Serpeggia un’inquietante paura tra medici ed infermieri che operano e vivono nelle aree in cui il coronavirus si è manifestato. È proprio il personale sanitario, infatti, ad essere il più esposto al contagio e, nello stesso tempo, a costituire – suo malgrado – il principale vettore ) di propagazione di quello che ora è visto come il nemico numero uno degli italiani,molti dei quali sono sigillati nelle loro case e divorati dal terrore di mettere il naso fuori dall’uscio.

In Cina, dove i dottori vengono chiamati “angeli in camice bianco” in quanto tutto il peso della guerra alla malattia grava sulle loro spalle,il personale medico ha subito oltre 1.700 contagi e 7 morti. Spiare la minaccia dalla finestra chiusa è inutile. Codesto male è invisibile, impalpabile, silenzioso. Ti colpisce e tu neanche sai di essere stato aggredito. Esattamente ciò che è accaduto agli infermieri e ai medici di Codogno e zone limitrofe. Abbiamo parlato con alcuni dei loro colleghi, nessuno è disposto ad apparire. Non è bello essere visti come pericolosi appestati. Ci dicono a bassissima voce che, a dispetto di quanto ha sostenuto il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa sabato sera, non siamo affatto preparati e pronti a questa emergenza sanitaria. Mancano persino i tamponi per eseguirei test sui potenziali contagiati.

Certo, la macchina si è messa in moto,ma procede a bassissima velocità su un terreno sabbioso. «Sarà un’escalation di contagi da qui in avanti», prevede un medico del pavese. Una infermiera dell’ospedale di Codogno, che è stato chiuso ma nel quale permangono 35 pazienti, ci spiega che per assistere i ricoverati (non a causa del coronavirus) i pochi infermieri disponibili sono sottoposti a turni insostenibili. Nessuno fino a sabato notte è stato disposto a dargli il cambio. Quindi hanno lavorato per giorni senza sosta e in condizioni di gravissimo stress sia fisico che psicologico. Ora ciò che li aspetta è l’isolamento.

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Un altro dottore della provincia di Lodi ci rivela che è in attesa di essere sottoposto al test e che dunque non è in grado di prevedere se lunedì aprirà o meno l’ambulatorio, potrebbe essere tra coloro che nelle prossime ore allungheranno la lista degli infetti. Ci spiega che è un momento personale alquanto particolare. Possiamo immaginarlo. Sono medici, ma innanzitutto sono esseri umani ai quali non sono estranei i sentimenti che ognuno di noi prova, inclusa la paura davanti a quel nemico invisibile che fino a venerdì mattina ritenevamo tutti lontanissimo da noi, estraneo, quindi inoffensivo, e che da un momento all’altro ha fatto irruzione nelle nostre esistenze, nelle nostre case. Con violenza. Sono oltre 50mila gli italiani in quarantena. Questo genere di situazioni le avevamo viste soltanto in apocalittici film di Hollywood, che guardavamo sul grande schermo masticando svogliatamente pop-corn. Fantascienza. Trasformatasi ora in realtà. Adesso i protagonisti siamo noi.

Tutti noi. Pure quelli di noi che non devono sottostare ai divieti di allontanamento, imposti mediante il classico decreto-tampone alla maniera italiana, volto a dintervenire non prima che un problema esploda con la sua virulenza, bensì allorché esso è già emergenza. È la mentalità tipica di un Paese incapace di proiettarsi in avanti, che ragiona sulla contingenza, sull’immediato. Privo di progettualità. La preoccupazione principale del governo non è stata quella di tutelare il diritto alla salute, che lo stesso Conte in veste di dottor Azzeccagarbugli ha indicato quale diritto fondamentale, predominante rispetto a tutti gli altri, pure ai sensi della nostra Costituzione, bensì quella di non apparire razzisti nei confronti dei cinesi che arrivavano in Italia dalle zone a rischio, i quali sono stati accolti tra noi senza l’adozione della benché minima forma di cautela al fine di dimostrare quanto siamo buoni, belli e solidali. Ed ora eccoci qui

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