italia: «Renzi per essere coerente e concreto», commenta Mariastella Gelmini, «deve far cadere questo esecutivo». Qualche ora prima alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, Iv e Fi avevano votato insieme un emendamento al Mille proroghe che, se fosse passato, avrebbe bloccato la riforma Bonafede sulla prescrizione. In serata, poi, il governo ha posto la fiducia sul maxi emendamento al decreto intercettazioni. Italia Viva, però, non dovrebbe fare scherzi.

Il resto dello show ha rispettato le previsioni. Il nuovo bersaglio di Renzi è il reddito di cittadinanza. «Conte dice: serve una cura da cavallo per Italia. Possiamo dire al premier che il reddito di cittadinanza è un fallimento? Solo l’1,3% di chi lo ha ricevuto ha trovato miliardi». Insomma, va cancellato. Così come Renzi non cede sulla prescrizione: «Non voglio morire grillino». Se la maggioranza non ritirerà entro Pasqua il lodo Conte bis, Italia Viva, gli chiede Vespa, presenterà una mozione di sfiducia al ministro Bonafede?

«Penso proprio di sì». Per il resto, attacca il Pd: «Ci sono due modi di far politica. Il primo (quello del Pd, n.d.r.) è il modo Lines notte assorbe tutto. Quello di chi assorbe qualsiasi proposta fatta pur di mantenere la seggiola». Non minimizza i punti di scontro con il governo: «Non è solo su giustizia. È sull’economia, sulle infrastrutture. O ci si viene incontro…». Tira la corda, ma, per ora, non la strappa. «Io sono un ottimista spero prevalga il buon senso». Detto questo, «non può funzionare il ricatto: o la pensate come noi o ve ne andate». E poi, avverte, attenti che in autunno arriva la recessione.

La sfiducia a Conte, preannunciata dai suoi, è rimandata. «Il problema del governo non lo abbiamo messo noi. Io non ho mai detto tolgo la fiducia a Conte. Semmai lui ha minacciato di cacciarci». Non che Renzi abbia cambiato idea: l’obiettivo di sfrattare Conte resta. Ma, per non restare con il cerino in mano, prova a raggiungerlo cambiando percorso.

Come spiega ai suoi dopo la trasmissione, le opzioni in campo restano due: «O Conte accetta di venirci incontro su reddito di cittadinanza, prescrizione, sblocco dei cantieri (ha proposto la nomina di 100 commissari per 100 cantieri, n.d.r.), oppure si cerca un altro premier che faccia le riforme». Il sasso è lanciato. «Vediamo come rispondono». Sempre che si trovi un consenso che, per ora, non c’è. Ma Renzi è ottimista: «Ora dicono tutti di no, ma aspettiamo fra qualche giorno…».

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