Tre film in tre anni tratti da romanzi di Jack London. Nel 2018 il cartoon Zanna bianca, l’anno scorso l’impegnato Martin Eden, che è valso una coppa Volpi a Luca Marinelli alla Mostra del Cinema di Venezia.

E oggi Il richiamo della foresta, che con Zanna bianca condivide scenario e mood (cani, combattimenti, neve, foreste, la corsa all’oro in Nord America, cattivi molto cattivi, buoni molto buoni), infatti molti tendono a confonderli.

Se questa reviviscenza dell’opera del grande romanziere americano mette voglia di riscoprire i suoi libri, l’attuale adattamento del Richiamo della foresta dà più semplicemente la voglia di abbandonarsi a una grande avventura in versione “quasi live action”. Il protagonista a quattro zampe, il cagnolone Buck, è stato creato rielaborando con la computer grafica le movenze di un acrobata del Cirque du Soleil, per un effetto più vero del vero tipo quello del Re Leone. Il protagonista umano è invece Harrison Ford.

Attivissimo a 77 anni, oggi è il coraggioso eremita che salva l’amico peloso da un’esistenza difficile, domani sarà di nuovo Indiana Jones nell’annunciato quinto film della saga. Parlando del film tratto da Jack London, in cui è il misantropo John Thornton che in passato fu interpretato da un’altra icona action della Hollywood classica, l’ex Ben Hur Charlton Heston, Ford ritiene che «uno dei dettagli più interessanti della lavorazione era il fatto che non ci fossero cani con cui lavorare, ma solo la controfigura umana di Buck.

All’inizio era complicato, ma col tempo è diventato divertente». L’attore è un appassionato di cani, oggi ne ha tre e ne ha sempre avuti in giro per casa fin da quando era ragazzo, però nel film sono avvincenti sia la storia di Buck sia il percorso emotivo dell’umano John. «Tra le cose che cerco sempre nei progetti a cui partecipo c’è quello che definisco un esercizio emotivo per il pubblico: l’opportunità di partecipare a una storia in cui gli spettatori si riconoscano, che sia in grado di generare comprensione umana».

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Così ha dato al suo Thornton una connotazione tragica, legata a una ferita familiare del passato: «Incapace di sopportare il dolore e il peso delle circostanze in cui si trovava, è fuggito da casa in cerca di pace e solitudine». Pace che sullo schermo trova tra le foreste dello Yukon, anche se gran parte della maestosità selvaggia che appare in scena è frutto di un grande lavoro di ricostruzione al computer. Ma pazienza, l’importante è il risultato, che è suggestivo senza risultare artificiale né artificioso.

Questo tra l’altro è uno degli effetti da cui la star, avvicinandosi il giro di boa degli 80, sa di doversi tenere alla larga. Anche perché un conto è l’arruffato montanaro del Richiamo della foresta, un altro è l’avventuriero certamente invecchiato ma sempre potenzialmente seducente di Indiana Jones. «Ho amato ogni ruolo che ho interpretato nella mia vita, perché semplicemente amo lavorare, ma non ho più bisogno di essere un protagonista, un leading man (infatti negli ultimi Star Wars il suo Han Solo è apparso brevemente, ndr). La mia prima considerazione, tenuto conto che tra un paio di mesi comincerò a lavorare al nuovo Indiana Jones, è cercare di non apparire ridicolo».

Perché lo fa? A parte l’ovvia risposta del cachet, Ford dà questa spiegazione: «Abbiamo avuto l’opportunità di fare un nuovo film perché il pubblico ha tanto amato gli altri. Mi sono sentito obbligato a farlo e a fare in modo che lo sforzo fosse ambizioso quanto lo era quando abbiamo cominciato». Sono passati 40 anni dalle riprese del primo capitolo. Ma riprendere frusta e inseguimenti «sarà divertente. Non vedo l’ora».

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